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Verdi Giuseppe, Capobanda

di Placida Signora - 23 settembre 2009

E continuiamo a parlare di scherzi.

Sempre grazie ai libri  di Marchesi e Palazio, scopriamo che un terribile trio di burloni era quello composto da Walter Chiari, Sergio Renda e Corrado Lojacono i quali, durante gli spettacoli, combinavano di tutto ai colleghi.

Se ad esempio in scena suonava il telefono e un attore doveva rispondere, trovava regolarmente la cornetta incollata all’apparecchio; a un altro avevano riempito le punte delle scarpe con carta bagnata, così quando quello le indossava le trovava più corte di quattro centimetri e recitava zoppicando.

Ma era in treno dove si scatenavano.

Prima dell’invenzione del famigerato Sarchiapone (qui il video della storica scenetta), torturavano sconosciuti ed ignari compagni di viaggio in tal modo: mentre erano seduti in attesa di partire per Roma, aspettavano di sentire gli sportelli chiudersi e, proprio mentre il treno cominciava lentamente a muoversi, improvvisamente uno dei tre diceva ai compari: “Appena arriviamo a Venezia…”

Gli altri passeggeri ovviamente, appena sentivano dire “Venezia” schizzavano in piedi e iniziavano a tirar giù bagagli, valigie, borse, pacchi, annodandosi fra loro e guardando con terrore la pensilina che sfilava via.
C’era sempre quello che quasi piangendo chiedeva: “Ma come “a Venezia”… Questo treno non va a Roma?”
A questo punto i tre satanici con innocente faccia stupita rispondevano: “Sì, ma noi dopo Roma, domani, andiamo a Venezia…”.

Altra grande razza di burloni sono sempre stati i Goliardi: la tradizione degli scherzi universitari è infinita.

Il giornalista Franco Cristofori, in un altro libro di quelli ormai introvabili -Bacco, tabacco e Venere  - ne ha raccontati moltissimi.
Uno molto carino si svolse nel 1970 a Torino durante le”Universiadi” internazionali. 
I numerosissimi goliardi  che avevano lavorato a gratis e come buoi durante l’organizzazione, chiesero un riconoscimento sotto forma di tessere omaggio: ma il Presidente della Fidal gliene offrì solo dieci, dicendo che di tessere omaggio ne erano già state distribuite troppe ad autorità e alte personalità.

I Goliardi meditarono allora una sublime vendetta: dato che,  giovani baldi e belli,  “filavano” in perfetto accordo con le varie segretarie della manifestazione, non faticarono a trafugare cento tessere di libero ingresso, ovviamente in bianco.

Riempirle con nomi attendibili sarebbe stato troppo logico e banale, quindi vennero compilate in tal modo:

Alighieri Dante
, comitato olimpionico. Incarico: cronista.
D’Arco Giovanna, servizi tecnici. Incarico: riscaldamento.
Monti Vincenzo, comitato olimpico. Incarico: traduttore d.t.d.o. (dei traduttori di Omero, ndr).
Verdi Giuseppe, servizi tecnici. Incarico: capobanda.
Volta Alessandro, servizi tecnici. Incarico: Enel.
Leopardi Giacomo, incarico: corrispondente della “Voce Adriatica.
Marconi Guglielmo, servizi tecnici. Incarico: radiologo (sic).

E così  via.

Riuscirono ad entrare tutti.

Un cronista sportivo scrisse sulla Stampa:

“All’atletica si sono presentati insieme Mao Tse Tung, redattore di “Pechino Sera” e Richard Nixon, ufficio legale. Un usciere ha eccepito perché”ufficio” era scritto con una sola effe; nel frattempo però entrava uno con un tesserino speciale che recava la scritta Nembo Kid, recordman”.

©Mitì Vigliero

La Mansarda Sparita nel Nulla

di Placida Signora - 22 settembre 2009

Dopo tante paturnie e ansie, qui si vuole tornare a sorridere.
Perciò oggi vi racconto

Gli scherzi migliori fatti da personaggi insospettabili

Non è detto che gli scherzi siano da farsi solo al primo d’aprile, anzi: i migliori riescono proprio quando sono assolutamente inaspettati.

