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Perché si Dice: Questioni di Lana Caprina

di Placida Signora - 1 marzo 2011

Fare questioni di questo genere, significa “cavillare, esaminare con eccessiva pignoleria, insistere pedantemente su cose prive di vera importanza”.

Questo modo di dire venne usato dal poeta Orazio nelle “Epistole” (I, XVIII, 15), in cui prendeva in giro chi perdeva tempo – e soprattutto lo faceva perdere agli altri – disquisendo prevalentemente e pedantemente su questioni banali e stupide, simili alla lana di capra che allora non aveva alcun valore commerciale.

Infatti, una volta tosata, quella lana si presentava in bioccoli duri, intricati, difficili da sgrovigliare; e una volta filata con grande difficoltà, era pungente, ruvida e ispida, per nulla facile da lavorare e sgradevole da indossare.

Le questioni di lana caprina insomma costano solo fatica pratica e mentale, senza dare in realtà nessun valido e concreto risultato.

© Mitì Vigliero

Baruffe e Ratélle: Proverbi e Modi di Dire sul Litigare

di Placida Signora - 25 febbraio 2011

Ci sono momenti in cui, volenti o nolenti, ci troviamo in mezzo a un’“atmosfera elettrica” e annusiamo “aria di tempesta”.

Accade per motivi diversi l’essere coinvolti in un litigio, semplici spettatori o dirette parti in causa non importa, la cosa è sempre sgradevole; a meno che non si sia il terzo litigante, quello che gode.

Hanno un bel dire i sardi logudoresiquandu s’unu non queret sos duos non brigant”, quando l’uno non vuole, i due non litigano; esistono persone realmente specialiste a “cercar rogne”, sempre pronte ad “incrociar le spade” con chiunque, certi del detto romano chi mena primo, mena ‘du vorte”.

E dando ragione pure al vicentino par chi gà voja de baruffare, ogni mosca la diventa un elefante”, spesso sono solo stupidi pretesti quelli presi a prestito per “scatenar la rissa” magari con chi, in tempi passati, ha fatto all’ “attaccabrighe” uno “sgarro” mai dimenticato.

A Napoli, per definire uno sempre pronto a “piantar grana” dicono “a chillo le prore ‘o naso”, a quello prude il naso; a Manfredonia lo definiscono “n’appicce a fuche”, un appiccafuoco.

Infatti “per amor di polemica” spesso si “dà fuoco alle polveri” senza calcolar bene la lunghezza della miccia; potrà essere solo “un fuoco di paglia” o un vero incendio neroniano poiché, come dicono gli inglesi il peggio delle liti è che da una ne nascon cento”.

(*)

Una volta poi “alzata la voce” e scatenata quella che i liguri chiamano “ratélla” e i veneti baruffa“, le cose degenerano; volano gli insulti, sovente chi era “dalla parte della ragione” sprofonda in quella del torto proprio grazie ad un’esagerata, volgare reazione.

Sì, vabbé, secondo i tedeschi meglio un piccolo insulto che un grave danno”: ma imparare a “misurar le parole” anche in preda ai “fumi dell’ira” dovrebbe essere dote degli uomini civili.

E se proprio devono “volar parole grosse”, ci si sforzi almeno di trovarne di originali.

Ad esempio, se si vuole intimorire il contendente con forza ma anche cultura, potrà servire la minaccia venetaTe fasso i oci a la Tosca” (ti faccio gli occhi alla Tosca) originata da una strofa della romanza “Recondite armonie”: “Tu azzurro hai l’occhio./Tosca ha l’occhio nero”.

Altrimenti, optare per il genoveseSe te dixan che t’è fùrbo, asbrirìteghe”, se ti dicono che sei furbo, reagisci violentemente perché t’hanno offeso.

Così chi viene insultato in maniera inurbana potrebbe anche ribattere con la gentilissima, ambigua, perfida frase: “Dio ti dia del bene secondo i tuoi meriti”.

