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Quando le Genovesi si Arrabbiano: Le Erinni di Prè

di Placida Signora - 1 febbraio 2012

Genova si trova la splendida Commenda di San Giovanni, uno dei luoghi più suggestivi e ricchi di storia della città.

L’edificio religioso nacque nell’XI secolo per volere dei Cavalieri Gerosolimitani (futuro Ordine di Malta) che lo vollero per un duplice scopo; quello di fungere da “stazione marittima” che radunasse i pellegrini e i crociati in partenza per la Terrasanta, e quello di Ospedale per i forestieri che lì trovavano accoglienza sia per essere guariti, sia per trascorrere la quarantena se sospettati di malattie epidemiche.

Certamente non era un luogo tranquillo; infatti il quartiere dove si trova è quello di Prè, che già da allora non godeva buona fama; immerso nel centro storico, vicinissimo al porto, quella città vecchia da sempre cantata e conosciuta come residenza fissa di figuri più o meno raccomandabili.

Dentro le millenarie mura della Commenda risuonarono spesso grida raccapriccianti, come quelle dei cinque cardinali che in una notte del 1385 vennero strangolati dai sicari salernitani di Papa Urbano VI, “uomo di ferocissimi costumi”, solo perché sospettati di essere seguaci dell’antipapa Clemente VII.

Ma anche intorno alle mura gli urli erano frequenti; risse, litigi, diverbi, scenate, tumulti vari scoppiavano spesso fra gli abitanti, in maggioranza camalli e lenoni, prostitute e ladruncoli.

Però uno di questi tumulti fu talmente violento e curioso da venire eternato su tutti gli Annali.

Nel 1700 la Commenda era retta da Padre Schiaffino, uomo gentile e generoso, molto ben visto dai parrocchiani del turbolento quartiere; ma un giorno incominciò a circolare la voce che il rettore sarebbe stato sostituito da un tale Don Piccardo, che aveva l’unico merito di essere il nipote di un alto prelato romano, il quale avrebbe gradito tanto per il congiunto un incarico importante e di prestigio.

La notizia si fece sempre più insistente e le donne di Pre, radunate in crocchi nelle piazzette, nei vicoli, o affacciate alle finestre sui bui carrugi, non parlavano d’altro: sempre più inquiete e agitate, ribollivano proprio come il mare quando minaccia tempesta.

E quando si ebbe la certezza che la notizia non era infondata, la tempesta scoppiò davvero.

Capitanata dalle quattro più arrabbiate i cui soprannomi “professionali” tramandati dalle cronache – la Buriana, la Sbobba, la Costosa e la Bugiarda – rendono bene l’idea di che tipini delicati fossero le personagge, la rivolta dilagò per tutto il quartiere, raccogliendo in un inferocito e ululante corteo centinaia di femmine scatenate appartenenti ad ogni ceto e mestiere.

Il corteo furibondo si diresse schiamazzando prima all’Arcivescovado, sostò poi sotto le finestre del Palazzo del Governo   lì vicino e terminò in salita San Paolo, dove si trovava la casa di Don Piccardo l’Usurpatore.

Lì, come furiose Erinni, le scignùe sfondarono la porta, e non trovando in casa il prelato che alla notizia era immediatamente fuggito a gambe levate, si sfogarono sulla sua perpetua e sugli arredi, facendone rottami.

Il giorno dopo, aumentate di numero e rabbia, ritornarono; stavolta non riuscirono a entrare e allora pensarono di incendiare la casa, cosa evitata però da un picchetto di soldati posti di guardia.

Così si limitarono a bruciare un fantoccio di paglia raffigurante il Piccardo, minacciando di fare altrettanto coi corpi – veri – di tutti i componenti dell’Arcivescovado.

Le autorità ecclesiastiche allora, pensarono bene di non trasferire più il vecchio rettore, il quale continuò sino alla morte il suo lavoro di Pastore fra pecorelle forse un po’ smarrite, sì, ma anche tanto affezionate.

© Mitì Vigliero

Perché i Genovesi Dicono: “U Lommellìn l’ha avèrtu u pòrtego!”

di Placida Signora - 24 gennaio 2012

I genovesi, quando finalmente arriva una notizia attesa, o accade qualcosa di inaspettato, oppure quando succede un fatto  particolarmente importante che però non dà i risultati sperati, esclamano: “U Lommellìn l’ha avèrtu u pòrtego!” (Il Lomellini ha aperto il portone).

Il pòrtego è quello  di Palazzo Ducale che, essendo l’antica sede del Doge e del Governo, ha sopportato secoli d’assalti furibondi; tutte le volte che qualcosa non andava a qualcuno, questo andava lì e cercava di sfondarlo.