Alcuni personaggi famosi descrissero a Marcello Marchesi e Gustavo Palazio gli scherzi più belli che conoscevano e i magnifici due li   raccolsero in due libri -purtroppo ormai introvabili- editi dalla Sugarco : Scherzi a parte, titolo ripreso oggi da  una famosa trasmissione tv, e Vivendo e scherzando.

Vi racconto i miei preferiti.

L’appartamento fantasma

Un tremendo scherzo fatto dal  regista Duccio Tessari   a un suo amico di Torino che abitava nella  mansarda del suo stesso condominio.
Per arrivarvi l’amico prendeva l’ascensore sino all’ultimo piano, saliva quattro gradini e alla fine si trovava di fronte alla porta del suo appartamento.

Un giorno questo signore partì, assentandosi per due mesi. Da quel momento iniziò un brulicante via vai di operai che, ufficialmente, andavano a fare lavori dal Tessari che abitava al quarto piano, proprio sotto di lui.

Finalmente il signore tornò: era notte, arrivò con un taxi, pagò, scese ed entrò nel portone del palazzo.

Prese l’ascensore, arrivò all’ultimo piano, fece per salire i quattro gradini…ma si trovò di fronte un muro alto sino al soffitto.

Convinto di aver sbagliato casa a causa della stanchezza, riprese l’ascensore, scese, uscì dal portone, controllò il numero civico e vide che era esatto.

Allora rientrò nel palazzo, risalì con l’ascensore e ritrovò il muro.

A quel punto, preso dal panico corse a suonare il campanello dell’amico Duccio, ma si trovò di fronte un tizio sconosciuto in pigiama al quale gridò: “Aiuto! E’ sparito il mio appartamento in mansarda!” 

E quello (ovviamente complice del Tessari) rispose:
“Appartamento? Ma lei chi è? In mansarda? Ma qui non c’è mai stata una mansarda…”.

Lo scherzo finì quando il signore svenne.


Il Pallino del Direttore

Guglielmo Zucconi invece raccontò uno scherzo fatto nella redazione del Corriere della Sera, nel 1941.

Il direttore era Aldo Borrelli, e in redazione lavorava Dario Ortolani, giovane cronista assai in gamba, ma gran burlone.
Un giorno arrivò un nuovo giornalista, un signore anzianotto e distintissimo.

Ortolani, d’accordo con altri colleghi, iniziò a parlargli del Direttore il quale, a suo dire, era un meridionale verace affetto da uno strano pallino: “Anche tu dovrai sottoporti, vedrai…”, gli diceva in tono misterioso.

Lo tenne sulla corda per un paio di giorni, senza rivelargli quale fosse ’sto benedetto “pallino”; poi finamente gli svelò che tutti i redattori del Corsera, appena assunti, dovevano cantare una canzone a Borrelli, così, come omaggio.
Però non dovevano cantargliela in un momento qualsiasi, no: solo alle undici del mattino, quando il barbiere andava in via Solferino per fargli la barba.

Così il giornalista, terrorizzato, una mattina si presentò puntuale di fronte all’ufficio. Bussò. Entrò.

Borrelli stava lì con la faccia insaponata; il giornalista imbarazzatissimo disse: “Direttore… ehm… io sarei qui per…comincio?”.

Il Direttore, già seccato per l’intrusione, ringhiò: “E comincia!” e quello a tutta voce iniziò: “O sole miooo…”.

Gliela cantò tutta, e Borrelli stava a guardarlo esterrefatto insieme al barbiere che era rimasto col rasoio a mezz’aria.

Alla fine il Direttore si mise a gridare: “Ma che c… succede?”.

Il tapino, balbettando e scusandosi, spiegò e fuggì: ma andò a finire che l’Ortolani rimase tutto il giorno barricato in un gabinetto del secondo piano, poiché la sua vittima lo stava cercando brandendo un paio di forbici e dichiarando che voleva mettergli le budella attorno al collo.


