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Vi Racconto Una Leggenda Che Spiega Il Perché Le Camelie Non Abbiano Profumo

di Placida Signora - 2 marzo 2012

Guardando le foto delle camelie fiorite nel parco di Villa Pallavicini a Pegli, mi torna in mente un’antica leggenda che racconta il perché questo magnifico fiore, abbia un unico difetto: la mancanza di profumo

 Un giorno il dio Vulcano sorprese la moglie Venere in stretto colloquio amoroso con Marte.
Pieno di tristezza, si sfogò col piccolo figlio di lei, Cupido; e questo si arrabbiò moltissimo con la madre, soprattutto perché aveva osato amoreggiare senza l’ausilio delle sue frecce.

Venere, offesa a morte, decise di non fargliela passar liscia; era sì il Dio dell’Amore, ma per la mamma restava sempre un ragazzino insolente.

Ordinò quindi alle Grazie, “tate” di Cupido, una punizione severissima: – “Frustatelo, quel mio figlio maleducato! E per flagellarlo usate rami di rose, affinché le spine gli lacerino la pelle!”

Tutti gli altri Dei rimasero sconvolti da tanta crudeltà; ma a Flora venne un’idea…

Ordinò a Zefiro di volare nella Terra ove si levava il Sole e, una volta giunto là, di raccogliere i rami di una rara pianta dai fiori rossi assai simili a quelli della rosa, ma dal gambo totalmente privo di spine.

Zefiro ubbidì, e ben presto consegnò alle Grazie le “fruste” innocue con cui punire il piccolo Cupido: il castigo fu quindi meramente formale, e il bimbo non sentì alcun dolore.

In compenso tutto l’Olimpo rimase estasiato dalla bellezza di quei fiori gentili e soprattutto dal loro profumo intensissimo, che ricordava quello dell’Ambrosia…

Ma Venere, scoperto l’inganno si sdegnò nuovamente e stavolta decise di vendicarsi sulla pianta stessa  ordinando che  venisse esiliata in un’isola sconosciuta e lontana e, come punizione finale, con un incantesimo le tolse lo splendido profumo.

Di quel fiore non si ebbero più notizie sino ai primi del 1700 quando Giorgio Kamel, un gesuita missionario sull’isola di Luçon, rimase incantato nel vedere una meravigliosa pianta a lui sconosciuta che gli indigeni chiamavano Tsubakki.

La portò con sé in Europa e le diede il suo nome: Camelia.

Così finalmente la bella e gentile pianta fu conosciuta e apprezzata anche da noi; ma purtroppo, per colpa di una Dea dal pessimo carattere, nessuno potrà mai più godere del suo magico profumo.

© Mitì Vigliero

Una Storia Profumata: Come Nacque l’Acqua di Colonia

di Placida Signora - 24 febbraio 2012

(*)

Nel 1666 nacque a Crana, in Valle Vigezzo, Giovanni Paolo Feminis il quale, ancora ragazzino, emigrò in Germania per far fortuna come commerciante.

Giunto a Colonia aprì una distilleria-erboristeria specializzata nella vendita dei profumi, soprattutto dell’ “Aqua mirabilis“, un’acqua profumata medicamentosa a base d’alcol e basata su un’antichissima ricetta conventuale, creata cioé nei conventi da frati erboristi, di cui il Fermis era venuto in possesso.

Una trentina d’ anni dopo un suo cugino, Giovanni Maria Farina, sempre vigezzino , partì dal paese natio Santa Maria Maggiore per recarsi pure lui a Colonia per dirigere di una ditta di spedizioni; giunto lì si occupò anche della ditta del Feminis, lanciando l’Acqua mirabilis col marchio di “Eau admirabile de Cologne“, rilevando l’antica casa produttrice e fondando la “Johann Maria Farina Gegenuber dem Julichs – Plaz“.

Nel 1806 infine, un altro Giovanni Maria Farina, nipote del primo, stavolta partì da Colonia per trasferirsi a Parigi: qui, con una sua nuova società, divulgò alla grande il profumo, chiamandolo “Eau de Cologne Jean Marie Farina“.

Da allora, grazie alle bottigliette dalla forma decisamente “napoleonica” e chiuse da un minuscolo tappo (le stesse tutt’ora in commercio) e contrassegnate dal numero 4711 (numero civico del negozio storico sito in Glockengasse, Colonia) l’Acqua di Colonia divenne l’odore ufficiale di cortigiani e sovrani di tutta Europa e fondendosi in seguito alla celeberrima casa Roger et Gallet, che sancì per sempre l’enorme fortuna del prodotto.

