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Li Cancelletti

di Placida Signora - 24 Settembre 2008

Antichi rimedi d’ordine pubblico

Nel 1800 le osterie fungevano da seconda casa per i romani; numerosissime dentro e fuori porta, erano luoghi d’incontri, affari, ozi,  festeggiamenti pubblici e privati.

Ogni occasione era buona per brindare e far baldoria; non v’era nomina cardinalizia, nascita, matrimonio, morte di popolano o nobile, visita d’un capo straniero, ricorrenza religiosa o avvenimento meteorologico, politico o sociale che non venisse celebrata da uomini e donne con vari “buccali” di quello buono.

L’arrivo del vino dai Colli Albani a qualunque osteria della città veniva accompagnato da un cerimoniale estremamente chiassoso; i barili, allineati sul tradizionale carretto a vinotrainato da un cavallo adorno di piume e penne tintinnanti sonagliere e guidato un carrettiere nerboruto dalla testa avvolta nella “sciarpa romana” (per intenderci, quella in capo alla “Madonna della seggiola” di Raffaello) e dagli inizi dell’800 da un alto e oblungo cappellone, erano accolti da uno schiamazzante corteo di abitanti del rione.

Al rullo di tamburi un banditore assunto all’uopo, sventolando una bandiera che lanciava in alto e riprendeva al volo, annunciava al vulgo l’evento, decantando ad altra voce la qualità del nettare.

Tutti restavano davanti all’osteria sino a quando l’oste, con fare solenne, issava all’esterno grandi frasche di lauro, emblema significante l’etilico lieto arrivo nelle cantine.

Attorno a tavole di legno, circondati da scritte beffarde stile “Quando questo gallo canterà, allora credenza si farà”, all’osteria nascevano giochi, stornelli, pettegolezzi e amori, ma anche trame, cospirazioni e pure furibonde risse dove frequentemente balenava fulminea la lama d’un coltello.

Così nel 1824 Papa Leone XII, presago della borbonica frase “’’sto popolo si governa solo con le tre F: farina, forca e feste”, per “allontanare i cattivi esempi” diminuì i dazi sul vino ma ordinò la chiusura al pubblico di tutte le osterie del suo territorio perché “il vino bevuto in troppa grande abbondanza cagiona frequentemente scene funeste”.

Davanti agli usci, obbligatori dei “cancelletti attraverso i quali l’oste avrebbe venduto il vino agli avventori, che però dovevano andarselo a bere a casa loro.

Ovviamente i romani, oltre a fermarsi per ore a bere per strada davanti a li cancelletti,  s’adontarono pure profondamente.

Il Belli ringhiò un sonetto di cui l’unica strofa qui pubblicabile è questa:

La sera, armanco, doppo avé ssudato,
s’entrava in zanta pace in d’un buscetto
a bbeve co l’amichi quer goccetto,
e arifiatà lo stommico assetato
.
(per chi volessere leggerlo tutto: qui, n° 16)

E la statua di Pasquino sparì letteralmente sotto centinaia di foglietti riportanti pasquinate furibonde:

Questo papa sempre a letto
dentro Roma allarga il ghetto,
alle scienze l’interdetto,
anche al vino il cancelletto, 
questa legge é di Maometto. 
Oh, governo maledetto!

Gli animi si calmarono solo quando il nuovo papa Pio VIII, nato a Frascati, abrogò i famigerati “cancelletti”, permettendo ai romani di tornare ai bagordi di sempre.

Solo allora Pasquino diventò gentile, esponendo gli anonimi versi:

Allor che il sommo Pio
comparve innanzi a Dio
gli domandò: “Che hai fatto?”
Rispose: “Nient’affatto”  
(proprio niente di importante e buono, NdPS) 
Corresser gli angeletti:
“Levò li cancelletti”

©Mitì Vigliero

I Mestieri scomparsi: dai Conservatori del Mare ai Catrai

di Placida Signora - 22 Settembre 2008

Il Progresso cammina nel bene e nel male, dando più che mai ragione al detto “tout passe, tout lasse, tout casse“.
In nome del Progresso cambiano abitudini ed esigenze; ciò che rende poco viene scartato e ciò che va a rilento è spodestato.
Così è per tutto, anche per alcuni mestieri che oggi o si sono completamente estinti, o si sono evoluti in modo tale da tramutarsi in cosa totalmente diversa dall’originale.

