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E la chiamano Voce degli Angeli: le gaffe dei bambini

di Placida Signora - 10 febbraio 2011

Ogni tanto penso che i bambini piccoli siano esseri strani: li osservo sempre con un po’ di sospetto, e confesso di temerli molto.

Forse perché non ci sono abituata, non ho figli. In compenso, oltre un nipotino legittimo, ho un plotone di figli di amiche che hanno deciso di eleggermi Zia ad honorem.

Non so perché, ma si tratta di pargoli i quali, appena nati, hanno subito provato nei miei confronti un’attrazione irresistibile, decidendo di fare il ruttino, con relativo rigurgito, solo sulla mia spalla, disdegnando quella dei legittimi genitori. Oppure, ignorando i rapporti di sangue che implicherebbero una particolare intimità, si rifiutavano di fare  popò per giorni, restando nell’attesa di vedermi e di essere da me presi in braccio.

Riflessi condizionati? Può darsi.

Certo che gioie me ne hanno date, i miei nipoti ad honorem; soprattutto il giorno in cui pronunciavano la prima parola possibilimente di fronte a tonnellate di nonne e zie vere.

I primi balbettii stile “am, ma, ba, pa..”, che venivano entusiasticamente tradotti  come “mamma” o “papà”, venivano immediatamente declassati nel momento in cui pronunciavano in modo chiarissimo “mitì”; certo qualcuno diceva pitì, ma non si può pretendere tutto dalla vita.

I familiari veri ci restavano ovviamente molto male ed io li consolavo dicendo:
-”Ma su, l’ha detto solo perché è un nome facile. Vedrete che fra poco parlerà in modo perfetto dandovi tante soddisfazioni…”.

Infatti i bambini cominciavano ben presto a parlare, con quella  che per tono e contenuti è da sempre defintita la Voce degli Angeli

Ricordo Violetta, una splendida bimba di due anni e mezzo; bionda, capelli a boccoli, occhi azzurri, boccuccia a cuore e pelle di porcellana.
Era talmente bella che le persone si fermavano per la strada a guardarla e tutte, chinandosi su di lei, le dicevano:
“Ma che amore di bambina! Ma che bambolina! Ma come ti chiami, carina?”
E la pargoletta, vestita di sangallo rosa confetto, rispondeva serissima: ”Filippo”.

Violetta crescendo, sviluppò un notevole senso logico, tanto da far supporre una sua futura carriera politica. 
A sei anni,  iniziata la scuola da una settimana, un giorno chiese a suo padre:
”Papino, pensi che la maestra mi possa sgridare anche se non ho fatto niente?”
”Ma no, ci mancherebbe altro!”
”Bene: allora non faccio i compiti”.

Ben altro accadde invece alla mamma di Fabrizio, 5 anni.
Aveva invitato gente a pranzo; le sedie attorno al tavolo erano molto sottili e strette, e dato che tra gli invitati c’era anche una signora grassissima, la sventurata madre - pensando ad alta voce di fronte a suo figlio (errore imperdonabile) – disse sarcastica: ”Per la signora Rossi dovrò mettere un’altra sedia dato che per lei, di queste, ce ne vorrebbero due!”.
E così, quando arrivarono gli ospiti, Fabrizio si precipitò immediatamente dalla signora Rossi domandandole pieno di curiosità:-”Ma sei tu la signora con due culi?”.

Andrea, a 7 anni, stava attraversando un poco in ritardo la fase dei “perché”: faceva domande a raffica a tutti e su qualunque argomento, domande alle quali bisognava rispondere per forza, anche perché dimostravano un notevole interesse culturale.
Un giorno si recò con sua madre a Carrù, a trovare una signora di nome Teresa; mentre passeggiavano nei campi attorno alla casa della Teresa, Andrea, indicando degli alberi, chiese alla mamma:
”Cosa sono?”
”Pioppi”
”Di chi sono?”
”Di Teresa”
”A cosa servono?”
”A fare la carta”
”Chi ha inventato la carta?”
”Credo gli Egizi…Mah…”
“Avevano un capo gli Egizi?”
“Ma certo” 
”Come si chiamava?”
”Faraone”
E via di seguito.

Dopo due o tre giorni, la mamma di Andrea ricevette una telefonata dalla maestra di suo figlio:

-”Signora, lunedì ho fatto fare un temino in classe dal titolo Come ho trascorso la domenica. Lei ora mi dovrebbe spiegare ciò che ha scritto Andrea:
Ho trascorso la domenica passeggiando con la mia mamma in un campo di carta. La carta era di Teresa, il Faraone di Carrù”.

©Mitì Vigliero

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Motti di Vita: qual è il vostro?

di Placida Signora - 29 dicembre 2010


(immagine tratta da Wikipedia)

Un tempo li usavano in molti, incisi sugli stemmi di famiglia o su quelli delle Corporazioni lavorative; parole e piccole frasi  che rappresentavano l’ideale di pensiero e comportamento.