La Crescita Miracolosa

Sempre Zucconi raccontò un altro scherzo , fatto stavolta a un redattore del Resto del Carlino; costui era un signore molto bravo,  poeta ipersensibile che diceva di essere un”sensitivo”, di sentire delle “voci interne”, di avvertire “presenze” e così via.

Aveva un’unica debolezza: soffriva moltissimo per la sua bassa statura, quand’era seduto i suoi piedi non toccavano neppure il pavimento… e proprio per questo fu vittima di un tiro feroce.

Un collega, con pazienza certosina, per circa quindici giorni gli limò ogni giorno un pezzetto delle quattro gambe della seggiola; il redattore probabilmente si  accorse che qualcosa stava accadendo, che riusciva quasi a sfiorare il pavimento…Pensò di stare aumentando di statura grazie ad un miracolo, ma non disse nulla sino a quando un mattino la redazione fu lacerata da un urlo sovrumano: “Tooccoooo!”.

Come andò a finire però nessuno lo dice.

 

©Mitì Vigliero

Le Foto delle Vacanze: ieri e oggi.

di Placida Signora - 22 luglio 2009

schermo-dia1

Ieri Marcantonio, mentre parlavamo di foto delle vacanze, mi ha fatto tornare alla mente terribili serate che tutti noi, sino a qualche anno fa, abbiamo trascorso almeno una volta nella vita.

Di solito cominciava tutto con la telefonata di un amico il quale, appena tornato dalle ferie, ci diceva, garrulo e gentile:

“Domani sera vieni a cena da me insieme a un po’ di amici? Così dopo vi faccio vedere le diapositive dell’Inghilterra“.  

Il dopo aveva sempre un che di sadico.

Trasformato il salotto in sala visione, l’ex vacanziero esortava gli ospiti a sedersi su divani e sedie allineate davanti a un enorme e traballante schermo in tela; poi spegneva tutte le luci e si piazzava di fianco al proiettore dicendo:

“Inizia lo spettacolo! Allora.Questa è la Torre di Londra…”
e zac compariva sullo schermo la Torre di Londra.
“Questo è il Green Park” e zac appariva la Torre di Londra.
“Questo è Buckingham Palace” e zac saltava fuori la Torre di Londra.

Ciò accadeva perché -ricordate?- i proiettori s’inceppavano spesso e volenteri, mostrando perennemente la stessa diapositiva.

E chi proiettava se ne accorgeva sempre dopo gli ululati del pubblico esasperato dalla diciottesima visione della Torre di Londra perché, secondo me, dopo aver già visto trecento volte le dia delle sue vacanze, non guardava affatto lo schermo ma pensava ai fatti suoi.

E così riaccendeva la luce, trafficava per un’ora col caricatore e il carrello delle dia, le faceva cadere tutte per terra obbligando gli spettatori a mettersi a gattoni sul pavimento per raccoglierle, le rimetteva in ordine di programmazione, rispegneva la luce e annunciava trionfante:

“Questa è la casa di Shakespeare” che, come tutti sanno, viveva nella Torre di Londra.

televisore

Ora le diapositive sono diventate praticamente reperti archeologici; oggi si usano magnfiche fotocamere digitali, con le quali è possibile immortalare centinaia e centinaia di immagini senza preoccuparsi minimamente della pellicola, oggetto assai rimpianto dagli spettatori forzati di foto delle vacanze, perché aveva uno spazio limitato e prima o poi finiva; oltretutto aveva anche un costo, acquistarla, svilupparla, montarla…

E così uno faceva un po’ attenzione a quello che fotografava, studiava accuratamente inquadrature, esposizione, luce, e soprattutto cercava di vagliare con cura  paesaggi e soggetti.

Per lo meno, se uno andava in vacanza in Inghilterra fotografava  Buckingham Palace e Green Park. E la Torre di Londra.
Insomma, fotografava Londra.
Si capiva che era stato a Londra. 

