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Il Sole: Proverbi e Modi di dire

di Placida Signora - 17 marzo 2010


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(Sole di Lele Luzzati)

Il Sole è un gran democratico, come dicono i danesi, infatti “risplende tanto per il re quanto per noi”, anche se da secoli si afferma che abbia una particolare predilezione per le fattezze gradevoli; non per nulla “il sole bacia i belli”, però pure lui non è perfettissimo: “anche il sole ha le sue macchie” dicono gli irlandesi alle fanciulle che si lamentano delle troppe lentiggini.

Nihil sub sole novum” era solito ripetere il saggio re Qoelet, figlio di Davide (Ecclesiaste, I,9); da quando la terra è stata creata, non accade nulla di nuovo su di lei: da millenni si ripetono situazioni e fatti.

C’è sempre chi “ha qualcosa al sole” e può stare tranquillo, perché possedere terreni e immobili è sempre una sicurezza economica; certo le tasse sono tante, e se non si pagano si rischia di “andare a vedere il sole a scacchi” attraverso i riquadri delle sbarre di una cella.
E c’è sempre chi invece, come dicono i napoletani, “tene ‘a panza a ‘o sole” e non è felice perché significa che, causa indigenza, è vuota di cibo  e l’unico modo che ha di scaldarla è esporla a quei raggi che non costano nulla.

Tutti invece da sempre devono diffidare di quelli che tentano di “vendere il sole di luglio”, seguaci dei piccoli truffatori che cercavano di rifilare ai turisti stranieri la Fontana di Trevi o il Colosseo, tutte cose che non gli appartenevano; e sono pure da evitare quelli (numorosi in ogni ambiente) che “si fan belli del sole di luglio” come se fosse opera loro, vantandosi cioè di successi e lavori altrui.

Invece chi “gira come il sole” è semplicemente irrequieto, non riesce a trovar pace in nessun luogo, corre di qua e di là senza fermarsi mai, forse alla ricerca di qualcuno “bello come il sole” che riesca finalmente a fargli metter radici.

Perché sole e amore stan spesso insieme, anche nelle minacce che gli innamorati siciliani fanno alle metà troppo rompiscatole “Lu suli si ni va, dumani torna. Si mi ni vaju iù, non torno chiù!”: il sole se ne va e domani torna; ma se me ne vado io non torno più.

Questo alla faccia del vecchio detto un po’ cretino – ma onnipresente in ogni dialetto italiano – che recita “Non c’è sabato senza sole, non c’è donna senza amore”, proverbio irritante per tutti quelli che dopo una settimana di “sole che spacca le pietre” agognano l’arrivo del week end per poter raggiungere il mare ed abbronzarsi “là dove non batte il sole”,  e sanno ormai che ogni fine settimana, spesso e volentieri, diluvia.

Anche la sorte buona o cattiva è legata al sole; per indicare una situazione di sfortuna cronica un proverbio Yiddish recita Se vendessi candele il sole non tramonterebbe mai”, e le massaie campane per definire un perseguitato dalla jella nera dicono “Facesse na colata e ascesse o sole!” (facessi un bucato e uscisse il sole): quest’ultimo detto, come tutti sanno, oggi potrebbe modernamente essere variato in “ci fosse una benedetta volta che lavo la macchina o i vetri di casa e non piove!”.

©Mitì Vigliero

Ne conoscete altri?

Roger:
O risplendente Sole, cosa mai saresti tu, se non ci fossi io, quaggiù, su cui risplendere? (F. Nietzsche)
Anche il sole ha le sue macchie. (Napoleone Bonaparte)
Tutti vogliono un posto al sole, e in più, possibilmente, all’ombra. (Stanislaw J. Lec)
Il sole passa sul fango e non ne viene sporcato (intendi: la vera virtù non teme nulla. Proverbio toscano).

Mimosafiorita:
Il sole bacia i belli e acceca i brutti.
Chi sta vicino ar sole se scalda
(“trarre vantaggio stando vicino ad una persona importante”)

Marina Cepeda Fuentes-Cuoca Itagnola: “Se piangi per il sole non vedrai le stelle”, per consolarci…
Quanto alla sua luce, quella del sole, da me nella cattolica e soleggiata Andalusia con l’estate più calda di tutta l’Europa, si dice che ci sono tre giorni all’anno che brillano ancora più del sole, Giovedì Santo, Corpus Domini e la festa dell’Assunta, ma in spagnolo fa rima. “Tres dias hay que relucen màs que el Sol: Jueves Santo, Corpus Cristi y el dia de la Asunciòn”.

