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Siete Gufi o Allodole?

di Placida Signora - 23 luglio 2010


L’Umanità, tra i suoi vari conflitti interni che ne impediscono una vita serena e pacifica, si divide anche fra Gufi e Allodole.

Le Allodole sono quelle persone che prediligono alzarsi presto, che all’acuto suono della sveglia puntata alle 6 del mattino balzano giù dal letto con un sorriso a settantadue denti; chiacchierano garrule di massimi sistemi mentre metton su il caffè, si lavano pettinano truccano vestono perfettamente e alle 7,01 escono con baldanzoso passo dal portone di casa, fischiettando giulive Voglio vivere così .

Le Allodole fan tutto benissimo di mattina; per loro è il momento migliore per studiare, lavorare, concentrarsi, risolvere i problemi, fare progetti, andare ad appuntamenti, partire…

I Gufi invece sono tutto il contrario.

Ed io devo decisamente essere una Gufa Estrema.

Andando a letto mediamente tra l’una e le due di notte (la sera è l’unico momento in cui riesco a lavorare tranquilla), la mattina sono in coma profondo.

Ma ero già così da ragazzina; pur andando a letto molto prima, preferivo ugualmente studiare, concentrarmi, risolvere i problemi, partire ecc da mezzogiorno in poi.

Perché io prima di mezzogiorno non solo non realizzo: non esisto proprio.

Quella che vedete, sentite o leggete è solo un placido simulacro: Mitì è ancora a nanna che dorme.

Verso le 9 mi alzo.

Oddio, “mi alzo”.

Diciamo che striscio a mo’ di lombrico dal materasso allo scendiletto e dallo scendiletto al bagno.

Sorvolo sulle prime abluzioni; sappiate solo che una volta sono riuscita a lavarmi i denti con la schiuma da barba in tubetto, che usata come dentifricio non è poi tanto male in confronto al Veet: gengive e denti depilati alla perfezione.
E una volta facendo la doccia mi sono energicamente passata addosso una spugna cosparsa di Cif in crema.

Ma io alla mattina non ci vedo. Così come non parlo e non sento.
Ve l’ho detto che non ci sono, no?

E se per caso disgraziato mi devo svegliare, chessò, alle 7, per me è una vera tragedia.

Perché odio le sveglie.

Non per modo di dire: le odio davvero.

Se vedo una sveglia inizio a ringhiare sommessamente, butto indietro le orecchie, inarco la schiena e gonfio la coda.

Le sveglie per me sono il Male perché mi fanno stare letteralmente male.

Svegliarmi di botto al loro suono, mi provoca effetti catastrofici: tachicardia, sudori ghiacciati, crampi allo stomaco, nausea.

Ne ho provate di vari tipi, ho i cassetti di tutta casa pullulanti sveglie; da quelle che fanno un sommesso bipbipbip, che nelle mie orecchie dormienti suona come BIPBIPBIP, a quella che ho ora, che dovrebbe emettere un melodioso e basso suono stile piccolo gong e invece fa GONG! Un infarto ogni volta.

Ho avuto anche una radiosveglia, certo.

Mi dava l’unico vantaggio di avere il soffitto della camera da letto artisticamente decorato da affreschi molto originali: gli stampi del mio corpo ogni volta svegliato di botto e scaraventato lassù da una voce o da una musica ululante (ché per me ogni suono è ululante in quel momento).

Insomma: sono indubbiamente un Gufo che odia svegliarsi presto.

E voi siete Gufi o Allodole?

©Mitì Vigliero

Gli Ospiti: Scuse per Mandarli Via

di Placida Signora - 15 luglio 2010

Per la Serie: Il Galateo delle Scuse

Gli Ospiti si dividono in due categorie: quelli a stazionamento breve e quelli a stazionamento lungo.
I primi sono quelli invitati a pranzo, cena, aperitivo o feste; i secondi quelli che si fermano anche a dormire.

Ma la durata del tempo è sempre, come si sa, un qualcosa di estremamente relativo e soggettivo; può capitare che, per chi ospita, un periodo di tre ore abbia la lunghezza di tre giorni e quello di tre giorni duri tre settimane.
Letteralmente.