Invece ora, in piena bulimia di pixel, spesso si perde ogni senso di spazio e luogo. Oltre che di misura, estetica e buon gusto…

Fateci caso.

Gente che fa le vacanze in luoghi meravigliosi, poi torna, vi telefona e vi dice:

“Domani sera vieni a cena da me insieme a un po’ di amici? Così dopo vi faccio vedere le foto dei Castelli della Loira”

Trasformato il salotto in sala visione, l’ex vacanziero esorta gli ospiti a sedersi su divani e sedie allineate davanti a un enorme televisore ;  schiaffa un dvd nel lettore, afferra il telecomando, spegne tutte le luci e dice:

“Inizia lo spettacolo! Allora. Questa è mia moglie che mangia un panino, questo sono io col cappello di paglia, ridicolo vero? Questa invece è la bambina che fa la cacca nel vasino, che tenera. Questa è un’amica che si lima le unghie, questo è suo marito che si allaccia le scarpe, questo è il mio nuovo IPhone,  questa è mia moglie che si depila le ascelle, questa è la macedonia che mangiavo sempre a colazione, questo è il cruscotto dell’auto, questa è la custodia della fotocamera del mio amico, questa è l’ombra della tetta destra di mia moglie, questo sono io che faccio pipì in una piazzola dell’autostrada, questa è l’acqua della piscina dell’albergo, questo è l’alluce sinistro di mia moglie, bello smalto vero?, questo il gelato che mangiava sempre mia figlia, questi sono gli occhi di mia moglie, qui si è fotografata riflessa di profilo nel bagno dell’autogrill, questo è il mio sandalo destro, questo il mio ginocchio sinistro …”

Millecinquecento.

Millecinquecento fotografie scattate a mitraglia durante una vacanza organizzata per visitare i Castelli della Loira, e non vedrete una maledetta immagine di castello manco a pagarla.

Il che, come diceva lui, è bello e istruttivo.

©Mitì Vigliero 

Dedicato  ai Tesorimiei dell’Anonima ;-*

Il Giardino di Bakunin

di Placida Signora - 14 luglio 2009

Dedico a tutti gli appassionati di giardinaggio una parte del XVI capitolo del mio In Campagna non fa freddo, la storia – come sapete- di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita
Casa di Campagna.
Stavolta i personaggi qui citati sono sempre Bianca, la narratrice. Suo marito Leo e Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. E poi Ginotta  e Giacomin, anziani custodi della Casa. Adriana la madre di Leo appassionata di viaggi e odiatrice della bucolica quiete. Zia Delfina, l’antica proprietaria della Casa, Il Sindaco detto Sindich, l’Archiciàp (ir)responsabile direttore dei lavori di ristrutturazione insieme alle sue Truppe Cammellate, il Maresciallo dei carabinieri, Don Maso il Parroco e infine
 il Vivaista, che ora coi proventi elargiti dalla famiglia cittadina vive in una villa in Florida.

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…Ovviamente, per creare un giardino come dicevo io, dovetti acquistare qualche piccolo attrezzo: rastrelli, palette, spargisemi, cesoie, un rullo frangizolle, forche, guanti, stivali, cuscinetti para ginocchia e, infine, Leo mi regalò il Manuale del perfetto giardiniere.

Ne avevo progettato uno splendido; un grande prato all’inglese sul quale sistemare fiori, cespugli e arbusti a mio piacimento. Ma, secondo il Manuale, per ottenere una buona riuscita del prato era innanzi tutto indispensabile un’accurata preparazione del terreno:

Esso dovrà essere perfettamente livellato; quindi, dopo averci passato più volte il rullo frangizolle, per ottenere un’assoluta compattazione occorrerà  camminarci su a velocissimi e brevissimi passi, appoggiando tutto il peso sui talloni”.

Fu così che Leo, Camilla, Rachele, Ginotta, Giacomin, l’Archiciàp, un paio di esponenti delle Truppe Cammellate e io trascorremmo due ore a zampettare sul terreno, aiutati anche da Don Maso, rapito nel momento in cui era giunto a benedire la Casa in previsione delle feste pasquali.

