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L’Acqua e i 5 Sensi

di Placida Signora - 22 marzo 2011

(PlacidaMano ©Fabs)

22 Marzo, Giornata Mondiale dell’Acqua

Mi piace guardarla, l’acqua; amo vederla scorrere, osservarne i riflessi, le variazioni di forma.
E’ il simbolo stesso dell’esistenza, un fluire continuo, un continuo cambiamento: è il Divenire.
E proprio come simbolo d’élan vital, mi piace sia quando è limpida, pura, e infonde allegria, sia quando è torbida, scura, e suggerisce tristezza.

Mi piace ascoltarla, l’acqua; quando scroscia violenta dal cielo o da una rupe in forma di cascata; quando romba cupa nei fiumi in piena o nella marina in burrasca.

Quando  sussurra con lo sciacquìo monotono e tranquillo dell’onda calma che si scioglie sulla riva col ritmo d’una ninnananna.

Mi piace odorarla, l’acqua; ciascuna ha un aroma particolare. Pungente quello del mare, dolce quello del lago, vitale quello dei torrenti e della pioggia, malinconico quello degli stagni.

Mi piace gustarla, l’acqua; nel sentirla fresca e dolce entrare in me quando la bevo, immagino davvero di tramutarmi in quel “cespite dell’erba inaridita” di manzoniana memoria, che riprende vita al contatto della rugiada.

E infine mi piace toccarla, l’acqua; per me nata sotto il segno del Cancro è elemento naturale.
Sin da bambina è stata un’attrazione irresistibile; non riuscire a starne lontana, mai. Sentire sempre il bisogno di immergervi le mani, o solo di sfiorarla. Ancora oggi, quando mi tuffo in lei, mi sembra d’essere accolta in un abbraccio materno.
Mi sento finalmente a casa.

© Mitì Vigliero

Come Sopravvivere alla SFN (Sindrome Fobica Natalizia): Galateo per un Natale quasi Sopportabile

di Placida Signora - 17 dicembre 2010

di Mitì Vigliero


È innegabile che, ogni anno di più, l’avvicinarsi del 25 dicembre provochi in molti di noi quella che mi piace definire in codice SFN©: Sindrome Fobica Natalizia.

Sarà forse colpa della situazione generale in cui viviamo, intrisa di un inquietante senso di precarietà e rabbia repressa, fatto sta che la SFN non si cura affatto dell’aspetto religioso e simbolico del Natale, ma si concentra con inconscia irritazione su quello meramente pratico e consumistico dei cosiddetti “festeggiamenti”.

I sintomi caratteristici si manifestano gradatamente.

Di solito tutto comincia con un’occhiata accusatoria al calendario (“Come sarebbe a dire che siamo GIA’ a dicembre?“), ed evolve al peggio quando si notano le prime luminarie appese per le strade (“Che spreco di energia elettrica!”) o si osservano i primi addobbi nei negozi (“Uffa devo pensare ai regali…”), venendo sempre più colti da un’irrefrenabile voglia di ribaltare i banconi dei grandi magazzini stracolmi di statuette di presepe nonché di fare a tirassegno con le palline colorate appese agli abeti.

Con il trascorrere dei giorni e l’avvicinarsi della data fatidica gli affetti da SFN s’incupiscono sempre più, rimuginando pensieri assai poco gentili nei riguardi del consumismo maledetto, dell’ipocrisia dei buoni sentimenti una volta all’anno, e pensando con crescente disagio alla incombente sarabanda di inviti, visite, auguri, doni, pranzi e parenti.

Per evitare crisi più acute del previsto, ecco una serie di suggerimenti per sopravvivere senza troppi traumi, e rispettando il bon ton, alle classiche Grandi Manovre natalizie:

Auguri

C’è chi dice sia inutile farli a persone che non si vedono/sentono mai durante il resto dell’anno; altri affermano invece che in fondo si tratta di una bella occasione per ricontattarle.