Marzipan:  mio padre nel suo dialetto mi chiamava “panosa” ovvero lentigginosa.


Perché si Dice: Avere le Paturnie

di Placida Signora - 12 marzo 2010

Dedicato a Paolina

E’ un modo di dire usato come sinonimo di aver la luna per traverso, essere ansiosi, intolleranti, nervosi e anche un po’ sul triste-malinconico-agitato andante, di solito senza un motivo preciso.

Paturnie” deriva da “patire (pati, in latino) le saturnie”, le influenze di Saturno.

Questo povero pianeta ha sempre avuto una fama negativa, sin dall’antichità.
Veniva guardato con diffidenza da saggi e popolani, e le vecchie superstizioni lo consideravano colpevole di disastri naturali, sbalzi d’umore, depressioni, scatti di follia,  pericoli improvvisi, eccessi comportamentali ( nei Saturnali latini si scatenavano orge e baccanali, che non sempre avevano un lieto fine).

Un antipatico piantagrane, insomma.
Ma fondamentalmente innocuo.

Altri modi di dire, dialettali e non, che hanno lo stesso significato sono:
Mi gira il chiccherone (Lazio)
Avere il berrettìn inverso (Liguria, berrettin è la versione edulcorata di qualcos’altro..;-)
Avere l’uovo storto (Sicilia)
Tengo la susta; Ho i picci; Sto piccioso (Puglia)
Sono incocciato; Sono inculìto (Toscana)


Ne conoscete altri?

©Mitì Vigliero


***

Regi: Un mio amico napoletano dice “avere i lapis a quadrigliè
Marcella: essere camurriosi, come Montalbano spesso è :)
Caravaggio: in siciliano aviri ‘a luna storta.
Marchino: la figlia di un’amica s’è inventata: “Lasciami in pace che son lunata!
Baol: Mia nonna, quando mi vedeva con la luna storta, mi chiedeva: “c tein a ‘ppekondrì?!
Marchino: e poi, in cremasco si dice: “Sét mia söl dréc?” con la c dolce



Perché si dice: Automobile Jeep

di Placida Signora - 21 gennaio 2010

Dedicato ad Andrea Beggi

Le auto “fuoristrada”,  spartane, rumorose a abbastanza scomode, ma tanto di moda fra gli anni ‘80-’90 (poi sostituite dai più salottieri suv) usate anche in città per andare a comprare il pane e le sigarette percorrendo esattamente 500 m. su strade asfaltatissime, si chiamano generalmente “jeep”.

E ora vi racconto il perché.

Dovete sapere che nel  1936 il disegnatore americano E.C. Segar, creatore di Braccio di Ferro, introdusse nel suo celebre fumetto un nuovo personaggio chiamato Eugene the Jeep (in italiano il Gip).

Il Gip era un piccolo e misterioso animaletto dal mantello verde-senape, che come unico verso faceva “jeep jeep jeep“, poteva andare velocissimo in ogni luogo camminando persino su pareti verticali e aveva addirittura la capacità di rendersi invisibile.

Cambiamo ambiente.

Il 27 giugno del 1940 l’Esercito Americano bandì un concorso fra 135 imprese meccaniche affinché creassero un veicolo in grado di sostituire il cavallo come mezzo di mobilità sul territorio di guerra.

Doveva essere un modello GP (acronimo di General Purpose, multiuso); avrebbe dovuto avere 4 ruote motrici, non più di 3 metri di lunghezza ed essere in grado di sopportare un carico di 272 kg.
Tempo massimo di presentazione dei prototipi: 49 giorni.

Le imprese che sfidarono il brevissimo periodo di tempo richiesto per la consegna delle vetture furono solo tre: la Ford con un veicolo chiamato Ford GP Pygmy, la American Bantam Car Co. Inc. col suo Bantam 40 BRC e la Willys-Overland con il Quad.

Dopo varie peripezie, il bando fu vinto dalla Willys-Overland.

Il giorno della presentazione, Irving Haussman detto Red, collaudatore della Willys-Overland, ai giornalisti presenti descrisse il Quad chiamandolo affettuosamente Jeep, perché era in grado di andare ovunque, arrampicarsi sulle più erte stradine sterrate di montagna, aveva un colore (kaki) capace di mimetizzarsi ed era anche veloce.