A un tratto fummo interrotti da una voce: “Va bene che sono appena tornata dalla Spagna, ma non era il caso d’accogliermi ballando il flamenco”.

Era Adriana, la quale aveva assistito allo spettacolo standosene affacciata alla veranda.

“Mi ghe l’avévi ditt che l’era ‘na stupidàda…” brontolò dignitosamente Ginotta, lanciandomi un’occhiataccia.
Però il terreno risultò infine compatto alla perfezione.

Appena l’erbetta iniziò a spuntare, mi resi conto che l’aver sfidato lo spirito di zia Delfina era stata cosa poco saggia. Infatti avrei potuto affittare il mio prato a una Scuola Agraria per permettere agli studenti di osservare da vicino tutte, ma proprio tutte le malattie di cui sono soggetti i prati.

Poiché il drenaggio era difettoso, sull’erba comparve presto un repellente strato viscido e gelatinoso composto d’alghe e licheni. Poi gli steli si tinsero di color zafferano a causa degli elatteridi, e perciò fui costretta a far spolverizzare il terreno con micidiali geodisinfestanti.
Dopo un po’ il prato divenne marrone e si coprì di muffa bianca e cotonosa per colpa della fusariosi, che dovetti debellare con un velenosissimo anticrittogamico.
Infine, tanti piccoli e irregolari cumuli di terra comparvero sparpagliati sul terreno: erano arrivati i lombrichi, animali di solito buoni per il giardinaggio, ma nefasti per i prati all’inglese.

Secondo il Manuale del perfetto giardiniere avrei dovuto eliminare i coni di terra con “scopature periodiche”.

“Figurati un po’ se adesso mi metto a scopare il prato.”
“Potresti usare l’aspirapolvere” suggerì pratica mia suocera, che continuava a rimandare la sua partenza per l’arcipelago delle Lolland perché con me si divertiva di più.

Quando, finalmente, il prato fu a posto, invasa dal sacro fuoco verziero afferrai una pila di cataloghi di fiori e approfittai di vantaggiose offerte tipo ottocento bulbi misti di tulipani, narcisi, giacinti, muscari, crochi, anemoni, ranuncoli, nonché un centinaio di gigli dai diversi colori.
Camilla invece scelse trenta piante di super mirtilli Patriot, trenta di mega lamponi Himbo-Star e trenta  di ribes varietà Rondom.
Infine obbligai tutta la famiglia a seguirmi in un grande Vivaio vicino al paese, dove acquistai una giungla d’ortensie e dalie unite a rose gialle Paul’s Lemon Pillar, salmone Metanoia, rosa Blossom Time, rosso scure Mr Lincoln, oltre le True Love color crema e le arancioni Sultane Beauty. 

Zia Rachele, esperta in erboristica, fece scorta di piante officinali: agrimonia, utile a debellare le faringiti, malva contro il mal di denti, altea per il mal di stomaco, angelica per combattere l’inappetenza, verbena contro i reumatismi, cardamomo attivante la salivazione, capsella antiemorragica e, già che c’era, anche un po’ di bardana, miracolosa nella cura della calvizie.

Adriana volle camelie, gerani, gerbere, gladioli, rododendri, portulache, salvia splendens, peonie e calle, mentre Leo si limitò a un paio di giovani alberi scelti non si sa con quale criterio (una betulla, un tiglio, una tuia, un sorbo degli uccellatori) e infine qualche cespuglietto – così, tanto per gradire – di lillà, lavanda, forsizia, passiflora, bignonia e gelsomino.

Una volta messe a dimora le varie piante e dopo essermi ripresa dal collasso causato dal conto del Vivaista, dovetti affrontare un nuovo grande problema: ogni mattina il mio bel prato era cosparso da innumerevoli tumuli di terra smossa.

“Ràtt tappun” fu la diagnosi di Giacomin.
“Talpe” tradusse Leo. “Un battaglione di talpe. O una talpa solitaria, ma freneticamente attiva.”