Erano i Motti di Vita, miniguide dell’esistenza.

Ora son passati di moda, ma molti di noi continuano ad averne uno.

Succede di solito durante l’adolescenza, quando leggiamo una frase di un libro, il verso di una poesia, di una canzone, un aforisma, un proverbio, che ci colpisce particolarmente perché pare “illuminare“ ciò che vorremmo.

E quelle parole diventano immediatamente nostre, spesso per sempre: si tramutano nel nostro Motto di Vita.

E’ quello che ripetiamo più spesso a noi e agli altri; quello che farà dire ai nostri posteri familiari: “Mio nonno (mio zio, mia madre) diceva sempre…”

Il mio motto lo trovai a 14 anni come dedica a un vecchio romanzo trovato nella biblioteca in campagna; del romanzo ricordo poco o nulla, in compenso quella frase mi è rimasta stampata in testa e nel cuore, per sempre:

Guardati da ciò che desideri perché finirai per ottenerlo.
(Ralph Waldo Emerson )

Crescendo, ne ho sperimentato la verità nel momento dei sogni, dei progetti, delle scelte.
E continuo a farlo.

Voi avete un Motto di Vita? E se non ci avete mai pensato, quale vorreste che fosse?

Come Sopravvivere alla SFN (Sindrome Fobica Natalizia): Galateo per un Natale quasi Sopportabile

di Placida Signora - 17 dicembre 2010

di Mitì Vigliero


È innegabile che, ogni anno di più, l’avvicinarsi del 25 dicembre provochi in molti di noi quella che mi piace definire in codice SFN©: Sindrome Fobica Natalizia.

Sarà forse colpa della situazione generale in cui viviamo, intrisa di un inquietante senso di precarietà e rabbia repressa, fatto sta che la SFN non si cura affatto dell’aspetto religioso e simbolico del Natale, ma si concentra con inconscia irritazione su quello meramente pratico e consumistico dei cosiddetti “festeggiamenti”.

I sintomi caratteristici si manifestano gradatamente.

Di solito tutto comincia con un’occhiata accusatoria al calendario (“Come sarebbe a dire che siamo GIA’ a dicembre?“), ed evolve al peggio quando si notano le prime luminarie appese per le strade (“Che spreco di energia elettrica!”) o si osservano i primi addobbi nei negozi (“Uffa devo pensare ai regali…”), venendo sempre più colti da un’irrefrenabile voglia di ribaltare i banconi dei grandi magazzini stracolmi di statuette di presepe nonché di fare a tirassegno con le palline colorate appese agli abeti.

Con il trascorrere dei giorni e l’avvicinarsi della data fatidica gli affetti da SFN s’incupiscono sempre più, rimuginando pensieri assai poco gentili nei riguardi del consumismo maledetto, dell’ipocrisia dei buoni sentimenti una volta all’anno, e pensando con crescente disagio alla incombente sarabanda di inviti, visite, auguri, doni, pranzi e parenti.

Per evitare crisi più acute del previsto, ecco una serie di suggerimenti per sopravvivere senza troppi traumi, e rispettando il bon ton, alle classiche Grandi Manovre natalizie:

Auguri

C’è chi dice sia inutile farli a persone che non si vedono/sentono mai durante il resto dell’anno; altri affermano invece che in fondo si tratta di una bella occasione per ricontattarle.

Fate un po’ come vi pare e in qualunque forma – telefonate, biglietti, e-mail, sms (possibilmente non in stile Catena di Sant’Antonio “Manda questo sms a 120 tuoi amici sennò passerai un Natale schifoso“), ricordando sempre che un augurio inaspettato oltre a fare indubbio piacere a chi lo riceve, può anche essere il primo passo per risolvere stupidi e piccoli dissapori o riallacciare rapporti dimenticati.

Sempre se si voglia, ovvio.

Regali

Ogni anno annunciamo al mondo: “Per il prossimo Natale, i regali comincio a comprarli a settembre; è più intelligente, si fanno le cose con più calma, si spende meno ecc“.

Infatti ogni anno, il 24 alle ore 17 ci ritroviamo a fare a pugni in negozi stracolmi di gente e vuoti di merce, alla disperata ricerca di qualcosa da acquistare, col risultato di regalare ogni anno cose assurde e sbagliate come il profumo alla suocera che sappiamo benissimo essere allergica ai profumi, l’accendino allo zio che ha smesso di fumare sei mesi prima causa infarto, la Winx alla cuginetta che ormai ha 27 anni.

