©

Un noir del XIII secolo: il Giallo irrisolto di Celestino

di Placida Signora - 16 marzo 2010


Colonna sonora

In Ciociaria si trova il Castello di Fumone; grazie alla sua posizione dominante un immenso paesaggio, nel Medioevo fungeva da sentinella contro le incursioni saracene, longobarde e normanne.

Appena si vedevano movimenti sospetti, dalla torre del “Castro Fumonis” si levava un’immensa colonna di fumo che veniva vista e ritrasmessa dalle torri di Rocca di Cave, Castel San Pietro di Palestrina, Paliano e altre, arrivando sino a Roma e dando in tal modo l’allerta.

Ma la torre è celebre anche perché nel 1296 vi fu imprigionato e morì in circostanze misteriose Pietro da Morrone alias Papa Celestino V, colui che secondo Dante (Inferno, III) “fece per viltade il gran rifiuto” e invece secondo Jacopone da Todi, venne ridotto “in cennere e ’n carbone” da quella fucina, loco tempestoso” che era la Curia Romana d’allora.

Sin da bambino non sopportava gente intorno; religiosissimo, ipersensible e tormentato da incubi e visioni, si  rinchiuse in una vita mistica e penitenziale vivendo da eremita in luoghi impervi e isolati.

Ben presto la sua fama di “santo” attirò torme di fedeli ammiratori; infastidito ed esasperao, per sfuggire alla presenza assillante di questi, continuò a cambiar eremi: dal Monte Porrara al Morrone alle vette della Maiella.

Ma nel 1294, su pressione di Carlo d’Angiò fu eletto Papa.

Celestino trascorse alora un periodo infernale, circondato da maneggioni e faccendieri che gli facevano addirittura firmare bolle papali in bianco.

Costretto a seguire il re a Napoli, si fece costruire in Castel Nuovo una minuscola stanza di legno ove stava rintanato a pregare, affidando il comando a tre cardinali.

Dopo 5 mesi rinunciò al papato.

Al suo posto venne eletto Benedetto Caetani, il terribile Bonifacio VIII il quale, be sapendo che la presenza del Celestino -anche se “ex” - avrebbe provocato uno scisma, per toglierlo di mezzo lo imprigionò in un’inumana cella di Castel Fumone, dove il poveretto morì dopo dieci mesi.

E qui arriviamo al giallo.
Anzi, al noir.

Nella Badia di S.Spirito a Sulmona, eremo prediletto del da Morrone, sino al XVII sec. si conservava un “chiodo longo mezzo palmo” macchiato di sangue; si diceva fosse  l’arma usata da un sicario nipote di Bonifacio per ammazzare Celestino.

E in Santa Maria a Maiella, altro eremo, in un orripilante affresco ora scomparso si vedeva Celestino pregante e dietro di lui un uomo che gli poggiava sulla testa il chiodo sollevando contemporaneamente un martello.

Nel 1630 Lelio Marini, Abate Generale dei Celestini e Sherlock Holmes nell’anima, dopo aver esaminato reperti e cadavere, scoprì nel cranio un foro in cui quel chiodo entrava perfettamente: ergo ne denunciò l’assassinio.

Ma non se ne fece nulla; anzi l’arma del delitto scomparve misteriosamente.

Nel 1888 venne fatta un’altra autopsia, che dichiarò quel buco “assolutamente non accidentale”.

Nel 1998 dalla Basilica di S. Maria di Collemaggio all’Aquila, la salma venne trafugata da ignoti e ritrovata in un cimitero vicino a Rieti.
Allora l’Istituto di Anatomia dell’Aquila – dopo aver confermato l’esistenza del buco nel teschio- sottopose i resti a varie analisi, TAC compresa: ma i risultati andarono, di nuovo, miracolosamente perduti.

© Mitì Vigliero

Genovesi e Gatti: da sempre un Grande Amore

di Placida Signora - 11 marzo 2010


(Berio, gatto della Biblioteca di Genova)


Razza mugugnona per definizione e poco incline a smancerie, quella genovese sin dalle sue origini ha sempre mostrato una spiccata simpatia e una profonda stima nei confronti dei gatti.

Remo Borzini li definiva la “presenza soffice, misteriosa ed irreale” di Genova, indispensabile a  una città  dotata di grande porto, stretti vicoli e piena sempre di tanta bella rumenta attiratrice di topi.

