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In ricordo di Sem il gatto. E di tutti gli amici a quattro zampe che abbiamo amato

di Placida Signora - 4 gennaio 2011


Questa è una cosa che ho scritto 10 anni fa. Oggi la dedico a Filippo, a Daniela, a tutti quelli che sanno piangere per i loro amici a quattro zampe.
(foto©Emilius da Atlantide)
C’è una frase che non ho mai potuto sopportare; un modo di dire che di solito si usa quando si incontra una persona particolarmente, insolitamente triste: “Che hai, ti è morto il gatto?”.

Vorrebbe essere una battuta scherzosa, ma è solo stupida.Oggi sono particolarmente, insolitamente triste; e se qualcuno osa dirmi quella frase idiota, io gli rispondo: “Sì, e tu sparisci prima che ti dia un cazzotto”.

È morto il mio gatto; me lo aspettavo, aveva 19 anni. Lo sapete quanti sono per un gatto? Un miracolo sono. Solo i siamesi a volte raggiungono età del genere; gli altri no, per mille motivi.

Ma Sem era robusto, forte, sano: era nato nei fondi della piscina di Ruta di Camogli.

Era rosso, tigrato, il classico gatto ligure, massiccio, dalla faccia rotonda e gli occhi gialli. Quando lo portai a casa stava nel taschino di una camicia; un anno dopo pesava dieci chili e il collo di quella camicia, abbottonato al suo, gli stava stretto.

Un gatto bello, simpatico, un amico; ho scritto dodici libri e centinaia di articoli con lui a fianco, spesso seduto a lato dell’Olivetti 22 prima e dell’Ibm poi.

Se l’argomento lo annoiava, si sdraiava dandomi la schiena; se gli piaceva, contribuiva schiacciando tutti i tasti preso dall’entusiasmo. Era l’unica presenza viva in casa durante il giorno: con lui parlavo, mi rispondeva, capiva.

Se ero triste allungava una zampa e me la passava sulle guance come a dire “Ci sono io qui, stai tranquilla”. Se ridevo, rideva anche lui a modo suo, ovvio, mettendosi a correre come una matto su e giù per il corridoio, in speciali danze di gioia.

Giocava per ore a pallone come portiere facendo parate incredibili; impazziva di gioia quando al momento della pappa urlavo “pèsciu!”, rigorosamente in dialetto: il termine “pesce” lo lasciava indifferente; non ricordo che abbia mai compiuto un disastro in casa.

Delle sue nove vite, ne ha usate tre; la prima nove anni fa per un blocco renale causato dai croccantini, la seconda l’anno scorso per un ictus e la terza oggi, per l’unica malattia che non si può curare: la vecchiaia. Era diventato il classico anzianissimo: sordo, rimbambito, incontinente, rompiscatole, ma sempre affettuoso.
Però ad un certo punto non ce l’ha fatta più.

Quando sono nata, in casa c’era un cane; sono cresciuta con altri cani e poi gatti. Volata via dal nido, qualche mese dopo ho trovato Sem, “bestio” tutto mio. Posso dire che siamo diventati grandi insieme.
E ora mi manca da impazzire.

Lo so, molti di voi storceranno il naso dicendo “Sono solo animali”.
Lo so anch’io cosa sono: ma contesto quel “solo”.

Chi ama veramente cani e gatti sa che si tratta di esseri viventi assai simili all’uomo; anzi, in molti casi molto più simpatici e onesti di lui, capaci di ricambiare davvero e senza condizioni affetto e fedeltà.

Quando entrano a far parte di una famiglia “giusta” (non di quelle che – passato il primo slancio di tenerezza dato dal cucciolino vezzoso – lo abbandonano sulle autostrade) di quella famiglia diventano effettiva parte integrante.

Da me almeno è sempre stato così: ricordo quando mia madre, iscrivendo me e mio fratello rispettivamente alle elementari e all’asilo, consegnò i nostri certificati di vaccinazione alla Preside la quale, dopo aver dato loro un’occhiata, le disse: “Mi dica, signora: i bambini sono stati vaccinati contro la rabbia, la leptospirosi, il cimurro, gli ascaridi… Devo tenerli in classe con la museruola, o hanno frequentato un regolare corso d’addestramento?”

Perché allora anche Amì, il nostro pointer, era considerato uno di famiglia: praticamente un figlio.

©Mitì Vigliero


La Notte Magica: Antiche Credenze Natalizie

di Placida Signora - 2 dicembre 2010

ll Natale è un periodo ricchissimo di tradizioni, superstizioni e usanze varie, legate ad ogni momento dei festeggiamenti.

