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Storie di Gatti, Poeti e Case: Francesco Petrarca e Edward Lear

di Placida Signora - 10 febbraio 2012

Alla fine del 1370 Petrarca, da Arquà, scriveva al fratello:

Qui fra i colli Euganei, a non più di dieci miglia da Padova, mi sono costruito una casa piccola ma deliziosa, cinta da un oliveto e da una vigna, che danno quanto basta ad una famiglia numerosa, ma modesta.
E qui, benché ammalato, vivo pienamente tranquillo, lontano da ogni confusione, ansia e preoccupazione, passando il mio tempo a leggere e a scrivere
”.

E nella Sala dei Giganti che si trova nella sede della Facoltà di Lettere aPadova, vi è un affresco d’autore anonimo del XIV sec. che ritrae proprio il poeta nello studio mentre, seduto alla scrivania e circondato dai libri, legge.

Acciambellato per terra davanti a lui, un gatto ronfa beatamente.

Di certo si tratta dell’amatissima micia del poeta, che con lui passò alla storia e alla quale vennero dedicati centinaia di studi, saggi e versi; persino il Tassoni nella “Secchia rapita” la cita ( nel canto VIII, 33-34):

…e ‘l bel colle d’Arquà poco in disparte,
che quinci il monte e quindi il pian vagheggia;
dove giace colui, ne le cui carte
l’alma fronda del sol lieta verdeggia,
e dove la sua gatta in secca spoglia
guarda da i topi ancor la dotta soglia
.

Il perché della fama imperitura della felina è spiegato dalla geniale idea (dal punto di vista pubblicitario)  che ebbe Girolamo Gabrielli, uno dei tanti curatori-proprietari di quella casa alla fine del ’500, quando già era meta di turisti letterati.

Egli, fra gli arredi personali del poeta, fece porre una gatta imbalsamata racchiusa in una teca di vetro; sotto, una lapide, la cui iscrizione latina - opera di Antonio Querenghi (1547–1634) - recita:

Il poeta toscano arse di un duplice amore: io ero la sua fiamma maggiore, Laura la seconda.
Perché ridi? Se lei la grazia della divina bellezza, me di tanto amante rese degna la fedeltà; se lei alle sacre carte diede i ritmi e l’ispirazione, io le difesi dai topi scellerati.
Quand’ero in vita tenevo lontani i topi dalla sacra soglia, perché non distruggessero gli scritti del mio padrone. E ora pur da morta li faccio tremare ancora di paura: nel mio petto esanime è sempre viva la fedeltà di un tempo
.”

E’ ancora lì, quella gatta, per la gioia (un po’ macabra) dei curiosi.

Altra storia che lega poeti, gatti e case, è quella di Edward Lear , il cantore dei Limerick.

Lear viveva a Sanremo col suo gatto Foss – ”il compagno delle mie giornate” – in una casa, Villa Emily, di fronte al mare.

Assentatosi, ovviamente col gatto, nel 1881 per un lungo periodo trascorso a viaggiar su e giù per l’India, al suo ritorno scoprì con disappunto che proprio davanti alla villa era stato costruito un grande albergo, che gli toglieva tutto il panorama.

E così acquistò un terreno sulla spiaggia, e fece costruire una nuova casa, Villa Tennyson ; ma la volle esattamente identica a villa Emily, una perfetta copia, perché era convinto che il suo micio, non più di primo pelo, non avrebbe “assolutamente apprezzato il cambiamento”.

Foss morì sedicenne alla fine del 1887; sei mesi dopo lui e Lear si ritrovarono inun’altra dimora, quella eterna.

La villa venne abbattuta dopo poco, per far posto ad un altro albergo.

© Mitì Vigliero

Storia e Origini della Befana, Dea della Dodicesima Notte

di Placida Signora - 5 gennaio 2012

Epifania  deriva dal greco “tà epiphan(e)ia” e significa “manifestazione di divinità”; per i cristiani indica la visita dei Re Magi a Gesù, ossia la visione della manifestazione di Dio da bambino.

Ma l’origine di questa notte magica, che è la 12^ dopo il solstizio d’inverno (Natale), è paganamente agreste ed è dedicata a una figura femminile dai romani considerata divinaMadre Natura, identificata con Dianadea della Luna e dei cicli della fertilità.

