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Parole e Promesse: Proverbi e Modi di Dire

di Placida Signora - 26 maggio 2011

Un tempo venire considerati uomini di parola” era una questione d’orgoglio; “mantener fede alla parola data” voleva dire mantenere reputazione, stima, onore e dignità, cose allora considerate più importanti della vita stessa.

Però l’universale saggezza popolare vecchia di secoli e secoli, attesta che già nei tempi passati una cosa era promettere, un’altra mantenere.

Chi promette in debito si mette insegnavano i saggi nonni ai nipotini, ben sapendo loro per primi che “Quel che si promette ai fanciulli e ai disperati bisogna averlo in mano“; infatti non v’è nulla di peggio che far capire presto agli infanti quanto poco ci si debba fidare degli adulti, o illudere chi già sta male per i fatti suoi con false promesse.

Eppure spesso, soprattutto nel momento del bisogno e della necessità, bisogna per forza “prendere in parola” solo mezze parole captate magari a fatica in mezzo ad un “diluvio di parole molto gentili e fascinose come allettanti sirene ma che poi, all’atto pratico, si rivelano solo miraggi di chimere, perché colui che aveva promesso anche pur vagamente, quasi sempre quella parola se la rimangia.

Siamo ben consci che tra il promettere e l’ottenere si smarrisce il mantenere“; ma rimanere sospesi in situazioni incerte, solo “tenuti in parola” da chi  ha fatto promesse da marinaio” può deprimere e innervosire.

Vi sono  persone davvero specialiste, soprattutto nei momenti di buia crisi o di eccitato entusiasmo, a “prometter mari e monti” (o “vacche dalle corna d’oro“, come dicono gli olandesi); eppure bisognerebbe ormai aver capito che “Il mescere, non il promettere, riempie il bicchiere“ (Germania), che “Pane promesso non riempie lo stomaco“, “Legna promessa non accende la stufa“ (Russia), “Medicina promessa non cura“ (Cina), “Legge promessa crea delitti” (Francia) e “Ricchezza promessa porta miseria“.

Sarebbe importante invece seguire quel vecchio proverbio dal duplice significato che recita “Chi promette nel bosco, mantenga in città“; le promesse fatte in un momento “diverso” dal solito, lontano sia materialmente che metaforicamente dalla quotidianità, che sia un momento del pericolo collettivo o uno in cui ci si sente tutti particolarmente allegri, rilassati e bendisposti, devono essere sempre mantenute una volta tornati alla normalità.

A essere solleciti, accorti, generosi, rassicuranti “solo a parole” sono buoni tutti, ma “Il promettere è la vigilia del dare“: crea aspettative e fiducia.

Promettere una capra e non dare un pelo della sua barba“, come dicono i greci, è non solo crudele, ma anche pericoloso:  “Le promesse spesso rompon le ossa” (Portogallo) poiché “Promessa non mantenuta vale proprio una battuta“, non di spirito ma di randello.

Chi promette in fretta se ne pente con calma” e “Pazzo è colui che non potendo dare un pollo promette un bue“ (Spagna); eppure di “promettitori” professionisti (citati anche dal Boccaccio nel Decamerone,VIII, 2) pare sia pieno il mondo; gente che pur di raggiungere i propri fini sarebbe disposta a promettere, secondo gli armeni, “Il latte delle galline e un giro in volo sulla groppa del mulo“.

Quindi ancor più pazzo è colui che ci crede, visto che ormai è noto a tutti che: “Il furbo promette e lo sciocco aspetta“.

© Mitì Vigliero

Proverbi e Modi di Dire sul Papa e, di conseguenza, su Chiunque Detenga Massimi Poteri

di Placida Signora - 19 maggio 2011

Raccontano che l’appena eletto Leone X (1513-1521), quando gli chiedevano i suoi progetti su Santa Romana Chiesa rispondeva serafico: “Godiamoci il papato perché Dio ce l’ha dato”.

Nell’immaginario collettivo popolare, l’idea di fare come mestiere il Papa è stato sempre uno dei massimi traguardi; “Stare come un Papa” significa infatti condurre una vita comoda e agiata, oppure anche solo vivere un momento di perfetta soddisfazione fisica e mentale.