Quindi, onde evitare gaffe e sprechi di soldi, meglio puntare su cose forse banali ma sempre apprezzate quali libri, “buoni” prepagati da investire in disco-videoteche, piante e sfiziosi generi alimentari sempre molto graditi, visto che nessuno ha ancora perso l’abitudine di nutrirsi.

Bambini

Una delle frasi classiche pronunciate in questo periodo è “Natale è bello festeggiarlo solo se ci sono bambini in casa“; probabilmente è vero, visto che forse sono gli unici - per ora - immuni dalla Sindrome Fobica Natalizia.

Per questo non bisogna rovinarglielo, soprattutto se sono piccini e credono ancora alle favole, ma dividere con loro l’atmosfera magica di attesa preparando insieme l’acqua zuccherata e i due biscottini che dovranno dissetare e sfamare, a seconda dei casi, l’asinello e Gesù Bambino o le renne e Babbo Natale.

Se dopo il pranzo dovranno recitare in piedi sulla sedia la classica poesia (unico momento della festa cordialmente aborrito dagli infanti), tentiamo di rendere la cerimonia il più breve possibile, evitando di fargliela ripetere più volte e cercando di non motteggiarli troppo. In fondo la poesia a memoria gliel’hanno imposta gli adulti, mentre i bambini piccoli la vera poesia natalizia ce l’hanno negli occhi.

 


Discorsi

Almeno il giorno di Natale bisognerebbe non parlare di soldi, affari, amori contrastati, amicizie e legami finiti. Bisognerebbe bandire le discussioni politiche, non affliggere più di tanto gli altri con lai dovuti a problemi personali e, onde non gettare tutti nel più cupo sconforto, schivare anche accurate descrizioni di catastrofi o malattie di vario genere.

Anche se il Natale trascorso in famiglia è spesso inevitabilmente un’occasione per ricordare con malinconia e affetto chi non c’è più, occorre però tentare di evitare che l’incontro si trasformi in una veglia funebre.

E se proprio l’umore è pessimo e la Sindrome Fobica Natalizia è al culmine, allora sarebbe meglio declinare gentilmente gli inviti festosi: in fondo questo è notoriamente un periodo di influenze, raffreddori, mal di gola…

Parenti & C.

Il detto “Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi” è uno dei principali responsabili di molti attacchi di SFN.

Esistono persone che piombano in depressione a causa della solitudine, che durante le Feste si fa sentire in modo più forte, e altre per cui l’arrivo del Natale coincide regolarmente con l’arrembaggio di parenti più o meno lontani i quali, per trascorrere le feste insieme, si installano spesso e volentieri nelle case altrui creando accampamenti stile Rom.

Ospitare torme di zii, cognati, cugini, consuoceri tutti sotto lo stesso tetto, se non si possiede un castello di 40 stanze (e 40 bagni) potrà essere magari divertente una volta, ma non deve tramutarsi in una “tassa” obbligata per nessuno.

Quindi, se proprio non se ne ha la forza, dire un gentile ma fermo “no” alle invasioni troppo numerose non è peccato.
E poi gli alberghi cosa sono stati inventati a fare?



Pranzo

In alcune zone si preferisce il cenone del 24 sera; in altre, il pranzone del 25 a mezzodì.

Comunque sia, il banchetto viene di solito organizzato da mamme e nonne che si offendono a morte se tutta la famiglia, parenti acquisiti compresi, non si riunisce a casa loro:
“Ma perché non venite da me? Ci siete sempre venuti, ci tengo tanto, ormai è una tradizione… No, al ristorante con voi non ci vengo: piuttosto me ne sto a casa da sola!”.

Si tratta di quelle stesse angeliche matriarche che, il giorno fatidico, osservando con occhio torvo il parentado seduto attorno alla tavola imbandita, non toccano cibo e si chiudono in religioso silenzio per tutta la durata del pranzo.

Infine, appena possibile e a voce altissima affinché tutti sentano, telefonano all’amica del cuore con la scusa di farle gli auguri:
“Sono stravolta (sospiro), ho fatto i ravioli in casa per sedici persone (sospirone). Sì lo so che potevo comprarli fatti e mi sarei stancata meno, ma cosa vuoi (super sospiro)… E già che li ho tutti qui anche quest’anno (supersupersospiro)… Lo danno ormai per scontato di venire a festeggiare a casa mia… (sospiroextralarge)… Ma non si rendono conto che gli anni passano anche per me e che magari, per una volta, un bel ristorante… (rantolo finale)”.

Morale, un buon ristorante prenotato almeno una ventina di giorni prima risolverà al meglio il problema, e chi non vuole venire, peggio per Lei.

Altrimenti, se la tribù familiare è composta da troppi numerosi clan, meglio mangiare ciascuno a casa propria e poi ritrovarsi insieme al pomeriggio per lo scambio dei regali, panettone, tombola e affini.


Risse

Spesso inevitabili nonché ultimo stadio della Sindrome Fobico Natalizia.

