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Margarita: Ricordi di Estati Lontane

di Placida Signora - 7 Novembre 2008

 I ricordi sono miei, le  foto di Samuele Silva

Nonno Migio aveva gli occhi azzurri come il cielo e i capelli candidi, tagliati a spazzola.
Io e mio fratello, piccolissimi; uscendo da Casa con lui per mano facevamo lunghe passeggiate giù sino al torrente Brobbio, e Nonno ci diceva il nome di ogni foglia, frutto, erba, insetto che incontravamo.
E poi camminavamo ancora sino alla Munia, la più antica cascina del paese, e Nonno raccontava che si chiamava così, Munia (Monaca), perché tantissimi anni prima era un convento.
A ogni passo, chi ci incontrava diceva - con quella pronuncia chiusa e dura del dialetto - “Ceréa, General” , e “ceréa” in margaritese vuol dire “buona sera”; ma mio fratello le prime volte domandava: “Nonno, ma perché ti dicono culéa?”.

Nonna Teresita invece aveva i capelli lunghissimi, ne faceva due trecce che arrotolava attorno alla testa come una corona.
E cucinava coi fiori; insalate di pomodori e primule, risotto alle violette, frittata di menta e di ortica… Mai capìto come facesse a raccogliere le ortiche a mani nude, senza mai farsi male. 

Ricordo le merende fatte con le micherìsse appena sfornate e bollenti tagliate a metà e condite con una nocciola di burro che si scioglieva al calore della mollica.
E l’acqua era più buona se bevuta alla fonte… non ricordo il nome…Ci si arrivava passando sotto la Torre e buttandosi giù da un sentierino pieno di more.
E poi i “sucàr” - pronunciati proprio così - di liquerizia comprati dal Tabaccaio, che allora non sapeva ancora che avrebbe avuto un giorno un nipotino speciale . E le “marronite“, parallelepipedini di marmellata di castagne presi dalla Campana, che aveva il negozio di alimentari proprio sotto casa nostra…
Perché da piccoli potevamo mangiare come buoi, senza ingrassare mai?

E quei lunghi pomeriggi di settembre - un mese intero di campagna dopo due mesi di mare, come eravamo fortunati noi bimbi d’allora, eh? - passati a schizzare in bicicletta da via Bertone sino al tennis e ritorno, avanti e indrè avanti e indrè, ma che fatica quella salita al ritorno sino al Castello, schivando mandrie di mucche di razza margàra, ossia “bianche come perle“.
Oppure avanti e indrè dalla parte opposta, sfrecciando davanti la chiesa e al campanile più alto della zona, arrivando davanti casa Sibilla e poi voltando a sinistra, circondati di campi di meliga e mais, passando davanti al piccolo cimitero e arrivando sino a Riforano… Un’avventura.

Eravamo un gruppo di ragazzini inseparabili e più o meno coetanei, letteralmente cresciuti insieme dalla nascita ai 18 anni; io, mio fratello Guido, i tre cugini Mimi, Chicco e Ginetto; Massimo e Nunzio: le ragazzine si chiamavano Mirella, Antonella, Ornella. Tutte “ella”.

Davanti alla casa dei cugini, di fianco alla mia, c’era una panca di legno: serate interminabili trascorse lì, il primo che arrivava si sedeva, gli altri in piedi o in groppa alla bici, a parlare parlare parlare, con immensi ed improvvisi scoppi di stupidèra acuta e conseguente irrefrenabile ridarella.

I nostri Grandi, Anna e Pippo-Generale Jr, Teresita, Vittorio e Laura, i genitori di Massimo e Nunzio, sempre insieme anche loro, anche loro a parlare parlare parlare seduti in giardino dentro casa, e la stupidéra e la ridarella loro si mescolava alla nostra.

Poi siamo diventati grandi noi; e ci siamo persi come accade alle covate nei nidi.

E quasi tutti quei nostri Grandi ora sono lì; uno, il Generale jr, è ancora nella Casa da dove uscivamo con Nonno all’inizio di questa storia.
Gli altri dormono giù, insieme a Nonno e Nonna, verso Riforano, circondati da campi di meliga e mais.

