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Per la Serie “Tipi e Tipetti”: Ludovico lo Sportivo.

di Placida Signora - 10 novembre 2010

Il mio amico Ludovico è un patito degli sport.

Ogni anno, da anni, si dedica ad una disciplina diversa, dilapidando ogni volta un capitale in attrezzi, abbigliamento, corsi e iscrizioni ad associazioni sportive.

Ci fu il periodo del golf, durante il quale Ludovico non parlava d’altro che di teeing-ground, di putting-green, di formula-Medale (“Càppero c’entra un dentrificio?” si domandò la prima volta) e ogni mattina, mentre si faceva la barba, canticchiava come una filastrocca i nomi dei bastoni: “Driver bassie spoon baffy trallallèrò, driving-iron mid-iron mid-mashie trallallà“.

Si alzava all’alba, raggiungendo il campo più vicino e trascinandosi dietro quella martire di sua moglie, Teresa, perché gli facesse da caddy.
Attraversavano i sei chilometri di percorso sfidando tutte le condizioni atmosferiche, sguazzanti nel fango o martellati dal sole. Teresa, annoiatissima, ingannava il tempo contando i piccoli incavi sulla superficie delle palle: 245, circa.
Se gli altri giocatori, per regola, conservavano nella sacca 14 mazze, Ludovico il previdente ne voleva 28 e faceva impazzire Teresa richiedendole all’improvviso cose tipo “Il club-niblik!”, che la sventurata all’inizio credeva fosse una sessione distaccata delle Giovani Marmotte.

Dopo trecentosessantaquattro giorni trascorsi sul verde prato e dopo aver colpito Teresa con una palla scagliata a centottanta chilometri all’ora, mentre stavano per questo trascorrendo la notte di San Silvestro in una corsia di ospedale, Ludovico disse a sua moglie:

“Hai ragione. Il golf non è poi così divertente. Mi darò al tiro con l’arco

Comprò un set completo di archi, frecce e faretre; lottò come un disperato con archi lunghi metri 2,60, dai quali si scagliava al posto della freccia, quando non si trovava la corda di budello avvolta attorno al collo.
Teresa, paziente e memore della palla da golf, gli stava alle spalle come un angelo custode, sino a quando un giorno venne trafitta alla caviglia da una freccia che Ludovico era riuscito, non si sa come, a lanciare all’indietro.
Mentre l’accompagnava al Pronto Soccorso, il novello Robin Hood le annunciò:

“L’arco è noioso e poi tu sei negata, riesci sempre a farti male. Da domani ci dedicheremo allo sci di fondo

Dopo aver acquistato sci, racchette, scarpette, guanti e tute, Ludovico e Teresa iniziarono ad arrancare per chilometri di piste di 1200 metri di dislivello, a 45° sotto lo zero sino a quando un pomeriggio, a Limone Piemonte, Teresa si mise a dialogare con le renne di Babbo Natale, invitandole per il tè.

“Va bene, ho capito” disse Ludovico “Basta con il fondo: faremo dello sci kioring.”

Lo sci kioring consiste nel farsi trainare sulla neve con gli sci da un cavallo montato da un cavaliere e lanciato al galoppo.
Teresa approvò l’idea, ma a una condizione:
“Però sul cavallo ci vado io”.
Difatti saltava sul destriero e lo lanciava a pazza velocità, incurante degli ululati belluiti emessi dal marito che sciava sulla pancia, sul sedere, sul naso, sulla schiena, sulla fronte, insomma ovunque tranne che in piedi sugli sci.

“Lo sci kioring non è un granché” sbottò Ludovico “Però ho imparato ad amare i cavalli. per questo ho deciso di darmi all’equitazione

Acquistò una giacca inglese, un cap, degli stivali, una sella da concorso, redini, martingala, pettorali, testiera, staffali, para glomi, fasce protettive e stinchiere. Tentò immediatamente di indossare queste ultime appena arrivato al circolo ippico, mettendo in grave imbarazzo Teresa che gli spiegò pazientemente che erano da mettere al cavallo e non al cavaliere.