Ciò accade perché vi sono degli Ospiti che non riescono mai a capire quando sia il momento di andarsene; quelli che dopo la cena, dopo il caffè, dopo il liquore, dopo la mezzanotte passata da due ore, continuano imperterriti a conferenziare lucidissimi e pimpanti di fronte a padroni di casa accasciati sul divano e con gli occhi semichiusi dal sonno.

Tra questi ultimi c’è chi, alzandosi di scatto, dice cortesemente agli invitati:

“Dovete scusarci: noi domani, anzi, oggi ci svegliamo presto. Fate pure come foste a casa vostra: ricordatevi solo di spegnere la luce, e chiudere il gas e la porta prima di andar via.”

Anton Pavlovič Čechov invece racconta: “Dalla gioia che i suoi ospiti se ne andassero, la padrona di casa esclamò: Ma restate ancora un po’!”

Ma l’Ospite che può dare più problemi è senza dubbio quello a stazionamento lungo.

Spesso lo si invita per mero complimento (”Noi ad agosto siamo in campagna; se passi da quelle parti vieni a trovarci! Eventualmente abbiamo anche un letto in più…”), ma poi quello ci prende un po’ troppo sul serio arrivando con un paio di valigie e facendoci cadere in crisi perché, alla domanda posta quasi per caso:
-“Quanto ti fermi?”
risponde un inquietante
-“Non ho ancora deciso“.

La saggezza popolare insegna che l’ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza; ma alcuni giudicano la saggezza popolare come qualcosa di retrogrado e fallace.
E si installano a casa nostra ad libitum.

Quali scuse trovare, quindi, per mandar via gli Ospiti da casa nostra, in modo elegante e senza urtare la loro suscettibilità?

Si potrebbe dir loro:

“Domani la nostra cuginetta tornerà dal campeggio insieme ad altre 10 sue amichette e verranno direttamente qui perché non si sentono molto bene: hanno parlato di colera…”

“Da domani inizio a tenere in salotto un corso collettivo di musica da batteria riservato agli adolescenti: sono corsi serissimi, da dodici ore al giorno”

“Da domani avremmo intenzione di mettere la tappezzeria nuova in tutta la casa; visto che ci sei anche tu, lavoreremo più in fretta!”

“Abbiamo promesso a un amico di tenergli a pensione per un mesetto il suo cucciolo; vedrai che ti piacerà, arriva domani, si chiama Ugo ed è un leone di 11 mesi, affettuosissimo. Solo che ha paura a dormire da solo: perciò dividerà la camera con te”

©Mitì Vigliero

Avete altri suggerimenti?

Le Foto delle Vacanze: una tortura di ieri e di oggi

di Placida Signora - 14 luglio 2010

Ma ve le ricordate quelle terribili serate che tutti noi abbiamo trascorso almeno una volta nella vita?

Di solito cominciava tutto con la telefonata di un amico il quale, appena tornato dalle ferie, ci diceva, garrulo e gentile:

“Domani sera vieni a cena da me insieme a un po’ di amici? Così dopo vi faccio vedere le diapositive dell’Inghilterra“.

Il dopo aveva sempre un che di sadico.

Trasformato il salotto in sala visione, l’ex vacanziero esortava gli ospiti a sedersi su divani e sedie allineate davanti a un enorme e traballante schermo in tela; poi spegneva tutte le luci e si piazzava di fianco al proiettore dicendo:

“Inizia lo spettacolo! Allora.Questa è la Torre di Londra…”
zac compariva sullo schermo la Torre di Londra.
“Questo è il Green Park” e zac appariva la Torre di Londra.
“Questo è Buckingham Palace” e zac saltava fuori la Torre di Londra.

Ciò accadeva perché -ricordate?- i proiettori s’inceppavano spesso e volenteri, mostrando perennemente la stessa diapositiva.

