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Per il mio Giorno Onomastico: 15 ottobre Santa Teresa

di Placida Signora - 14 ottobre 2011

Domani sarà Santa Mitì.

Essì lo so che non tutti lo sanno, ma io mi chiamo Teresa.

Anzi: Maria Teresa.

Per completezza: Maria Teresa Bianca Agata Anita.

(Perciò, da quando son nata, mi han sempre chiamato Mitì: per fare prima ;-D )

Ma festeggio sempre volentierissimo il mio giorno onomastico, 15 ottobre Santa Teresa d’Avila, perché era una donna che mi è sempre piaciuta.

Pensate che ne Il Libro della mia Vita quella donnina lì nel 1565 scriveva fiera:

Vedo però profilarsi dei tempi in cui non ci sarà più ragione di sottovalutare animi virtuosi e forti, per il solo fatto che appartengono a delle donne

Mentre del leggere diceva:

Se mi avessero vietato l’aiuto del libro, credo che mi sarebbe stato impossibile durare diciotto anni in questo travaglio e in questa aridità, per incapacità, come dico io, di ragionare”

Sono stata fortunata, quindi.

Avrei potuto avere come nome quello di una tipa magari contorta, lamentosa, cupa; oppure gattamorta, tutta gnegnè…
Insomma, un carattere a me non congeniale.

E invece mi è andata bene (grazie Mamma).

E voi siete soddisfatti del nome che avete?

Strade dai Nomi un po’…così: Toponomastica Maliziosa

di Placida Signora - 5 ottobre 2011

Capita a volte di trovarsi di fronte a indirizzi che riportano nomi di strade, vie o piazze non propriamente eleganti; i Comuni italiani, nel corso dei secoli, hanno spesso cercato di censurare il censurabile, salvando sì la pudica sensibilità, ma in realtà cancellando definitivamente pagine di storia locale.

Ma meno male che esiste la memoria umana a mantenere in vita toponimi antichi.

Accadde ad esempio a Bologna con la leggendaria Via Sfregatette, stradina così stretta che due passanti diretti in direzioni opposte incontrandosi erano costretti a mettersi faccia a faccia e a toccarsi strisciando.
Pensando a come ribattezzarla in modo più signorile, non trovarono di meglio che Via Senzanome  che sarà sì più raffinato, ma che in dialetto bolognese viene pronunciato “Suznòmm” e compreso quindi  come “Sozzonome”, che tanto carino non è.

Se a Venezia c’è il Ponte delle Tette, di cui vi ho già raccontato la storia, a Genova c’è Vico Carabraghe: un tempo si pensava che il termine avesse il significato goliardico di “cala braghe”, visto che per anni e anni il vicolo aveva ospitato  case chiuse.
In realtà si riferisce alla “carabraga”, un antico strumento di guerra, sorta di catapulta per lanciare proiettili sui nemici.

Sempre a Genova abbiamo Via del Ciazzo a Sturla, che non si riferisce a quello che state pensando ma allo storpiamento della parola latina plaxium che indica “terreni degradanti verso il mare e pendii erbosi in lieve inclinazione”, così la miriade di  Vie, Mura, Piazze Chiappa, Chiappare, Chiappe, Chiappella  non si riferiscono a celebri glutei bensì a quelle pietre sporgenti e lisce di cui parla anche Dante Alighieri: “Potevam su montar di chiappa in chiappa” (Inf. XXIV v.33)

Infine a Nervi c’è una zona chiamata Fossato Scagaggino, che deriva dalla voce dialettale scagagge, ossia le cacchette di mosche, pulci e topi.

 


A Roma spicca Via delle Zoccolette , che deve  tale nome alla presenza, di un tempo, di un collegio per trovatelle (quasi tutte figlie abbandonate dopo illeciti amori) dedicato ai Santi Clemente e Crescentino. 

Le orfanelle andavano a messa ogni domenica  nella chiesa di fronte; calzavano zoccoli di legno, che risuonavano rumorosi sul selciato. Ed essendo buttate fuori dal collegio appena raggiungevano l’adolescenza, si sapeva che la maggioranza era purtroppo destinata al mestiere più antico del mondo, divenendo quelle che a Roma si chiamano zoccole.

Anche a Firenze c’è una piccola, incantevole piazza (formata dall’incrociarsi di Via dello Sprone con Via dei Vellutini) il cui nome non era ufficialmente riconosciuto dalla toponomastica cittadina perché poco morale.

Così le guide turistiche e gli stradari la indicavano – quando la indicavano – come Canto ai Quattro Leoni, mentre i fiorentini imperterriti continuavano a chiamarla come da secoli l’avevano sempre chiamata: Piazza della Passera.

Le origini del nome paiono essere due; la prima, dolce e romantica e quindi tristissima, ci catapulta nella Firenze del 1348.

La zona Oltrarno ove si trova la piazza, era abitata soprattutto da commercianti e artigiani ebrei; infatti i nomi delle strade di quel quartiere derivano dai loro mestieri: via dei Velluti (mercanti tessili), via dei Ramaglianti (artigiani del rame) e così via.
Erano ancora liberi cittadini, visto che l’obbligo del Ghetto avvenne solo nel 1571.