I gatti erano apprezzati perché non erano dei mollaccioni mangiapane ad ufo, ma si guadagnavano vitto e alloggio lavorando dignitosamente; una legge della Repubblica (mantenuta anche sotto i Savoia) li assumeva in pianta stabile negli Archivi di Stato per salvaguardare dai sorci la carta dei documenti.
Come stipendio cibo, cure mediche, protezione e caldi posti in cui dormire.

I potentissimi Fieschi avevano nello stemma un gatto; il grande Magnasco nel dipinto “I frati attorno al fuoco”, ritrasse i religiosi radunati vicino al camino, con attorno tanti gatti, e persino il rude ammiraglio Andrea D’Oria volle essere ritratto assieme al suo gatto. Da bravo uomo di mare, sapeva che “chi alleva de gatti no alleva de ratti”; lo stesso Cristoforo Colombo volle su ognuna delle 3 Caravelle due gatti, maschio e femmina, che moltiplicandosi avrebbero difeso cambusa e merci.

Inoltre, ai capitoli 65 e 66 dell’antico testo di leggi del “Consolato del Mare” (tradizione giuridico marittima del Mediterraneo, in uso sin dal XIV sec.) stava scritto che ogni Comandante di Bordo aveva il “dovere di procurarsi gatti”, affinché i topi non danneggiassero il carico.

Veniva anche precisato che, se i roditori avessero guastato la merce “prima” che il Comandante si fosse procurato i gatti e mentre la nave era ancora in porto, non doveva pagare i danni: ma se il “sinistro” fosse avvenuto in navigazione e si fosse provato che i gatti non erano stati imbarcati, allora il Comandante non solo doveva risarcire personalmente tutto il carico rovinato, ma anche finir sotto processo per gravissima “Colpa Nautica”.

Una volta a bordo, e di solito in gran numero, i gatti venivano affidati alla responsabilità di un nostromo in seconda detto “u penéise”, il pennese, il quale oltre la responsabilità di cime, nodi e vele, aveva quella di star dietro –  a rischio licenziamento -  alle gnaolanti e unghiute creature, solitamente molto poco amanti dall’acqua in genere.

Doveva tenerli calmi in caso di tempesta ed evitare che cadessero in mare; badare che avessero sempre la loro razione di cibo, premiarli ogni volta che prendevano un topo, occuparsi della loro salute, difenderli dagli scherzi dell’equipaggio e soprattutto, ogni volta che si arrivava ad un porto, radunarli e chiuderli in un posto sicuro all’interno del bastimento onde evitare che scappassero, rifugiandosi sulla terra ferma.

E ammettiamolo, doveva essere un vero spettacolo vedere il pennese, prima di ogni attracco, lanciarsi all’inseguimento di una ciurma di gatti che velocissimi s’infilavano nei pertugi della coffa, si nascondevano sotto pile di cime o s’arrampicavano sino in cima agli alberi del veliero.

©Mitì Vigliero

Storia di un ex-antinevralgico: la Coca Cola

di Placida Signora - 1 marzo 2010

E’ praticamente coetanea della Statua della Libertà ma forse nel mondo, quale simbolo dell’America, è più conosciuta lei.

Tutto merito di John Stith Pemberton (1831-1888), farmacista di Atlanta, che nel 1885 vendeva nel suo drugstore uno sciroppo di sua invenzione (che originariamente prevedeva l’uso di estratti di noci di Cola e foglie di Coca, poi sostituiti con la caffeina), da prendersi a cucchiaini quando si aveva il mal di testa.

Però, ben presto, si accorse che la riserva di sciroppo che lui fabbricava e  conservava in magazzino, diminuiva misteriosamente; il motivo era che i suoi garzoni di bottega avevano scoperto che lo sciroppo, diluito in acqua fresca, era ottimo nonché meraviglioso per togliere la sete.

Così Pemberton lo allungò con acqua gassata, assaggiò pure lui, disse “Delicious and refreshing!” e anziché punire i garzoni golosi si precipitò alla sede dell’ ”Atlanta Journal” a pubblicare quelle esatte parole come primissima inserzione pubblicitaria della Coca-Cola.

Qualche anno dopo Asa Candler investì tutto il suo capitale, 1200 dollari, per comprare la formula del farmacista e tutta l’attrezzatura per fabbricarla; nacque così la prima fabbrica di Coca Cola a livello industriale, “The Coca–Cola Company”.