Ma se la rabbia “facesse veder rosso”, e si sentisse il bisogno di urlare in faccia all’antagonista un qualcosa di volgare, c’è sempre l’antico detto veneziano: “Chi gà taca, chi no taca no gà: ma chi taca gà!”, ossia “chi ha attacca, chi non attacca non ha: ma chi attacca ha!”.

Dite che non è volgare? Ripetete attentamente ad alta voce l’ultima frase…

©Mitì Vigliero

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Prima de parlar, tasi: Proverbi e Modi di dire sullo Sbagliare

di Placida Signora - 16 febbraio 2011

Sbagliare è caratteristica tipica di ogni animale, in particolare dei bipedi umani.
Un dogma cristiano recita “solo il Papa è infallibile”, ma esclusivamente quando parla come Maestro della Fede ex cathedra, ossia in modo ufficiale, e solo dal 1870 dopo il Concilio Vaticano I.

A tutti gli altri comuni mortali invece accade sovente di fare errori; la mancata comprensione di ciò che ci dicono o una visione distratta e distorta di ciò che accade intorno a noi,  ci porta inevitabilmente a “prender fischi per fiaschi, lucciole per lanterne, Roma per toma”, facendoci magari “fare i conti senza l’oste” il quale, dopo, ce la farà pagare ancora più salata.

Da sempre la saggezza popolare tende a giustificare gli sbagli; “errore non è inganno”, mica si fa apposta, in fondo “sbaglia anche il prete a dir Messa”, è così facile prendere un granchio

Se siamo fortunati dei nostri sbagli non se ne accorge nessuno poiché, come dicono i tedeschi,noi nascondiamo i nostri errori come il gatto la sua cacca”. 
E ad ogni sbaglio di qualcuno c’è rimedio;  ad esempio “gli errori del medico li copre la terra, quelli dei ricchi l’oro, quelli dei potenti l’arroganza.

Ogni errore ha la sua scusa”, certo; ma bisogna anche tenere sempre a mente che “un error piccolo come una paglia rompe una gamba”, ossia può essere fonte di grane indicibili perché spesso “un errore ne genera venti”, tramutandosi in una pericolosa valanga dato che, purtroppo, secondo gli inglesi non v’è errore così madornale che non trovi uditori ed applausi”.

E sì vabbé si sa che “sbagliando s’impara e nessun nacque maestro”: ma un cicinìn d’esperienza e prudenza si pretenderebbe soprattutto in chi riveste incarichi di massima responsabilità.

Il cielo ci guardi da errore di savio potente” predicavano gli antichi romani, riferendosi ai presunti saggi che governavano il Senato, e mica avevano tutti i torti: soprattutto in politica, un conto è “darsi un dito in un occhio”, cioè sbagliare e danneggiare solo noi stessi, un altro è trascinare nel caos cittadini che poverelli non c’entrano niente.

Gli sbagli più grandi si fanno con le parole, scritte o prununciate: “chi troppo favella, spesso erra”.
Per questo l’uomo saggio, soprattutto se è anche potente, prima di parlare dovrebbe almeno contare sino a dieci o ascoltare il consiglio dei veneziani: “prima de parlar, tasi”, prima di parlare, taci. E rifletti.

Quindi, una volta “fatta la frittata” o, meno meno graziosamente e in gergo giornalistico, “pestata una merda”, bisognerebbe fermarsi un attimo a meditare che “errare è umano, ma perseverare diabolico”.

Non insistere quindi nelle “mosse false” ed imparare a memoria quell’antica filastrocca che dice: “tutta la strada non fallisce il saggio/che dell’errore accortosi/ a mezzo del cammin muta il suo viaggio”.

Uno “sbaglio ammesso è già scordato”; ovvìa, se ne può sempre discutere con calma, serenità, persino spirito costruttivo perché, come dicono gli spagnoli l’errore è cieco, ma genera spesso figlioli con la vista”: ossia un errore può mostrare la verità.