E chi proiettava se ne accorgeva sempre dopo gli ululati del pubblico esasperato dalla diciottesima visione della Torre di Londra perché, secondo me, dopo aver già visto trecento volte le dia delle sue vacanze, non guardava affatto lo schermo ma pensava ai fatti suoi.

E così riaccendeva la luce, trafficava per un’ora col caricatore e il carrellodelle dia, le faceva cadere tutte per terra obbligando gli spettatori a mettersi a gattoni sul pavimento per raccoglierle, le rimetteva in ordine di programmazione, rispegneva la luce e annunciava trionfante:

“Questa è la casa di Shakespeare” che, come tutti sanno, viveva nella Torre di Londra.

 

Ora le diapositive sono diventate praticamente reperti archeologici; oggi si usano magnfiche fotocamere digitali, con le quali è possibile immortalarecentinaia e centinaia di immagini senza preoccuparsi minimamente della pellicola, oggetto assai rimpianto dagli spettatori forzati di foto delle vacanze, perché aveva uno spazio limitato e prima o poi finiva; oltretutto aveva anche un costo, acquistarla, svilupparla, montarla…

E così uno faceva un po’ attenzione a quello che fotografava, studiava accuratamente inquadrature, esposizione, luce, e soprattutto cercava divagliare con cura  paesaggi e soggetti.

Per lo meno, se uno andava in vacanza in Inghilterra fotografava  Buckingham Palace e Green Park. E la Torre di Londra.
Insomma, fotografava Londra.
Si capiva che era stato a Londra.

Invece ora, in piena bulimia di pixel, spesso si perde ogni senso di spazio e luogo. Oltre che di misura, estetica e buon gusto…

Fateci caso.

Gente che fa le vacanze in luoghi meravigliosi, poi torna, vi telefona e vi dice:

“Domani sera vieni a cena da me insieme a un po’ di amici? Così dopo vi faccio vedere le foto dei Castelli della Loira

Trasformato il salotto in sala visione, l’ex vacanziero esorta gli ospiti a sedersi su divani e sedie allineate davanti a un enorme televisore ;  schiaffa un dvd nel lettore, afferra il telecomando, spegne tutte le luci e dice:

“Inizia lo spettacolo! Allora. Questa è mia moglie che mangia un panino, questo sono io col cappello di paglia, ridicolo vero? Questa invece è la bambina che fa la cacca nel vasino, che tenera. Questa è un’amica che si lima le unghie, questo è suo marito che si allaccia le scarpe, questo è il mio nuovo IPhone,  questa è mia moglie che si depila le ascelle, questa è la macedonia che mangiavo sempre a colazione, questo è il cruscotto dell’auto, questa è la custodia della fotocamera del mio amico, questa è l’ombra della tetta destra di mia moglie, questo sono io che faccio pipì in una piazzola dell’autostrada, questa è l’acqua della piscina dell’albergo, questo è l’alluce sinistro di mia moglie, bello smalto vero?, questo il gelato che mangiava sempre mia figlia, questi sono gli occhi di mia moglie, qui si è fotografata riflessa di profilo nel bagno dell’autogrill, questo è il mio sandalo destro, questo il mio ginocchio sinistro …”

Millecinquecento.

Millecinquecento fotografie scattate a mitraglia durante una vacanza organizzata per visitare i Castelli della Loira, e non vedrete una maledetta immagine di castello manco a pagarla.

Il che, come diceva lui, è bello e istruttivo.

©Mitì Vigliero

Perché è Bello Non Andare in Vacanza

di Placida Signora - 12 luglio 2010

Chi l’ha detto che uno, d’estate, debba andarsene per forza in vacanza?

Sta scritto da qualche parte? E’ un obbligo sociale?

Durante le ferie non ci si distrae mai veramente: se uno ha grane in ufficio, se le porta mentalmente dietro anche al club Mediterranée, così resta sempre coi musi o ancorato al cellulare per tentare di risolverle da lontano.

Inoltre in vacanza esplodono più facilmente le crisi di coppia a causa di gelosie o semplicemente perché uno voleva andare al mare e l’altro sui monti; indubbiamente in una città deserta vi sono meno tentazioni e di certo è molto meglio litigare liberamente nel proprio salotto o eliminare i dilemmi locativi semplicemente standosene fermi.