Ma di sicuro “Non tutti possiamo diventare Papa a Roma”; per rivestire importanti incarichi in qualunque professione ci vuole “Naso da Papa”, essere cioè in grado di captare situazioni e umori in ogni campo, non solo in quello specifico; anche se tutti sappiamo
che spesso, e purtroppo,  per far carriera contano anche le amicizie e le giuste parentele: “Chi del Papa è cugino divien presto Vescovino”.

L’antica saggezza popolare tedesca di base luterana, è forse l’unica ad aver poca stima della figura del Pontefice intesa come massima autorità; infatti, quando sente qualcuno esprimere deferenza, ammirazione e soggezione esagerata per qualche personaggio pubblico, per ridimensionarlo tuttora gli ricorda che “Il Papa è un’invenzione umana di cui Dio non sa nulla”.

Ma tanto sprezzo tocca ben poco un simbolo così potente, che dovunque vada si porta dietro un’intera religione: “Ubi Petrus, ibi Ecclesia”, dove c’è Pietro lì c’è la Chiesa, sbrigativamente e campanilisticamente tradotto in “Dove è il Papa, lì è Roma”.

Considerando il Papa come metafora delcolui che tutto può, ben sappiamo che in ogni campo la potenza di certi incarichi tanto alti da sfiorare l’astratto Empireo, diventa immensa e accentratrice; “Il Papa è capo e coda”. E talvolta può sfiorare un’eccessiva identificazione col Padreterno: “Il Papa può al di là del dirittto, sopra il diritto e contro il diritto”.

Per questo, quando si raggiungono alti vertici, occorrerebbe mantenere un’umiltà fondamentale; ricordarsi che “Anche il Papa ha mal di testa”, cioè che chiunque occupi posizioni elevate rimane sempre un semplice essere umano come gli altri, tanto che “Non occupa più terra il corpo del Papa che quel del sagrestano”.

Occorre rammentarsi sempre che “Anche il Papa fu scolaro”; quindi che chiunque, prima di raggiungere certi incarichi, dovrebbe fare un bel po’ di gavetta e anche tenere a mente  che “Sa più il Papa e un contadino, che un Papa solo”: l’ascoltare l’esperienza e la saggezza dei sottoposti o governati anche più umili, non può che far del bene.

E ciò perché in certi ambienti decisionali, dove “Quando si elegge un Papa i Diavoli non sono a casa loro” bensì nei Conclavi religiosi e laici che racchiudono forze economiche e politiche, capita spessissimo e non solo “Ad ogni morte di Papa” vedersi “Tornar da Papa a Parroco”, ossia perdere da un giorno all’altro il potere, rinunciare volenti o nolenti a una posizione di comando.

In fondo solo questo dovrebbero tenere sempre a mente i Vip intoccabili e inamovibili di ogni professione: “Morto un Papa se ne fa un altro”.

Perché nessuno è insostituibile, soprattutto quelli che credono di esserlo.

© Mitì Vigliero

Faccia serena è come un tamburo: Proverbi e Modi di dire sul Viso

di Placida Signora - 10 maggio 2011

C’è chi ostenta una “faccia d’angelo” e poi ne sa e ne fa una più del diavolo; c’è chi ha quella che gli spagnoli definiscono “faccia da santo e unghia di gatto”, riferendosi a individui dall’aspetto serafico e piacione, ma che i realtà grondano miele da tutti gli artigli e più che bontà emanan fiele.

Esiste invece anche chi, poveretto, ha una “faccia da posali lì” (i soldi), crudele come quella d’un bandito, così come c’è chi – nonostante una terrorizzante “faccia da boia”- in realtà è dolce come un babà.

russi dicono “faccia di leone e cuor di scricciolo” a chi con la sua espressione incute paura solo in apparenza, mentre in realtà è un tenero fifone che non avrebbe il coraggio di “dire in faccia” a nessun ciò che pensa e in certi casi manco di “guardarlo in faccia”.

Forse è molto peggio “avere una doppia faccia”, come quelle persone che secondo i polacchi hanno “una faccia per Dio e l’altra pel Diavolo”: invece “guardare le due facce della medaglia” è cosa sempre auspicabile e giusta, per mostrarsi obiettivi nei giudizi.