Dalle sue origini al periodo napoleonico, l’Acqua di Colonia ebbe molto successo perché considerata e pubblicizzata anche come un medicinale portentoso, capace di curare e preservare da ogni malattia, peste compresa.

In realtà, essendo a base d’alcol, le sue qualità potevano essere solo quelle di disinfettante della pelle; si trattava di periodi storici in cui l’igiene personale era considerata più o meno un optional e, quindi, l’Aqua mirabilis faceva in fondo e semplicemente le veci dell’acqua normale.

Nel 1810 però Napoleone Bonaparte, visto l’immensa diffusione che prodotto e la diffusa falsa credenza che si trattasse di una panacea, emanò un severo decreto imperiale in cui si proibiva di pubblicizzarla come farmaco, a meno che i produttori non ne rendessero pubblica la formula.

E visto che già allora erano già in moltissimi quelli che, ovunque in Europa, si erano messi a fabbricare decine e decine di ”vere e originali” acque di Colonia, piuttosto che svelare formule del tutto diverse si preferì da allora evitare di citarne le terapeutiche virtù.

In realtà quasi tutte le acque di colonia classiche tutt’ora esistenti sono costituite prevalentemente da essenze di agrumi (bergamotto, limone, arancio dolce e amaro), unite a varie altre erbe aromatiche quali rosmarino, timo, lavanda, citronella e melissa.

Ma della prima, originale ricetta, quella scritta sull’antica pergamena conventuale usata dall’emigrante vigezzino Fermis, purtroppo non se ne è mai più trovata traccia.

© Mitì Vigliero

Storie di Monumenti Funebri Canini

di Placida Signora - 15 febbraio 2012

Nel Settecento Giuseppe Parini, nel celeberrimo brano de “Il Giorno” intitolato “La vergine cuccia”, fustigava con sarcasmo l’amore eccessivo che i nobili della sua epoca riservavano ai loro cani, mentre trattavano come bestie i servitori.
Non si sa se allora tutti si comportassero in modo crudele verso gli umani al loro servizio, ma è cosa certa che nel Secolo dei Lumi i botolini di famiglia fossero tenuti in altissima considerazione e che quandomorivano, seguendo la moda inglese dell’epoca, venissero sepolti nei giardini di famiglia con tanto di lapidi, epitaffi e monumenticommemorativi.

Però nel parco di Racconigi (Torino), immerso fra i platani di un bellissimo viale, si trova il monumento che la principessa Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac, vedova di Vittorio Amedeo V Principe di Carignano, fece erigere nel 1790 al suo cagnolino Werther (sic, come il Giovane) quando questo era ancora vivo; sui quattro lati del piedistallo vi sono delle iscrizioni  in italiano, latino, ebraico e copto (ri-sic) che recitano tuttela stessa epigrafe composta da Tommaso Valperga di Caluso: 

Son io
di Gioseffina
ancora
lieto
a lei presso
ognora,
e già i vezzi
miei blandi
e la mia fede
han qui
eterna
mercede
.

Bologna invece, e sono in pochi a saperlo, esiste un qualcosa che ricorda una storia decisamente commovente.

Era il 1777.

Marchesi Bovi erano dei grandi proprietari terrieri che spesso si assentavano per lunghi periodi dal palazzo di città per recarsi in campagna a seguire i loro interessi.

Avevano un cagnolino che si chiamava Tago, il quale stava sempre con loro come un compagno inseparabile e li seguiva in ogni spostamento.
Ma quell’anno invece, non si sa per quale motivo, i Marchesi partirono lasciando Tago a Bologna, affidato alla cura della servitù.

Il cane diventò tristissimo; non voleva più mangiare, uggiolava, trascorreva ore e ore affacciato a una piccola finestra dell’ultimo piano del palazzo, proprio al sottotetto, sperando di veder arrivare da un momento all’altro nel cortile la carrozza degli adorati padroni.

Il tempo passava, e l’assenza dei Marchesi Bovi si prolungava.

Finalmente un giorno ecco che Tago sente il rumore della carrozza.

Pazzo di felicità, abbaiando e latrando gioiosamente s’avventa contro la finestrinaper guardare nel cortile; ma nell’eccessivo slancio ci passa attraverso e precipita, andando a sfracellarsi proprio ai piedi dei padroni appena arrivati.

Sino a qualche anno fa, andando a Bologna in via Oberdan 24 dove c’è un bel palazzo dal portone sempre aperto, entrando in quel cortile e alzando lo sguardo si vedeva, sul davanzale di una finestrina dell’ultimo piano, proprio sottotetto, una statua - opera dello  scultore Luigi Acquisti (Forlì 1745-Bologna 1823) – ritraente Tago che, seduto su un cuscino, guarda ancora in cortile, attendendo triste l’arrivo dei suoi adorati padroni.