Il cavallo lo comprò su un sito chiamato www.nomadinfuga.hu.

Era un destriero di anni 22 e si chiamava Sofà, nome particolarmente adatto ad un equino che preferiva trascorrere i suoi giorni stando seduto come un barboncino.
Tentò di insegnarli, e di imparare, il passo normale, il passo ambio, il trotto lungo e corto, i vari tipi di caloppo. Durante un’ora di lezione Ludovico cadeva in media sei volte; ma finiva a terra in maniera non traumatica perché Sofà, ogni dieci minuti esatti, si sentiva stanco e si sedeva, facendo scivolare dolcemente all’indietro il suo cavaliere.

Trascorsi sette mesi, il direttore della scuola di equitazione offrì a Ludovico un lauto stipendio affinché diventasse il G.O. ufficiale dei soci del circolo, che si divertivano come pazzi ad assistere alle sue lezioni.
Ma Ludovico rifiutò dicendo:

“L’ippica, in fondo, è uno sport troppo sedentario. Ultimamente ho passato notti insonni a seguire l’America’s Cup: ora so che la mia strada è la vela.”

Dopo aver saccheggiato un intero negozio della Marina Yachting, si iscrisse con Teresa ad una scuola velica.

Tra fiocchi, bompresso, trinchetto, stralli, rande, controrande e boma, trascorsero mesi allucinanti e litigiosi perché Teresa si scandalizzava molto quando le ordinavano gridando di cazzare la vela, e si ostinava a chiamare valzerone il tangone replicando seccata a chi la riprendeva: “Bé? Sempre grosso ballo è”.
La passione velica svanì alla prima bomata che, colpendo Ludovico in piena fronte, lo scaraventò in mare un 14 di gennaio.

Scampato alla broncopolmonite, Ludovico proclamò:
“Meglio il tennis“.

Si fornì di braghette e magliette rigorosamente firmate; e poi racchette, palle, fascette antisudore, polsiere…Ma questa volta non volle portarsi dietro Teresa, perché molti anni prima era stata campionessa juniores.
Preferiva quindi allenarsi con la macchina lanciapalle, che regolava alla velocità minima.
Ma un giorno un fulmine colpì la centrale elettrica del tennis club e la macchina impazzì. Impiegarono tre ore a ritrovare Ludovico seppellito da una montagna di Dunlop gialle fosforescenti.

Dopo il tennis vi fu la mania per lo squash, la pelota, il ping-pong. Un breve amore per il trekking, una cotta per il deltaplano, un colpo di fulmine per la savate. Qualche lieve sbandata per snorkeling, canyoinig e running. Un passeggero interesse per il tiro a segno, il baseball e l’aikido.

Un giorno venni a sapere che si era dato alle corse automobilistiche e, questa volta seriamente preoccupata, decisi di parlargli. 
Lo trovai spaparanzato sul divano in salotto, mentre sfidava Teresa alla F1 2010.

©Mitì Vigliero

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Per la Serie “Tipi e Tipetti”: il Malizioso

di Placida Signora - 11 agosto 2010

PierArturo è un Tipo Malizioso; trascorrere anche solo un paio d’ore in sua compagnia è un’esperienza spossante che potrebbe mettere a dura prova il vostro sistema nervoso, ma in compenso divertire pazzamente uno psicologo freudiano.

Questo perché  vede doppi sensi licenziosi dappertutto: in qualunque parola, in qualsiasi gesto, in ogni oggetto.

Frasi banalissime quali che buona l’insalata coi finocchi, io preferisco i cetrioli, dammi una banana, a me il salame piace stagionato, guarda che bell’uccellino, non riesco a farlo venire, non vuole uscire, entra per favore, te la dò subito, agitalo bene ecc, scatenano in lui scoppi di risa convulse e imbarazzanti soprattutto per chi, come me, riguardo alla comprensione dei “doppi sensi” è particolarmente tardo.