Il Vivaista ci consigliò dei piccoli tubi da inserire nelle gallerie: “Sono fumogeni; voi li accendete con un fiammifero, li buttate nei buchi e le talpe moriranno soffocate”.

Dopo aver rischiato di incendiare metà dei costosissimi cespugli appena piantati, decidemmo di tentare metodi meno cruenti e perigliosi.

“Le talpe hanno paura delle voci umane” disse il Sindich, e così ci riunimmo numerosi in giardino gridando come ossessi, ottenendo l’unico risultato di far accorrere il Maresciallo, chiamato d’urgenza dai vicini allarmati.

“Le talpe odiano le vibrazioni” disse il Don. “Al mio paese appendiamo agli alberi delle tegole, che col vento sbattono sul tronco: le vibrazioni passano alle radici e così le talpe scappano.”

Appendemmo le tegole, ma dato che in questo paese non c’è mai un refolo di vento manco a pagarlo, la cosa si rivelò originalmente decorativa e totalmente inutile.

Infine il problema fu risolto dalla Ginotta la quale, una mattina, si presentò reggendo una cestina coperta da un tovagliolo a scacchi: “Ariss-porchìn” annunciò sollevando il tovagliolo e mostrando una tenera famiglia di ricci, padre, madre, e figlio.
Anche se non compresi mai il motivo preciso, da quel giorno le talpe decisero di emigrare.

A quel punto il Vivaista mi convinse che era assolutamente indispensabile fornire il mio giardino di un irrigatore oscillante:
“Completamente computerizzato, ha la caratteristica di poter innaffiare completamente tutto intorno, o di agire soltanto sulla verticale verso destra o verso sinistra, oppure su entrambi i lati” mi spiegò “Inoltre il getto d’acqua può essere variato passando dalla nebulizzazione al flusso pieno e infine può essere comodamente attivato tramite ordini programmati sull’apposito timer.”

Ma l’irrigatore, una volta piazzato nel centro del giardino, si rifiutò sin dal primo giorno di obbedire agli ordini: poiché era un vero anarchico, lo battezzammo Bakunin.

Bakunin non innaffiava mai quando doveva innaffiare, bloccava il timer e sabotava la messa in funzione manuale rifilandoci scosse da sedia elettrica.
In compenso, quotidianamente, dal giardino s’elevavano improvvisi strilli lanciati da chi, per caso, gli passava vicino e veniva investito da inaspettati e violenti getti d’acqua gelata che Bakunin emetteva a suo piacimento.

Notammo presto che nutriva una particolare antipatia nei confronti dell’Archiciàp; come ne sentiva la voce in lontananza, iniziava a gorgogliare sommessamente, poi si metteva a vibrare tutto eccitato e infine, appena il poveretto si trovava a distanza esatta, lo colpiva in pieno con la potenza d’un idrante.

Perciò, quando l’erba e i fiori erano particolarmente secchi, divenne nostra abitudine invitare cordialmente l’Archiciàp a gustare aperitivi e merende da noi: in giardino, s’intende.

La nefasta influenza di Bakunin ben presto si dimostrò dilagante; non so come, ma riuscì a convertire al sovversivismo più assoluto il giardino al completo.

Fu per colpa sua che le rose scelte con amore in varietà multicolore, si limitarono a far sbocciare esclusivamente fiori bianchi; fu sempre sua responsabilità se il glicine e il gelsomino si rifiutarono di emettere ogni sorta di profumo, così come fu sempre lui a fomentare allo sciopero le coscienze degli ottocento bulbi, di modo che ne attecchirono solo venti e, infine, fu sempre lui a istigare metà di gladioli al suicidio.

Ma un giorno fece un passo falso.

Avendo terminato la sua bieca missione terroristica nel mio giardino, Bakunin decise di sobillare l’orto di Giacomin.

Persuase quindi i semi d’insalata a germogliare saponaria; convinse i peperoni dolci a diventare piccanti e, infine, chiamò a raccolta tutti i lumaconi dei dintorni affinché organizzassero un esproprio proletario degli ortaggi.