Dal 2006 al 2008 la statua è stata restaurata nel Laboratorio del Museo Civico Archeologico ed esposta poi nella gispoteca. Ora dove sia non lo so; se passate per Bologna, potreste andare a controllare se Tago è ritornato a casa sua, in perenne attesa.

 

(foto da qui)

© Mitì Vigliero

Storie di Gatti, Poeti e Case: Francesco Petrarca e Edward Lear

di Placida Signora - 10 febbraio 2012

Alla fine del 1370 Petrarca, da Arquà, scriveva al fratello:

Qui fra i colli Euganei, a non più di dieci miglia da Padova, mi sono costruito una casa piccola ma deliziosa, cinta da un oliveto e da una vigna, che danno quanto basta ad una famiglia numerosa, ma modesta.
E qui, benché ammalato, vivo pienamente tranquillo, lontano da ogni confusione, ansia e preoccupazione, passando il mio tempo a leggere e a scrivere
”.

E nella Sala dei Giganti che si trova nella sede della Facoltà di Lettere aPadova, vi è un affresco d’autore anonimo del XIV sec. che ritrae proprio il poeta nello studio mentre, seduto alla scrivania e circondato dai libri, legge.

Acciambellato per terra davanti a lui, un gatto ronfa beatamente.

Di certo si tratta dell’amatissima micia del poeta, che con lui passò alla storia e alla quale vennero dedicati centinaia di studi, saggi e versi; persino il Tassoni nella “Secchia rapita” la cita ( nel canto VIII, 33-34):

…e ‘l bel colle d’Arquà poco in disparte,
che quinci il monte e quindi il pian vagheggia;
dove giace colui, ne le cui carte
l’alma fronda del sol lieta verdeggia,
e dove la sua gatta in secca spoglia
guarda da i topi ancor la dotta soglia
.

Il perché della fama imperitura della felina è spiegato dalla geniale idea (dal punto di vista pubblicitario)  che ebbe Girolamo Gabrielli, uno dei tanti curatori-proprietari di quella casa alla fine del ’500, quando già era meta di turisti letterati.

Egli, fra gli arredi personali del poeta, fece porre una gatta imbalsamata racchiusa in una teca di vetro; sotto, una lapide, la cui iscrizione latina - opera di Antonio Querenghi (1547–1634) - recita:

Il poeta toscano arse di un duplice amore: io ero la sua fiamma maggiore, Laura la seconda.
Perché ridi? Se lei la grazia della divina bellezza, me di tanto amante rese degna la fedeltà; se lei alle sacre carte diede i ritmi e l’ispirazione, io le difesi dai topi scellerati.
Quand’ero in vita tenevo lontani i topi dalla sacra soglia, perché non distruggessero gli scritti del mio padrone. E ora pur da morta li faccio tremare ancora di paura: nel mio petto esanime è sempre viva la fedeltà di un tempo
.”

E’ ancora lì, quella gatta, per la gioia (un po’ macabra) dei curiosi.

Altra storia che lega poeti, gatti e case, è quella di Edward Lear , il cantore dei Limerick.

Lear viveva a Sanremo col suo gatto Foss – ”il compagno delle mie giornate” – in una casa, Villa Emily, di fronte al mare.

Assentatosi, ovviamente col gatto, nel 1881 per un lungo periodo trascorso a viaggiar su e giù per l’India, al suo ritorno scoprì con disappunto che proprio davanti alla villa era stato costruito un grande albergo, che gli toglieva tutto il panorama.

E così acquistò un terreno sulla spiaggia, e fece costruire una nuova casa, Villa Tennyson ; ma la volle esattamente identica a villa Emily, una perfetta copia, perché era convinto che il suo micio, non più di primo pelo, non avrebbe “assolutamente apprezzato il cambiamento”.

Foss morì sedicenne alla fine del 1887; sei mesi dopo lui e Lear si ritrovarono inun’altra dimora, quella eterna.

La villa venne abbattuta dopo poco, per far posto ad un altro albergo.

© Mitì Vigliero

Le Botteghe degli Speziali: Antiche Farmacie

di Placida Signora - 9 febbraio 2012

Quando oggi entriamo in una farmacia, ci troviamo spesso in un asettico ambiente tutto cristalli, acciai, specchi, fòrmiche, plexiglas, mentre potenti faretti alogeni illuminano a giorno banconi in pvc, armadi d’alluminio dalle ante a saracinesca e scaffali di ferro laccato.