Se le “facce da schiaffi” in fondo ci sono simpatiche, le “brutte facce”  sono in generale poco gradite a tutti: e anche sentirsi dire un allarmato “Ma che faccia hai…” non fa certo piacere a nessuno, se non al medico dal quale ci vien voglia subito di correre per un controllino.

Però, indubbiamente è vero che “facce arcigne e cavoli amari disgustano” mentre una “faccia serena è come un tamburo”, ossia attira molto di più attorno a sé sorrisi e simpatia altrui, anche se i francesi ricordano che “le facce belle han molti giudici”.

Forse è per questo che si sprecano ammonimenti e critiche “buttate in faccia” o sussurrate dietro le spalle spesso soltanto per acida invidia: “bella faccia, cattiva testa”; “faccia bella in vista, dentro è trista” (malvagia); “faccia rara, mente avara” (gretta); “faccia bella, traditor segreto” o, secondo i danesi, “bella faccia è mercanzia che inganna”.

Certo “di bella faccia non si vive”; sfuggire sfacciatamente i “faccia a faccia”, “alla faccia” di ciò che accade attorno e “senza guardare in faccia nessuno” come se si fosse certi che tutto sia concesso al nostro fascino, a volte fa prender delle belle facciate: si può addirittura rischiare di “perdere la faccia”.

Infine, ai latini che dicevano “qualis facies, talis anima”, quale è la faccia, tale è l’anima, affermando così che i nostri volti rispecchiano ciò che proviamo o siamo veramente,  gli arabi ribattono: “la faccia è il falso specchio dell’anima”, perché non solo non lascia trasparire verità ma finge, dissimula.

Come quelli che “fan la faccia da mercante” di fronte a qualunque cosa, nascondendo dietro una rigida e priva di vergogna “faccia di cuoio” ogni pensiero pur di trarre un guadagno personale.

Certo per comportarsi così, e in altri modi simili, ci vuole una buona dose di “faccia tosta”, “di tolla” o “di bronzo”, o “come il…”, quella stessa che Gilberto Govi nei “Maneggi per maritare una figlia” rinfacciava alla moglie dicendo: “Gigia, hai una faccia..ma una faccia…che se la sbatti per terra ‘e lastre fan sangue!”.

©Mitì Vigliero

La Paura: Proverbi e Modi di Dire

di Placida Signora - 28 aprile 2011

La paura fa novanta” se si gioca al lotto, ma in modo figurato vuol dire che quando siamo spaventati facciamo o diciamo cose che ci sembrerebbero impensabili in situazioni normali; esistono persone che hanno “paura della propria ombra”, cosa che, più che a noi bipedi raziocinanti, dovrebbe essere più adatta ai cavalli ombrosi come Bucefalo, che fu domato da Alessandro il Macedone solo perché fu l’unico a capirne la paura.

Spesso “la paura non vien da fuori ma da dentro di noi”, come dicono i danesi; a volte è innata, come nel Don Abbondio di manzoniana memoria: “il coraggio uno non se lo può dare”.

A volte invece invece  è un’esperienza passata a scatenare il timore: “gatto scottato con l’acqua calda teme pure quella fredda” e ciò può esser umano e comprensibile; però bisogna sempre ricordare che “la paura è un cattivo interprete” (Francia),  può condurre anche a visioni errate dei fatti -“chi è inciampato nelle serpi ha paura delle lucertole” (Germania)- o a travisare la realtà “chi ha paura piglia la gatta per un lupo” (Polonia).

E dato che “cane pauroso abbaia più degli altri” (Gran Bretagna) può accadere che l’eccessivo timore spinga a “saltar nel fuoco per paura del fumo” (Austria), a “gettar le coperte per paura delle pulci” (Russia):  si tramuti insomma in stupido allarmismo collettivo.


(©Stuant63)

Ma è anche fuor di ogni dubbio che oggi viviamo in un periodo decisamente “da far paura”; si ha un bel dire “male non fare, paura non avere”: accadono cose paurose ogni giorno, anche a chi proprio non fa male a nessuno.

Perciò si ha “paura persino dell’aria respirata”, perché si capta ovunque un’atmosfera di ansia, violenza e insicurezza.

Un eccesso di prudenza in certi casi male non fa, “meglio aver paura che il danno” (Spagna), poiché  “nulla è più da temere che il timore”, perché  a lungo andare la paura toglie il sonno e la pace” (Germania).