Inizio qui una serie di post che vi racconteranno appunto alcuni di questi mestieri scomparsi, prendendo come scenario Genova che possedeva sin dall’antichità e fino a non molti anni fa un patrimonio artigiano e professionale che spaziava in ogni campo, a partire dal mare.

Del mare infatti, sin dal 1300, c’erano i Conservatori, un’antica “magistratura” che aveva gli scagni (uffici) nella zona del Molo; i Conservatori gestivano con severità la cura del porto, vigilavano sulle acque affinché non venissero contaminate, in caso di burrasche provvedevano ai bastimenti ormeggiati e, da quanto si legge in un documento del ‘600, fungevano da polizia “contro i fuggitivi ba bastimenti, chi ruba o leva gli ormeggi barcaroli, chi non si ormeggia come si deve, i denneggiatori delle merci, i ricettatori di marinai fuggitivi, marinai mancanti al servizio, padroni che caricano sopra coperta…”

Nella zona portuale, sin dai primi tempi della Repubblica genovese, lavoravano anche gli oggi scomparsi Minolli (che nulla hanno a che fare con questo ;-) ), ed erano tutti residenti nel quartiere di Sampierdarena chiamato Coscia.
I Minolli, il cui compito era quello di procurare e caricare la zavorra per i bastimenti in partenza da Genova, erano riuniti in Confraternita;  tra loro si chiamavano “fratelli” e si autogovernavano per mezzo di un Priore, un Console e un Viceconsole.
Possedevano una flotta di oltre cento barche tipo leudo, che portavano i nomi delle moglie o della madre del capobarca: La mia Caterina, La bella Luigia, Moae (Madre) Bedin, Antonia, Manin (diminutivo di Maddalena), oppure soprannomi vezzosi - che facevano capire perfettamente quali omini delicati e fragili fossero - quali Storto, Marasso (coltellaccio da macellaio), Futta (stizza, rabbia), Lerfun (schiaffone).

E scomparsi completamente sono da tempo anche i Catrai, proprietari di curiose trattorie galleggianti sistemate su gozzi o piccole chiatte.
Queste natanti ristoratori si avvicinavano ai bastimenti ormeggiati alle banchine del porto, vendendo alla ciurma fumanti gavette colme di minestrone profumato, che veniva assai apprezzato dai marinai che allora, durante le lunghissime navigazioni, non avevano possibilità di mangiare verdure fresche, con conseguenti problemi sanitari quali scabbia e gravi avitaminosi.

©Mitì Vigliero

Storia della Diplomazia

di Placida Signora - 29 Agosto 2008

Come nacque una delle “arti” più difficili del mondo

La parola deriva dal greco “diploma” (da “diplωn“, doppio)  lett. “scritto piegato in due“, il foglio che  gli antichi ambasciatori ricevevano dai loro capi e sul quale stava scritto lo scopo della missione da compiere.

I documenti più antichi riguardanti la nobile arte della diplomazia risalgono al 1300 a.C.; trovati sulla riva destra del Nilo a Tel-el-Amarna, riportano i trattati di alleanza fra Ittiti ed Egiziani.

Altri, risalenti al VII sec. aC. e rinvenuti a Ninive, raccontano le frenetiche manovre diplomatiche del re Assurbanipal con tutti gli altri potenti Orientali.

Da sempre era uso che gli ambasciatori fossero muniti di una specie di passaporto speciale detto “credenziale“, una lettera in cui erano scritti tre punti fondamentali: scopo della missione, identità dell’ambasciatore e la ferma esortazione “a credere” tutto ciò che questo avrebbe detto senza torcergli un capello perché, come si dice ancora oggi, “ambasciator non porta pena“.  Ossia non ha nessuna colpa di ciò che viene a riferire.

Nell’antica Grecia, divisa lungamente in minuscole ma litigiosissime  città-stato, i rapporti diplomatici erano affidati ai primi ambasciatori ufficiali della storia, gli “àngheloi” (messaggeri), scelti accuratamente tra i cittadini che in patria avevano da sempre mostrato buone doti di abilità di rapporto con gli altri.

Se la missione a loro affidata andava a buon fine, una volta tornati a casa questi venivano festeggiati pubblicamente come eroi e incoronati d’alloro.

I trattati firmati dai vari capi di governo erano considerati letteralmente sacri; se qualcuno faceva il furbo e li violava, veniva multato: se non pagava, veniva disintegrato tramite “guerra santa“.

I rapporti fra Roma antica e le città straniere invece, erano mantenuti dal collegio dei “feziali” (da “foedus“, alleanza): 20 sacerdoti potentissimi che avevano il compito di dichiarare armistizi, guerre, paci.