La storia, raccolta dal Bargellini, narra che un giorno dei bambini trovarono nella piazzetta una passerotta agonizzante.

Spinti da compassione, mobilitando anche gli adulti, cercarono di salvarla; nessuno comprese quale morbo l’avesse colpita, e di lì a poco, nonostante le cure, la poveretta defunse.

Dopo pochi giorni tutti coloro che avevano avuto a che fare con la pennuta, si ammalarono dello stesso morbo non più misterioso: la peste, che in pochi giorni, per colpa della passera untrice, si diffuse per tutta la città dimezzandone gli abitanti.

La seconda versione, di gran lunga più goliarda e probabilmente più veritiera, si riferisce a un grande postribolo che lì si trovava già nel 1328.

Funzionò ininterrottamente per secoli, ed ebbe illustri e fedeli frequentatori, come Cosimo I° de’ Medici che pare ci facesse una capatina tutti i giorni.
Nel 1920 venne abbattuto il rudere di una famosa casa che ne aveva raccoltol’eredità d’esercizio, ma il nome dato in suo onore alla piazza da generazioni e generazioni di fiorentini rimase, anche se solo verbalmente.

Nel 2006  però, con delibera della Commissione Toponomastica (ottenuta con 12 voti favorevoli, 2 contrari e 2 astenuti) Piazza della Passera è diventata, finalmente, un toponimo ufficiale del Comune di Firenze.

© Mitì Vigliero

Via Abbi Pazienza: Storia di una Strada Pistoiese

di Placida Signora - 21 settembre 2011

(foto©Giovanni Novara)

Nel centro storico di Pistoia ci sono strade dai nomi decisamente curiosi; ad esempio esiste una Via del Can Bianco, dedicata al botolo che in una notte del ‘300, abbaiando come un dannato, svegliò la Contrada dei Cancellieri salvando gli abitanti da un agguato della fazione nemica.

Oppure Via delle Pappe, in cui il termine “pappe” indica gli intrugli medicamentosi che venivano ammanniti ai ricoverati dell’antico Ospedale del Ceppo che lì si trovava ; oppure ancora Via dell’Acqua, che indicava l’unica locanda della città che nel Trecento aveva già il modernissimo servizio dell’ “acqua in camera”, ossia l’acqua arrivava nelle stanze attraverso un secchio legato a una corda che tramite una carrucola posta fuori dalla finestra finiva direttamente in un pozzo.

Ma di certo la strada che possiede il nome più affascinante è Via Abbi Pazienza.

Tutto risale all’epoca delle lotte fratricide fra Guelfi bianchi e neri, all’epoca del dantesco Vanni Fucci (Dante, Inferno, XIV); periodo in cui omicidi, processi improvvisati e azioni terroristiche nate tutte da una diversa ideologia politica, erano all’ordine del giorno.

Una spiegazione del nome di quella via vuole che un gruppo di Neri, che si era salvato dal boia, trovandosi nel quartiere nomato Canto de’ Rossi (i de’ Rossi erano una potentissima casata guelfa nera) vicino all’unica  casa rimasta indenne dagli incendi appiccati dai Bianchi, incidesse su ciascuno dei quattro angoli dell’edificio questa frase autoconsolatoria:

L’omo si muta.
Perché?
Per lo meglio.
Abbi pacienza
”.

 Il motto, sbiadito ma visibile sino a poco tempo fa su una pietra murata su una fontanella pubblica, diede da allora il nome alla strada.

Però lo studioso Bruno Bruni, nel “Bullettino Storico Pistoiese”, raccontò un’altra storia estremamente più affascinante e scenografica.

Era una notte buia e tempestosa.

Uno dei maggiorenti della Nera famiglia de’ Rossi, aveva avuto una soffiata che gli preannunciava l’arrivo del suo peggior avversario Bianco: l’ignaro tapino sarebbe passato, da solo, “sulla deserta china tra San Filippo e il Carmine”.

Il de’ Rossi assetato di vendetta e pieno di rabbia s’acquattò, nascosto da un mantello col cappuccio e stringendo fra le mani un affilato pugnale, all’angolo della china, proprio dove si trova la fontanella di cui sopra.

L’attesa fu spasmodica.

Finalmente udì un rumore di rapidi passi e vide l’ombra d’un uomo intabarrato.
Allora gli si scagliò contro brandendo il pugnale ma il passeggero, velocissimo, con uno scatto del braccio deviò il colpo scaraventando lontano l’arma e scoprendosi il viso.

Il de’ Rossi, raggelato, s’accorse allora che quel volto non apparteneva al suo avversario, bensì al suo amico più caro; e guardandolo fisso negli occhi, contrito e tremante non trovò di meglio che dirgli: “Abbi pazienza…”.

L’amico, gentile e comprensivo, raccolse da terra il pugnale, lo riconsegnò al de’ Rossi e s’allontanarono insieme nella notte scura, chiacchierando amabilmente sul come far fuori una buona volta – e con più attenzione – gli odiati Bianchi.