E si vabbé in città restano pochi negozi aperti; ma esistono i supermercati, basta fare scorta come gli abitanti della Florida in attesa degli uragani.

Nei luoghi di villeggiatura invece i negozi sono strapieni e perché uno magari appena tornato sudato, sporco, stravolto da spiaggia o scampagnate sui bricchi sognando una doccia, deve farsi una coda di due ore solo per comprare 3 etti di pane? Eh?

Per una donna andare in vacanza nella “seconda casa” vuol dire non riposarsi affatto perché deve cucinare, lavare, stirare, pulire esattamente come fa in città, anzi: di solito le seconde case sono meno organizzate della prima, non c’è la lavapiatti, latita l’aspirapolvere…

Sì certo negli alberghi si sta più comodi, però è anche più facile non trovarsi a proprio agio (stanze rumorose, troppo calde, armadi minuscoli) o sopportare convivenze semi obbligate con persone antipatiche o rompiballe.

Inoltre le ferie sono dannose alla salute.

Tutti i dietologi vi parleranno per ore dell’alimentazione errata e squilibrata cui tutti i vacanzieri si sottopongono, tornando a casa più grassi e con il pancino in disordine.

Anche starsene troppo al sole fa male; favorisce i melanomi, eritemi, ci si scotta, ci si spela, la pelle s’inaridisce, vengono le rughe; guardatele bene le facce dei sempre abbronzati ultraquarantenni: sembrano di cuoio come quella di un vecchio apache.

Se i costumi da bagno in nylon uniti al sudore, all’acqua di mare e alla sabbia provocano eczemi da contatto, vivere immersi nella natura fra prati e erbe cagiona spessissimo nei metropolitani abituati al cemento congiuntivitiallergie respiratorie; sorvolo su altre malattie “del gatto” determinate dall’iperattività sessuale favorita dall’incosciente clima vacanziero.

E in mare ci sono le meduse, tra le rocce le vipere, ovunque gli insetti: chi se ne va in ferie su favolose spiagge del centro-sud America, ad esempio, è quasi certo che si becchi la larva migrans, una larva schifosa che entra nella pelle e vi cammina lasciando una lunga scia rossa.

Ma anche gli insetti nostrani non scherzano e si sa che essere morsicati da una zanzara a Milano urta psicologicamente meno che esserlo da una rapallina.

Infine non è mica vero che in vacanza ci si rilassa e riposa, anzi; la smania del divertimento a tutti i costi costringe a spostamenti massacranti e orari incredibili per vedere tutto o sfruttare ogni luogo ludico a disposizione, col risultato che uno torna in città a lavorare più stanco e nevrotico di prima.

E  ora impariamo a memoria questo post, cercando di autoconvincerci che quelle code chilometriche d’auto che intasano le autostrade in questo periodo sono solo ologrammi, mentre noi facciamo benissimo a passare le ferie in città.

Sigh.

©Mitì Vigliero

La Casa è un Nido: il racconto è di fantasia, ma le disavventure con le bestiacce mi sono capitate tutte davvero.

di Placida Signora - 10 luglio 2010

Dedicato a MrPotts

Da In campagna non fa freddo, Cap. XVII

Leo, affacciato alla veranda, guardava il giardino illuminato dalla luna e sospirava ostentatamente. In quel periodo, quando mio marito sospirava in modo ostentato i casi erano due: o stava per incavolarsi, o stava per lanciarsi in uno dei suoi soliti discorsi riguardanti la Casa e la campagna.

Quella volta si trattava della seconda ipotesi: “Ma non vi sentite sereni, qui? Non vi sentire protetti? In questo posto non ci sono solo mura e mobili: qui ci sono le nostre origini; sento le presenze dei nonni, degli zii, di tutti i miei familiari che negli anni hanno abitato qui. Per me questa non è una semplice casa: è un nido”.
-”Maledetta bestiaccia!” urlai, meritandomi una fosca occhiata da parte del mio pascoliano consorte.
-”Tesoro non dicevo a te” lo tranquillizzai massaggiandomi una gamba. “Anzi, devo darti ragione. Questa Casa è davvero un nido, ma un nido di animali luridi e nefasti”.