Chi di loro veniva spedito in terra straniera come ambasciatore, veniva definito “legato” (inviato).

Nell’Urbe monarchica era il Re a nominare gli ambasciatori (e così in quella imperiale); in quella repubblicana erano i senatori a farlo: fu in quel periodo che proprio a Roma vennero aperte le prime scuole specializzate in “ars diplomatica, frequentatissime da studenti anche provenienti da stati esteri.

La figura del diplomatico straniero residentein modo fisso in una Corte d’altro stato, fu inventata della Chiesa quando inviò Nunzi Pontifizi a vivere stabilmente nel palazzo imperiale di Bisanzio.

Lo stesso metodo venne seguito dalle Repubbliche Marinare di Venezia e Genova, che sparsero nelle più importanti città d’Oriente i loro rappresentanti ufficiali, i quali le tenevano costantemente informate tramite l’invio di “copie” riservate.

In età moderna, cioè dopo la scoperta dell’America e la conseguente nascita di grandi e potenti stati nazionali sempre pronti a farsi vicendevolmente le scarpe, la presenza di ambasciatori fissi in terra straniera divenne indispensabile.

Nei momenti di crisi, dalle varie capitali partivano ambasciatori straordinari che raggiungevano quelli permanenti; i più famosi di questi, nel XVII sec., furono due giovani e abilissimi prelati destinati a una grande carriera nella storia: Richelieu e Mazzarino.

©Mitì Vigliero

Il Genovese che odiava i Genovesi

di Placida Signora - 18 Agosto 2008

Il responsabile della rivolta di Portoria

A Torre d’Isola (PV) c’è la bella villa-castello Botta-Adorno, famosa per essere infestata dal fantasma inquieto del primo proprietario, Marchese Antoniotto Botta-Adorno.

Figlio di Luigi, che venne spedito in esilio (con promessa di condanna a morte se fosse ritornato) dalla Repubblica di Genova dopo un tentato colpo di stato, e di Matilde Meli Lupi di Soragna, amante del re di Spagna Filippo V, Antoniotto crebbe superbo nonché dotato d’un carattere infernale.

Non si ammogliò mai, né abbe mai figli; sopportava il fratello più grande, Alessandro, ma ne detestava cordialmente la moglie Isabella di Torriglia, dichiarando pubblicamente che piuttosto di sposarla Alessandro avrebbe fatto meglio a prendere i voti.

Militare di carriera, fu il il comandante delle truppe austro-piemontesi che nel settembre del 1746 occuparono Genova, città di cui si autoproclamò Governatore; il dentino avvelenato che aveva nei confronti della Superba“nemica” di suo padre, lo spinsero a comportamenti estremamente crudeli nei confronti sia dei cittadini che delle autorità dogali (e gli Adorno di Dogi ne avevano avuti ben 7 in famiglia).

Passata alla storia è l’affettuosa risposta che diede al Doge Francesco Brignole Sale, che disperato arrivò a inginocchiarsi davanti lui per chieder pietà: “Ai genovesi lascerò solo gli occhi per piangere!”.

Fatto sta che i genovesi ad un certo punto non sopportarono più né lui né le sue truppe, e nel sestiere di Portoria il 5 dicembre dello stesso anno, col Balilla, il sasso e il “Chi l’inse” diedero vita alla formidabile e celeberrima insurrezione che cacciò gli invasori, Antoniotto in testa.

Lo storico Accinelli racconta che anni dopo, nel 1751, nel Palazzo di Commercio di Amsterdam si incontrarono lo Stadolter d’Olanda e il Botta; il primo gli disse di non aver mai capito come diavolo fosse stato possibile che quel gran numero di soldati armati sino ai denti avesse avuto la peggio contro dei cittadini inermi.

Al che il Botta rispose: “Non conosce Vostra Altezza l’umore del popolo di Genova. Egli è diviso in più quartieri, gli abitanti dell’uno sono agli altri contrari, gareggiano per la preminenza, ben sovente si azzuffano. Ma quando si tratta della libertà, lasciate le private discordie, tutti si uniscono per la difesa…” e per render meglio l’idea aggiunse che avendo un suo ufficiale suggerito di spedir 3000 uomini a sedare i rivoltosi, rifiutò la proposta ben sapendo che “le sole donne di Prè con evacuare pitali e vasi notturni dalle finestre, annegar fatt’avrebbero lui e la sua comitiva in un mare d’addobbi”.
Infine, forse al pensiero degli “addobbi“, scoppiò in una gran risata.

