©

L’importanza dell’Ombrisallo – Antiche Cure Neonatali (e “Ombelico” in tutti i dialetti)

di Placida Signora - 20 luglio 2011

Sin quasi alla metà del Novecento, avere un maschio in certe zone dell’Italia contadina era considerata una benedizione i cui motivi oggi farebbero diventare femminista pure una gheisha; non solo braccia in più per il lavoro, ma anche un aumento di forza e cultura dentro casa.
Questo perché il maschio avrebbe certamente seguito almeno gli studi elementari, mentre la femmina era destinata alla casalinghitudine.

Perciò, mentre il bimbo metteva il capìno fuori e ancora non si sapeva il suo sesso, in Sicilia tutte le donne presenti al parto recitavano giulive:

“S’è masculiddu lu chiamamu Cola
ca quannu crisci lu mannamu a scola
S’è fimminedda la chiamamu Rosa
ca quannu è granni ‘nni scupa la casa”


Ma, maschio o femmina che fosse, doveva innanzitutto tentare di sopravvivere alle numerose cure della medicina popolare a cui veniva immediatamente sottoposto.

Appena sortito dal ventre materno, gli controllavano l’attaccatura dei capelli sulla nuca perché “chi ha il codino aspetta un fratellino”; grande giubilo se nasceva “con la camicia” (sacco amniotico): da grande avrebbe certamente avuto virtù taumaturgiche (Emilia Romagna, Liguria, Piemonte).

Badavano a non baciarlo sul collo, perché avrebbe perso il sonno e infine gli tagliavano il cordone ombelicale facendo attenzione, se maschio, di lasciargliene un pezzo lungo almeno 4 dita perché da quello sarebbe dipesa la dimensione del suo attributo da adulto (Campania, Venezia Giulia).

Il cordone rimasto veniva cosparso di miele, olio e sale, impacchettato in una tela e infine legato stretto sull’ombelico (Salerno).

Appena nato, il pargolo veniva sottoposto al primo bagnetto, anche questo rituale: nell’acqua venivano messe, a seconda delle regioni, monete, gocce di candela benedetta antimalocchio, sale, rosso d’uovo, olio di rosa, miele: come disinfettante vino o pipì di altro bambino al di sotto dei 3 anni.

Alle bimbe veniva cosparsa di zucchero la vulva, per renderle future femmine appetibili (Veneto, Piemonte, Sicilia); ai maschi si sfregava sulla lingua dell’aglio (Val d’Aosta, Savoia, Francia) per renderli virili.

E poi si procedeva alla tortura delle fasce, strettissime attorno al corpo, capo compreso a mo’ di mummietta, nell’intenzione di rendere perfettamente ritte braccia, gambe e schiena e anche perché vigeva il terrore che “prendesse freddo “; infatti durante l’età neonatale veniva lavato pochissimo, spesso solo sfregato con saliva materna (Abruzzo, Molise, Marche).

In più la fasciatura a baco da seta era utile alle mamme, che lo trasportavano ovunque come un pacchetto, arrivando ad appenderlo a un chiodo quando lavoravano fuori di casa, ad esempio nelle stalle o nei campi.
Solo a 6 mesi venivano liberate le braccia, a un anno le gambe.

Quando si staccava l’ultimo pezzo di cordone, sull’ombelico veniva posta una moneta (Basilicata, Bergamasco) o una rondella di piombo (Lazio), per tener piatta la cicatrice.

Il cordone di solito veniva bruciato mentre in Umbria lo mettevano in un posto che simboleggiasse la professione futura desiderata per il bimbo.
Padre Mariangelo da Cerqueto (1915-2002), il notissimo Frate Indovino, era solito raccontare: “Mia madre pose il mio pezzetto tra i suoi pochi libri; finii tra la Filotea, il libro di preghiere, e il Lunario di Barbanera”.
E’ innegabile che nel suo caso abbia funzionato.