Difatti, da quando avevamo iniziato a frequentarla, ci eravamo imbattuti in condomini di sorci pazientemente costruiti nei cassetti dei comò, in manipoli di calabroni stanziati nelle canne fumarie dei camini, in colonie d’immense vespe edificate nelle travi di legno. Avevamo capito ben presto che la Casa e il Paese erano l’habitat ideale per ogni tipo d’insetto aculeato, carnivoro, diurno, notturno, effimero, entomolito o frugifero. Qui allegramente bivaccavano, e bivaccano, afanitteri, coleotteri, ditteri, fisapodi, imenotteri, neurotteri, ortotteri, rincoti, strepsitteri, anopluri, psillidi, fisostici, tisanotteri e tricotteri. Qui anofele, api, formiche, filossere, filugelli, pulci, maggiolini, punteruoli, rolalie, culicidi, mosche, tafani, zanzare, zecche, calabroni, vespe e cimici mantenevano in perfetto esercizio, spesso a nostre spese, tutti i loro aculei, mandibole, pungiglioni, proboscidi, succiatoi e tentacoli.

Ascoltando le mie lamentazioni, Leo faceva la faccetta seccata. E quando mio marito fa la faccetta seccata vuol dire che la sua sensibilità è stata profondamente offesa; qualche volta può anche aver ragione, ma l’idea che in quel momento si fosse offeso perché avevo osato criticare le bestiacce dimoranti nella sua adorata casa, offendeva profondamente me.
-”Vorresti forse dire che qui tutto è perfetto e sublime, e che quindi anche le vespe e i calabroni sono esseri meravigliosi?”
-”Vorrei solo farti notare che sei tu ad avere un’esagerata avversione nei loro confronti” rispondeva in tono accusatorio.
-”Ammetto di aver sempre avuto con gli insetti un rapporto personale particolarmente difficile, ma lo sai che sono allergica a tutte le loro punture. Basta semplicemente la loro visione per farmi star male: inizio a sudare, tremare, insomma provo dei veri e propri attacchi di panico causati dal terrore d’esser pizzicata…”
-”Non tutti gli insetti pizzicano” dichiarava implacabile l’entomologo che divide il mio letto.

Sarà.

Un giorno mi trovai sul palmo della mano una coccinella, bellissima, rossa a puntini neri.
-”La chiamano Gallinetta del Signore, e dicono che porti fortuna” disse zia Rachele. “Quand’ero piccola e me la trovavo in mano, le recitavo una filastrocca; poi esprimevo un desiderio e lei volava subito via per andare a esaudirlo”
Dato che, accidenti a me, sono fondamentalmente una giocherellona, tendendo la mano su cui stava posteggiata la coccinella, chiesi alla zia di recitare la filastrocca: “Gallinetta du Signur, vula vula al Criatur, te darò vùn saacch ‘d ris, vula vula in Paradis“.
Espressi il desiderio, soffiai delicatamente sulla bestiola e lanciai un ululato selvaggio. Sul palmo della mano, al posto della coccinella che avevo scaraventato chissà dove, c’era un taglietto rosso e profondo: la Gallinetta du Signur m’aveva azzannato.

Ma per Leo le mie erano solo fisime. Quando, i primi tempi, insisteva a decantare le bellezze dei paesaggi campestri ricchi di fiumicelli, torrentelli, ruscelletti e stagnetti, non si rendeva conto che tutta quell’acqua che abbelliva la vegetazione rendendola verde e brillante, contemporaneamente contribuiva a sfornare tonnellate di larve d’insetti immondi come le zanzare. Non sono più quelle di una volta, che facevano zzzzz e le sentivi, potendo così inseguirle e spiaccicarle sui muri: ora sono muti zanzatàci, probabile frutto di relazioni illecite coi pappataci. Ed è per questo che, all’improvviso, ti trovi sulla pelle prima un segno rosso, poi un ponfetto molto pruriginoso e infine una dolorosissima bolla simile a quelle delle bruciatore, gonfia tutto intorno e piena di siero giallastro.