E molto probabilmente – anche se il serissimo Words Of The Fighting Forces di Clinton A. Sanders (1942) non ne fa cenno – allo Stato Maggiore americano il nome del buffo personaggio di Segar,  pur così poco marziale e quindi inadatto ad una virile vettura militare, andò benissimo, anche  perché si pronunciava in modo quasi identico al richiesto modello GP.


©Mitì Vigliero

Lu Tintu

di Placida Signora - 20 gennaio 2010


Proverbi e Modi di Dire sul Diavolo


Un cinico proverbio sardo, ma esiste identico anche in torinese e milanese, recita: “De amigos est bonu a nd’haer finzas in domo de su diaulu”, è bene avere degli amici anche nella casa del diavolo.

Poiché “è il padre della menzogna”, “il diavolo è nero, ma appare rosa”; da buon “Seduttore” attrae, nonostante il monito napoletanoquann’ ‘o diavulo t’accarezza, vo’ ll’ ànema”, quando il diavolo ti accarezza, desidera la tua anima.

Per gli scozzesi è un vescovo attivo nella sua diocesi”, che “seduce il giovane con la bellezza, l’avaro con l’oro, l’ambizioso col potere e il dotto con la falsa dottrina”: in compenso i veneti, più attenti al sodo, affermano “chi che ga paura del diavolo no fà schei”, non fa soldi.

Dicono che il diavolo “non sia brutto quanto lo si dipinge”; che il male che fa sia sempre imperfetto (“fa le pentole ma non i coperchi”, “insegna a rubare ma non a nascondere”); in realtà “il diavolo non va mai in ferie”, è sempre presente nella sua negatività: e, come affermano i francesi, “ciascuno ha il suo diavolo privato”.

Possiamo fare progetti sperando che “il diavolo non ci metta la coda” e ce li butti all’aria; ci sono giorni che abbiamo “un diavolo per capello”, ed è meglio girarci alla larga onde non essere “mandati al diavolo”.

Esistono persone che ne sanno “una più del diavolo”, e vivono sull’inganno; altre che paiono “avere un diavolo in corpo”, inquiete, mai soddisfatte, alla perenne ricerca di qualcosa d’impreciso che le realizzi, così come ci sono quelle che “fanno la parte del diavolo” in ogni istante della loro vita, come si divertissero ad instillare zizzania (“erba del diavolo“) e insicurezze.

I posti lontani e difficili da raggiungere sono “a casa del diavolo” (località che esiste per davvero, una frazione in provincia di Perugia) e talvolta ci troviamo di fronte a lavori o grane talmente complicati da risolvere che per riuscirci dobbiamo fare “una fatica del diavolo”.

Anticamente (come tutte le cose che incutevano paura) si credeva che solo pronunciare il suo nome ne suscitasse la collera e ne provocasse la comparsa: “parla del diavolo e verrà“. Da qui lo scherzoso modo di dire, quando si sta parlando di un assente e lo si vede arrivare, “parli del diavolo, e spunta la coda“.

Addirittura sotto il Governo Pontificio era assolutamente proibito dire in pubblico la parola “diavolo”; perciò, nei linguaggi popolari di tutta Europa, il suo nome è stato alterato o sostituito con altri.

Per questo motivo ancora oggi nello stesso ambiente clericale troviamo “la Bestia, il Nemico, il Maligno, l’Anticristo, l’Avversario, l’Incarnazione del male”; nel linguaggio popolare in Inghilterra è “il forte Dick” o “the old Mairy”, il vecchio peloso; in PortogalloScimmia di Dio”; in Spagna Don Martìn el Verdugo”, il carnefice; in Germaniader Leibhaftige” (lui in persona). In Ucraina è “quello che non va nominato”, in RussiaSpirito non nostro”.

In Valtellina lo chiamano “Sozzaroba”, a ParmaCullu là zo” o “Cullu da i cornén” (quello laggiù, quello dai cornini); in CalabriaLucibellu”, in Sicilialu Tintu”, il nero, l”Arsu cani” (da Cerbero) e “Maumma” (Maometto); nella Sardegna campidanese su Bugginu”, il boia e infine, in Piemonte, “Barbarustì” (zio arrostito).