©Mitì Vigliero

Corollario

Come si dice Ombelico nei vari dialetti

**

Ombrisallo – Genova

Briguel, Belliguel - Bologna

Amburì – Piemonte

Bugnigul, Umbričon – Friuli

Bunìgolo, Bòcolo - Veneto

Vellìcolo – Napoli

Schèo (soldo)- Alto Trevigiano

Bumbulif - Lugano

Bamborin - Milano

Muglichere- Mugliculu- Ciociaria Lazio

Biddiu - Sardo Campidanese

Boton della ghidazza (bottone della madrina, perché era lei l’addetta al taglio ) – Trentino Occidentale

Bigul – Ferrara

Buton dela pansa – Bergamasco

Bìgol - Crema

 Morìco – Marche (AP)

Bellìco - Toscano

Vijicu – Vibonese

Viddicu – Palermitano

Credenze popolari: “Prega, che ti passa”, ossia i Santi Guaritori

di Placida Signora - 24 febbraio 2011

In tempi storici lontani, ma neanche troppo, in cui la fede nella Religione superava quella nella Medicina, si sviluppò il culto dei Santi Taumaturghi, dotati ciascuno di precise specializzazioni, ai quali rivolgersi chiedendo aiuto in caso di malattia.

Di solito la loro competenza in una determinata patologia nasceva, secondo un omeopatico ragionamento popolare, dal tipo di martirio al quale erano stati sottoposti.

Così San Bartolomeo, scorticato vivo, venne e viene invocato per ogni problema dermatologicoSant’Agata, alla quale vennero strappate le mammelle, in caso di mastiti e tumori al seno; Sant’Erasmo, al quale vennero asportati gli intestini, aiuta nei dolori addominaliSan Sebastiano, ucciso a colpi di freccia, nelle ferite.

Problemi oculistici? Ci pensa Santa Lucia, che la leggenda vuole martirizzata con l’enucleazione dei bulbi oculari.

San Lorenzo invece si occupa di ustioni dolori lombari, visto che venne graticolato sdraiato sulla schiena.

San’Antonio Abate libera dall’Herpes Zoster (Fuoco di Sant’Antonio) perché in vita ne soffrì ed imparò a curarlo fondando dei veri ospedali, mentre San Rocco, morto nel 1327 assistendo gli appestati, guarisce non solo le pestilenze ma ogni malattia che produca piaghe.

Nella chiesa a lui dedicata che si trova a Villa Santo Stefano in Ciociaria, una sua reliquia è racchiusa in una piccola statuina che lo raffigura, detta “San Rucchittu”.

Quando un malato grave non può recarsi in chiesa per chieder direttamente la grazia, la statuina viene portata a casa sua, come ultimo disperato tentativo di guarigione. Da qui il detto popolare “Ci hau purtatu Sa’ Roccu”, usato per definire lugubremente un malato allo stadio terminale.

Vi sono poi quelli eletti specialisti di determinati morbi grazie alla prima grazia che concessero quand’eran già Santi, o a episodi miracolosi che valsero loro il titolo.
Sant’Angelo ad esempio cura il latte materno; a Morolo (Frosinone) esiste una grotta a lui dedicata, un tempo meta di puerpere con poco latte: per farlo aumentare grattavano dalle pareti un po’ di calcinacci e li inghiottivano dentro un’ostia (sic).

San Pietro Eremita invece è specializzato in ortodonzia; sino alla metà del ‘900, quando un abitante di Trevi (di cui il Santo è patrono) aveva mal di denti, si recava sulla sua tomba, intingeva un dito nell’olio della lampada votiva lì sempre accesa e con quello si toccava il dente dolorante.

Per il mal di gola rivolgersi invece a San Biagio, mentre per la raucedine si raccomanda San Bernardino da Siena, gran predicatore dal pulpito, in tempi in cui non esistevano i microfoni.

Per l’otite c’è San Calimero; per polmoniti e bronchiti San Mauro, mentre per le numerose malattie infantili gli specialisti son ben tre: San Romano Abate, San Filippo e Santa Felicita.

Contro la pazzia c’è San Francesco di Sales, contro gli avvelenamenti San Benedetto, contro gli annegamenti San Placido.
Sant’Acario di Noyon protegge dalla follia, dall’isteria, dai mariti violentemente gelosi e dai padri maneschi (in generale è il patrono dei “caratteri difficili”, sic).