Ma aveva davvero un buon motivo d’esser finalmente gentile nei riguardi dei genovesi e trullo d’umore, l’Antoniotto; subito dopo la rivolta era infatti fuggito dalla città, portandosi dietro il tesoro della Repubblica, composto da oggetti preziosi e 20 casse di genovini d’oro, e si era rifugiato nella villa di Torre d’Isola dove morì (pare) nel 1774.

Però il luogo della sua sepoltura non venne mai ritrovato, così come del tesoro non fu mai trovata traccia: dicono sia nascosto nell’antica torre della villa, e che il fantasma d’Antoniotto vi faccia una guardia spietata.

©Mitì Vigliero

16 agosto: stanotte un Plenilunio Speciale

di Placida Signora - 16 Agosto 2008

Luna dei Regalini ed Eclissi


(foto MeteoBelgique)

Sospendo un attimo il galòp ferragostano per ricordarvi che la Luna di stasera sarà decisamente speciale.

Innanzitutto sarà piena, quindi è una Luna dei Regalini: leggete le istruzioni, e preparate i 3 desideri!

Poi, nuvole permettendo, potremo vedere un’eclissi parziale che durerà circa 5 ore e che potrete seguire anche qui; alle 20,23 entrerà nella penombra, alle 21,35 l’ombra. Il massimo di copertura (l’80%) sarà visibile alle 23,10. Dalle 00.44 l’ombra della Terra inizierà a ritirarsi e lo spettacolo finirà all’1,57, con la Luna tornata candida e pura .

Come tutti gli avvenimenti inspiegabili, strani o semplicemente rari, l’eclissi lunare (così come quella solare) ha sempre colpito molto la fantasia popolare, dando loro connotazioni di negativi presagi o manifestazioni diaboliche.

Nel 1504 Cristoforo Colombo, il quale sapeva da testi scientifici che ci sarebbe stata un’eclissi, la sfruttò in modo bieco per ottenere l’aiuto degli indios della Giamaica: fece finta di pregare Dio dicendo più o meno “Fai vedere a questi oscuri selvaggi quanto sei potente: oscura la Luna!”.
Cosa che regolarmente avvenne e convinse i giamaicani.

Effettivamente vedere il disco luminoso e candido della Luna venire lentamente coperto da un altro disco estraneo, nero e buio come gli Inferi, sottolinea il presunto carattere magico del fenomeno: come se le tenebre volessero letteralmente “mangiare” la luce, come se la morte prendesse il sopravvento sulla vita.

Per questo gli antichi e pagani guerrieri degli eserciti, se vedevano la notte prima della battaglia un’eclissse, di comune accordo con l’avversario rinviavano la tenzone ad un altro momento; non solo, ma si mettevano tutti insieme a ululare in direzione della Luna, per spaventare il nero Essere mostruoso che la stava “divorando”.

Se il popolo Maya non aveva affatto paura dell’eclissi lunari, anzi sapeva predirle con estrema esattezza, i Persiani credevano che l’eclissi fosse una punizione divina nei confronti degli uomini. Pensavano che tutte le volte che qualcuno stava per compiere o aveva compiuto gesta malvage (tradimenti, infanticidi ecc), gli dei chiudevano in una specie di tubo l’astro celeste (luna o sole che fosse) e lasciavano gli umani nel buio più completo, con la sola compagnia di Incubi e Rimorsi.

E nel Medioevo i contadini erano convinti che le eclissi fossero causate da certe parole magiche pronunciate da streghe cattive; queste parole avevano il potere di “ipnotizzare” la Luna, obbligandola ad avvicinarsi alla terra per deporre una sorta di rugiada schiumosa sulla erbe che poi sarebbero servite alle fattucchiere per compiere ogni sorta di nefandi sortilegi.
Quindi, per impedire che la Luna udisse le stregonesche parole, all’inizio dell’eclissi tutti gli abitanti dei villaggi si mettevano a correre sui campi facendo un fracasso infernale, agitando campanacci da mucca, martellando lastre di rame e di bronzo, percuotendo incudini e urlando come pazzi.

Infine, per i napoletani, le eclissi di Luna devono essere guardate non da dietro i vetri della finestra, bensì all’aperto, a viso nudo: e il giorno dopo bisognerà correre alla prima ricevitoria del Lotto a giocare il numero 70.

© Mitì Vigliero

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