E voi avete altri proverbi, modi di dire o nomi dialettali del Diavolo da suggerirmi?

Molengai: “parli del Diavolo e spuntano le corna”
“fare il diavolo a quattro”
“è un buon diavolo”
a pochi km da Lucca poi c’è “il ponte de Diavolo”

Mimosafiorita: Che diavoleria è mai questa?
Diavolo di un amico, che ci fai qui?
Porco diavolo! adesso ti faccio vedere di cosa sono capace…

Antar: Però non scordiamo che il Diavolo è anche Lucifero, colui che porta la luce. Appellativo con cui, data la mia abitudine di regalare candele, lanterne, lampade e affini, sono stato spesso indicato.

Roger: Dio ci manda la carne, e il diavolo i cuochi…
Quando i furbi vanno in processione, il diavolo porta la croce…
Silenzio perfetto
c’è il diavolo a letto
chi fa una parola
va fuori di scuola

Tittieco: Filastrocca che dicono i bambini quando hanno litigato e vogliono far pace:
“E’ arrivato il diavoletto che ci ha fatto litigà, è arrivato l’angioletto che ci ha fatto ripacià…pace pace pace… e libertà.


A.A.A. Lessici Familiari Cercasi

di Placida Signora - 15 gennaio 2010

E’ noto che ogni Gruppo di Esseri Umani (famiglia, amici, compagni di scuola, colleghi di lavoro o di hobby ecc. ecc.) possiede un suo particolare linguaggio privato spesso incomprensibile ai non facenti parte della stessa tribù e, talvolta, agli stessi componenti.

Intervistando un po’ di amici ho raccolto un piccolo elenco di parole e modi di dire appartenenti a questa privata sfera gergale, che riporto qui sotto per la gioia degli appassionati di Linguistica, Semantica e Neuropsichiatria. ;-)

BAGOZZO: piccolo locale di sgombero dove finiscono tutte le cose inutili, quali marcimoni, pinzi ponzi e capodimontoni (vedi).

CAPODIMONTONE: orrido, immenso e ingombrante soprammobile di porcellana.

PINZIPONZI
: nome dato ad ogni oggetto indefinibile, nebuloso, vago e soprattutto inutile nonché di ignobile bruttezza, solitamente ricevuto come dono di nozze.

MARCIMONIO
: ogni mobiletto scassato e dall’uso imprecisato. I marcimoni solitamente deambulano in tutti i vani dell’appartamento per brevi periodi, venendo regolarmente sfrattati dai legittimi proprietari delle stanze, per terminare infine i loro giorni in un bagozzo (vedi).

BIDONZI, BATITTO, BICICCIO
: termini affettuosi con cui soprannominare indifferentemente il gatto, il cane, il figlio o l’amore della nostra vita (vale anche al femminile bidonza, batitta ecc).

HA I PUTTI INVERSI
: trad.: “E’ nervoso”.

LURIZZOLENTE
: crasi tra “lurido” e “puzzolente”. Es.: “Le tue scarpe da ginnastica sono lurizzolenti assai”.

MAMMA VORREI UN PO’ DI BRODINO
: non è una richiesta fatta da figli impazziti, bensì rivendicazione per l’acquisto di benzina per motorino.

RATTOVELOCE
: rapido prelievo non autorizzato di denaro da parte dei figli nella borsetta materna.

MOCHO
: da nome di noto spazzolone lavapavimenti è divenuto la definizione azzeccata del cane di casa, taglia piccola, pelo ruvido, sfrangiato e lurizzolente ( vedi), mancante solo del bastone che la decenza impone di tacere ove andrebbe collocato.

ZANG ZIGU ZAGO
: sottopentola di metallo a molla con due manici. Quello di rafia colorato, da posare nel centro della tavola e solitamente formato da cordino arrotolato a spirale piatta,  si chiama invece TIRU TIRU

PINZAPO: la cucitrice. Es.: “Chi mi ha fregato la pinzapò dalla scrivania?”.

PRUT
: oggetto di minuscole dimensioni e di natura non ben identificata. Es.: “Hai un prut fra i capelli. Sei pieno di prut sulla giacca. C’è un prut nella minestra.”.

PUM
: la bottiglia di spumante. Es.: “Chi apre il pum?”.

TIEPIDINO FRESCO
: temperatura ideale.

TIKITAKI
: il telecomando della televisione.