©Mitì Vigliero

PS: Per chi si sveglia all’alba ;-) segnalo che domattina alle 7-7,30 su Radiodue sarò intervistata dalla nostra Cuoca Itagnola aka Marina Cepeda Fuentes nella sua trasmissione Che bolle in pentola? 

Storia delle Carte da Gioco

di Placida Signora - 6 Novembre 2008

Per alcuni arrivano dall’India o della Cina, nate come semplificazione del gioco degli scacchi; infatti nelle carte sono presenti quasi tutti i simboli della “battaglia” scacchistica: Re, Regina, Fante (Alfiere), Asso (Torre e Cavallo), mentre tutte le altre sono i “soldati”, ossia le “pedine”.

Altri affermano che siano state introdotte in Europa dagli zingari che le usavano, oltre che per giochi, per predizioni; per altri ancora, ed è forse la teoria più esatta, le carte hanno origine dagli arabi naib,  giochi istruttivi per bambini.

Infatti è certo che le carte da gioco vere e proprie vennero fatte conoscere dagli arabi agli spagnoli (per i quali si chiamano ancora naipes) nella metà del XIV sec. e una cronaca conservata negli archivi di Viterbo, recante la data del 1379, attesta che in quell’anno le carte giunsero a Viterbo portate dai Saraceni, mentre un altro documento fiorentino della stessa epoca cita il gioco dei naibi, definendolo “novello”.

In Europa ebbero un immediato successo, soprattutto in Germania, Belgio e Francia, perché comode da portarsi appresso, maneggevoli, divertenti e stimolatrici di innumerevoli giochi.

All’inizio variavano da paese a paese.
Sino al 1500, le tedesche erano molto grandi e al posto dei semi vi erano raffigurati animali e fiori; nel 1400 a Colonia vennero stampate delle curiose carte rotonde, decorate con scene e personaggi legati alla caccia; vi era il Re di Falco, la Dama di Lepre, il Valletto (Fante) di Fagiano, l’Asso del Tordo e così via.

D’invenzione sicuramente italiana, risalente alla fine del 1300, furono invece i Tarocchi, la cui iconografia simbolica venne attinta dalle figure che ornano la cappella Bolognini in San Petronio a Bologna.

Una curiosità; pur variando come tipi e numero, i simboli erano sempre quattro; erano l’emblema dei quattro ceti sociali più importanti nel Medioevo europeo: denari o melograni rappresentavano i mercanti, le coppe il clero, i bastoni i contadini, le spade e le scimitarre i militari.

Le carte più simili alle nostre moderne furono quelle francesi del 1400; in numero di 52, divise in quattro serie e quattro simboli: cuori, quadri, fiori (o trifoglio), picche.
E dal ‘700 furono così ovunque.

Trattandosi di un gioco comunissimo, divennero il riflesso delle caratteristiche storiche e sociali dell’epoca in cui venivano pubblicate: nacquero carte satiriche, come quelle francesi del XVI secolo in cui il Re Enrico III si fa aria col ventaglio mentre l’autoritaria Regina brandisce lo scettro.

Durante la Rivoluzione francese, dalle carte furono bandite le aborrite figure reali e cambiati i significati dei semi: il Re venne sostituito da un uomo col berretto frigio, chiamato Genio della Guerra (spade), del Commercio (denari), della Pace (coppe) e delle Arti (fiori).

Le quattro Regine divennero quattro Libertà: di Professione, Matrimonio, Stampa e Culto.

I Fanti a loro volta vennero cambiati in Uguaglianze: di Classe, Condizioni, Doveri e Diritti.

Retorica pomposa, comune a tutti i regimi illiberali, perciò identica a quella che caratterizza le carte dell’era napoleonica, in cui ovviamente il Re aveva sempre la faccia del Bonaparte dipinto dal David; per una strana forma di nemesi, furono proprio le carte le uniche compagne di Napoleone nell’esilio di Sant’Elena: non per nulla uno dei più celebri solitari fu inventato proprio da lui.