Per fortuna, in qualche posto resistono ancora molte farmacie che, pur oggi dotate di ogni comfort, hanno mantenuto nel tempo l‘aspetto antico tipico di queste botteghe, che in tempi ormai lontanissimi venivano considerate le più importanti di ogni città o paese.

Ma se oggi le novelle farmacie vendono non solo farmaci ma anche scarpe, giocattoli, guaine, cosmetici, profumi e bijou non è segno di progresso, ma di ritorno alle origini.

Si sa che tra le Sette  Arti Maggiori medioevali italiane, una delle più rilevanti – insieme a quella della Lana e della Seta – era quella dei Medici e degli Speziali, gli odierni farmacisti, appunto; ma forse non tutti sono a conoscenza del fatto che da questa dipendevano Arti Minori, come quella dei Battiori (che lavoravano l’oro) e molti mestieri: Bicchierai, Boscalieri, Cartolai, Librai, Mascherai (fabbricanti di maschere), Stovigliai, Pettinagnoli e così via.

Furono parecchi gli uomini illustri iscritti all’Arte dei Medici e Speziali; ricordiamo Dante Alighieri, Leon Battista Alberti e Marsilio Ficino. Anche i Pittori/Vetrai (come Guasparre da Volterra che nel 1440 dipinse i vetri di Santa Maria del Fiore, o Alessandro Fiorentino, autore del meraviglioso finestrone del coro di Santa Maria Novella) dipendevano, iscrivendovisi, da quest’Arte per la preparazione dei loro colori, così come i copisti, gli Scrittori e i primi Tipografi a cui necessitava per gli inchiostri.
Di conseguenza, anche tutti quelli che erano addetti alla composizione dei libri (Rilegatori, Incisori, Lavoratori in cuoio e in carta pecora) erano iscritti e sottoposti alle leggi rigorose dello Statuto di quell’Arte.


(Certosa di Calci)

Nel Trecento e nel Quattrocento (ma sino al Settecento, quando vennero sostituite dai Caffè) la “Bottega dello Speziale” era il ritrovo ufficiale di personaggi dotti e saggi, ma a anche di squattrinati studenti e di eleganti fannulloni che lì si riunivano per discutere le notizie del giorno, per ascoltarne le novità politiche e sociali (pettegolezzi compresi) e passare il tempo sorseggiando, proprio come in un bar, qualche liquore prelibato.

E anche fino a non molto tempo fa, nei paesi , era proprio in farmacia che le autorità indiscusse quali Parroco, Sindaco, Medico, Maresciallo dei carabinieri, si riunivano per discutere col Farmacista di politica, problemi comunali, se non semplicemente per fare una partita a carte…

Tornando al nostro discorso,  anche ogni convento, ogni monastero aveva la sua Spezieria (alcune tuttora esistenti), che distribuiva gratis i medicinali ai poveri e fabbricava liquori e sciroppi (curativi ma golosi) la cui ricetta era segretissima.

Certo che allora la Scienza Medica si trovava ancora ad un livello elementare, spesso guidato dalla superstizione popolare; ad esempio si credeva talmente alle virtù delle pietre preziose che a quel poveretto di Lorenzo de’ Medici, quand’era moribondo, come supremo tentativo di salvarlo i suoi medici privati gli fecero bere un decotto di perle e rubini pestati e ridotti in polvere…

Le botteghe degli Speziali consistevano generalmente di due ambienti; nel primo era esposta e venduta la merce e il secondo era il laboratorio ove venivano preparati i farmaci.
Erano arredate con eleganza estrema, che spesso rasentava il lusso; muri dipinti con affreschi o rivestiti di arazzi, di cuoio stampato e dorato, di legno intarsiato e spessi scaffali straripanti splendidi vasi di maiolica dipinta.

Attorno alle pareti vi erano lunghe panche, dove i clienti potevano sedersi, mentre un grande tappeto copriva il pavimento.

Oltre ai prodotti medicinali, gli Speziali vendevano oggetti considerati di lusso; guanti profumati, libri odorosi, essenze, frutti e fiori canditi, bon bon, oggetti da toeletta o da regalo e ceramiche fini da tavola, come i cosiddetti “servizi puerperali” fioriti e dorati, che servivano alle signore quand’erano costrette a letto dal parto. A questo proposito, in Santa Maria Novella, nell’affresco del Ghirlandaio titolato Nascita di San Giovanni Battista, si nota una fantesca che reca alla sponda del letto della puerpera proprio uno di questi servizi completo di vassoio, tazza, zuppierina e coppa finemente decorate.