Questo, per Giacomin, fu il colmo.

Dopo esser corso alla cascina, tornò scavallando in giardino imbracciando una doppietta caricata a pallettoni.

Poi si piantò a gambe larghe di fronte a Bakunin, prese la mira e, al grido di “pietà l’è morta”, lo fucilò.  

©Mitì Vigliero, dal cap. XVI di In Campagna non fa freddo (Mondadori)

La Bucolica Quiete

di Placida Signora - 30 giugno 2009

grano
(Francesca Ferrari, alchidico e olio su tela, 80×120)

Sandra, una lettrice ( priva di link) mi ha scritto una buffa ma pure nervosissima email in cui  descrive le grandi difficoltà che trova a dormire in città d’estate, soprattutto nei week end; con le finestre aperte per lasciare passare un po’ d’aria, entrano anche i tonitruanti fracassi causati dalle millemila manifestazioni che proprio in estate i Comuni organizzano, quasi sempre di sera, per intrattenere cittadini e turisti. 
Concerti, recite, balletti, letture, riunioni, convegni, danze, fiere, mercati.
E conclude la mail dicendo:
“Ti giuro, sono così nevrastenica a causa del sonno mancato, che quest’anno sono fermamente decisa a vendere il mio comodo e modernissimo appartamento in centro città e di trasferirmi in un vecchio casolare in uno sperduto paesino di campagna. Almeno avrei silenzio assoluto, le mie notti non sarebbero più insonni e dormirei finalmente tranquilla, cullata dalla quiete bucolica“.

Sandra, per consolarti e invitarti a pensarci su ancora un poco, ti rispondo qui con un breve brano tratto dal mio romanzo In campagna non fa freddo, e precisamente dal capitolo che si intitola proprio La bucolica quiete.

Per facilitare a te e agli altri la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.
I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. Ginotta, la vecchia custode della Casa.

*

“Come fa quella poesia sulle campane? Mi dicono dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi, maledizione suonano ogni quarto d’ora e non mi lasciano dormire…” ringhiavo di notte girandomi nel letto come una trottola.
Quello era un paese di ottocento abitanti in cui esistevano, fra chiese, chiesette, cappelle, cappellette e cappelline circa quindici campanili, ciascuno dotato di una spiccata personalità.

C’erano quelli Equilibrati, che battevano regolarmente i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. Poi c’erano i Follattoni, che a ogni ora battuta facevano seguire uno scampanio inconsultamente brioso, seguiti dai Depressi, che procedevano ogni ora con un lugubre battito a morto. Infine venivano i Confusionari, che alle dieci battevano cinque colpi, alle cinque due colpi e un tocchetto, a mezzogiorno ne sparavano trentasei.

Di notte, per fortuna, restava in funzione solo il campanile della Chiesa Grande il quale, però, pur essendo di solito un Equilibrato, possedeva un’irritante caratteristica: quand’ero a letto insonne nel cuore della notte e per puro masochismo avrei voluto sapere che cavolo di ore fossero, lui – che sino a poco prima m’aveva assordato – improvvisamente taceva.
“Si comporta così perché è gentile e vuole che ti addormenti col silenzio” diceva Leo.
Infatti, appena riuscivo ad assopirmi, quello festeggiava l’avvenimento ricominciando a scampanare veemente e entusiasta.

Ma se al suono dei sacri bronzi, col tempo, ci si può far l’abitudine, esistevano altri notturni baccanali ai quali fu per noi assolutamente impossibile assuefarci.

Ricordo la prima estate trascorsa in Casa; un luglio torrido e canicolare in cui era vitale dormire con le finestre spalancate. E ogni notte che Dio mandava in terra, venivamo svegliati dal passaggio di enormi, smisurati ma velocissimi autoarticolati con tanto di scritta “trasporto eccezionale”, i quali avevano scoperto che, tagliando per il paese, riuscivano a risparmiare un po’ di chilometri.