I primi ad ottenere la concessione per l’imbottigliamento furono due geniali amici di Chattanooga, Benjamin F. Thomas e Joseph B. Whitehead; a loro spetta l’idea di aver voluto studiare una bottiglia dalla forma talmente inconfondibile che, parole loro, “si sarebbe potuta riconoscere anche al buio”.

Nacque così la classica bottiglietta panciuta, col marchio Coca-Cola stampato in rilievo.

(*)


Ma chi lanciò la bevanda sul mercato mondiale -ostentando sin da allora sempre giusta fierezza per la sua storia- fu, negli anni Venti, l’impareggiabile Robert Winship Woodruff, passato alla storia nell’ambiente economico USA come “l’uomo giusto al momento giusto”.

Egli, sfruttando le enormi potenzialità dei media e perfezionando il sistema di produzione e distribuzione del prodotto, ne fece un fenomeno commerciale e sociale di inaudita grandezza.


(*)

Ogni giorno dalla fabbrica madre partivano migliaia di boccioni contenenti lo sciroppo e diretti in vari stabilimenti d’imbottigliamento sparsi nel mondo.
Qui lo sciroppo veniva (e viene) confezionato in vari contenitori di vetro, plastica e metallo, dopo essere stato diluito nelle dosi regolamentari in acqua gasata.

Dote fondamentale per divenire produttori e distributori di Coca-Cola, l’assoluta discrezione: la formula infatti era ed è segretissima.

Acqua, zucchero, anidride carbonica, caramello, caffeina, aromi naturali e la superessenza segreta nomata 7X (Seven X), quella che fa la differenza con tutte le altre bevande, Pepsi in testa, che tentano da più di un secolo di imitarla.


(*)

Non solo, ma nel 1924 Woodruff creò un’apposita commissione incaricata di scegliere e vagliare ogni progetto, musica o oggetto che avesse come base il marchio Coca-Cola; il mercato fu così invaso non solo da jingle divenuti famosissimi in tutto il mondo, ma anche da oggetti vari tutti contraddistinti dal famoso ovale rosso e bianco: vassoi, bicchieri, ghiacciaie, spilline, orologi, grembiuli, tovaglie, magliette, riproduzioni di modellini in miniatura dei mitici camion che distribuivano le bottigliette in giro per il mondo, persino computer.


(Vintagewarehouse)

La scritta Coca-Cola comparve in varie forme non solo nei bar ma in stanze di college o di case private, cucine, spogliatoi; divenne un vero mito, il simbolo di un modo di vivere, persino un motivo di contestazione politica.

E indubbiamente è stata da sempre un formidabile aggregante, soprattutto di masse giovanili: collegi, scuole, feste, spiagge, campetti di calcio, palestre e Giochi Olimpici.

Perché, come dice il suo slogan più famoso, “Coke is it”: Coca Cola c’è, e questo basta.

© Mitì Vigliero

Storia del medicinale più conosciuto al mondo: l’Aspirina

di Placida Signora - 25 febbraio 2010

Già Ippocrate di Kos (460-377 aC)  consigliava come antidolorifico alle partorienti sofferenti per le doglie di bere un infuso di foglie di “Salix Alba Vulgaris” (salice, contenente acido salicilico, ma questo il medico ateniese non lo sapeva);anche Plinio attribuiva al salice proprietà analgesiche e Dioscoride, I sec d.C., lo prescriveva per combattere febbri e “eccitazione sessuale”.

 L’uso del salice come pianta medicamentosa venne ignorato dalla medicina medioevale; editti speciali proibivano la raccolta dei rami per altro uso che non fosse quello della costruzione di ceste.

Nel XIII sec. i medici della Scuola Salernitana ne riesumarono l’uso in modo curioso, prescrivendolo nei conventi; questo perché pensavano che il salice fosse un antiafrodisiaco, annientatore di ogni  libidine.

In Italia questa convinzione (una delle prime leggende metropolitane della storia) durò a lungo; il medico senese Mattioli nel 1600 prescriveva foglie di salice tritate e mescolate a vino e pepe per lenire il “dolore dei fianchi”, che non era il mal di reni ma il desiderio sessuale represso.

E anche lo scienziato illuminista Giovanni Pietro Fusanacci nel 1784 asseriva che “il sugo cavato dai rami teneretti allontana egregiamente le libidinose voglie”.