Dovevo però riconoscere che gli insetti servivano a rendere altamente culturali i dialoghi tra nostra figlia e noi: -”Ma a che cosa servono le zanzare?” domandava grattandosi furiosamente un braccio, mentre sui suoi disegni apparivano mostruose creature piene di ali e zanne.
-”A sfamare le rondini, Camilla” rispondeva suo padre.
-”Ma va’ là: oggi di rondini non ce ne sono più, e quelle poche rimaste ormai sindacaliste che han fatto un tavolo con le zanzare” ribattevo sarcastica io, spalmandomi addosso litri d’estratto di citronella.
-”E quelle sceme di vespe, a cosa cavolo servono?” ridomandava Camilla in lacrime ogni volta che entrava in collisione con qualche pungiglione.
-”A impollinare i fiorellini” era l’aulica risposta, immediatamente seguita dall’urlo: “Camilla, non dire parolacce!”.

Quando Leo declamava: -”Ma non vedete che meraviglia quei prati dove pascolano i vitellini e corrono liberi i cavalli?”, non arrivava a capire che, se vitellini e cavalli sono animali senza dubbio graziosi, la loro presenza comporta obbligatoriamente anche quella d’altri animali decisamente nefandi.
Una mattina, seduta in giardino, leggevo tranquilla il giornale quando qualcuno m’inferse una pugnalata sopra la caviglia sinistra; abbassando gli occhi vidi una lunga scia di sangue che, veloce e arzilla, stava raggiungendo il mio piede. Lo so che una vera signora è colei che riesce a rimanere imperturbabile in qualsiasi occasione, senza lasciar trasparire alcun moto dell’animo; ma che volete, la campagna rilassa i freni inibitori e perciò strillai terrorizzata: “M’ha morso una vipera!”.
Simile a un cavaliere antico galoppante in soccorso d’una damigella in pericolo, mi trovai a fianco un ansante Giacomìn brandente non una spada scintillante, bensì la solita roncola. Dopo aver osservato con estremo rispetto la mia ferita, tirandosi il cappello sulla fronte diagnosticò: -”Ciùmbia! L’ha sgagnàda un tavàn.”
-”E allora?”
-”E alùra le verrà un’infeziùn, perché i tavàn a mordu vacc e cavàll propri ‘n ‘tel vene, inscì i micrubi circulano mej.”
Non mi seccò tanto il fatto che il tafano m’avesse scambiato per una mucca o un cavallo quanto il fatto che, a causa dei “micrubi” iniettatimi via endovena, mi venisse una gamba rossa e gonfia come un prosciutto, decorata da una purulenta piaga bollente e che dovessi restare a letto con la febbre a 39° per una settimana filata.

L’Ubaldo, ogni volta che veniva a trovarci, annunciava fiero: -”Ho trovato il sistema per far fuori tutte le bestiacce cattive che fan la bua alle mie belle bimbe”.
Era specialista in reperire macchinari sofisticatissimi oltreché pericolosissimi: spray che titillavano dolcemente le nari agli insetti, mentre in compenso rischiavano di eliminare tramite asfissia gli umani che li spruzzavano, o aerodinamici fornelletti sui quali stava scritto “aerare il locale prima di soggiornarvi” così tutti, onde evitare d’addormentarsi per sempre in una camera a gas, erano obbligati a spalancare le finestre nell’atto cordiale di far entrare miriadi d’altre bestiacce in attesa.
Una volta arrivò con una grande lampada dalla luce azzurrina:-”La metti la sera in veranda, così potrai soggiornarci tranquilla”, ma tranquilla non ero per niente a causa dei continui, sinistri sfrigolii dati dagli insetti che, attratti dalla luce, finivano fritti in inquietanti nuvolette di fumo. Un’altra volta mi portò un grosso vaso di coccio; un orcio tozzo e grasso, dall’imboccatura minuscola: -”Questo è un insetticida ecologico. Si riempie di birra o vino e zucchero; si appende in alto e così tutte le bestie cattive ci cadono dentro, s’ubriacano e non escono più. Il giorno dopo si getta via il contenuto, e si riappende.”
In effetti il giorno dopo il vaso straboccava di centinaia d’insetti annegati; era talmente rivoltante, che fu gettato via intero insieme a tutte le salme.

