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Ricordate: Stanotte Sarà la Magica Notte delle Stelle Cadenti

di Placida Signora - 9 agosto 2011

Qui  le istruzioni

Ricordi in bianco e nero: voi ricordate come giocavate da bambini?

di Placida Signora - 21 luglio 2011

Riguardo alcune belle fotografie dell’archivio Gettyimages pubblicate da Repubblica.it anni fa.

Mi risvegliano ricordi in bianco e nero di giochi d’infanzia.

Tanti mi sono estremamente familiari; le tante sederate prese al parco del Valentino   cadendo dai pattini (foto 2), sulle discesine attorno la Fontana delle Stagioni

E poi le bambole coi servizi da tè (foto 10), il Meccano (foto 22), cavalluccio (foto 13), l’hulahop (foto 1), Campana (foto 7) e pallamuro (foto 13), lanciata a ripetizione recitando filastrocche surreali.

Questo invece (foto 25non so che sia… Una specie di Campana?

Di girandole (foto 3)  ne ho ancora una, piantata in un vaso di gardenie sul terrazzo.

Guardando quei giochi, rammentandone tanti altri  non lì presenti e confrontandoli con quelli di oggi, mi accorgo di quanto fossero semplici ed essenziali, un poco rozzi, senza tanti orpelli e meccanismi e colori e forme precise, imperfetti nella struttura…

Ma l’ingrediente che li rendeva speciali , facendoci concentrare su di loro per ore e ore, senza passare freneticamente da uno all’altro causa noia improvvisa, era la nostra Fantasia.

E voi li ricordate i vostri giochi?

© Mitì Vigliero

1972-La mia Estate più bella. E la vostra qual è stata?

di Placida Signora - 16 luglio 2011

All’improvviso stamane ho sentito nell’aria un profumo misto di crema abbronzante e sassi caldi; un miraggio olfattivo, indubbiamente, visto che – al solito – sono inchiodata in città per tutta l’estate.

Però, grazie all’effetto proustiano delle madeleinette olfattive, mi sono trovata catapultata all’improvviso in una Rapallo del 1972.

15 anni, una Truppa di amici inseparabili di età variabile dai 13 ai 18 anni.

Vita di mare vera dalle 9,00 del mattino alle 23.00 – quando scattava il coprifuoco, e bisognava a quell’ora già essere a casa- zompando da un Primero (i battelli che facevano rotta Rapallo-Santa Margherita- Portofino- San Fruttuoso e ritorno) a un gommone a un gozzo a una barca vela.

Noi avevamo la cabina a San Fruttuoso e lì era il punto di ritrovo della Truppa munita di barche e barchini di varie dimensioni con le quali scorrazzavamo fra i Bagni Fiore di Paraggi, i Covo, i Miramare e gli Helios di Santa, gli Excelsior di Rapallo… Insomma, tutti gli stabilimenti balneari dove si trovavano le cabine dei numerosi componenti della suddetta Truppa.

Ricordo ancora gli sguardi tra il terrorizzato e il divertito delle madri, quando ci vedevano piombare all’arrambaggio… Sembravamo veramente dei pirati, spettinati, abbronzatissimi, vestiti solo di costumi/magliette sbrindellate/ciabattine di gomma: chi se ne fregava della moda? Eravamo gente di mare!

Quell’estate mi è rimasta fortemente impressa perché eravamo tutti particolarmente felici e assolutamente spensierati.

Nessuno di noi aveva esami a settembre o grane familiari; stavano tutti bene di salute, piccoli e grandi; giornate sempre splendide e nottate (per noi adolescenti di allora, le notti iniziavano alle 20 e finivano, come ho detto, rigorosamente alle 23) trascorse fra falò sulla spiaggia, picnic a Nozarego, feste in casa dell’uno o dell’altro con memorabili i Crêpes Improbabel (sic) Party: centinatia di crêpes da riempire con qualunque cosa di commestibile, spesso con abbinamenti improbabili, appunto…

E una colonna sonora che da stamane mi risuona in testa, assorbita assieme al profumo di crema abbronzante di sassi caldi:  Popcorn degli Hot Butter

E la vostra estate più bella, qual è stata?

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© Mitì Vigliero

PlacidiCompleanni – 5 Luglio: 25×2+4

di Placida Signora - 5 luglio 2011

Mia madre ricordava quella del 1957 come l’estate più calda della sua vita. Certo, luglio a Torino non è mai particolarmente temperato, ma immagino che fosse un clima davvero insopportabile per una ragazza genovese di vent’anni abituata alla brezza marina. E poi in clinica, ai miei tempi, mica c’era l’aria condizionata.

E questo forse spiega perché io detesti il caldo.

Mia madre ricordava anche che non nascevo mai. Non ne avevo nessuna intenzione; probabilmente perché lei continuava a dire che faceva caldo, un caldo terribile, un caldo tremendo. Io là dentro stavo benissimo, fosse stato per me avrei potuto nascere in settembre, quando il Valentino diventa tutto rosso e oro.
Allora, visto che non nascevo mai,  mia madre ricordava che papà (25enne) la caricava in macchina e percorrevano strade sconnesse, rotaie del tram comprese, sperando che gli scrolloni servissero a darmi una mossa.

E questo forse spiega sia la mia pigrizia cronica, sia il fatto che non abbia mai voluto prendere la patente in vita mia.