Ma quasi contemporaneamente a Chipping Norton, Oxford, un pastore protestante appassionato di botanica, Edward Stone, un dì passeggiando in un bosco decise di masticare un pezzetto di corteccia di salice; mentre la sputava disgustato pensò che il sapore era assai simile a quello amaro della cinchona, la pianta peruviana del chinino, unico antimalarico conosciuto allora.

Così, dopo averne sperimentato il decotto su 50 malati, il 2 giugno del 1763 presentò alla Royal Society di Londra un saggio in cui dichiarava quanto la febbre di questi fosse rapidamente diminuita.

Un’involontaria spinta agli studi di ricerca venne data da Napoleone che nel 1803 proibì qualunque importazione di merci dai territori inglesi, chinino compreso.

Cercando freneticamente un sostituto autoctono nel 1828 a Monaco di Baviera il chimico Johannes Buchnder bollendo del salice ne ottenne una materia gialla che battezzò “salicina”; nel 1829 un farmacista francese, Leoroux, la isolò in forma cristallina composta da glucosio e alcool salicilico (500 gr. di scorza di salice davano 30 gr di salicina).

Nel 1838 il chimico calabrese Raffaele Piria scoprì l’acido salicilico e nel 1853 il francese Gerthardt produsse l’acido acetilsalicilico puro che abbassava sì la febbre, ma ammazzava i pazienti con emorragie gastrointestinali.

Finalmente nel 1897 un giovane chimico della Bayer, Felix Hoffmann, combinando l’acido salicilico con l’acido acetico (acetilazione) sintetizzò chimicamente l’ASA (acido acetilsalicidico, questa volta abbastanza ben tollerato dagli stomaci umani).

Il 23/1/1899 la Farbenfabriken di Friederick Bayer & C. battezzò il farmaco Aspirina (“a da acetil e “spir”, da acido spireico sinonimo di salicilico e il suffisso -ina , molto usato nei nomi dei medicinali di allora); il 1° febbraio ne depositò il marchio all’ufficio imperiale brevetti di Berlino e il 6 marzo mise in commercio la prima confezione di aspirina da 500 mg

Da allora ne sono state consumate centinaia di migliaia di compresse, e attorno a lei – come capita a tutte le famosissime dive – sono nate pure altre varie leggende metropolitane che spesso la abbinano alla bibita più famosa del mondo, la Coca Cola, la cui storia vi racconterò appena mi passerà l’influenza.

©Mitì Vigliero   

Storia dei Biscotti

di Placida Signora - 22 febbraio 2010



Il mitico eroe Giasone, prima di partire in nave con gli Argonauti alla ricerca del Vello d’Oro, ordinò al cuoco di cuocere il pane da portare in viaggio. Però il cuoco, durante l’ultima  infornata, s’addormentò come un sasso; quando si svegliò corse al forno temendo di aver bruciato il pane, ma invece lo trovò soltanto ridotto di volume, appiattito, secco e leggero.
Giasone lo volle caricare ugualmente in cambusa e fu fortunato, perché quello strano pane fu l’unico che non ammuffì, rimanendo buono e croccante, ottimo soprattutto da pucciar nel vino.
Così, secondo la leggenda, nacque l’antenato dei biscotti, chiamato dai latini sia Panis nauticus (la “galletta” dei marinai) sia Biscoctus, ossia “cotto due volte”.
Gli antichi romani impararono in seguito a cuocere dei biscotti dolci; il buccellatum e la offa, da cui deriva il termine ormai raro e desueto di “offella“; e di biscotti parlano anche lo storico Polibio (202-120 a.C.) e San Marcellino, che diventò Papa nel III secolo dopo Cristo.
(le Offelle di Parona Lomellina)
All’inizio del Medioevo l’Arte della Biscotteria si perfezionò nei conventi; i monaci di Reims, ad esempio, non divennero celebri solo per la loro bravura a copiar manoscritti, ma anche per aver inventato un’offa al miele conosciuta in tutta la cristianità.
In seguito nacquero botteghe artigiane laiche; sempre il Medioevo vedrà una serie di furibonde polemiche tra le corporazioni dei Panettieri e dei Pasticceri che pretendevano ciscuno di avere il monopolio esclusivo per la fabbricazione dei biscotti.
Nel 1300 nacquero i famosi savoiardi: furono i cuochi del re Aimone di Savoia detto il Pacifico ad inventare la “savoiarda“, una pasta porosa a base di farina, uova e miele.