Nella nostra Casa-Nido imparammo anche che se il modo di dire “noioso come una mosca” è giusto, perché le mosche sono noiose al cento per cento e spesso anche al trecento per cento, dire “zitto e mosca” invece è sbagliato, perché le mosche zitte non stanno mai. Se quando svolazzano tenti di ignorare il loro insistente ronzio, si offendono terribilmente e perciò aumentano il fracasso prendendo a zuccate i vetri delle finestre o entrandoti direttamente nelle trombe d’Eustachio. Se continui a far finta che non esistano, ti si posano addosso, ti si infilano nelle narici e negli occhi, si tuffano nel bicchiere da cui stai bevendo o planano leggiadre sulla forchetta che ti stai infilando in bocca. Avevamo sparso per Casa decine di palette schiacciamosche, che alle mosche facevano un baffo mentre, in mano a Camilla, si tramutavano in micidiali armi improprie da sbattere ovunque: nel piatto in cui mangiava la mamma, sulla cervicale della nonna, sul sedere di papà, finché sospettammo che non si trattasse tanto di caccia alle mosche, quanto di vendette private.

Riguardo le tarme, invece, all’inizio demmo la colpa ai vecchi armadi pieni di vecchie stoffe scoprendo poi che, una volta eliminate le vecchie stoffe, alle tarme andavano benissimo anche le nuove. La prima volta che mostrai alla Ginotta gli artistici buchi che un probabile centinaio di laboriose fauci aveva creato in una mia splendida camicietta di flanella, mi sentii chiedere in tono d’accusa: -”Ma questa camisètta, viàlter la g’avii esposta a la rosàda de San Giuàn?”.
-”In città non vi sono molti prati dove sia possibile stendere i vestiti affinché si detarmizzino con la rugiada della magica notte del 24 giugno…” risposi sottilmente spiritosa.
-”Manco un poggiolo?” insisté la signora sardonica.
Non avendo voglia di polemizzare su una questione di credenze popolari, chiesi con lo sguardo aiuto a zia Rachele, donna notoriamente colta e dotata di razionale buon senso, la quale mi venne subito in soccorso affermando in tono professorale: -”Suvvia, Ginotta: non capisce che quella della rugiada miracolosa è una stupida superstizione? Invece è ovvio che, se quella camicetta è stata mangiata dalle tarme, è perché è stata comprata di venerdì”.

E se le tarme erano antipatiche, le formiche si dimostrarono da subito odiose. Seguendo l’antica regola “per combattere il nemico impara a conoscerlo”, mi procurai un testo altamente scientifico in cui scoprii che le formiche si dividono in maschi, femmine e operaie. Pare che i maschi abbiano un carattere molto nervoso, depresso e insicuro, forse perché muoiono subito dopo la fecondazione delle uova; le femmine copulano, partoriscono e combattono, mentre le operaie sono le uniche che lavorano. Premetto subito che nutro un profondo rispetto nei confronti della classe operaia; non tollero solo quella a sei zampe, composta da minuscole rompiscatole le quali, per portare la pappa a chi passa la vita a goduriare o a litigare, infestano praticamente tutte le stanze della Casa.

La mia lotta personale contro le formiche fu coadiuvata dai mille consigli che ogni abitante del Paese decise di elargirmi: vi fu chi disse di cospargere i luoghi da loro prediletti con foglie di geranio, chi affermò che le formiche detestavano la menta, chi ancora che erano allergiche alle foglie di pomodoro. Il Don mi consigliò il borotalco, il Sìndich le scorze d’arancia, la moglie del Maresciallo dei sacchetti di tulle pieni di cannella e chiodi di garofano. Anche quando facevo la coda nel negozio della Franca, tutti gli avventori, perfettamente a conoscenza del mio dramma, erano prodighi di suggerimenti:
-”Madamìn, metta un ramm del betulla tul tècc e le furmighe scapperàn”.
-”Macché! La deve mètt dal purtùn d’ingrèss trèdes limùn spantegà de pèver.”
-”No, l’unica manéra l’è recità una novena a Sant’Antonio”.