Ad esempio, gastronomicamente parlando, forse non tutti sanno che l’uso di mangiare il tacchino risale al XVI secolo quando gli Spagnoli lo importarono in Europa dal Messico: il primo che lo assaggiò fu Carlo IX, e gli venne presentato a tavola in modo solenne, tra squilli di trombe, salve di cannone e rulli di tamburi.
Ma fu la golosissima Caterina de’ Medici a imporre il pennuto come menù natalizio, possibilmente farcito di castagne e accompagnato da salse alla frutta.

Il costume di servire a tavola salmone, capitone, pesci vari e cappon magro deriva invece dall’antica regola della Chiesa che la notte del 24dicembre, prima della Messa, imponeva ai fedeli una cena “di magro”.

In Romagna, soprattutto a Rimini, per antica tradizione natalizia a tavola dovrà essere stesa una tovaglia a ruggine; di lino o canapone, stampate coi i caratteristici disegni a “galletto” o a “uva” da un macchinario antichissimo chiamato “mangano”. Il color ruggine nasce dalla vera ruggine ottenuta facendo macerare del ferro in acqua.

(Immagine © qui)

Infine in tutta Italia il 25 viene considerato il giorno del Pane, inteso come corpo di Cristo incarnatosi la notte di Natale a Betlemme (bet lehem, casa del pane): per questo è ovunque tradizione mangiare dolci fatti di farina come il pangiallo a Roma, il pandolce a Genova, il panpepato a Ferrara e in Umbria, il panforte a Siena, il pandoro a Verona, il panvisco a Bari, il pane certosino a Bologna e, ovviamente, il panettone a Milano.
Di questi pani è buon uso matterne da parte un pezzetto, per mangiarlo il giorno di San Biagio (3 febbraio), onde preservarsi tutto l’anno dal mal di gola.

Inoltre la notte di Natale è da sempre definita “magica” anche a causa dei vari riti che vi si compiono, unendo sacro e profano.

Nelle campagne del Veneto, dell’Istria dell’Alto Adige i contadini, per sapere come sarà il prossimo raccolto, mettono in una padella arroventata 12 grani di frumento, uno per ciascun mese delll’anno; quelli che si apriranno al calore indicheranno abbondanza, mentre quelli che si carbonizzeranno annunceranno carestia.

Le notti natalizie nelle campagne di MoliseAbruzzo sono rischiarate da innumerevoli lumini posti sui davanzali per cancellare le tenebre e rendere più agevole la strada ai pastori diretti al Presepe: se la mattina i lumini si mostreranno poco consumati, sarà buon auspicio.

Il Natale coinvolge tutta la natura; in Svezia, Scandinavia e Norvegia si crede che il giorno di Natale tutti i boschi si riempiano di folletti; perciò le persone pongono grandi recipienti colmi di birra ai piedi degli alberi affinché le magiche creature bevano a volontà e, riconoscenti, si prendano cura delle piante.
Anche in Germania bimbi dedicano canti e abbracci agli alberi di boschi e giardini affinché diano più frutta e vivano a lungo e sani.

In Friuli e in Umbria si pensa che a mezzanotte esatta le corna degli animali si illuminino sulla punta, e che tutti gli asini si inginocchino per salutare il Bambinello.

Infine si crede che chi nasce la notte di Natale abbia il potere di tener lontane le disgrazie dalla sua famiglia e da quella dei suoi amici; questo quasi ovunque, tranne che in Lunigiana, dove affermano invece che sarà destinato a diventare un Lupo Mannaro, punito per l’arroganza di esser nato in una notte destinata esclusivamente ad un Altro.

In Piemonte si dice che i fiori seminati il giorno di Natale avranno degli splendidi colori; a Napoli che l’aceto usato per condire l’”insalata di rinforzo” della Vigilia, versato sui garofani li renderà pieni di screziature; in Liguria che le foglie di alloro raccolte il 25 non seccheranno per mesi…

E, visto che Natale era anticamente uno dei rari momenti di abbondanza alimentare, è logico che siano molte anche le superstizioni riguardanti la tavola.

Ad esempio, in Puglia, cibo rituale natalizio sono le “pettole”, pallottole di pasta lievitata fritta nell’olio.

Per preparlarle però vi sono riti precisi da seguire: vanno impastate solo dalla mezzanotte all’alba della Vigilia, sennò saran disgrazie.
Mentre frigge, la cuoca non deve né bere né mangiare, sennò assorbiranno troppo olio.
Dall’ultima pettola, prima d’esser buttata in padella, bisognerà togliere un pezzetto e buttarlo nel camino recitando una preghiera. E guai a lodare la frittura che si sta facendo: riuscirà di certo male.