Fate un po’ come vi pare e in qualunque forma – telefonate, biglietti, e-mail, sms (possibilmente non in stile Catena di Sant’Antonio “Manda questo sms a 120 tuoi amici sennò passerai un Natale schifoso“), ricordando sempre che un augurio inaspettato oltre a fare indubbio piacere a chi lo riceve, può anche essere il primo passo per risolvere stupidi e piccoli dissapori o riallacciare rapporti dimenticati.

Sempre se si voglia, ovvio.

Regali

Ogni anno annunciamo al mondo: “Per il prossimo Natale, i regali comincio a comprarli a settembre; è più intelligente, si fanno le cose con più calma, si spende meno ecc“.

Infatti ogni anno, il 24 alle ore 17 ci ritroviamo a fare a pugni in negozi stracolmi di gente e vuoti di merce, alla disperata ricerca di qualcosa da acquistare, col risultato di regalare ogni anno cose assurde e sbagliate come il profumo alla suocera che sappiamo benissimo essere allergica ai profumi, l’accendino allo zio che ha smesso di fumare sei mesi prima causa infarto, la Winx alla cuginetta che ormai ha 27 anni.

Quindi, onde evitare gaffe e sprechi di soldi, meglio puntare su cose forse banali ma sempre apprezzate quali libri, “buoni” prepagati da investire in disco-videoteche, piante e sfiziosi generi alimentari sempre molto graditi, visto che nessuno ha ancora perso l’abitudine di nutrirsi.

Bambini

Una delle frasi classiche pronunciate in questo periodo è “Natale è bello festeggiarlo solo se ci sono bambini in casa“; probabilmente è vero, visto che forse sono gli unici - per ora - immuni dalla Sindrome Fobica Natalizia.

Per questo non bisogna rovinarglielo, soprattutto se sono piccini e credono ancora alle favole, ma dividere con loro l’atmosfera magica di attesa preparando insieme l’acqua zuccherata e i due biscottini che dovranno dissetare e sfamare, a seconda dei casi, l’asinello e Gesù Bambino o le renne e Babbo Natale.

Se dopo il pranzo dovranno recitare in piedi sulla sedia la classica poesia (unico momento della festa cordialmente aborrito dagli infanti), tentiamo di rendere la cerimonia il più breve possibile, evitando di fargliela ripetere più volte e cercando di non motteggiarli troppo. In fondo la poesia a memoria gliel’hanno imposta gli adulti, mentre i bambini piccoli la vera poesia natalizia ce l’hanno negli occhi.

 


Discorsi

Almeno il giorno di Natale bisognerebbe non parlare di soldi, affari, amori contrastati, amicizie e legami finiti. Bisognerebbe bandire le discussioni politiche, non affliggere più di tanto gli altri con lai dovuti a problemi personali e, onde non gettare tutti nel più cupo sconforto, schivare anche accurate descrizioni di catastrofi o malattie di vario genere.

Anche se il Natale trascorso in famiglia è spesso inevitabilmente un’occasione per ricordare con malinconia e affetto chi non c’è più, occorre però tentare di evitare che l’incontro si trasformi in una veglia funebre.

E se proprio l’umore è pessimo e la Sindrome Fobica Natalizia è al culmine, allora sarebbe meglio declinare gentilmente gli inviti festosi: in fondo questo è notoriamente un periodo di influenze, raffreddori, mal di gola…

Parenti & C.

Il detto “Natale con i tuoi Pasqua con chi vuoi” è uno dei principali responsabili di molti attacchi di SFN.

Esistono persone che piombano in depressione a causa della solitudine, che durante le Feste si fa sentire in modo più forte, e altre per cui l’arrivo del Natale coincide regolarmente con l’arrembaggio di parenti più o meno lontani i quali, per trascorrere le feste insieme, si installano spesso e volentieri nelle case altrui creando accampamenti stile Rom.

Ospitare torme di zii, cognati, cugini, consuoceri tutti sotto lo stesso tetto, se non si possiede un castello di 40 stanze (e 40 bagni) potrà essere magari divertente una volta, ma non deve tramutarsi in una “tassa” obbligata per nessuno.

Quindi, se proprio non se ne ha la forza, dire un gentile ma fermo “no” alle invasioni troppo numerose non è peccato.
E poi gli alberghi cosa sono stati inventati a fare?