In quei 12 giorni, cruciali per i contadini che avevano appena seminato, si riunivano le speranze di un buon raccolto per l’anno appena iniziato; Madre Natura, che aveva lavorato e “fruttato” per tutto l’anno precedente ed era ormai vecchia e rinsecchita, era destinata a morire per poi rinascere giovane e bella: proprio come la Luna che nasce, diventa piena, muore diventando nera e poi risorge.

Prima di defungere però, portava ultimi doni agli umani  compiendo veri prodigi, volando in cielo rendendo fecondi i campi, salubri le acque, fertili gli esseri viventi.

La successiva corruzione dialettale della parola Epifania in Befan(i)a e il variare della religione, creò la Befana; anche lei vecchia donna magica, mezza strega e mezza fata che vola, e che prima di sparire lascia doni.

Ha altri vari soprannomi, la Befana: Donnazza (Cadore), Pifania (Comasco), Marantega (Venezia), Berola (Treviso),
Vecia (Mantova), Mara (Piacenza), Anguana (Ampezzano) ecc.

E spesso la sua fine è truculenta: nei piccoli centri della Toscana, Emilia Romagna, Ticino, viene prima portata in giro su un carro e poi bruciata in piazza.

Varallo Sesia è la Veggia Pasquetta (e “Pasquetta” al posto di Epifania si usa anche a Genova, Legnano, Molise ecc. nel significato di “passaggio”) e la raffigurano come una orribile vecchia che tiene in braccio un neonato: lei sarà arsa sul rogo ma prima consegnerà il bimbo, simbolo della sua resurrezione.

Nel Veneto invece vi è la tradizione del Panevìn, una grande pira di legno che ha sulla sommità il fantoccio della Vecia; una volta appiccato il fuoco, mentre si mangia la pinza (dolce di fichi secchi e zucca) e si bevono ettolitri di vin brulé, guardando la direzione del fumo e delle faville si traggono “pronosteghi” per il raccolto futuro: se va a Nord o Est “tol su el saco e va a farina” (prendi il sacco e va a elemosinare), a Ovest o Sud “de polenta pien caliera” (la pentola sarà sempre piena di polenta), nettamente Sud-Ovest “tol su el caro e va al mulin”, (prendi il carro e va al mulino, il grano sarà abbondantissimo).

E dato che fertili e felici non dovevano essere solo i campi, nella Dodicesima Notte molti erano gli antichi riti amorosi.

In Toscana vigeva l’usanza dei “Befani”, fidanzati in prova, di solito scelti dalla sorte: in una focaccia veniva nascosta una fava secca (simbolo di fertilità), chi la trovava diventava Re o Regina della Fava e sceglieva il compagno/la compagna gettandogli la fava nel bicchiere.

Infine, le nubili molisane sapevano che quella notte avrebbero potuto sognare l’uomo della loro vita; perciò prima di addormentarsi recitavano: “Pasqua Bbefania, Pasqua buffate, manneme ‘nzine (in sogno) quille ca Die m’è destinate”.

© Mitì Vigliero

Il Freddo: Proverbi e Modi di Dire

di Placida Signora - 23 novembre 2011

Potrà fare un freddo “cane, “boia”, persino un “ freddo ladro”, ma forse in qualche modo potremmo sempre difenderci più facilmente da lui piuttosto che da chi, con tono “freddo come il ghiaccio” ci spara “a freddo” una brutta notizia, un insulto, una minaccia,  sciogliendo magari “come neve al sole” la nostra felicità e le nostre speranze.
Sono momenti in cui “cala il gelo” tutt’attorno, e persino la nostra anima s’agghiaccia divenendo “fredda come il marmo”.

Dicono che “Dio manda il freddo secondo i panni”, cioè sottopone ogni uomo a prove e dolori adeguati alla sua capacità di sopportazione; ma talvolta il sospetto di venire un tantinello sopravvalutati può davvero far “sudare freddo”.