In Emilia Romagna invece si credeva che tutti gli avanzi della cena della vigilia avessero effetti medicamentosiburro e olio per curare tagli e bruciaturecera delle candele contro le contusionivino per cicatrizzare le piaghe sulla schiena di animali e umani e, versato nella vigna, un’ottima vendemmia l’anno dopo; le briciole di pane date ai pulcini per farli crescere vigorosi e mai preda di volpi e rapaci.

InIstria, per proteggere il bestiame da ogni malanno, gli si dava da mangiare un poco del cibo del Cenone; e in tutta l’Italia rurale quella era l’unica volta che anche gli animali domestici quali gatti e cani potevano circolare tranquillamente attorno alla tavola ove si cenava, coccolati e viziati con bocconcini lanciati dai commensali.

Questo perché si credeva che alla Mezzanotte esatta gli animali acquistassero la favella, e potessero raccontare a tutti i comportamenti dei loro padroni, anche quelli meno edificanti…Quindi era meglio tenerseli buoni.

La Notte Santa era anche l’unica notte in cui era possibile tramandare “esercizi segreti”; così in tutto il Meridione, VenetoLiguria, le nonne insegnavano alla nipote prediletta i riti per levare il malocchio, mentre in Campania, Sicilia Piemonte i nonni “guaritori” passavano ai discendenti  maschi l’arte per curare ossa e distorsioni.

E  ovviamente, non potevano mancare le credenze legate all’amore.

 

Nelle Marche, la sera del 24 dicembre le ragazze da marito mettevano sotto il cuscino del letto tre fave (simbolo di fecondità): la prima completamente senza buccia, la seconda sbucciata a metà e la terza intatta. Al risveglio, infilando la mano sotto il guanciale ne sceglievano una a caso: quella senza buccia indicava un futuro marito povero, le altre medio-ricco o decisamente Paperone.

Nel Lazio, le fanciulle indecise fra vari corteggiatori prendevano delle cipolle e scrivevano su ciascuna il nome dei papabili; poi le riponevano in un luogo buio e fresco. La prima cipolla che avesse germogliato, sarebbe stata quella col nome ”dell’uomo del destino”.

A loro volta, nella Sardegna logudorese, le nubili facevano sistemare su un tavolo dalle altre donne di famiglia cinque scodelle contenenti rispettivamente cenere, acqua, chiavi, trucioli: una doveva restare vuota.
Bendate, sceglievano una di queste mettendoci una mano: se trovavano acqua, avrebbero sposato un agricoltore, cenere un fornaio, trucioli un falegname, chiavi un ricco possidente, vuoto…un poveretto.

Nelle Murge bastava che la ragazza la mezzanotte esatta del 24 si guardasse allo specchio con i capelli sciolti per vedere, al posto della sua immagine, quella del futuro marito.

Infine nella zona della Cisa si credeva che scambiarsi gli anelli di fidanzamento il 25 dicembre fosse particolarmente propizio a una lunga e felice unione. Probabilmente un tempo Natale era  l’occasione di presentare ufficialmente le due famiglie, che spesso abitavano in luoghi magari vicini ma non facilmente raggiungibili in inverno per via delle neve e delle strade difficoltose. E per festeggiare, si riunivano tutti a casa della futura sposa, formando per la prima volta un’unica famiglia.

© Mitì Vigliero

Cosa ha visto? Cosa pensa?

di Placida Signora - 11 ottobre 2010


Perpetue, Narcisi, Gradassi & C.

di Placida Signora - 26 marzo 2010

Spesso utilizziamo come aggettivi nomi di personaggi coniati dalla penna di grandi scrittori.

Ad esempio definiamo gradassi quei tizi litigiosi e attaccabrighe che si comportano da veri spacconi, facendo grandi sceneggiate per minimi motivi,  sbraitando di solito coi più deboli, minacciando spesso a vuoto perché sanno di avere le spalle coperte da qualche potente o da una loro particolare forza, fisica, “monetaria” o ‘ndranghetoria.

Il nome deriva da Gradasso, di cui sia l’Orlando innamorato del Boiardo che l‘Orlando furioso dell‘Ariosto raccontano le avventure.

Era un re “dal cor di drago e membra di gigante“, cavaliere pagano leggermente affetto da manìe di grandezza che – da buon gradasso – decise di piombare in Francia dall’Oriente con un esercito di centomila uomini armati sino ai denti non per combattere i Cristiani, ma solo per impadronirsi del cavallo di Rinaldo (Baiardo) e della spada di Orlando (Durlindana).

Altro personaggio letterario entrato a far parte del linguaggio comune è la Perpetua dei manzoniani Promessi Sposi, celeberrima governante di Don Abbondio.
Grazie a lei vennero da allora chiamate familiarmente così tutte quelle donne che, per una professione ormai in via di estinzione, facevano da “colf” ai parroci che arrivavano privi di familiari nelle parrocchie di paesi lontani.
Oggi perpetua viene usato soprattutto per definire una donna  particolarmente intrigante, pettegola e curiosa e irrimediabilmente zitella.