Pranzo

In alcune zone si preferisce il cenone del 24 sera; in altre, il pranzone del 25 a mezzodì.

Comunque sia, il banchetto viene di solito organizzato da mamme e nonne che si offendono a morte se tutta la famiglia, parenti acquisiti compresi, non si riunisce a casa loro:
“Ma perché non venite da me? Ci siete sempre venuti, ci tengo tanto, ormai è una tradizione… No, al ristorante con voi non ci vengo: piuttosto me ne sto a casa da sola!”.

Si tratta di quelle stesse angeliche matriarche che, il giorno fatidico, osservando con occhio torvo il parentado seduto attorno alla tavola imbandita, non toccano cibo e si chiudono in religioso silenzio per tutta la durata del pranzo.

Infine, appena possibile e a voce altissima affinché tutti sentano, telefonano all’amica del cuore con la scusa di farle gli auguri:
“Sono stravolta (sospiro), ho fatto i ravioli in casa per sedici persone (sospirone). Sì lo so che potevo comprarli fatti e mi sarei stancata meno, ma cosa vuoi (super sospiro)… E già che li ho tutti qui anche quest’anno (supersupersospiro)… Lo danno ormai per scontato di venire a festeggiare a casa mia… (sospiroextralarge)… Ma non si rendono conto che gli anni passano anche per me e che magari, per una volta, un bel ristorante… (rantolo finale)”.

Morale, un buon ristorante prenotato almeno una ventina di giorni prima risolverà al meglio il problema, e chi non vuole venire, peggio per Lei.

Altrimenti, se la tribù familiare è composta da troppi numerosi clan, meglio mangiare ciascuno a casa propria e poi ritrovarsi insieme al pomeriggio per lo scambio dei regali, panettone, tombola e affini.


Risse

Spesso inevitabili nonché ultimo stadio della Sindrome Fobico Natalizia.

Si arriva alla data fatidica talmente stressati e nervosi che ci si sveglia già di mattina col berrettino inverso, odiando cordialmente famiglia, amici, telefono, in preda al desiderio di saltare a piè pari sui pacchetti dono o dar fuoco all’albero.

L’apertura ufficiale delle offensive solitamente avviene a fine pranzo, soprattutto se ci si trova insieme a quelle miriadi di parenti che durante il resto dell’anno non si vedono mai; ottima occasione per parlare di interessi, divisioni ereditarie, invidie, resuscitare infantili gelosie, rancori atavici o semplicemente rinvangare beghe di varia natura.

In mancanza di parenti lontani, si litiga coi figli che scalpitano perché vogliono uscire con amici o fidanzati, coi genitori che pretendono la famiglia – anche quella allargata - ”unita” almeno quel giorno, col coniuge (uno qualunque) che “ha i musi” e rovina la festa agli altri, col gatto che ha deciso di mettersi a dormire sdraiato al centro del Presepe.

Per questo Agatha Christie scriveva: “Natale è il giorno ideale per un omicidio“.

In realtà le risse natalizie sono fuochi di paglia che fanno ormai parte della tradizione.

Il 27 dicembre saranno già state dimenticate, almeno sino al prossimo Natale.

© Mitì Vigliero

Altri suggerimenti?

Fisionomia, questa sconosciuta

di Placida Signora - 20 novembre 2010

A Monica, amica ritrovata e “riconosciuta” ;-*


Ho sempre ammirato quegli individui che vedono una persona per la prima volta e possibilmente per non più di 3 minuti, che però sono in grado dopo 7 mesi di descriverla accuratamente a Chi l’ha visto.

Io mi dimentico le facce, sempre.
Oppure ricordo le facce, ma non riesco ad avvitarle sul giusto collo.

E i nomi? O insisto a chiamare “Fabrizio” uno che si chiama “Maurizio” (colpa mia se ha la facca da Maurizio?), oppure proprio niente, nulla, il vuoto, tabula rasa. E non posso sempre chiamare tutti con un generico tesoro

Spesso mi succede di venir salutata per strada da sigori o signore di cui non ricordo affatto nè il nome né il viso: eppure loro mi conoscono benissimo, pare.