Difatti ogni volta il Malizioso mi guarda come se fossi scema e mi dice ridacchiando con faccia da schiaffi: “Ma lo sai cosa hai detto?”.

Un giorno ha sghignazzato per mezz’ora alla frase: “Devo comprare un uovo di Pasqua”.
Non ho mai capito il perché delle sue risate, né lui me l’ha mai spiegato.

Certo è che a stare un po’ di tempo con PierArturo si rimane contagiati e si scoprono doppi sensi ovunque: nei pali della luce, nei semafori, nei frullatori, nei banchetti del mercato, nelle tastiere dei computer e nei tombini.

Però, se qualcuno gli racconta una barzelletta inequivocabilmente sconcia, PierArturo diventa improvvisamente serissimo e con offeso tono di accusa dice: “Non l’ho mica capita…”.

© Mitì Vigliero

Della stessa serie:
La Strafiga

L’Acuto 

Per la Serie “Tipi e Tipetti”: L’Acuto

di Placida Signora - 6 agosto 2010

Il cosiddetto Tipo Acuto è un individuo dotato, appunto, di un acume straordinario; la sua vivacità cerebrale è estremamente lampante, soprattutto nelle sue brillantissime constatazioni.

PierPaola è uno di questi esseri, a cui Sherlock Holmes fa un baffo: la incontrate, per esempio, al supermercato mentre spingete un carrello stracolmo di frutta, verdura, detersivi, scatolame vario eccetera.

L’eccelsa vi fissa a lungo con occhio scaltro e all’improvviso vi domanda:
“Fai la spesa?”

Se vi imbattete in lei sulla spiaggia mentre gocciolando acqua salata arrancate verso la vostra sdraio camminando sui durissimi sassi con le eleganti movenze di un orango sovrappeso e tenendo in mano pinne, maschera e boccaglio, siate pur certi che la genialoide, dopo avervi sottoposto ad un’accurata osservazione, vi chiederà:
“Hai fatto il bagno?”

Se sarete sui gradini di una chiesa voi, di bianco vestite, con un velo sul cranio e un mazzolino di fiori d’arancio tra le mani, verrete sicuramente avvicinate dalla perspicace fanciulla che, tutta elegante e regolarmente munita d’invito alla cerimonia, vi porrà la scaltra domanda:
“Ma ti sposi?”

In tutti i casi non avrete mai nulla di intelligente da ribatterle; pensarete in preda al panico che il vostro quoziente intellettivo non sia affatto all’altezza del suo dato che, agli astuti quesiti posti da PierPaola, non si potrà che rispondere un o un no a seconda dei casi, sentendosi inoltre un po’ stupidi nel farlo.

E lei, biecamente fiera della sua sagacia, ogni volta vi chiederà di rimando:
“E perché?”

© Mitì Vigliero

Della stessa serie: La Strafiga

Le Foto delle Vacanze: una tortura di ieri e di oggi

di Placida Signora - 14 luglio 2010

Ma ve le ricordate quelle terribili serate che tutti noi abbiamo trascorso almeno una volta nella vita?

Di solito cominciava tutto con la telefonata di un amico il quale, appena tornato dalle ferie, ci diceva, garrulo e gentile:

“Domani sera vieni a cena da me insieme a un po’ di amici? Così dopo vi faccio vedere le diapositive dell’Inghilterra“.

Il dopo aveva sempre un che di sadico.

Trasformato il salotto in sala visione, l’ex vacanziero esortava gli ospiti a sedersi su divani e sedie allineate davanti a un enorme e traballante schermo in tela; poi spegneva tutte le luci e si piazzava di fianco al proiettore dicendo:

“Inizia lo spettacolo! Allora.Questa è la Torre di Londra…”
zac compariva sullo schermo la Torre di Londra.
“Questo è il Green Park” e zac appariva la Torre di Londra.
“Questo è Buckingham Palace” e zac saltava fuori la Torre di Londra.