GALÓP
: quello di Placida, e ormai anche il vostro :-)

©Mitì Vigliero

E voi avete termini del vostro Lessico Familiare da segnalarmi?

(Qui la contemporanea discussione su FriendFeed)

LittleChini: In famiglia abbiamo il “manutengolo”, che è l’appoggio per le mani che segue scale mobili e non (l’ideale per la nonna che vede e non vede il gradino), abbiamo il “cic” che è la forbicina per unghie quella curva e piccina richiudibile che nell’uso produce il suono dell’onomatopea relativa :), la “milla” che è la camomilla: pur non vantando titoli nobiliari abbiamo anche un motto che è “ah già è vero” (siamo gente che ha buona memoria…). Altri lessici: una delle mie migliori amiche ha sviluppato un linguaggio parallelo che si chiama “nuisnuinese”, tale per cui ogni cosa e soprattutto ogni persona si chiama con una sigla che nulla ha a che vedere col nome personale. Per tale linguaggio, io sono nota come “Sna”, l’amica stessa si chiama “Pis”, mentre gli amici quelli veri vengono definiti “nasnini”, ma devono meritarselo.

Skip: Termini tramandati da due generazioni:
tribù dei pelusciosi: cane e gatti di casa
mamuozzo per indicare con affetto una cosa strana, curiosa
avere lo spunzone corrisponde ad avere la luna storta
bradipare:oziare beatamente
caudillante: riferito a genitori non troppo permissivi coi figli (da la caudilla, soprannome storico dato a mia madre)
tikitiki: indica persona esageratamente irrequieta o puntigliosa, pedante
moccicone: mostro cattivo e dispettoso ( ba bau) che esce dalle grotte, dal mare, dai boschi per popolare l’immaginario infantile
stordito- stordita: distratto-distratta

Rino: A primo acchito ricordo solo poche parole della mia infanzia… oggi il termine che più si usa in famiglia è “mijo”: viene dallo spagnolo, abbreviazione di figlio mio, da “mi hijo”; un altro è “mimimis” riferito alla moglie o al marito, per chiamarli amorosamente, termine del tutto privo di semantica.

Conchi: Flix : spray per uccidere le zanzare

Larvotto:  Un termine che io adoro:) Endes: Uovo marcio, oppure (più frequentemente) persona dalla scarsa igiene.
Esempio: àt pòs c’mè n’endes (puzzi come un endes)

BrianSgargabonzo: un pugno ben assestato.
Grass-de-rost: (lett. grasso d’arrosto)persona viscida e pesantissima
Rugamerda: (lett. rimesta-m….)persona idem al precedente, se possibile ancora più pesante e fastidiosa.

Cristella: “La Scarcassina” era la vecchia 127 rossa che arrancava, su per la piccola salita che porta a casa nostra, guidata dalla “capa” della pensione Gemma di Campo (mia suocera Malvina) e strapiena delle provviste appena acquistate per la per turisti affamati. La 127 non c’è più da tanti anni, ma “scarcassina” è rimasta nel lessico familiare.

Marta: il cuto, il cuscino preferito di mio fratello quand’era piccolo (se lo trascinava in giro per la casa.
il mitsch matsch, ossia il pantano fatto dalla neve quando si scioglie  (“fuori è pieno di mitsch matsch“)
i sambruchi: le luci di natale nel tubo, queste
juchee, il soppalco (dalla parte tedesca della famiglia, da cui derivano anche “è un po’ knapp (poco, non ce n’è abbastanza)” ad esempio per il cibo, ma anche per lo spazio o per i vestiti, e “non zündelare” (monito ai bambini a non giocare coi fiammiferi/fiammella della candela/gas acceso, da zündeln)

Fatacarabina: A casa mia si usa il termine “infrappuio” per intendere quel capo d’abbigliamento stropicciato, da stirare. Se lo dico in giro, nessuno mi capisce. Poi c’è la “pietra”, che è mia madre. Il “Carlo” è mio padre, che invece si chiama in altro modo e non lo si dice mai, sennò si arrabbia, e non lo dico neanche qua che se mi sente, si incacchia :D

Marzipan: Abbiamo sempre esercitato una certa creatività lessicale. Mia figlia bambina piccolissima gratificava ridacchiando la nonna dell’appellativo di “loverdona”, insulto non meglio identificato. Io usavo la minaccia/promessa “ti stramucchio”, per indicare la pratica del solletico energico ai bambini. Il telecomando è sempre un “tricchetrac”. Un pediluvio è sempre un “pedilungo”, perchè se non è lungo che pediluvio è?