E ogni volta si creano imbarazzanti dialoghi farfugliati e vacui:

“Cara Mitì come va?”
“Bene! e lei?”
“Mi dai del lei, ora?”
“Scherzavo…Tutto bene?”
“Bene. E tu?”
“Io sto bene”

E poi?
Chi ha il coraggio di porre domande dirette?

L’ho sempre detto, io, che preferirei tanto vivere in quei piccoli, minuscoli paesi dove tutti si conoscono e, soprattutto, si chiamano tutti nello stesso modo, possibilmente con un diminutivo…
Un mio amico, Dario Giannozzi, descrivendo una volta gli abitanti di un paesino della Valdossola, disse:
“Lo spazzacamino comunale si chiama Merio; questo Merio non ha a confondersi col farmacista, che si chiama Merio. Neppure si deve confondere col dottore, col parroco, col sindaco, col messo comunale e col postino che si chiamano rispettivamente Merio, Merio, Merio, Merio e Merio.”

Ma per riconoscere una persona, non è sempre sufficiente ricordarsene il nome o il viso; il proverbio l’abito non fa il monaco è falso, perché l’abbigliamento ha spesso una grandissima importanza.

Infatti mi è capitato un inverno, all’uscita da un cinema, di incontrare un giovane avvocato che da anni viene al mare nella mia stessa spiaggia.

Egli, che teneva per mano una bella fanciulla bionda, mi salutò molto gentilmente.

Io rimasi un attimo interdetta perché, abituata com’ero a vederlo sempre e soltanto in costume da bagno, non l’avevo riconosciuto col cappotto.

Una volta capito chi era, gli dissi festante:
“O carissimo, scusami, non ti avevo riconosciuto. Sai, sono abituata a vederti sempre nudo!”

Evito di descrivere l’occhiata che mi lanciò la fanciulla bionda…

©Mitì Vigliero


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Rifessioni su un Velocissimo Tapis Roulant, alla Ricerca di Punti Fermi

di Placida Signora - 24 luglio 2010

Giochicchiando con Google, ho trovato un test carino: Quanto sei rimasto bambino ? (Per la cronaca, io al 56%)

E pur trattandosi di una “cosina” lieve, mi ha fatto riflettere.

Ho pensato che, in questo preciso periodo storico, il ricordare in qualche modo l’infanzia che abbiamo vissuto sia per tutti noi, qualunque sia l’età che abbiamo ora, uno dei pochi punti fermi della nostra vita. 

Allora avevamo certezze ferree.

La Mamma è mi vuole bene e il Pediatra invece no, visto che mi fa le iniezioni; giocare è cosa buona e giusta mentre riordinare i giocattoli è una palla infinita; Natale è meraviglioso, andare a trovare la vecchia Zia è uguale a riordinare i giocattoli; la pizza è buona invece gli spinaci bolliti fanno schifo (ehm…veramente io resto tutt’ora di questa opinione…;-))

Avevamo anche idee chiarissime sul nostro futuro; dichiaravamo solenni la nostra futura professione “Io da grande farò…”

Trascorrevamo le giornate immersi nelle sicurezze: casa, genitori, nonni, maestri, vacanze, amici.

Erano lì, presenti, sempre. 
Stabili, come l’arredo della nostra cameretta.

Per noi allora il Bianco era bianco e il Nero era nero: e tutta la nostra esistenza era scandita da cose bianche e cose nere.

Certe cose erano decisamente Male, altre erano decisamente Bene.

Alcune erano concepibili e normali; altre assurde e incredibili solo a pensarci 

Avevamo attorno realtà nette, definite, precise, limpide e chiare.

E poi siamo cresciuti.

con noi, attorno a noi è cresciuto il Mondo, evolvendosi, cambiando, mutando e trasformandosi con velocità e “rivoluzioni interne” a volte (e qui mi riferisco a generazioni almeno 2 volte più giovani della mia) esagerate in eccedenza rispetto alle nostre crescite e “rivoluzioni” private.