©Mitì Vigliero

Cosa c’è laggiù?

di Placida Signora - 5 Novembre 2008

 

Alianorah: Quella è “la via che non presi”…”Due strade divergevano nel giallo bosco e io, io scelsi la meno frequentata. E proprio in questo è la differenza” (R. Frost).

Beppe: Una valle ampia e ondulata, dipinta con tutte le sfumature di verde, silenziosa e profumata, attraversata da un piccolo torrente. Lì costruirò la casa dei miei sogni.

Caravaggio: una vallata da scoprire

Roger: un tartufo di 1 kg…comunque laggiù vedo un omino bassotto e rotondetto…sarà Pollicino? sta cantando
Vieni, c’è una strada nel bosco,
Il suo nome conosco,
Vuoi conoscerlo tu?
Deve essere pratico della zona, chiedo a lui.

Tittieco: Una generosa porcinaia; trovare funghi porcini per me è sempre un grande piacere, cucinarli e mangiarli ancor di piu’. Il sugo di funghi è quello che preferisco in assoluto, con la polenta poi…

Mimosafiorita: A perdita d’occhio un immenso ed assolato campo di papaveri e primule, ed io che cammino a piedi nudi, con viso rivolto al sole che mi scalda, così, senza pensieri godendo solamente della libertà mentale e fisica

MaxG: La casa di Biancaneve!

Regi: E’ il sentiero dorato che porta al mago di Oz.

ZiaPaperina: Piazza del Duomo. (Mi piacerebbe tanto che fosse una scorciatoia da fare a piedi ogni mattina, prima di tuffarmi nel casino di questa città…)

Pispa: la casetta dei sette nani, senza dubbio!

Perché si dice: “La bellezza dell’asino” e “A tutta birra”

di Placida Signora - 4 Novembre 2008

Metto insieme questi due modi di dire, perché entrambi sono frutto di corruzioni linguistiche dovute al passaggio da una lingua - in questo caso il francese - all’altra - l’italiano.

La bellezza dell’asino definisce in modo scherzoso una bellezza snella e luminosa,  dovuta però esclusivamente alla giovane età e destinata quindi a svanire presto.
Cosa c’entri l’asino con la giovinezza pare abbia questa spiegazione; la frase originaria è sempre francese, La beauté de l’âge: la bellezza dell’età. 
Ma l’età francese (âge) è stata storpiata (quando, non si sa; come, probabilmente per un iniziale refuso scritto) in âne, che in italiano è l‘asino.

A tutta birra, che significa “assai velocemente”, pare derivi dalla locuzione francese à toute bride, letteralmente “a briglia sciolta“, ossia al galoppo.
Solo che la parola bride è stata tradotta dai nostri avi birra, e birra è rimasta sino a noi.
Come il galòp ;-)

Le Focaccette allo Stracchino della Elsa

di Placida Signora - 3 Novembre 2008

Stavolta nel libro ho pescato un foglietto riportante una ricetta che mi ha fatto ripiombare nei tanti, bellissimi  momenti trascorsi da ragazzina coi miei a casa di cari amici portofinesi doc.
Le focaccette della Elsa erano il miglior antipasto/aperitivo/merenda/spuntino di mezzanotte esistente al mondo.
Ogni occasione era buona per mangiarle, bollenti e gustosissime, riuniti tutti attorno a un lungo e spesso tavolone di legno d’olivo…Oh basta, me ne è venuta troppa voglia: me le faccio!

Prendi 4 etti di farina grano duro, olio oliva, sale, acqua tiepida, 3 etti di stracchino, un piattino da tè o da frutta piccolo, una rotella per ravioli.
Con la farina, un po’ di acqua, un goccio d’olio e sale fai una pasta elastica e soda. 
Tirala in una sfoglia non spessa e prendendo come stampo il piattino tagliane dei cerchi con la rotella. In mezzo a ogni cerchio metti un po’ di stracchino poi piega il cerchio a metà unisci bene bene gli orli della pasta chiudendoli bene bene se no il formaggio esce durante la cottura. Friggi le focaccette in tanto olio caldissimo ma non rovente, appena saranno gonfie tirale su, sciugale bene sulla carta e servi a tavola.

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