In mezzo alla stanza principale della Spezieria, c’era un lungo e massiccio banco a sportelli, coperto da una miriade di vasi, vasini e vasetti contenenti unguenti, fiale, bottigline e tazzine “per gli assaggi”.
Sugli scaffali a muro erano allineati gli alberelli, lunghi vasi col tappo così chiamati perché anticamente venivano fabbricati con legno di pioppo; alcuni erano in terracotta, altri in fine maiolica decorata e colori varianti dal verde al giallo al blu: su ognuno era dipinto il nome della merce che conteneva, generalmente aromi, spezie, canditi, manna, datteri, erbe secche eccetera.
Invece, sugli scaffali più bassi, erano impilate in bell’ordine scatole rotonde o ovali in legno dipinto, metallo cesellato, avorio intarsiato, o foderate in velluti, damaschi, cuoio, che servivano per conservare spazzole, pettini, nastri, spugne e vari oggetti da toeletta. Sotto gli scaffali, grossi orci in coccio pieni di decotti ed infusioni già pronti per l’uso; e tutto (fiale, alberelli, vasi, scatole…) aveva attorno un nastro di seta su cui era dipinto il nome dello Speziale.


(Antica Spezieria Serristori)

Ma quello che soprattutto attirava in Spezieria uomini e donne, erano i profumi, merce in gran voga allora vuoi per vanità, vuoi per la convinzione che essi tenessero lontani gli effluvi malefici delle tante epidemie pestilenziali che in quel periodo funestavano l’Italia, vuoi perché la pulizia del corpo e delle strade non era un granché e il profumo nascondeva ben altri olezzi.

I profumi costavano carissimi; una cronaca fiorentina racconta che un solo sacchetto d‘Essenza Orientale poteva raggiungere la terrificante cifra di 400 fiorini d’oro. I più rari, e quindi di moda, provenivano dalla Spagna ed erano detti dellInfante Isabella e di Donna Fiorenza dell’Ulhoe; e sempre una spagnola, Eleonora di Toledo, introdusse in Italia la moda dei guanti profumati.

Soprattutto le Spezierie vendevano centinaia di bóccheri (o buccheri), composto di terra e paste odorifere di fiori e erbe forgiato in forma di piccoli vasi; i più pregiati venivano dal Portogallo, erano di color nero, cotti in forno e lucidati in modo che lucessero come ebano e poi, posti nell’acqua, spargevano attorno un delizioso odore.

Allo stesso modo, le dame usavano tenere appeso al collo, come un medaglione, dei piccolissimi bòccheri forati da dove uscivano gocce di profumo, secondo una moda greca e pompeiana che già aveva inventato orecchini con pendente forato contenente rare e dense essenze le quali, con l’ondeggiar della testa, cadevano a stille sottilissime sul collo e sulle spalle.

E in ogni Spezieria si vendevano anche i cunzieri, grandi vasi pieni di terra di bucchero che servivano a profumare gli appartamenti di lusso.


(Apotecario)

Ma i profumi non finivano solo sulle persone o negli ambienti; la moda gastronomica (che durò sino al Settecento) li imponeva anche come condimento nelle vivande: nei saporetts (salse), nei pan levati (una sorta di biscotti), nel cappone in galera (una specie di zabaione, e chissà perché si chiamava così…).

Non vi era piatto di carne o pesce o verdura, che non venisse abbondantemente innaffiato da “acqua” di rose, di cedro, d’arancia, violetta e gelsomino; ma dato che per dosarli bene ci voleva una mano esperta, ecco che le Spezierie si tramutavano anche in negozi di gastronomia e gli Speziali in cuochi, occupandosi persino dei banchetti funebri confezionando dolci e biscotti e tartine che venivano distribuite ai mesti invitati.
Sempre una Cronaca fiorentina narra che nel 1365, per il funerale di una certa Monna Piera de’ Valori Curonni, furono pagati a Giovanni di Bertoldo, apotecario (speziale) fiorentino, ben 53 fiorini d’oro.

Non si sa se gli Speziali si occupassero anche dei rinfreschi per battesimi e matrimoni; immagino di sì, così come son certa (grazie a cronache genovesi del ’400) che, per questi ultimi, i bravi Speziali venissero consultati febbrilmente dagli sposi (in separata sede) i quali ordinavano per l’occasione “unguenti, siroppi, potioni et altra medicamenta capace di rinvigorire, satisfare et infine procreare“.

Come vedete, pure il Viagra è nihil sub sole novi.

© Mitì Vigliero

Dedicato ai Tesorimiei Maddalena e Edoardo

 

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