Stranamente Ginotta in questa occasione non mi fornì nessuna ricetta magica, e si limitò a risolvere il problema delle formiche stazionanti sul tavolo della cucina schiacciandole con le mani e creando un purè all’aroma di formaldeide.

Però, secondo Leo, la campagna restava un luogo salubre e ricostituente; forse è per questo che in Casa bivaccavano ragni sanissimi e grossi come zuppiere. Rachele e Ginotta rischiarono più volte l’infarto a causa degli improvvisi strilli lanciati, a rotazione e all’improvviso, da me e Camilla: “Aiuto, che schifo!”.
Le due povere donne arrivavano di corsa e ci trovavano regolarmente appiattite sulla parete opposta a quella su cui troneggiava un ragno di centimetri 15 per 20, dalle otto lunghissime gambe attaccate a un corpo minuscolo.
-”Fa pa’ nula” diceva una “l’è un ràgn da polvere…”
-”Ma è enorme!”
-”Però è innocuo” diceva l’altra.
-”Ma mi guarda!”
-”Uh, màma, la gatta la me varda! E vardala ànca ti! Me varda pù lè che mi… Femminucce fifone, quante storie per dei ragnetti!” ridacchiava Leo, immediatamente prima di mettersi a sbracciare nell’aria come uno sciamannato gridando isterico: “Toglietemela di dosso, toglietemela di dosso!”, perché il maschietto coraggioso era finito con la faccia in una ragnatela grande come un’amaca.

Ma mio marito insiste tuttora a ignorare questi problemi. Quando passeggiamo da soli nei prati, continua a sussurrarmi all’orecchio paroline dolci. Raffinato maschio di città convertito alla rude campagna, sente prepotente il richiamo della foresta e tenta, indarno, di persuadermi alle gioie della camporella. In realtà confesso di aver sempre invidiato le coppie protagoniste di tanti film romantici, le quali prima corrono a gambe e piedi nudi ridendo a bocca aperta tra macchie, fratte e granturco, poi rotolano abbracciate nel profumato sottobosco e infine piombano su un soffice covone di fieno per scambiarsi tante tenerezze. In realtà so benissimo che se mi mettessi a correre a piedi nudi sull’erba, sicuramente li poserei su puntutissimi sassi, calpesterei carogne non ben identificate o vespe intente a ciucciare fiori di trifoglio, spiaccicherei lucertole e infine, ne son certa, li immergerei sino alla caviglia in enormi boasse di mucca. Io sono sicura che, se corressi in mezzo a un prato ridendo a bocca aperta, inghiottirei immediatamente un calabrone; se entrassi in un campo di granturco riuscirei sicuramente a cacciarmi un canocchio in una pupilla; se mi sdraiassi sul sottobosco verrei scalata da formiche rosse, masticata da cimici, assalita da scorpioni, abbordata da vermi e vellicata da lumache. E poi, come diavolo è possibile nelle campagne d’oggi tuffarsi dentro soffici covoni di fieno, quando questi hanno tutte le forme tranne quella di covone? Sono sferici, ovoidali, piramidali, cubici, nonché perfettamente foderati di durissima plastica.

Per questo Leo dice che non sono romantica, che ho perso del tutto la parte selvaggia, primitiva del sesso e mi domanda: “Secondo te come facevano Adamo ed Eva in quella grande campagna che era il giardino dell’Eden?”.
Semplice: non lo facevano. Appena provarono a cogliere la mela, furono cacciati via e costretti a vivere al riparo, con un tetto sulla testa e un pavimento coperto di stuoie. Infatti non fu per caso che, solo lì, riuscirono finalmente a fabbricare Caino e Abele.

©Mitì Vigliero


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