E il modo di dire si riferisce proprio a un  terribile assalto alle ducali porte che avvenne il 14 gennaio del 1747; pochi giorni prima, Balilla aveva lanciato il sasso dando vita alla rivolta di liberazione dallo straniero.

Il Senato dei Nobili era da allora barricato nel Palazzo, cercando di metter su un nuovo governo indipendente dallo straniero Austriaco, finanziato in compenso dallo straniero Francese.

Così i genovesi si riunirono nell’allora Piazza Nuova (oggi Piazza Matteotti) accusando i nobili di tradimento, urlando, insultando, lanciando sassi e rumenta e infine trascinando un cannone davanti alle immense porte sbarrate, minacciando di farle saltare.

Ad un tratto queste si schiusero e uscì Giacomo Lomellini.

- “U Lommellìn l’ha avèrtu u pòrtego!” esclamò la folla mentre costui urlava:
-“Non distruggerete il Palazzo senza avermi prima buttato per aria dopo avermi fatto a pezzi: giuro che i nobili non hanno tradito la democratica libertà di Genova!”.

Il popolo democratico, colpito dal coraggio del nobile, si calmò e i capi della rivolta vennero democraticamente impiccati.

© Mitì Vigliero

Vi Racconto la Storia della Gomma da Masticare

di Placida Signora - 19 gennaio 2012

I Greci avevano l’abitudine di masticare la resina dell’albero del mastice e oltre 1000 anni fa i Maya ruminavano la “chicle”, (da cui “chicles“, storpiato poi dagli italiani in cicca ): gomma derivata dal latte coagulato (lattice) dell’albero della sapodilla (Achras zapota), pianta tropicale da frutta che cresce nello Yucatan, in Guatemala ed altre regioni dell’America Centrale.
La chicle e’ in pezzi marroni rosati o rossastri e contiene guttaperca.

Nel New England, gli indiani masticavano linfa di abete rosso e i coloni bianchi impararono presto questa abitudine; ottenevano la loro gomma da masticare con resina d’abete indurita, sciogliendola con cera d’api.

Nel 1848John B. Curtis decise di immetterla nel mercato col nome “State of Maine Pure Spruce Gum”.
Lui e suo fratello la fabbricavano in modo casalingo, facendola sciogliere su una stufa Franlkin e poi tagliandola in piccole porzioni; sulle confezioni fu stampata la bandierina americana.

I Curtis comprarono poi grandi terreni tappezzati di abeti rossi, e  nel 1850 la “Curtis Chewing-gum Company” divenne una fabbrica con ben 200 lavoranti, anche se la distribuzione si limitava al New England.

Ma il brevetto ufficiale della gomma da masticare (n° 98.304, 28 dicembre 1869)  fu registrato da William Finley Semple, un dentista americano che la utilizzò come strumento di lavoro; la prescriveva ai pazienti affetti da problemi di masticazione, come una sorta di ginnastica mandibolare; oltretutto univa alla chicle delle materie ruvide (polveri o ossa frantumate), che secondo lui servivano a raschiare i denti e mantenerli puliti.

Semple però non mise mai in commercio il suo chewing-gum, cosa che invece fece Thomas Adams di new York, un fotografo – inventore che prima pensò di utilizzarlo come vulcanizzatore di gomme da strada, poi tentò di fabbricarne maschere giocattolo per i bambini e infine, visto che non serviva a tappar buchi e s’appiccicava indelebilmente sulla faccia dei pargoli, notando quanto volentieri gli operai della sua officina la masticassero, nel 1871 brevettò una macchina in grado di produrne grandi quantità, aggiungendo come ingredienti zucchero ed estratto di liquerizia; nacque così il primo chewing-gum ufficiale, chiamato Black Jack, che costava 1 penny la coppia.

Nel 1880, il chimico John Colgan inventò un metodo per mantenere più lungo il sapore dei chicles e vendette la formula ad Adams, che nel 1888 la utilizzò per lanciare nuove gomme chiamate Tutti Frutti (a base di sciroppi dai vari sapori), e immettendole nel mercato inventando quei contenitori automatici di vetro  così cari alla nostra memoria d’infanti, sotto forma di palline ricoperte di zucchero di vario colore.

Nel 1906 Frank Fleer di Philadelphia  ebbe per primo l’idea di inventare una gomma in grado di fare le bolle; provò col grasso di balena, ma i risultati del sapore furono disgustosi .

Ci riuscì solo nel 1928, grazie alla formula creata dal suo contabile Walter Diemer.