Ciò accadeva perché -ricordate?- i proiettori s’inceppavano spesso e volenteri, mostrando perennemente la stessa diapositiva.

E chi proiettava se ne accorgeva sempre dopo gli ululati del pubblico esasperato dalla diciottesima visione della Torre di Londra perché, secondo me, dopo aver già visto trecento volte le dia delle sue vacanze, non guardava affatto lo schermo ma pensava ai fatti suoi.

E così riaccendeva la luce, trafficava per un’ora col caricatore e il carrellodelle dia, le faceva cadere tutte per terra obbligando gli spettatori a mettersi a gattoni sul pavimento per raccoglierle, le rimetteva in ordine di programmazione, rispegneva la luce e annunciava trionfante:

“Questa è la casa di Shakespeare” che, come tutti sanno, viveva nella Torre di Londra.

 

Ora le diapositive sono diventate praticamente reperti archeologici; oggi si usano magnfiche fotocamere digitali, con le quali è possibile immortalarecentinaia e centinaia di immagini senza preoccuparsi minimamente della pellicola, oggetto assai rimpianto dagli spettatori forzati di foto delle vacanze, perché aveva uno spazio limitato e prima o poi finiva; oltretutto aveva anche un costo, acquistarla, svilupparla, montarla…

E così uno faceva un po’ attenzione a quello che fotografava, studiava accuratamente inquadrature, esposizione, luce, e soprattutto cercava divagliare con cura  paesaggi e soggetti.

Per lo meno, se uno andava in vacanza in Inghilterra fotografava  Buckingham Palace e Green Park. E la Torre di Londra.
Insomma, fotografava Londra.
Si capiva che era stato a Londra.

Invece ora, in piena bulimia di pixel, spesso si perde ogni senso di spazio e luogo. Oltre che di misura, estetica e buon gusto…

Fateci caso.

Gente che fa le vacanze in luoghi meravigliosi, poi torna, vi telefona e vi dice:

“Domani sera vieni a cena da me insieme a un po’ di amici? Così dopo vi faccio vedere le foto dei Castelli della Loira

Trasformato il salotto in sala visione, l’ex vacanziero esorta gli ospiti a sedersi su divani e sedie allineate davanti a un enorme televisore ;  schiaffa un dvd nel lettore, afferra il telecomando, spegne tutte le luci e dice:

“Inizia lo spettacolo! Allora. Questa è mia moglie che mangia un panino, questo sono io col cappello di paglia, ridicolo vero? Questa invece è la bambina che fa la cacca nel vasino, che tenera. Questa è un’amica che si lima le unghie, questo è suo marito che si allaccia le scarpe, questo è il mio nuovo IPhone,  questa è mia moglie che si depila le ascelle, questa è la macedonia che mangiavo sempre a colazione, questo è il cruscotto dell’auto, questa è la custodia della fotocamera del mio amico, questa è l’ombra della tetta destra di mia moglie, questo sono io che faccio pipì in una piazzola dell’autostrada, questa è l’acqua della piscina dell’albergo, questo è l’alluce sinistro di mia moglie, bello smalto vero?, questo il gelato che mangiava sempre mia figlia, questi sono gli occhi di mia moglie, qui si è fotografata riflessa di profilo nel bagno dell’autogrill, questo è il mio sandalo destro, questo il mio ginocchio sinistro …”

Millecinquecento.

Millecinquecento fotografie scattate a mitraglia durante una vacanza organizzata per visitare i Castelli della Loira, e non vedrete una maledetta immagine di castello manco a pagarla.

Il che, come diceva lui, è bello e istruttivo.