La paura “ode con mille occhi e vede con mille orecchie” (Sudan): le immagini e le parole terrorizzanti che quotidianamente i media ci porgono, spesso fanno venir voglia di barricarsi in casa.

Però è anche certo – e ne abbiamo purtroppo fior di esempi- che “nessun muro protegge dalla paura” (Portogallo); essa s’insinua sottile nei nostri gesti più normali,  crea ansia, perché “la paura è fatta di niente” (Arabia) ma c’è, è lì.

Infine è da millenni noto in ogni saggezza popolare che “la paura non ha legge, “ la paura non ha vergogna”, “non ha onore”, “non ha virtù alcuna”,  se non quella sciacallesca di chi approfitta delle paure altrui, magari fomentandole: ed è per questo che, da sempre, “la paura genera l’odio”.

© Mitì Vigliero

Voi che paure avevate da bambini?

Quando S-ciòpa la Stupidèra: Proverbi e Modi di dire sul Ridere

di Placida Signora - 7 aprile 2011

Purtroppo viviamo in tempi in cui c’è davvero “poco da ridere”: a molti di noi sembran passati secoli da quando han “riso di cuore”, “scompisciandosi” dalle “matte risate”.

Perciò proviamo un po’ di nostalgia per quei meravigliosi “s’cioppùn de rid” che si hanno soprattutto da bambini, con frenetici “attacchi di ridarella” acuta detta anche “stupidéra” dalle nonne milanesi un po’ seccate coi nipotini che provano un’irrefrenabile voglia di ridere nei momenti decisamente meno opportuni (ricordo i miei e quelli di mio fratello, incontenibili sino alle lacrime, in chiesa).

Eppure si dice “a chi ride Dio vuol bene”, “chi ride suo male spaventa”, “il riso fa buon sangue”; Lorenzo Sterne affermava “il riso aggiunge un filo alla trama brevissima della vita” e Nicolas de Chamfort assicurava che “la giornata più perduta è quella in cui non si è riso”.

Quando c’è, il “riso è contagioso”; si ride guardando chi ride anche se non si sa perché (memorabile la scena delle risate di Stanlio e Ollio in Fra Diavolo), o ascoltando certi modi di ridere.
Perché “ciascuno ride a modo suo”: c’è chi ride “come un cavallo”, chi “come un asino”, chi “come una chioccia”, chi “come un cane che mostra i denti” (detto arabo), chi “come un mantice” aspirando rumorosamente l’aria al contrario e chi  sguaiatamente “come una jena”.

Se non è possibile “scoppiare in una risata” magari per questioni di bon ton, meglio è al momento limitarsi a “ridere sotto i baffi, a fior di labbra, di sottecchi” e sfogarsi solo in seguito in una “risata liberatoria”, di quelle “da far ballar la pancia”.

Invece oggi sempre più spesso si “ride a denti stretti”, malvolentieri, quasi obbligati a doverlo fare per mera educazione; certo meglio così che dover “rider verde” come la bile, stirando le labbra in orizzontale anziché all’insù perché in realtà si è pieni di rabbia o, peggio, d’invidia.

Vabbé che per i russi il riso e il pianto stanno nel medesimo sacco”; infatti è possibile sia “ridere fra le lacrime” quando ci viene lenito un dolore, o “piangere dal ridere”, magari ascoltando certi discorsi o osservando i comportamenti di alcuni che, senza saperlo, “fan ridere i polli”: in questo caso è giusto è il detto toscano “chi ride senza un perché, o è matto o ride di me”.

In fondo nei periodi d’incertezza come questo ,“ridere per sopravvivere” sarebbe – nonostante tutto – una buona regola di vita, se non venisse però subito in mente il minaccioso “riderà bene chi riderà ultimo”, ripetuto identico in tutta Europa e  accompagnato da lugubri variazioni stile “chi ride il venerdì piangerà domenica”,  “chi ride oggi piangerà domani” o “chi ride la mattina piangerà la sera”.

Forse  è proprio per questo che il proverbio più diffuso ovunque resta “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”, coniato da qualche cupo personaggio simile al Jorge de “Il nome della rosa il quale era solito ripetere “il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia perché il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne”: e infatti padre Jorge, chi voleva “morir dal ridere”, lo ammazzava sul serio.

© Mitì Vigliero

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