E infine San Pasquale Baylonche leggenda vuole sia stato l’inventore del rinvigorente zabaglione – viene mobilitato per risolvere la sterilità e l’impotenza maschile; non per nulla a Napoli, su un muro della chiesa a lui dedicata a Chiaia, c’è una lapide che recita: “Edificata da Carlo Re III in rendimento di grazie per aver ottenuto prole maschile“.

@Mitì Vigliero

Abboffate Carnascialesche: Cibi Italiani Tipici del Carnevale.

di Placida Signora - 5 febbraio 2011


(Le Chiacchiere di Pescanoce)

“Carnevale”, come abbiamo visto, deriva il suo nome da “carnem levare”, togliere la carne, preannuncio dei successivi 40 giorni di Quaresima in cui un tempo il digiuno e il mangiar esclusivamente di magro era regola ferrea e rispettata.

Per questo motivo in tutta Italia il popolo faceva, a mo’ di cammello con l’acqua, il pieno di proteine, calorie e grassi contenuti in quelli che sono i cibi tipici e rituali di questo periodo, molti ormai quasi dimenticati.

Uno degli ingredienti basilari era il maiale, grande ricchezza familiare, scannato poco prima e immediatamente tramutato in prosciutti, salami eccetera.

La festa dava allora l’occasione di consumarne in fretta  le parti che si sarebbero deteriorate durante la quarantena di magro; perciò in Basilicata, ad esempio, cibi tipici del periodo erano il fegato cotto alla brace, la minestra di ossa, il “sartasc’niedd” (soffritto di varie interiora), la “rafanata” (uova, formaggio, rafano e salsicce) e, come dolci, “u sanguinacc” (il cui ingrediente base è il sangue di maiale arricchito da mandorle, pinoli, cioccolato, uvetta, noci, fichi secchi,cannella, zucchero) e “la f’cazz cu l’frètt’l”, una sorta di torta fatta di pasta lievitata, ciccioli (frètt’l in dialetto, ), zucchero a velo e cotta al forno.

In Lucania, non mancavano mai “li maccarone a ferrètte o ca la giònca” (paste fatte in casa, spaghettini bucati da un ferretto e lunghi un palmo i primi, fusilli i  secondi) conditi con un “rraù”(ragù) con tutte le interiora “de lupòrc”.

In Veneto ingredienti obbligatori del Carnevale sono da sempre “maiale, vin bon e fritole”, oltre bigoli gnocchi; a Brescia lombate, sanguiinacci e ciccioli; in Sardegna lardo e fave; in Liguria “costiggeue (braciole) de porco” e in Puglia i “panzerotti” fritti, ripieni di carne macinata di maiale.

Dal giovedì al martedì – settimana non per nulla detta “grassa” – si friggeva furiosamente in tutto lo Stivale, e più che nell’olio nello strutto che andava fatto fuori in fretta perché durante la lunghissima quaresima, non essendoci frigoriferi, sarebbe sicuramente irrancidito.

Fritti carnascialeschi per eccellenza sono quei dolci comuni in tutta Italia, che hanno praticamente uguali la ricetta e gli ingredienti (farina, uova, zucchero) ma variano nei nomi chiamandosi  chiacchiere (Sicilia, Piemonte, Lombardia, Campania); bugie (Liguria), lattughe (bresciano), ciarline (Emilia), ‘ncartellate (Calabria), fiocchetti (Romagna), cenci (Toscana), frappe (Lazio), galani (Veneto), sfrappole (Bologna), frijoli (Sassari), fatti-fritti (Oristano), crostoli (Friuli Venezia Giulia).

Altri dolci più morbidi e spesso ricchi di vari ingredienti come crema, pinoli, uvetta, ma sempre rigorosamente fritti sono i “tortei” lombardi, le frittole della Venezia Giulia, le castagnole romane e umbre, nonché la cicerchiata (Marche, Abruzzo, Lazio, Umbria), che coi ceci non c’entra nulla se non per la forma a palline gialle.

Poi arrivava il Mercoledì delle Ceneri: tutto questo bendiddio scompariva ed il fegato, sentitamente, ringraziava.

©Mitì Vigliero

Ne conoscete altri?