©Mitì Vigliero

Innamorato come un gatto in febbraio: Proverbi, Aforismi e Modi di dire sull’Amore (con auguri finali)

di Placida Signora - 14 febbraio 2011


(©Valeria Motroni)

 

Genova, per definire una persona “innamorata cotta”, da secoli si dice “innamòu cumme ‘n gattu de frià”, innamorato come un gatto in febbraio. E perché proprio Febbraio sia il mese dedicato all’amore, ve l’avevo spiegato qui.

Una volta innamorati, è difficile nasconderlo perché  “L’Amore presto o tardi si svela dagli sguardi”.
Milano invece dicono “Amòr e tòss se fan conòss” e gli inglesi sottolineano che si diventa inappetenti e distratti: “l’Amore fa perder l’appetito e ne risveglia altri”…

Poiché l’ “Amore è cieco”, tutto di lui/lei ci pare bello; però col passare del tempo l’amore può diventare “presbite, mostra i difetti man mano che si allontana”.

E se ogni lontananza fa male all’amore, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”,  “per l’innamorato le miglia son passi”: l’importante è che non vi sian autostrade bloccate o scioperi dei mezzi pubblici.

L’Amore è una malattia”, Jerome lo paragonava al “morbillo, prima o poi ce lo prendiamo tutti” perché, dicono i veneti, “Amor no porta rispetto a nissun”, non risparmia nessuno, ricchi, poveri, giovani, vecchi i quali, appena colpiti dai “dardi di Cupido”, avranno in comune -almeno nella fase più acuta- una caratteristica: la follia.


(©Mangosi)

L’Amore consiste nell’essere cretini insieme” (Paul Valery); “ l’Amore e’ come una clessidra: quando si riempie il cuore, si svuota il cervello” (Jules Renard), perché “l’Amore non ha niente a che fare con l’intelligenza(Jean Renoir).

E ciò infatti è perfettamente dimostrato dai vari nomignoli amorosi di cui avevamo parlato qui.

(©Pastaltonno)

Ma sentirsi un poco idioti in due è piacevolissimo: “più scalda Amor che mille fuochi”.

Scompare ogni paura perché “omnia vicit Amor” –l’amore vince ogni cosa – e se anche “Amor non è senza amaro” è anche vero che “chi soffre per Amor non sente pena” poiché quasi sempre (e per fortuna) “delle pene d’Amor si tribola e non si muore”.

In realtà che cosa sia in realtà l’amore non lo sa nessuno; se per Leo Longanesi e’ l’attesa di una gioia che quando arriva annoia”  e per quel cinicone di Ambrose Bierce è “una parola inventata dai poeti per far rima con cuore”, per La Rochefoucauldnon c’è che una specie d’Amore, ma in mille versioni diverse” e per Emily Dickinsonche l’Amore e’ tutto, e’ tutto cio’ che sappiamo dell’Amore”: fatto sta che “ciò che si fa per Amore è sempre al di là del bene e del male” (Nietzsche).

E anche il perché ci si innamori di una persona piuttosto che di un’altra non si sa; che sia soprattutto questione d’affinità, dato che “chi si somiglia si piglia”?

(*)

Ma è inutile farsi tante domande, visto che “al cuor non si comanda”.

francesi sono convinti che “on n’aime qu’une fois”; e che “il primo Amore non si scorda mai” resta una delle convinzioni più diffuse al mondo.

Ma temo avessero un po’ ragione i Gufi quando, in Porta Romana , cantavano: 

Ci son tre cose belle in fondo al cuore
la gioventù, la mamma e il primo amore
La gioventù ti lascia, la mamma muore,
te restet come un pirla col primo amore.


Però…però, dai.

Ironie a parte, ammettiamo che il 14 febbraio in fondo è una data bella: in generale è la festa dello stare bene insieme.

Per questo a tutti voi Tesorimiei che mi seguite da tanti anni con amicizia e affetto veri, che ricambio da tanti anni con tutto il cuore,  dedico i miei auguri più cari.