Nacque così il “Double Bubble Gum”.

In Italia la moda del chewing-gum esplose solo negli anni ’50, dando vita purtroppo anche alla sgradevole razza degli indefessi e rumorosi biascicatori.

© Mitì Vigliero 

Vi racconto la mia “Leggenda delle Acciughe”

di Placida Signora - 17 gennaio 2012

(Eredel Illustration)

Tanti e tanti anni fa, così tanti che non potete nemmeno immaginarne quanti, splendeva nel cielo una numerosa famiglia di stelle: stelle piccine piccine, ma luminosissime, forse le stelle più luminose di tutto l’universo celeste.

Si chiamavano Engrauline ed erano molto, molto vanitose.

Infatti ogni notte, dall’alto del cielo si specchiavano sull’acqua del mare e la volta infinita echeggiava incessantemente delle loro presuntuose vocine:

“Guardate la nostra luce” dicevano superbe alle Pleiadi “guardate com’è intensa, chiara, sembra argento puro…”

“Guardate i nostri riflessi” dicevano tronfie alla via Lattea “guardate come palpitano vivi sulla nera acqua del mare…”

“Guardate gli umani”, dicevano boriose ai Pianeti “guardate come ci ammirano con la testa volta all’insù…”

Le altre stelle ascoltavano, guardavano e rispondevano che davvero sì la loro luce sembrava argento; che davvero sì riflessa sull’acqua nera del mare sembrava viva; che davvero sì gli umani le ammiravano molto…

In realtà erano risposte meccaniche e rassegnate, dettate da mera educazione e soprattutto dalla segreta speranza che le Engrauline, dopo averle ottenute,  stessero un po’ zitte.

Ma le stelline vanitose anche durante il giorno continuavano a parlare e parlare e parlare, senza mai prender fiato una volta.

Solo che, in quel momento, le loro parole passavano dai continui autoincensamenti  alle continue lamentazioni:

“È ingiusto, nessuno di giorno può vedere la nostra splendida luce d’argento…”

“Accidenti, potremmo essere molto più ammirate dagli umani se questi ci potessero guardare anche col Sole…”

“Uffa, di giorno qui in cielo non sappiamo che fare e ci annoiamo, perché non possiamo vedere la nostra bellezza riflessa sul mare…”

Una notte in cielo c’era la Luna piena; pareva un disco di diamante purissimo, dal quale partiva una luce talmente splendente da rendere il mare bianco come platino fuso.

Le Engrauline chiacchieravano ininterrottamente come al solito, ma stavolta erano rose dall’invidia:

“Ma guardala, osa oscurare con il suo i nostri splendidi riflessi d’argento?”

“Solo perché è più grande di noi si crede tanto bella?”

“Bella lei, con quella facciona così larga e così tonta?”

E la Luna, dal carattere dolce, mite e sensibile, a sentire le continue frasi cattive e velenose pronunciate dalle stelline, soffriva e piangeva in silenzio.

E tutti gli altri corpi celesti, che amavano la Luna perché era dolce, mite e sensibile, piangevano con lei.

Ma il Buon Dio, vedendo la pace del suo Regno rischiare di naufragare in un mare di lacrime, perse – e fu una delle rarissime volte – la pazienza.

Si recò dalle Engrauline e, guardandole severamente, tuonò:

“Ho ascoltato per anni di notte le vostre superbie; ho ascoltato per anni di giorno le vostre lamentele: e sono sempre stato paziente.

Tutte le cose che ho creato sono perfette; voi no, perché siete troppo vanesie, credendovi le più belle creature del cielo.

Siete troppo lamentose e non capite invece che la vostra vita è sublime; meramente decorative, qui in cielo siete protette, al sicuro: non servite a nulla, non fate nulla; non vi stancate, non vi affannate, non soffrite la fame e la paura.

Infine parlate sempre e troppo e oggi, con le vostre vane e crudeli parole, siete riuscite persino a far piangere la Luna, ottima, dolce utile creatura che governa le maree, le nascite, il pane e il vino.

Ora basta, ho deciso: vi toglierò da qui e vi metterò in quello specchio naturale che tanto vi piace usare”.

Con un gesto imperioso della mano, il Padreterno strappò dalla volta celeste le Engrauline e le gettò in mare.

“Ecco” disse dall’alto ” finalmente gli umani potranno godere giorno e notte del vostro splendido color argenteo, che però non sarà più eterno, ma fuggevole come un sospiro.

E finalmente gli umani continueranno ad apprezzarvi molto sì, ma come utile cibo.