Mia madre ricordava pure che ronfavo tutto il giorno, mentre di notte ero sveglia come un grillo e protestavo assai se loro dormivano tanto che – una volta appurato che stavo bene, non avevo fame, non dovevo essere cambiata – arrivavano a barricarsi in camera lasciandomi strillare da sola a 7 porte chiuse di distanza. Poi, appena sentivano il silenzio, pensando “Sarà viva?” correvano a vedermi. E mi svegliavano. E io mi seccavo. Molto.

E questo forse spiega sia perché io detesti alzarmi presto la mattina, cominci a ragionare solo da mezzogiorno in poi e vada a dormire sempre a ore da nottabuli sia che, se vengo svegliata di soprassalto, possa avere reazioni considerate dallo svegliatore un cicinìn poco amichevoli.

Riguardo all’alimentazione, mia madre ricordava che erano ammattiti a tentare di svezzarmi. Latte materno ok, ma dopo 5 mesi ne avevo avuto a sufficienza e avrei gradito – senz’offesa alla produttrice – qualcos’altro di un po’ più sfizioso. Il semolino veniva sputato a metri di distanza, così come la farina lattea. La crema di riso mi provocava crisi di panico solo a vederla nella scatola, i plasmon nel latte mi offendevano profondamente. Una sera i miei, presi dalla disperazione, pescarono una spessa mestolata del loro minestrone, lo schiacciarono ben bene e me ne diedero una cucchiata.  Da lì, fu tutta discesa.

E questo forse spiega la mia passione per la gastronomia.

Mia madre ricordava ovviamente un sacco di altre cose dalla mia nascita in poi; cose che vi risparmio, ma che possono forse spiegare il perché io sia diventata così come sono oggi.

Una placida signora tutto sommato soddisfatta di se stessa, ricca di ricordi ed esperienze tutte importanti, abbastanza saggia, moderatamente malinconica ma innatamente umorista che, ogni 5 luglio, da 54 anni, ringrazia il Cielo per tutti i meravigliosi doni che la Vita le ha dato.

Fra questi, voi, Amici Tesorimiei.

E a voi brindo, augurandovi un mare di Serenità e ringraziandovi per tutto il tempo passato insieme.

Vi abbraccia uno a una la vostra

Mitì

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Per la Serie “Placido Spleen”: Le mie case, nella mia Torino.

di Placida Signora - 6 maggio 2011

La mia Torino è avvolta dalla nebbia dei ricordi.

Ci manco da  una vita, ci torno poco un po’ perché il lavoro e la vita mi dirigono verso altri lidi e un po’ perché mi prende un groppo di malinconia a pensare che molte delle cose, case, negozi, scuole, persone che formavano il mio mondo, non ci sono più.

E così ogni tanto, come Brigadoon, dalla nebbia della memoria emergono sensazioni, odori, volti, frasi, immagini legati ai miei primi vent’anni di esistenza; non in ordine di tempo, ma di improvvise associazioni o minuscole emozioni.

E “case”, soprattutto: i miei nidi.

La casa di Corso Dante, di fianco al Ponte Isabella, dove ho abitato per i miei primi dieci anni.
La buttarono giù per costruire un palazzone moderno: piansi molto a vedere frantumate le vetrofanie liberty e gli stucchi e tutto quello che mi aveva circondato sino ad allora.

E rammento Nonna Bis , mia milanesissima bisnonna, che ci veniva a trovare in quella casa; uscivano a cena loro, i grandi, e poi tornando a casa passavano in Corso Massimo (D’Azeglio) costellato da prostitute impellicciate e vestite di lamé.
E la Bis, guardandole con gli occhi spalancati, diceva convinta: “Oh, varda le sciure che sòrten da teàter!”.

Poi ricordo la Fontana delle Stagioni al Valentino, ogni pomeriggio lì a giocare con mio fratello; c’erano strane rocce intorno, che ogni volta diventavano per noi montagne da scalare, aule di scuola, navi di pirati, tane di draghi, pianeti inesplorati.

Ricordo il Rosmini prima e poi Palazzo Nuovo; in questa stagione era ingentilito e illuminato da enormi cespugli di giallissime forstizie. Gli anni più belli della mia vita: anche lì dentro era “casa”, per me.

Ricordo la Caserma Monte Grappa, “casa” anche quella dal 1960 al 1980; mio padre – ufficiale alpino come suo nonno e suo padre – vi entrò giovanissimo tenente e ne fu colonnello comandante.

E di Torino ricordo bene il profumo dei tigli, talvolta così forte da stordire.

E le primavere e le estati col cielo color latte e il sole che sembrava un bottone di madreperla; per vederlo blu, quel cielo, bisognava aspettare una giornata di vento; allora sì diventava infinito, con intorno i monti che sembravano sorridere.

Li vedevo dalla finestra della mia camera, nell’ultima casa abitata, in Via Canova: un attico gelido d’inverno e bollente d’estate. Ricordo che con mamma, più d’una estate, andavamo a dormire su delle sdraio in terrazza. Ma la temperatura dentro e fuori non aveva variazioni.

Mia madre però non amava Torino; ci viveva da anni, ma le mancava sempre e troppo il suo mare.

Quando le chiedevano in che zona abitavamo, rispondeva: “Verso Genova”.

E voleva tornarci a tutti i costi.
E così è stato, ma forse troppo tardi.
Se l’è goduta poco.

Ora il mio nido, da 30 anni, è a Genova.
E ne sono felice.
Ma ogni volta che sento profumo di tigli, il cuore mi torna all’ombra della Mole.

© Mitì Vigliero

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