© Mitì Vigliero


29 Giugno: San Pietro e Paolo – Onomastica e Curiosità

di Placida Signora - 29 giugno 2011

Due  proverbi genovesi recitano:

San Pé u ne veu un pe lê (San Pietro ne vuole uno per lui)
San Pé te tia pe’ i pê (San Pietro ti tira per i piedi)

Un tempo il 29 giugno era la data ufficiale di apertura degli stabilimenti balneari.

Secondo una credenza un po’ lugubre Pietro, ex pescatore e  nell’immaginario popolare  fornito, nonostante la santità, sempre di una buona dose di cattiveria – visto che aveva rinnegato Cristo –  avrebbe voluto una preda per sé, stile vittima sacrificale.

Il detto ovviamente è assurdo, ma una base di verità può esserci; col primo caldo a giugno si fanno i primi bagni, ed è facile che il corpo – soprattutto quello dei non provetti e addestrati nuotatori – non ancora abituato al sole e alla temperatura ancora non particolarmente calda dell’acqua, reagisca con congestioni o malori vari.

San Paolo invece era considerato uno dei più importanti responsabili della guarigione dei tarantolati; questo probabilmente è legato alla fama di “esorcista” che aveva Paolo di Tarso che, con l’avvento del Cristianesimo, ereditò un antico rito di origine Dionisiaca – che si svolgeva proprio in questo periodo dell’anno – che avrebbe dovuto liberare gli affetti da tarantismo, il cui colpevole si credeva fosse il morso di un ragno . (A questo proposito, vi rimando alla storia di un Monsignore che non ci credeva)

Ancora oggi a Galatina, davanti  la cappella di San Paolo si svolgono  cerimonie di “esorcismo” anti-taranta; ma fortunatamente si tratta semplicemente di una rappresentazione in ricordo di una tradizione antichissima, con musiche danze e canti caratteristici:  la pizzica

Passiamo ai nomi dei due festeggiati, nomi sempre belli e fra i più diffusi in Italia.

Pietro deriva dall’aramaico “kephà”, tradotto in greco “pétros” e significa “saldo come una pietra, roccia”.
San Pietro Apostolo fu scelto da Gesù come “roccia” su cui gettare le fondamenta della Chiesa”, di cui fu il primo Papa.
E’ il santo patrono di muratori, ciabattini, orologiai, portieri (per via delle chiavi), pescatori, pescivendoli e viene invocato in caso di trombe marine o battute di pesca difficili.

In Francia: Pierre
Inghilterra: Peter
Germania: Peter, Petra, Petrus
Spagna: Pedra, Pedro
Russia: Piotr, Pëtr

Portafortuna di chi si chiama Pietro/Piera
Colore: giallo.
Pietra: diamante.
Metallo: oro.

Paolo invece deriva dal latino volgare paulus, “piccolo”.
San Paolo fu un ebreo persecutore del cristianesimo che poi si convertì e divenne apostolo.

E’ il patrono di cordai, cestai, teologi, panierai, di chi si occupa di stampa e viene invocato contro le tempeste e il morso di animali velenosi.

In Francia: Paul, Paulette
Inghilterra: Paul, Paula, Pauline
Germania: Paul, Paula
Spagna: Pablo, Pablito, Pablita
Ungheria: Pal.

Portafortuna di chi si chiama Paolo/Paola

Colore: rosso.
Pietra: rubino.
Metallo: oro.

©Mitì Vigliero

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Onomastici: 24 Giugno – Giovanni e Giovanna

di Placida Signora - 24 giugno 2011

Di origine ebraica Yohanan significa “Dio ha fatto la grazia“ e nell’antichità veniva imposto a un figlio lungamente atteso.

Giovanna ha l’onomastico il 30 maggio, in ricordo della santa martire Giovanna d’Arco, detta la “Pulzella di Orlèans”, perita sul rogo nel 1431 e che in Francia è patrona della Radiotelevisione.

Ma molte Giovanne preferiscono festeggiare insieme ai Giovanni il 24 giugno, giorno in cui la Chiesa commemora la nascita di San Giovanni detto “il Battista“, santo  patrono di Genova, Firenze  Oneglia, Torino, Busto Arsizio, Jesolo, Ragusa, Monza, Sava, Barcellonaprotettore dei maniscalchi, degli albergatori, dei musicisti, dei coltellinai, dei sarti e degli spazzacamini.

Legato alla magia, viene invocato per fare cessare la grandine, per guarire dall’epilessia, contro gli spasmi e le convulsioni; la Notte di San Giovanni è magica per molte cose, ma soprattutto per l’amore.

Altre forme del nome sono:
Gino, Gianni, Nanni, Giannetto, Giannettino, Vanni, Ivan, Ivano, Jean, Evan, Hans, Ian, Ianis.

Al femminile:
Ivana, Gina, Vanna, Gianna, Giannina, Evane, Jane, Janet, Joanne, Jennifer, Yannik, Hanny.

© Mitì Vigliero

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