Si arriva alla data fatidica talmente stressati e nervosi che ci si sveglia già di mattina col berrettino inverso, odiando cordialmente famiglia, amici, telefono, in preda al desiderio di saltare a piè pari sui pacchetti dono o dar fuoco all’albero.

L’apertura ufficiale delle offensive solitamente avviene a fine pranzo, soprattutto se ci si trova insieme a quelle miriadi di parenti che durante il resto dell’anno non si vedono mai; ottima occasione per parlare di interessi, divisioni ereditarie, invidie, resuscitare infantili gelosie, rancori atavici o semplicemente rinvangare beghe di varia natura.

In mancanza di parenti lontani, si litiga coi figli che scalpitano perché vogliono uscire con amici o fidanzati, coi genitori che pretendono la famiglia – anche quella allargata - ”unita” almeno quel giorno, col coniuge (uno qualunque) che “ha i musi” e rovina la festa agli altri, col gatto che ha deciso di mettersi a dormire sdraiato al centro del Presepe.

Per questo Agatha Christie scriveva: “Natale è il giorno ideale per un omicidio“.

In realtà le risse natalizie sono fuochi di paglia che fanno ormai parte della tradizione.

Il 27 dicembre saranno già state dimenticate, almeno sino al prossimo Natale.

© Mitì Vigliero

Altri suggerimenti?

Fisionomia, questa sconosciuta

di Placida Signora - 20 novembre 2010

A Monica, amica ritrovata e “riconosciuta” ;-*


Ho sempre ammirato quegli individui che vedono una persona per la prima volta e possibilmente per non più di 3 minuti, che però sono in grado dopo 7 mesi di descriverla accuratamente a Chi l’ha visto.

Io mi dimentico le facce, sempre.
Oppure ricordo le facce, ma non riesco ad avvitarle sul giusto collo.

E i nomi? O insisto a chiamare “Fabrizio” uno che si chiama “Maurizio” (colpa mia se ha la facca da Maurizio?), oppure proprio niente, nulla, il vuoto, tabula rasa. E non posso sempre chiamare tutti con un generico tesoro

Spesso mi succede di venir salutata per strada da sigori o signore di cui non ricordo affatto nè il nome né il viso: eppure loro mi conoscono benissimo, pare.

E ogni volta si creano imbarazzanti dialoghi farfugliati e vacui:

“Cara Mitì come va?”
“Bene! e lei?”
“Mi dai del lei, ora?”
“Scherzavo…Tutto bene?”
“Bene. E tu?”
“Io sto bene”

E poi?
Chi ha il coraggio di porre domande dirette?

L’ho sempre detto, io, che preferirei tanto vivere in quei piccoli, minuscoli paesi dove tutti si conoscono e, soprattutto, si chiamano tutti nello stesso modo, possibilmente con un diminutivo…
Un mio amico, Dario Giannozzi, descrivendo una volta gli abitanti di un paesino della Valdossola, disse:
“Lo spazzacamino comunale si chiama Merio; questo Merio non ha a confondersi col farmacista, che si chiama Merio. Neppure si deve confondere col dottore, col parroco, col sindaco, col messo comunale e col postino che si chiamano rispettivamente Merio, Merio, Merio, Merio e Merio.”

Ma per riconoscere una persona, non è sempre sufficiente ricordarsene il nome o il viso; il proverbio l’abito non fa il monaco è falso, perché l’abbigliamento ha spesso una grandissima importanza.

Infatti mi è capitato un inverno, all’uscita da un cinema, di incontrare un giovane avvocato che da anni viene al mare nella mia stessa spiaggia.

Egli, che teneva per mano una bella fanciulla bionda, mi salutò molto gentilmente.

Io rimasi un attimo interdetta perché, abituata com’ero a vederlo sempre e soltanto in costume da bagno, non l’avevo riconosciuto col cappotto.

Una volta capito chi era, gli dissi festante:
“O carissimo, scusami, non ti avevo riconosciuto. Sai, sono abituata a vederti sempre nudo!”

Evito di descrivere l’occhiata che mi lanciò la fanciulla bionda…

©Mitì Vigliero


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Un Concerto per l’Autunno

di Placida Signora - 23 settembre 2010



(Giuseppe Arcimboldi, Autunno)

L’estate è finita
 
Sono più miti le mattine
e più scure diventano le noci
e le bacche hanno un viso più rotondo.
La rosa non è più nella città.
L’acero indossa una sciarpa più gaia.
La campagna una gonna scarlatta,
Ed anch’io, per non essere antiquata,
mi metterò un gioiello.

(Emily Dickinson)

Oggi è il primo giorno d’Autunno.

In suo onore un quadro, una poesia…Manca la musica.

Quali canzoni conoscete che parlino d’Autunno?

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