©Mitì Vigliero

Per la Serie “Tipi e Tipetti”: La Strafiga

di Placida Signora - 10 febbraio 2010

Alla mattina, appena sveglia, si guarda allo specchio del bagno atteggiando le labbra a cuore: si sorride e si manda baci.

Poi si fa l’impacco di midollo ai capelli; mezz’ora di idromassaggio circondata da candele profumate; un’ora di maschera facciale.

Una volta vestita si siede davanti allo specchio e prova il modo migliore di accavallare le gambe, di gettare indietro la testa quando ride, di far cadere maliziosa la maglia per mostrare la spalla nuda, di sollevare i piedini numero 42 nudi e stretti in sandaletti sexy, di muovere le mani in modo da far scintillare gli anelli e ondeggiare sensuali le collane.

Prove estenuanti, ma che un giorno -la Strafiga ne è sicura- daranno i loro frutti.

Non per nulla per truccarsi, vestirsi, pettinarsi, impiega circa tre ore; per questo si sveglia intorno alle 4,30 e si presenta in ufficio (o scuola, negozio, redazione ecc) leggermente ansante, dicendo in tono languido e badando a sottolineare bene le pause allusive: “Scusate, ieri sera ho fatto tardi. Ma è stata una notte…speciale…”.

Quando guarda le altre donne la Strafiga socchiude gli occhi a fessura, butta fuori il petto, artiglia leggermente le mani, non gonfia la coda solo perché non la possiede, ma in compenso soffia nervosa: “Ma chi si crede di essere quella lì?”. 
Poi si specchia in una vetrina -o in qualunque altra superficie riflettente- e si sussurra guardandosi con sguardo amoroso: “Mica nessuna è bella come te…”

La Strafiga quando cammina ondeggia come un tubo di gomma in bilico su tacchi alti 14 cm; in realtà il suo vorrebbe essere “il passo della pantera”, ma si fa quel che si può.

Solitamente è abbigliata con maglie iperscollate e microminigonne elasticizzate indossate per far risaltare meglio la liscia rotondità del sedere: è per questo motivo che la Strafiga è molto spesso piegata a mo’ di compasso o sulla spalla di qualche maschietto per dirgli, anzi, sussurrargli qualcosa di importantissimo, o  a raccogliere qualcosa sul pavimento.

Ogni suo minimo gesto è calcolato al millesimo e frutto di lunghi, approfoditi studi: persino la forma delle labbra è appositamente creata sussurrando in continuazione la parola “broncio“, cosa che permette di trovarsi una boccuccia alla Bardot senza dover ricorrere al collagene.

Qualunque mestiere faccia, la Strafiga lo fa con l’aria di dire: “Guardami bene perché sono qui solo di passaggio”.

Ma in ogni caso la Strafiga deve inventasi almeno un hobby serio come un secondo lavoro che la metta a contatto con la Gente, possibilmente con persone di una certa influenza, capaci -chissà- di introdurla un giorno nel mondo dorato dello spettacolo, perché le Strafighe di solito son piene di virtù artistiche, glielo diceva sempre la nonna: “Tu con tutte le scene che fai finirai su un palcoscenico…”

In fondo, che vale essere Strafighe se poi non ti guarda nessuno?

Come disinnescarla
Mentre esibisce cosce e tette, dire a voce altissima:
“Cielo, ho dimenticato di comprare la trippa per il gatto!”

©Mitì Vigliero da “Il Sale di Adamo”, Rizzoli

Altre caratteristiche? O altri suggerimenti per disinnescarla?

Equipaje: E a volte gira pure con il “chihuahua da borsetta” (borsetta estiva e borsetta invernale)

Borg: Aggiungerei: Non parla, ma miagola.

Mimosafiorita: Oppure disinnescarla dicendo: Ma che profumo hai messo, puzza di crisantemo.

Raffa: Fa la lampada, estate e inverno. Ma ti dice che lo fa perché le dà un aspetto più sano, “sai, di mio ho una carnagione così pallida che allo specchio non mi sopporto!”

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