(QUI i commenti su FriendFeed)

La Notte Magica: Antiche Credenze Natalizie

di Placida Signora - 2 dicembre 2010

ll Natale è un periodo ricchissimo di tradizioni, superstizioni e usanze varie, legate ad ogni momento dei festeggiamenti.

Ad esempio, gastronomicamente parlando, forse non tutti sanno che l’uso di mangiare il tacchino risale al XVI secolo quando gli Spagnoli lo importarono in Europa dal Messico: il primo che lo assaggiò fu Carlo IX, e gli venne presentato a tavola in modo solenne, tra squilli di trombe, salve di cannone e rulli di tamburi.
Ma fu la golosissima Caterina de’ Medici a imporre il pennuto come menù natalizio, possibilmente farcito di castagne e accompagnato da salse alla frutta.

Il costume di servire a tavola salmone, capitone, pesci vari e cappon magro deriva invece dall’antica regola della Chiesa che la notte del 24dicembre, prima della Messa, imponeva ai fedeli una cena “di magro”.

In Romagna, soprattutto a Rimini, per antica tradizione natalizia a tavola dovrà essere stesa una tovaglia a ruggine; di lino o canapone, stampate coi i caratteristici disegni a “galletto” o a “uva” da un macchinario antichissimo chiamato “mangano”. Il color ruggine nasce dalla vera ruggine ottenuta facendo macerare del ferro in acqua.

(Immagine © qui)

Infine in tutta Italia il 25 viene considerato il giorno del Pane, inteso come corpo di Cristo incarnatosi la notte di Natale a Betlemme (bet lehem, casa del pane): per questo è ovunque tradizione mangiare dolci fatti di farina come il pangiallo a Roma, il pandolce a Genova, il panpepato a Ferrara e in Umbria, il panforte a Siena, il pandoro a Verona, il panvisco a Bari, il pane certosino a Bologna e, ovviamente, il panettone a Milano.
Di questi pani è buon uso matterne da parte un pezzetto, per mangiarlo il giorno di San Biagio (3 febbraio), onde preservarsi tutto l’anno dal mal di gola.

Inoltre la notte di Natale è da sempre definita “magica” anche a causa dei vari riti che vi si compiono, unendo sacro e profano.

Nelle campagne del Veneto, dell’Istria dell’Alto Adige i contadini, per sapere come sarà il prossimo raccolto, mettono in una padella arroventata 12 grani di frumento, uno per ciascun mese delll’anno; quelli che si apriranno al calore indicheranno abbondanza, mentre quelli che si carbonizzeranno annunceranno carestia.

Le notti natalizie nelle campagne di MoliseAbruzzo sono rischiarate da innumerevoli lumini posti sui davanzali per cancellare le tenebre e rendere più agevole la strada ai pastori diretti al Presepe: se la mattina i lumini si mostreranno poco consumati, sarà buon auspicio.

Il Natale coinvolge tutta la natura; in Svezia, Scandinavia e Norvegia si crede che il giorno di Natale tutti i boschi si riempiano di folletti; perciò le persone pongono grandi recipienti colmi di birra ai piedi degli alberi affinché le magiche creature bevano a volontà e, riconoscenti, si prendano cura delle piante.
Anche in Germania bimbi dedicano canti e abbracci agli alberi di boschi e giardini affinché diano più frutta e vivano a lungo e sani.

In Friuli e in Umbria si pensa che a mezzanotte esatta le corna degli animali si illuminino sulla punta, e che tutti gli asini si inginocchino per salutare il Bambinello.

Infine si crede che chi nasce la notte di Natale abbia il potere di tener lontane le disgrazie dalla sua famiglia e da quella dei suoi amici; questo quasi ovunque, tranne che in Lunigiana, dove affermano invece che sarà destinato a diventare un Lupo Mannaro, punito per l’arroganza di esser nato in una notte destinata esclusivamente ad un Altro.

In Piemonte si dice che i fiori seminati il giorno di Natale avranno degli splendidi colori; a Napoli che l’aceto usato per condire l’”insalata di rinforzo” della Vigilia, versato sui garofani li renderà pieni di screziature; in Liguria che le foglie di alloro raccolte il 25 non seccheranno per mesi…

E, visto che Natale era anticamente uno dei rari momenti di abbondanza alimentare, è logico che siano molte anche le superstizioni riguardanti la tavola.