Definiamo Circe – come la maga dell’omerica Odissea, una donna che d’abitudine ammalia i maschietti per poterli usare a proprio esclusivo vantaggio per poi – dopo averli usati e rovinati nella reputazione e nello spirito (rovina simboleggiata dai porci in cui la Circe tramutava gli uomini) – farli soffrire abbandonandoli o trattandoli malissimo.

E’ simile alle sempre omeriche sirene , malefiche figure  che con canti, complimenti, promesse sottintese e lusinghe riescono ad illudere soprattutto i Narcisi d’ogni sesso pieni di ambizioni artistiche.

Poi  ci sono le lolite di nabokoviana memoria, specializzate in capelli brizzolati e coniugi frustrati, sempre pronte a dispensare coccole e gnegné  in cambio di favori, regali e carriera.

Il capufficio esigente o il professore severo sono cerberi; l’avvocato che non ci soddisfa nello svolgimento del suo incarico è un azzeccagarbugli; il fidanzato geloso è un Otello mentre quel tipo che cerchiamo urgentemente per lavoro e non si fa mai trovare, è come la Primula Rossa.

Invece il ricordo di una cattiva azione o di una colpa diventa la nostra privata Ombra di Banco, spettro ossessionante descritto da Shakespeare nel Macbeth.

Questo modo di dire è un po’ passato di moda, forse perché le cattive azioni oggi spesso sono motivo di premio e vanto, o forse perché Shakespeare in Italia lo conoscono sempre più in pochi.

Al contrario, chi ha un vocabolario superiore alle 200 parole,  continua a definire pantagruelico un pranzo estremamente succulento e abbondante; degno di Pantagruel, il golosissimo e famelico personaggio inventato nel ‘500 da Rabelais.

Infine, anche il mondo delle fiabe ha contribuito a “eternare” dei tipi precisi: chi corre dietro le donne è un dongiovanni, come il Don Giovanni protagonista della celeberrima leggenda spagnola del XIV sec. che ispirò molti autori; una fanciulla trattata male in famiglia o in ufficio è una Cenerentola, come l’eroina di Charles Perrault ; all’amico o parente sempre pieno di saggi consigli -possibilmente non richiesti- affibbiamo il soprannome di Grillo Parlante mentre i sempre collodiani Gatto e la Volpe rappresentano – nel mondo degli affari - una coppia di individui mica tanto perbene.

©Mitì Vigliero

Cosa si stanno dicendo?

di Placida Signora - 23 febbraio 2010



(Grazie a lui per la foto)

Qui e qui altre risposte

Arcureo: Qualunque cosa si stiano dicendo, il gatto ne ha le palle piene!

Beppe: Il Gatto: “Ma quanto è noioso ’sto tizio?”

ZiaPaperina
Corvo: “E allora io le ho detto…e lei mi ha risposto…così ho fatto…non credi abbia ragione? eh?”
Gatto: (fra sé e sé) “Qualcuno mi salvi…”

{°)): 
“Crraaa?”
“Meow.”

Mimosafiorita
Corvo: Ciao, io sono il corvo dallo sguardo torvo, e tu chi sei?
Micio:  So Romeo er gatto der Colosseo, e lassame perde!

Roberto Felter:
corvo: sai che vino preferisco? il Merlot
gatto: sgrunt

Roger:
corvo: ti assicuro…loro sono famosi…gli hanno fatto pure dei filmati…daiiiii…diventeremo famosi anche noi.!!!!!…..che ne pensi….?????gatto:..MMMMPFHHH….!!!! (la storia segnalata da Roger è tutta da leggere! NdPS)

Gianni:
corvo: anche tu non mi parli? perché tutti mi evitano? che ho che non va?
gatto: …

Andrea: 
C – “Lo stai puntando? Allora tu zompi e lo terrorizzi, poi passo io e gli dico: Sono Il Corvo Del Demonio. AhAhAhAh”
G – “Mah? a me me pare ‘na str*nzata”

Renata: gatto – non rompere : non ti presento quella cornacchia della vicina di casa che mi regala sempre i pesciolini!

Tittieco: Il gatto: A “the crow” guarda che io non cerco giustizia e non sono manco Eric Draven sa, quindi lassame perde e levati dalle scatole!

Iaia Nie
Corvo: ti giuro! sono io il vero cavaliere oscuro!
Gatto: questa l’ho già sentita…

Skip: Gatto:sarai imperiale quando ti libri,alto nel cielo, ma per terra si’ proprio arriffabile (goffamente ridicolo)

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