Nessuno può immaginare il rumore tremendo che emettono quei bestioni quando transitano fuori dalle autostrade: sembrava un terremoto ogni volta e dato che erano immensi, passavano a pelo tra le case. Inoltre, se i più lunghi s’incastravano con regolarità nella stretta curva che conduce alla provinciale, i più alti sradicavano ogni volta il balcone della casa di fronte alla nostra.
Una notte uno di quei giganti che trasportava un carico di maiali vivi, sbagliò la curva della piazza e andò a schiantarsi contro la facciata del Comune; i poveri suini si seminarono impazziti dal terrore per tutto il paese, tranne due che rimasero defunti in mezzo alla strada. I setolosi cadaveri scomparvero subito e, qualche tempo dopo, nel negozio della Franca vi fu una vendita straordinaria di salsicce, costolette, lardo e cicciolata a ottimi prezzi.

Un’altra volta, era settembre, alle due del mattino ci svegliammo di soprassalto a causa di un terrifico nonché misterioso rumore.

Quella sera zia Rachele, causa il maltempo, era si era fermata e dormire da noi; perciò ci trovammo simultaneamente tutti e quattro in preda al batticuore, affacciati alle finestre delle nostre rispettive camere.

Il frastuono proveniva dalla curva che portava al torrente e avanzava tumultuante, minaccioso, amplificandosi con rapidità.

”E’ straripato il torrente” urlai tentando di superare il fragore lacerante
“Le acque d’un torrente potranno forse muggire, ma di certo non suonano tamburi e campanacci” strillo Leo in risposta.

A un tratto, da dietro la curva, nell’oscurità apparvero tre uomini con stivali e cappellaccio in testa, che battevano ritmicamente dei tamburi. Dietro di loro due, quattro, dieci, trentasette, novanta, centocinquanta mucche con al collo enormi campanacci; tra loro altri uomini stivaluti e cappelluti, che percuotevano latte e coperchi.

“E’ la transumanza!” gridò entusiasta Rachele “Tornano dagli alpeggi al piano, settembre andiamo è tempo di migrar…”
“Perché diavolo picchiano sui tamburi?” sbraitò Camilla di pessimo umore, come sempre quando veniva svegliata di botto, guardando con occhio truce la frastornante marea che sfilava lentamente sotto Casa.
“Credo per mantenere il ritmo, per rimanere svegli…” rispose Leo.
“Svegli loro, svegli tutti, eh?”  mugugnai ferocemente convinta che, se l’Imaginifico fosse stato qui, di certo avrebbe spaccato il bastone d’avellano sul cranio di quei pastori casinisti.

Però, talvolta, in campagna esiste davvero il silenzio. Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.
Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari. Per Leo si tratta di tarli, per Ginotta “a sun le anime del Purgatori ch’a ciamàn preghiere”.

E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?

Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui. E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.

Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi. Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, strosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii. E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri. Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero universo.

Al di là del muro che circonda il giardino, ci sono i campi; nel centro dei campi una chiesina minuscola con un minuscolo campanile dedicata a Maria del Formenton, la Madonna del Granturco.

E d’estate, di notte, dai campi giungono raccapriccianti sospiri ansimanti.

La gente dice che lì, anni e anni fa, vi fu una cruenta battaglia che lasciò sul terreno decine e decine di morti, i quali vennero seppelliti in quegli stessi campi sotto la protezione della Madonna.

La gente dice anche che, sino a sessant’anni fa, si vedevano i fuochi fatui uscire dal terreno nelle notti d’estate, e che i sospiri ansimanti -  gli “sbanfà de mort”- si son sempre sentiti.

Mio padre, ascoltandoli una sera, risolse il mistero.
“Macché morti! Li abbiamo anche noi al mare, quei sospiri. Li emette un piccolo rapace notturno, una specie di civetta che fa il nido sull’alto delle torri o dei campanili, e nel periodo dell’accoppiamento lancia quello strano richiamo.”

Ma per noi rimasero sempre i sospiri dei morti, le cui anime tristi imploravano una carezza della Signora del Formenton.”

©Mitì Vigliero

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