Ad esempio, in Puglia, cibo rituale natalizio sono le “pettole”, pallottole di pasta lievitata fritta nell’olio.

Per preparlarle però vi sono riti precisi da seguire: vanno impastate solo dalla mezzanotte all’alba della Vigilia, sennò saran disgrazie.
Mentre frigge, la cuoca non deve né bere né mangiare, sennò assorbiranno troppo olio.
Dall’ultima pettola, prima d’esser buttata in padella, bisognerà togliere un pezzetto e buttarlo nel camino recitando una preghiera. E guai a lodare la frittura che si sta facendo: riuscirà di certo male.

In Emilia Romagna invece si credeva che tutti gli avanzi della cena della vigilia avessero effetti medicamentosiburro e olio per curare tagli e bruciaturecera delle candele contro le contusionivino per cicatrizzare le piaghe sulla schiena di animali e umani e, versato nella vigna, un’ottima vendemmia l’anno dopo; le briciole di pane date ai pulcini per farli crescere vigorosi e mai preda di volpi e rapaci.

InIstria, per proteggere il bestiame da ogni malanno, gli si dava da mangiare un poco del cibo del Cenone; e in tutta l’Italia rurale quella era l’unica volta che anche gli animali domestici quali gatti e cani potevano circolare tranquillamente attorno alla tavola ove si cenava, coccolati e viziati con bocconcini lanciati dai commensali.

Questo perché si credeva che alla Mezzanotte esatta gli animali acquistassero la favella, e potessero raccontare a tutti i comportamenti dei loro padroni, anche quelli meno edificanti…Quindi era meglio tenerseli buoni.

La Notte Santa era anche l’unica notte in cui era possibile tramandare “esercizi segreti”; così in tutto il Meridione, VenetoLiguria, le nonne insegnavano alla nipote prediletta i riti per levare il malocchio, mentre in Campania, Sicilia Piemonte i nonni “guaritori” passavano ai discendenti  maschi l’arte per curare ossa e distorsioni.

E  ovviamente, non potevano mancare le credenze legate all’amore.

 

Nelle Marche, la sera del 24 dicembre le ragazze da marito mettevano sotto il cuscino del letto tre fave (simbolo di fecondità): la prima completamente senza buccia, la seconda sbucciata a metà e la terza intatta. Al risveglio, infilando la mano sotto il guanciale ne sceglievano una a caso: quella senza buccia indicava un futuro marito povero, le altre medio-ricco o decisamente Paperone.

Nel Lazio, le fanciulle indecise fra vari corteggiatori prendevano delle cipolle e scrivevano su ciascuna il nome dei papabili; poi le riponevano in un luogo buio e fresco. La prima cipolla che avesse germogliato, sarebbe stata quella col nome ”dell’uomo del destino”.

A loro volta, nella Sardegna logudorese, le nubili facevano sistemare su un tavolo dalle altre donne di famiglia cinque scodelle contenenti rispettivamente cenere, acqua, chiavi, trucioli: una doveva restare vuota.
Bendate, sceglievano una di queste mettendoci una mano: se trovavano acqua, avrebbero sposato un agricoltore, cenere un fornaio, trucioli un falegname, chiavi un ricco possidente, vuoto…un poveretto.

Nelle Murge bastava che la ragazza la mezzanotte esatta del 24 si guardasse allo specchio con i capelli sciolti per vedere, al posto della sua immagine, quella del futuro marito.

Infine nella zona della Cisa si credeva che scambiarsi gli anelli di fidanzamento il 25 dicembre fosse particolarmente propizio a una lunga e felice unione. Probabilmente un tempo Natale era  l’occasione di presentare ufficialmente le due famiglie, che spesso abitavano in luoghi magari vicini ma non facilmente raggiungibili in inverno per via delle neve e delle strade difficoltose. E per festeggiare, si riunivano tutti a casa della futura sposa, formando per la prima volta un’unica famiglia.

© Mitì Vigliero

La Salma Paziente di Caterina, “la Santa” di Bologna

di Placida Signora - 9 novembre 2010

Dedicata a Mr. Potts

Sono molti i casi di “conservazione prodigiosa” riguardanti i corpi dei Santi.