Meteorologicamente parlando invece, in questa stagione è ovvio che faccia freddo, che nevichi, che geli; sarà anche vero che, come dicono i pisani “’Ver che para ‘r freddo para anco ‘r cardo”, ciò che ripara dal freddo ripara anche dal caldo (chissà se girare ad agosto in città con berretto e  pelliccia funziona?), ma di sicuro hanno ragione i varesotti quando assicurano con un certo umorismo surrealista che “Ul frecc’ al séntan anca i sturni”, il freddo lo sentono anche i sordi.

Proverbi dell’Europa del Nord recitano lugubri “Contro il freddo poco giova tremare ma solo pregare”; “Nel freddo s’impara a tremare, e nella sventura a piangere”; “Il freddo fa la prova generale della morte”.

Ma è logico che il freddo ispiri sovente tristi pensieri, è una cosa collegata alla vita stessa: “Tutti nascon caldi e muoion freddi”.

L’odio è gelido e l’affetto è caldo, così, per definizione naturale; un “amore freddo” è orribile, così come un “caloroso nemico” inquietante, mentre dei “piedi freddi” danno di certo più noia che delle “mani calde”.

E a proposito di temperature di mani, Pitigrilli scriveva: “Mano fredda, cuore caldo. Anche in francese si dice così; anche in russo, anche in arabo. Ciò dimostra che l’imbecillità è universale”.

Infine poi non è mica detto che il freddo sia sempre sgradevole.

Nel campidanese infatti esiste il detto sorridente “Acqua e frius, annada de pipius”, pioggia e freddo annata di bambini, perché quando fa brutto tempo e fa freddo si sta tanto volentieri in due dentro un lettone caldo.

In Friuli invece consigliano un altro metodo per scaldarsi, leggermente meno romantico: “Quattro bicchieri fanno una bottiglia e tre litri fanno un tabarro” e magari fanno anche un fegato così, ma è difficile sottilizzare quando  il termometro segna meno venti gradi, e bisogna per forza affrontare quello che a Milano definiscono “On frecc de biss”, un freddo da biscia.

Vabbè che i friulani dicono anche “Cui ch’el à cjalt al è malàt, cui ch’el à frèt ‘l è inamoràt”, chi ha caldo è ammalato, chi ha freddo è innamorato; mentre barbelliamo alla fermata di un tram che non arriva mai, battendo i denti e col naso talmente congelato che pare proprio sul punto di staccarsi, potremmo sempre consolarci pensando che quei brividi probabilmente son tutta colpa di Cupido, e riscaldarci almeno il cuore.

© Mitì Vigliero

Placide Segnalazio’: Cose Belle da Leggere e Guardare

di Placida Signora - 15 settembre 2011

(Marina Remi)

- Genova, di Lucetta Frisa
- Mi ricordi il mare quando non ci andavo, di Nubetossica
- Perdonami, di Leonardo

- Negare sguardi, di Tito Faraci
- Quando Monica piange, di Stark 

- Donne da spogliatoio, di Paolina
- Di vite riciclate, di Nastja
- Quando, di Novecento

- Girare la testa, del Disagiato
- Tramonto, di Sba
- Nessun debito, di Mitia
- Silvio non forever, di LoScorfano

- Cronache del primo giorno (Cose da Prof, in Invece era un calesse)
- Cortesie per gli ospiti, di Occhidaorientale

da FriendFeed:

- Un’interessante discussione in risposta alla domanda “Cos’è stato costruito di bello in Italia dopo l’Unità?”
- Dai film ho imparato che…

Video:

- 25 modi di indossare una sciarpa in 4,5 minuti, da Giuseppedesign

- L’arrivo in famiglia del catalogo Ikea dall’epoca delle Caverne in poi, di Joshua Held

Nina e Camillo: Storia di un lume sempre acceso

di Placida Signora - 4 agosto 2011

Dedicato a Maria Rosa 

 

Voltri, nel ponente genovese, ai piedi del colle di Castellana e precisamente in via Nicolò da Corte, s’innalza la maestosa scenografia della villa Duchessa di Galliera.

Quasi un castello circondato da un grande parco, ospitò reali e politici potenti; ma un lume perennemente acceso di fronte a una Madonnina bianca, posta in una nicchia degli archi sotto il grande viale centrale, ricorda un tragico amore che coinvolse uno dei personaggi più famosi della storia d’Italia.