LdC: lo Sbarabaus, che è la palla di pelo o il vomitino della gatta (“son tornata a casa e sul tappeto c’era uno sbarabaus”);
la Ciambella, che è quando ci si appoggia un attimo sul divano e lì si resta lì tutto il giorno (“ho fatto la ciambella tutta domenica”);
il Trictrac, che è l’aggeggio per tagliarsile unghie;
la Pacianga, che è il sughetto (“ho fatto la scarpetta con la pacianga dell’arrosto”);
gli Spaciottini, che sono una coppia di amici (“sabato sera usciamo con gli Spaciottini”).

Nikink: due termini leggendari della nostra famiglia sono:
- molàndolo: così nostro figlio Sergio ha chiamato il formaggio per un paio d’anni dopo aver iniziato a parlare; oggi non se ne ricorda, ma noi sì ,-D - scrofarsi: conio di Mirella, indica attitudine rilassata, indolente, tendente allo sciatto e all’incuria

Silenzi d’Alpe: Nel lessico familiare valgono anche i proverbi e i modi di dire che si ispirano direttamente alle vicende passate della famiglia. Pesco dalla famiglia materna siciliana. Mio nonno, cavaliere palermitano classe 1894, durante le sue passaggiate quotidiane venne avvicinato più volte da un mendicante che gli chiedeva l’elemosina. Dopo vari giorni, spazientito dall’età giovane del richiedente gli offrì un lavoro al posto dell’obolo. Quest’ultimo, spaventato da questa inconcepibile proposta, rispose: – Ma Cavaliere, anche Dante chiedeva l’elemosina ! – Mio nonno di rimando:- Si, ma tu solo questo fai, fesso che sei ! -
Secondo Episodio. Un parente sempre di mio nonno, in tarda età e evidentemente con problemi di arteriosclerosi, era solito ripetere senza nessun appiglio con la realtà che lo riguardava in quel momento:- E quiddo ci appizzò un caucio ! – (non traduco mi sembra di facile intendimento)
Inutile dire che tutt’ora nella mia famiglia chiunque accampi inutili scuse o intervenga a sproposito viene immediatamente redarguito con questi esempi.

Irlanda: qui è rimasta in “circolazione” qualche parola che mio figlio usava quando era piccolissimo. Il telecomando lo chiamiamo ancora tutti “il capao“…

LaVale: In casa mia generalmente si fa colazione a pane e “Devoto Oli” .. anche perchè io e il mio fidanzato proveniamo da due città diverse , con inflessioni dialettali incomprensibili l’uno per l’altra, e oltre tutto lavoriamo con la lingua italiana tutti e due … ma da qualche tempo ho scoperto che quando lui mi dice: mi passi il Bussilotto, mi chiede tutto cio’ che è di forma sferica !

Unablogger: Noi abbiamo:
- Sizze: sigarette
- Pipinino/a: tutto quello di cui non mi viene in mente il nome, ovviamente a prescindere dalle dimensioni, cosi’ diventa impossibile comprendere quello che voglio dire.
- Pinutino/a: piccolo/a (dai mitici Peanuts)
Poi c’e’ la strana consolidata usanza di far terminare in -INO le parole che dovrebbero terminare in -IVO.

Molengai: In casa mia usiamo degli intercalari venuti da vecchi discorsi per esempio se qualcuno dice “delle volte” noi rispondiamo “purtroppo al Bar Manetti” perché una volta mio padre si addormentò durante un discorso e le sue parole prima di addormentarsi furono “delle volte, purtroppo, al bar Manetti” poi quando lo abbiamo svegliato non si è più ricordato cosa volesse dire.
Spesso io o mia madre concludiamo una frase con una piccola risatina “eh eh eh” e l’altro conclude all’unisono con “avete capito?
ogni volta che mia madre fa il brodo cantiamo “il brodo sempre il brodo pastasciutta un ne fai mai
usiamo come intercalare “sappi però
mia sorella viene chiamata talebana quando qualcosa la fa arrabbiare oltre il normale
Mia madre viene chiamata “la parroca

Tittieco: vocabolario di mio figlio quando era piccolo: “Spremersi le “meringhe” (meningi) e ancora “Cappe , cappette” (scarpe scarpette) quando voleva uscire per andare ai giardinetti .