E’ come camminare su un tapis-roulant che all’improvviso si metta ad andare a una velocità superiore a quella delle nostre gambe; non riconosciamo più il paesaggio attorno, che ci passa accanto velocissimo; ne perdiamo dei pezzi, insieme all’orientamento; cerchiamo di tenere il passo, aumentiamo l’andatura, ma spesso temiamo d’inciampare, non trovando sicurezza e appigli cui tenersi saldi.

Perdendo l’Equilibrio, insomma.

Che sia proprio lui la cosa che, qualunque sia l’età che ora abbiamo, di questi tempi ci manca di più della nostra infanzia? 

Voi che ne dite?

©Mitì Vigliero

Siete Gufi o Allodole?

di Placida Signora - 23 luglio 2010


L’Umanità, tra i suoi vari conflitti interni che ne impediscono una vita serena e pacifica, si divide anche fra Gufi e Allodole.

Le Allodole sono quelle persone che prediligono alzarsi presto, che all’acuto suono della sveglia puntata alle 6 del mattino balzano giù dal letto con un sorriso a settantadue denti; chiacchierano garrule di massimi sistemi mentre metton su il caffè, si lavano pettinano truccano vestono perfettamente e alle 7,01 escono con baldanzoso passo dal portone di casa, fischiettando giulive Voglio vivere così .

Le Allodole fan tutto benissimo di mattina; per loro è il momento migliore per studiare, lavorare, concentrarsi, risolvere i problemi, fare progetti, andare ad appuntamenti, partire…

I Gufi invece sono tutto il contrario.

Ed io devo decisamente essere una Gufa Estrema.

Andando a letto mediamente tra l’una e le due di notte (la sera è l’unico momento in cui riesco a lavorare tranquilla), la mattina sono in coma profondo.

Ma ero già così da ragazzina; pur andando a letto molto prima, preferivo ugualmente studiare, concentrarmi, risolvere i problemi, partire ecc da mezzogiorno in poi.

Perché io prima di mezzogiorno non solo non realizzo: non esisto proprio.

Quella che vedete, sentite o leggete è solo un placido simulacro: Mitì è ancora a nanna che dorme.

Verso le 9 mi alzo.

Oddio, “mi alzo”.

Diciamo che striscio a mo’ di lombrico dal materasso allo scendiletto e dallo scendiletto al bagno.

Sorvolo sulle prime abluzioni; sappiate solo che una volta sono riuscita a lavarmi i denti con la schiuma da barba in tubetto, che usata come dentifricio non è poi tanto male in confronto al Veet: gengive e denti depilati alla perfezione.
E una volta facendo la doccia mi sono energicamente passata addosso una spugna cosparsa di Cif in crema.

Ma io alla mattina non ci vedo. Così come non parlo e non sento.
Ve l’ho detto che non ci sono, no?

E se per caso disgraziato mi devo svegliare, chessò, alle 7, per me è una vera tragedia.

Perché odio le sveglie.

Non per modo di dire: le odio davvero.

Se vedo una sveglia inizio a ringhiare sommessamente, butto indietro le orecchie, inarco la schiena e gonfio la coda.

Le sveglie per me sono il Male perché mi fanno stare letteralmente male.

Svegliarmi di botto al loro suono, mi provoca effetti catastrofici: tachicardia, sudori ghiacciati, crampi allo stomaco, nausea.

Ne ho provate di vari tipi, ho i cassetti di tutta casa pullulanti sveglie; da quelle che fanno un sommesso bipbipbip, che nelle mie orecchie dormienti suona come BIPBIPBIP, a quella che ho ora, che dovrebbe emettere un melodioso e basso suono stile piccolo gong e invece fa GONG! Un infarto ogni volta.

Ho avuto anche una radiosveglia, certo.

Mi dava l’unico vantaggio di avere il soffitto della camera da letto artisticamente decorato da affreschi molto originali: gli stampi del mio corpo ogni volta svegliato di botto e scaraventato lassù da una voce o da una musica ululante (ché per me ogni suono è ululante in quel momento).

Insomma: sono indubbiamente un Gufo che odia svegliarsi presto.

E voi siete Gufi o Allodole?

©Mitì Vigliero

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