Agli inizi del XIX secolo la villa era proprietà del marchese Stefano Giustiniani, Gentiluomo di Camera del re Carlo Felice, che  nel 1826 sposò, con matrimonio combinato, la baronessa Anna Schiaffino detta Nina.

Aveva 19 anni, Nina; intelligente, colta, appassionata di politica, le sue idee contrastavano fortemente con quelle del marito.
Poco per volta sia la villa di Voltri sia la casa cittadina, Palazzo De Mari in piazza San Siro, diventarono salotti politici frequentati da liberali vicini alla Giovane Italia come Rubattino, che sarà l’armatore dell’imprese dei Mille, Mameli, e un giovane sottotenente piemontese del Genio Militare in forza a Genova: Camillo Benso conte di Cavour.

Dal 24 aprile 1830 tra Nina e Camillo esplose una passione infuocata; il marito ne era a conoscenza, ma si limitò a spargere la voce che sua moglie era pazza.

Quando nel ’31 Cavour venne spedito da Carlo Felice nella tetra fortezza di Bard in Val d’Aosta, per vedere se gli passavano le idee giacobine, Nina un po’ fuori di matto lo diede davvero, diventando una vera pasionaria mazziniana, contestando personalmente il Potere illiberale che l’aveva allontanata dall’amante.

Per quattro anni Camillo e Nina s’inseguirono, incontrandosi a Torino, Milano, Vinadio, Valdieri; ma se per lei le difficoltà del rapporto aumentavano l’amore, per lui la storia era finita da un pezzo.

Nina, quando non lo vedeva, gli scriveva; centinaia di lettere che finirono fra le mani del marito, il quale continuò pubblicamente a dichiararla matta e laconfinò nella villa di Voltri: qui, il 18 ottobre del 1834, avvenne l’ultimo incontro con Camillo, che la piantò definitivamente.

Nina cadde in una prostrazione tremenda che durò anni; tentò due volte il suicidio col veleno e, trasferita nella nuova casa a Genova, Palazzo Lercari, in via Garibaldi al numero 3, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1841 anniversario del suo primo incontro con Cavour – gli scrisse un’ultima dolcissima lettera, mezza in genovese, mezza in italiano:

Camillo caro,
Camillo bello te veuggio tanto ben, ma quando te ou pourrò dì 
(te lo potrò dire)… Son tanta fiacca, a me existensa (esistenza) a l’è così precaria che non ho coragio de pensà à l’avvegnì (avvenire).
Però, quello che posso assegurà, le che ou me coeu (
cuore) ou sarà sempre to (tuo), viva o morta son a to (tua) - e tanto che questa machinetta (il cuore) a m’apparten, a sarà a to – vorreivo (volevo) ese bella per piaxeite (piacerti), vorreivo ese forte e ben stante e libera e avei molti dinai (denari) per seguite de lungo apreuvo (a lungo)
Questi son seunni 
(sogni): beseugna che m’adatte ae (alle) triste circostanze ne’ quali me treuvo, e che seggie (sia) ben contenta che ti te ricordi de mi. Te daggo tanti baxi .
Tutta to Nina.
«Io non so nulla tranne d’amarti tanto.
Tu sei tutto per me. Sei un essere soprannaturale. Tu assorbi tutti i miei pensieri, tu mi domini….
Voglio la tua felicità prima della mia…
Camillo, sono tua per sempre  

Poi, dopo aver fatto testamento, si lanciò dalla finestra di camera sua.

Un volo di 11 metri, sei giorni di agonia e finalmente la morte, il 30 aprile.

Aveva trent’anni.

Il marito rifiutò di seppellirla nella tomba di famiglia; lo stesso fece il padre, idem la famiglia della madre.

Le sue spoglie riposano a Genova nella chiesa di Padre Santo, in piazza dei Cappuccini.

Nel testamento Nina chiese alla Duchessa di Galliera, nuova proprietaria della villa di Voltri, che il lume posto davanti alla Madonnina bianca rimanesse sempre acceso, affinché tutti ricordassero la fiamma del suo amore infelice.

E così fu, e così è ancora.

©Mitì Vigliero

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