Ad esempio, nel 1263 venne riesumata la salma di Sant’Antonio da Padova (1191-1231): il suo apparato vocale (lingua e annessi) venne trovato perfettamente integro ed essendo stato in vita il Santo un instancabile predicatore della religione cristiana, la cosa venne giudicata miracolosa tanto che le sante parti vennero asportate e riposte in preziosi reliquiari conservati nel Tesoro della basilica.

Genova invece, nella chiesa della Santissima Annunziata di piazza della Zecca è conservato il corpo di Santa Caterina Fieschi Adorno (1447- 1510); quand’era viva la nobile signora era stigmatizzata, possedendo sul costato la stessa ferita provocata dalla lancia del soldato sul petto di Gesù, e da questa ferita “entrava e usciva sibilando l’aria”.

Quando nel 1737 venne proclamata Santa, il suo corpo venne esumato e trovato completamente integro (ferita compresa) e da allora asposto al pubblico come, dal 1850, quello perfetto di Santa Chiara ad Assisi.

Ma un caso decisamente particolare è quello di Santa Caterina de’ Vigri (1413 – 1463),  nota a Bologna semplicemente come “la Santa“.

Caterina, educata alla corte Estense di Ferrara, ebbe una formazione prettamente rinascimentale; sapeva leggere e scrivere benissimo, dipingeva, suonava vari strumenti.

A diciotto anni divenne suora di clausura e nel 1456, già in odor di santità, amatissima Madre Badessa del nuovo convento delle Clarisse in via Tagliapietre a Bologna dove morì il 9 marzo del 1463.

Le consorelle la seppellirono nell’orto del convento, avvolta in un semplice lenzuolo.

Però, come narrano i registri dell’epoca, non riuscivano a stare lontane dalla sua sepoltura, terribilmente  attirate da un dolce profumo e da avvenimenti miracolosi: guarigioni ottenute tramite semplici preghiere e una sorta di “misterioso splendore che si diffondeva dalla tomba” .

Ma le suorine erano anche pentite di averla sepolta senza una cassa che ne preservasse le “delicate membra” e così, dopo 18 giorni dalla sua morte, chiesero il permesso al loro confessore di poterla riesumare e riseppellire con tutti i crismi.

Il 21 marzo iniziarono i lavori di sterro, ma scoppiò un violentissimo temporale che durò sino all’una di notte, quando le monache si riprecipitarono nell’orto “incuranti del buio e del fango e delle molte pozze stagnanti” e freneticamente, con badili e mani nude, si rimisero a scavare per tirar fuori la Badessa prima che venisse inghiottita dal fango.

Con stupore si accorsero che il corpo era sempre profumatomorbido nelle giuntureincorrotto nella carne, a parte la faccia massacrata dagli zelanti badili.

La misero nella cassa pensando di riseppellirla il giorno dopo; ma la mattina il viso era miracolosamente tornato “bianco bello e pastoso come vivo”.

La notizia si diffuse in città e così le monachine decisero di esporre la salma nella loro chiesa del Corpus Domini (da allora detta Chiesa della Santa).
Vollero metterla a sedere su un seggio dorato, ma si irrigidì.
La nuova Badessa allora le ordinò di sedersi, e la salma obbedì.
Vi fu solo una suora che dubitava della sua morte, e così le morse selvaggiamente un dito: il dito sanguinò e la malfidata fu allontanata con ignominia.

Da allora, scampata alle amorevoli attenzioni delle consorelle e ai bombardamenti del ‘43, Caterina sta seduta sul trono dorato in una cappella della chiesa in via Tagliapietre 21; le suore la lavano e lecambiano abito a seconda delle stagioni e delle ricorrenze e lei “le aiuta“, muovendo dolcilmente braccia, busto, testa e gambe.

Dicono profumi ancora.

© Mitì Vigliero

QUI i commenti su FriendFeed

« Post precedenti   Post successivi »






PlacidaSignora.com
PageRank


   Placida Klip

              Per aggiungere la Placida Klip al vostro KlipFolio


   Placide visite

   Placidi visitatori nel mondo


   Placido Eclectic

          [Eclectic Site Award]