(I Savoiardi di Comidademama)
I commerci con l’Oriente arricchirono ben presto i biscotti di sapori nuovi: quelli delle spezie.
Venne usato molto il pepe, come nel panpepato; altre spezie entrarono nei mostaccini e nelle giromette, tipici della zona di Varese, ma fu soprattutto l’anice, originaria dell’Asia Minore, ad avere un grande, interminabile successo.
Marcel Proust, all’inizio del suo Alla ricerca del tempo perduto, intinge nel tè una madeleine, il cui sapore scatena un’ondata di ricordi che gli fa ripercorrere tutta la sua vita.
I biscotti “maddalena“, di forma ovale, scanalata, a base di farina, latte, zucchero e anice, furono inventati all’inizio dell’Ottocento da una signora che si chiamava Madeleine Paumier, ma la ricetta di base era in realtà quella dei brigidini, inventati dalle monache del convento di Santa Brigida a Pistoia.

(Suspirus©Sardegna da esplorare)
In Italia nacque anche la grande famiglia degli amaretti; quelli di Finale e di Sassello; quelli di Saronno, di Gavi e di Oristano; sempre in Sardegna i suspirus e a Modena i San Geminiano.
In Lombardia e Piemonte nacquero i biscotti detti brutti ma buoni,  a base di mandorle, nocciole e albumi; a Casale Monferrato i crumiri (o krumiri), bastoncini zigrinati e ricurvi a base di farina di grano, farina di mais, uova, zucchero e vaniglia.
(i Crumiri di Casale)

In Toscana i cantucci, ottimi col Vin Santo; a Saint Vincent i torcetti, di cui andava matta la regina Margherita; in Friuli e Emilia Romagna gli zaleti e zalet, “gialletti” per il colore dato dalla farina di mais e, nel centro Italia, i tarallucci, con i quali gli Abruzzesi suggellavano i contratti pucciandoli nel vino.

(gli Zaleti di Albertone)

Il primo però che ebbe l’idea di fare dei biscotti una vera industria, fu nel 1803 un panettiere londinese che si chiamava Edward; era l’epoca delle guerre napoleoniche, Francia e Inghilterra lottavano per il dominio dei mari e di lì a poco l’ammiraglio Nelson avrebbe sconfitto definitivamente il Bonaparte a Trafalgar.
Edward, per celebrare le imprese della marina inglese, inventò una gallettina simile a quella che i marinai portavano in cambusa; solo che l’arricchì di burro e zucchero, facendola diventare dolce, friabile e croccante.
Questo biscotto furoreggiò nei tè delle cinque dei salotti inglesi, così Edward decise di inventarne altri tipi e venderli in scatole di latta vezzosamente dipinte.
Da allora, grazie ad altri imprenditori, stabilimenti di quei biscotti che vennero chiamati in generale “pastine inglesi“, sorsero in Francia, Svizzera e Belgio.
In Italia, il primo grande industriale biscottiero fu Davide Lazzaroni; aveva già una bottega a Saronno, dove produceva savoiardi, pan d’anice, amaretti, e vendeva biscotti inglesi importandoli da Londra.
Nel 1888 decise di non importarli più, ma di acquistare in Inghilterra direttamente il macchinario adatto a fabbricarli; in tal modo dalla sua fabbrica uscirono, oltre ai suoi italici biscotti, anche wafer, Petit Beurre, Oswego, Marie, ossia tutte le più rinomate “paste da tè” inglesi, che vendeva in magnifiche scatole di latta.
Lazzaroni, nelle confezioni dei biscotti, un tempo regalava anche delle deliziose figurine che bambini e signore collezionavano in appositi album.
E se avete la fortuna di averne in casa, mettetele in cassaforte; infatti, come quelle di Liebig, hanno raggiunto valori antiquariali incredibili.
©Mitì Vigliero


Altri nomi di biscotti tipici della vostra zona?

« Post precedenti  






PlacidaSignora.com
PageRank


   Placida Klip

              Per aggiungere la Placida Klip al vostro KlipFolio


   Placide visite

   Placidi visitatori nel mondo


   Placido Eclectic

          [Eclectic Site Award]