E da oggi sarete costrette a correre, a stancarvi, a patir la fame e la paura.

E soprattutto, come tutti i pesci, starete finalmente zitte per sempre“.

Fu così che, il giorno dopo, le reti dei pescatori si riempirono per la prima volta di innumerevoli esemplari di piccoli pesci lucenti come argento vivo, che vennero battezzati dai sapienti Engraulis Encrasicholus, ma che i semplici chiamarono, da allora e per sempre, semplicemente Acciughe.

© Mitì Vigliero, da L’Alice delle Meraviglie

L’ALICE DELLE MERAVIGLIE

Natale è il Giorno dei Dolci Pani: dal Panfrittella al Panettone.

di Placida Signora - 22 dicembre 2011

Nella Roma imperiale del III sec, si era imposto il pagano Culto del Sole.

Aureliano stabilì che il 25 dicembre fosse celebrata la festa delNatalis Solis Invicti”, Natale (Nascita) del Sole Invitto, in cui si onorava il Sole che nasceva a nuova vita dopo il solstizio invernale.

Plinio il Vecchio narra che quel giorno sulle tavole compariva ritualmente un sacro Panfrittella fatto di farine varie; e nell’antica Persia, al termine del solstizio, il suddito più giovane portava al Re come dono beneagurante un grande pane dolce farcito di miele e canditi.

Inoltre Gesù - che si definì “il Pane della vita” – nacque a Betlemme che nell’ebraico “bet lehem” significa Casa del Pane, perché circondata da grandi campi di frumento e quindi granaio ufficiale della Palestina.

Perciò il nostro Natale cristiano venne da sempre chiamato “Giorno del Pane” e proseguì l’usanza di consumare dolci a base di farina.


(Certosino di Bologna, foto Wikipedia)

In Italia, ogni regione ha il suo pane natalizio; a Bologna c’è il Pane Certosino, di origine contadina, farcito di puré di zucca, miele, uvetta, burro e cedro; a Roma il Pangiallo, perché ricoperto di rosso d’uovo battuto che durante la cottura nei forni diviene color oro, come l’interno del Pandoro di Verona che è l’evoluzione del più antico Nadalin.

Ferrara il Panpepato, con marmellata di zucca, miele e un pizzico di pepe; anche in Umbria esiste il Panpepato, dove il miele però fa da colla a uva passa, cioccolato, noce moscata, mandorle e noci,  ingredienti che ritroviamo pure nel Panforte di Siena.

(Panforte di Siena)

In Veneto la Pinza, farina di mais mescolata a frutta secca; a Bari, vincotto di fichi, carrube e fior di farina danno origine al Panvisco, di origine turca e in Alto Adige lo Zelten.

Genova c’è il Pandolce, detto a Londra Genoa cake”, che deriva dall’antichissimo Pan co-o zebibbo, con l’uva passa, al quale le massaie, poco per volta, unirono tutto ciò che di dolce potevano trovare: zucca e cedro canditi, pinoli, uvetta, acqua di fior d’arancio, pinoli.
Questo, durante la lievitazione, ha bisogno di caldo costante; e così sino al secolo scorso le signore, dopo averlo impastato se lo portavano a letto, ponendolo sotto le coltri in fondo, accanto al “prete” che racchiudeva lo scaldino. (Qui tutta la storia)


(Il Pandolce di Luca, con ricetta)

Infine, l’ultimo celeberrimo pane di Natale è il Panettone di Milano, nato o il 25 dicembre del 1386 per un errore di cottura nella cucina degli Sforza, errore rimediato in corner grazie all’abilità d’un giovane cuoco chiamato Toni (Pan de Toni), o nel 1490 grazie all’amore di Ughetto degli Atellani nei confronti di Adalgisa, figlia di un fornaio.
Per ingraziarsi il futuro suocero in crisi economica il ragazzo, che era arrivato al punto di farsi assumere “a gratis” come garzone di bottega, pur essendo negato come cuoco riuscì a inventare un apprezzatissimo pane di Natale dolce, profumato e soffice come una nuvola.

(Panettone di Milano)

Romantiche leggende a parte, sembra che il Panettone sia nato e si sia affermato a Milano e ovunque alla fine del 1700 durante il dominio napoleonico, grazie allo sviluppo economico e commerciale dovuto alla presenza in città delle ben pagate truppe francesi; tutti i commercianti, pasticceri compresi, si sbizzarrirono a creare nuovi ricchi prodotti capaci di soddisfare le richieste di un nuovo pubblico agiato e goloso.

© Mitì Vigliero

E QUI un magnifico elenco di Dolci Natalizi

 

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