Li troverete cliccando QUI.

©Mitì Vigliero


Carnevale e Maschere: Proverbi e Modi di Dire

di Placida Signora - 4 febbraio 2011

Che derivi il suo nome da “carnem levare”, togliere la carne, preannuncio dei successivi 40 giorni di Quaresima col relativo digiuno; o da  “carni vale”, carne addio, perché in questo periodo si esaurivano le scorte gastronomiche di carne prima della primavera poiché bisognava mangiare solo di magro; o ancora da “carni levamen”, sollievo per la carne, nel senso di libertà temporanea concessa agli istinti più elementari, il Carnevale fu sempre lo sfogo della “carnalità” prima della ”purificante penitenza”.

Un periodo in cui era tutto concesso - “a Carnevale ogni scherzo vale” – e ogni limite morale annullato: “Il Carnevale è così poco pulito, che il giorno dopo bisogna metterci sopra le Ceneri”, diceva Paul Vèron.

Essendo una ricorrenza che di spirito religioso non ha mai avuto proprio nulla, vigeva la totale libertà.

In Emilia assicuravano “E’ come un cardo senza sale far col marito (con la moglie) il Carnevale”; ai veglioni si amoreggiava senza tanti scrupoli morali né sentimentali, tanto si sapeva che “L’amor nato a Carnevale muore in Quaresima”.

Fu perennemente considerato il tripudio dei sensi e dell’allegria obbligata, “fare Carnevale” è sinonimo di “bagordare”.
Infatti era il trionfo della golosità, dal “Venerdì gnocolar” di Verona alle panciate genovesi di ravioli “L’urtimo giorno de Carlevà, de ravieu se ne fa ‘na pansà”.

In Toscana si arrivava a dire “Per Berlingaccio chi non ha ciccia ammazza il gatto”, il cui “berlingaccio” deriva dal tedesco “bretling” (tavola) e significa “persona grassa, cucina grassa”. 

Per questo si dice martedì (giovedì ecc) grasso: e sempre per questo di una persona cicciona e sorridente si dice che “pare un Carnevale”.

A Carnevale ci si mascherava; ché tutto si poteva fare, ma era meglio non farsi riconoscere.
E ci si maschera ancora.

Ve bé che secondo il drammaturgo Sigmund Graff “Durante il Carnevale molti scoprono il vero volto nel momento in cui si mettono la maschera”; ma ciò in fondo non accade ogni giorno?

Per Pirandello non siamo mai realmente noi; la società con le sue regole ci impone sempre una “maschera sul volto“, ci costringe a “fare una commedia” della nostra stessa vita obbligandoci a recitare varie parti.

Talvolta siamo noi stessi a “gettare la maschera”; altre volte ci viene intimato “giù la maschera!”, o veniamo in ogni caso scoperti: “ti conosco, mascherina”.

Secondo il pensiero comune colui che recita atteggiamenti non suoi è considerato generalemente un ipocrita; ma questa parola deriva dal greco “hypokrites”, attore. Infatti di un attore dal viso molto espressivo in gergo tecnico si dice ancora che “ha una bella maschera”.

Nella vita reale poi ci sono innumerevoli persone che – insoddisfatti del loro aspetto reale - si sottopongono fisicamente a ecessive plastiche chirurgiche o trattamenti affini,  rischiando spesso di apparire, come nella favola diFedro, “pulchra larva, cerebrum non habens”: una bella maschera, ma senza cervello.

Altre si limitano a truccarsi  il volto “come maschere” per nascondere rughe e difetti o porre una “maschera difensiva” tra le loro insicurezze e il mondo.

Così come esistono anche quelle che perennemente indossano la “maschera del riso“, poiché sanno che le facce tristi e preoccupate non fanno del bene né piacciono a nessuno.

Come scriveva Trilussa di se stesso:

 Nascónno li dolori
de dietro a un’allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità
!


©Mitì Vigliero

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