ZiaPaperina: Quando una di noi sorelle si vestiva con particolare cura, magari anche un po’ sexy, papà diceva “Dove vai così FRIZZINOSA?” Da qui i vari: “Si sta frizzinando, Frizzìnati un po’ che lo stendi, Che frizzinùme!” ecc ecc

Nives: L’unica auto che si è meritata un nome affettuoso è stato il primo suzukino fuori strada di Andrea per cui ho riparato cucendola con la macchina a pedale la capote: era e sarà sembra la bazuki. Ginger si chiama comunemente bazumba, In famiglia tendiamo tutti a fare/essere, in varie occasioni, i polli secchi. Per cena, quando chiedono cosa c’e, io cucino immancabilmente “cacco fritto”. dei nostri amici sono i “momoni”, da momone, in cui Beatrice storpiava il nome di Simone quando era piccola, e Baroni i loro cognati. Quando Bibi iniziava a ciangottare appena, se era arrabbiata (ma proprio tanto tanto) urlava DITTE DITTE e allora non si era più in caso di far niente ma bisognava correre dietro a lei e cercare di distrarla. DITTE è ora un insulto, un intercalare in ogni caso non accada quello che uno desidera o peggio si ritrovi in mezzo a problemi e continui contrattempi e comprende tutte le possibili parolacce!

Thuna: schisabale (trad. schiacciapalle): telecomando
casso marin: qualsiasi oggetto difficile da usare

Aglaia: Cioppino: dicasi di qualcosa di piccolo, che sia umano o inanimato è istess: bimbi, segnalini dei giochi etc.
Quaciato: stare nel letto ben accoccolati sotto le coperte;-)
Cutino: indica qualcosa di bello e cucciolo

AndreA: Il “ROSKOV” … sarebbe il telecomando o qualsiasi oggetto di dimensioni contenute che esegua qualche funzione. (usato una volta da mio padre e da allora, non lo abbiamo mai chiamato in maniera differente) Il ” ‘TA DI NANTA “, qualsiasi oggetto sito nelle vicinanze, ma di cui nel momento in cui occorre non ci si ricorda il nome. Per facilitare l’interlocutore lo si indica…

Roger: io ho avuto un auto che ho tenuto per molti anni. pochi mesi prima che la cambiassi, subì un guasto all’impianto di aria condizionata (invece di far freddo,si era bloccato sulla funzione di riscaldamento), e così un bel giorno di estate fummo costretti a far ritorno a casa viaggiando in un forno…Da allora fu chiamata, ed ancor oggi la ricordiamo, con il nome di TERMODONTE. Ovvero termo sta per termosifone, donte perchè i miei figli(otto anni allora…) la consideravano dinosaurescamente antidiluviana.

Lia: “Mi è successo un fatto strano” Modo con cui iniziavo a spiegare a mio padre le mie terrificanti malefatte dell’adolescenza, rimasto agli annali come frase di fronte alla quale tremare e fuggire. “Sopita” Minestrina secondo mia figlia, dai 2 anni ad oggi, indipendentemente dalla nazione con cui si trova. Variante: “Sopita negra”, minestra di lenticchie.“Abu” sarebbe mio padre (irpino) che, vanitoso, detestava farsi chiamare ‘nonno’ ed ha approfittato delle origini spagnole della nipote per barare. Ormai la nipote ha 26 anni, ma a nessuno è mai venuto in mente di chiamarlo ‘nonno’ in italiano. “La Serba”, soprannome dato dagli zii a mia figlia, in quanto ella serba rancore. “Boomerang”, mio ex fidanzato molto difficile da lasciare. “Chissà il mal di piedi!” immancabile corollario familiare all’incauto annuncio: “Stavo pensando…”. “Telefono grigio” La sottoscritta secondo padre e fratelli, da quando mi si è scoperto un debole per gli uomini più grandi di me.

Roberto Felter: In camera da letto noi abbiamo “l’omino morto” che il resto del mondo chiama servo muto. Ma è muto da talmente tanto tempo che sicuramente è morto.

Leonardo: Mio padre fino alla morte ha indicato il telecomando come “l’affare cinese”. In generale, definiva “affare cinese” qualunque aggeggio tecnologico di cui non faceva fatica a ricordare il nome

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