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Gastronomica Sensualità: le Parole Voraci, palleggiate dalla Cucina all’Eros.

di Placida Signora - 21 luglio 2010

Riflettendo ieri con voi sulle magnifiche parole di Elsa Morante: La frase d’amore più vera, l’unica è: “hai mangiato? – ho pensato quanto siano simili, grazie al loro linguaggio, il cibo e l’amore.

In fondo Gola e Lussuria sono molto legati, sia nelle parole che negli atteggiamenti.
A volte si mangia con un misto di erotismo e piacere: quando assaggiamo qualcosa che ci piace spesso reagiamo estasiasti socchiudendo gli occhi e mugolando “Mmmmh, che buono!”.

Entrambi, la Gola e la Lussuria, sono definiti “peccati della carne“ e la parola “carnalità” deriva dal latino dell’Ecclesiaste carnalitas, “concupiscenza, sensualità“, sì, ma derivato sempre da caro carnis, “carne“, componente fondamentale sia del corpo umano che dei menù nonché – proprio per questo? – proibita nei cristiani giorni di penitenza in cui si deve mangiare di magro.
Infatti anche “astinenza” si usa allo stesso modo nel doppio senso di “tenersi lontano” da cibi e piaceri.

E pensate all’uso dei termini più comuni: “fame”, ad esempio.

Dire alla persona amata “Ho fame di te“.

Oppure ai verbi che usiamo normalmente riferendoci al cibo: succhiare, leccare, mordere, inghiottire, lambire, suggere…(occhio che vi leggo i pensieri! ;-)

E lo stesso “mangiare“: “Ti mangerei di baci“.

Sono indubbiamente parole “voraci“, da vorax voracis, a sua volta derivato da vorare: divorare“.

“Voraci“ come un bacio, appunto…

©Mitì Vigliero

Numeri: Proverbi e Modi di Dire

di Placida Signora - 9 luglio 2010

Numero dispari, numero sacro” dicono i tedeschi, riprendendo l’antico detto latino “Numero Deus impari gaudet”; ma pari o dispari che siano, i numeri sono ben presenti nei modi di dire e nei proverbi.

Apprezziamo quelle persone che “hanno dei numeri”, perché sono certezza di professionalità e capacità; che poi l’origine del modo di dire stia nel fatto che i numeri posseduti erano quelli buoni da giocare al Lotto (e che li facevano vincere ogni volta), altro non è che un’ulteriore garanzia di qualità di “fortunati portabuoni”.

Se organizzano qualcosa quindi meglio per noi “esser del numero”, cioè accodarsi all’impresa che di certo si rivelerà un “numero vincente”, evitandoci di essere considerati soltanto un numero dall’inglobante società.

Essere un numero” però può essere piacevole, visto che si dice di persone divertenti, buffe, sempre pronte a far sorridere; l’importante è non esagerare troppo nel “fare i numeri”, dando quindi  l’impressione di “dare i numeri”, onde evitare d’esser presi per matti e non voluti da nessuna parte, manco solo “per far numero” in luoghi ove si rischia d’esser “in quattro gatti”.

Essere il numero uno” da qualche parte è il sogno di molti, ma anche diventare “il numero due” non è malaccio; certo sarebbe meglio non esserlo a vita, come capita spesso a molti che non riescono mai a raggiungere la vetta, e non potranno mai esclamare come i ciclisti d’una volta “Sono contento d’esser arrivato uno!” facendosi “dare il cinque” a mano aperta dall’allenatore soddisfatto.

Si dice che ”una volta per uno non fa male a nessuno”; anzi la pubblica divisione dei meriti (o delle colpe, dipende dai casi) spesso aiuta a  “prendere due piccioni con una fava”, migliorando le faccende interne di qualunque nucleo sociale (scuola, famiglia, ufficio) e facendo buon uso del senso della vera giustizia.

Certo che se all’interno di un gruppo economico o politico, “facendo due più due” ci si rende conto che magari c’è chi “serve due padroni”, giocando sporco e rischiando quindi di mandare tutti i progetti e i lavori fatti “a carte e quarantotto”, occorrerà prima avvisarlo con le buone, poi con le meno buone, e dato che “non c’è due senza tre” alla fine bisognerà prendere provvedimenti dolorosi “piantando un quarantotto”. 
E se questo protesterà gli si potrà tranquillamente rispondere “Te l’ho detto sette volte” o cento, mille, dipende da quanto si sarà esasperati.

Si sa infine che dopo una lunga fatica, prima di arrivare definitivamente allo scopo prefisso capita di sentirsi dire “fatto trenta, fai anche trentuno”, ossia fai ancora un piccolo sforzo come Leone X che limitando a 30 il numero dei nuovi cardinali, si accorse di aver dimenticato un vescovo amico e alzò quindi il numero di uno; “fare trenta e trentuno” significa infatti compiere un’impresa in modo il più accurato possibile.

Ma se il lavoro svolto, nonostante la fatica, non sarà apprezzato, allora si “prenderà il trentuno” , andandosene offesissimi e magari troncando ogni rapporto, come facevano quelli che decidevano di licenziarsi proprio il 31 del mese, antico giorno di paga.

©Mitì Vigliero

E visto che ciascuno di noi ha un numero che considera suo prediletto,
mi dite qual è il vostro e perché?
E poi: conoscete altri proverbi o modi di dire
che contengano numeri?

Le Parole Antipatiche: quali sono le vostre?

di Placida Signora - 2 giugno 2010


Esistono  parole, intecalari,  modi di dire ecc. che proprio vi sono antipatici,  che non potete tollerare, che appena li sentite pronunciare o li leggete vi provocano violenti attacchi di molestia, disagio, fastidio, irritazione, raccapriccio, stizza, nervoso e orticaria?

Se possibile, vorrei saperne anche il perché, anche se so che molto spesso non è facile spiegarlo…

Io, ad esempio, non so di preciso perché mi comporterei come la Marge ritratta lassù ogni volta che leggo o sento dire ”ma anche no”

La Luna

di Placida Signora - 13 maggio 2010


(foto©Rick Leche)

Fred Buscaglione cantava “Guarda che luna”: molto probabilmente si riferiva a una Luna simile a quella che consentì a Rodolfo di stringere nel buio d’una soffitta la gelida manina con la scusa “ma per fortuna è una notte di luna”, o a quella che ispirò a Debussy la musica per la poesia di Verlaine Claire de lune, o a quella ancora che permise a D’Annunzio di vedere in una sottile falce di luna calante un magico simbolo d’erotismo mentre per Jannacci era “ona lampadina tacata in sul plafun”…

Amica da sempre di poeti e maghi, sorella del Sole, figlia dei Titani Tia e Iperione, la Luna mostrò da subito un carattere variabile e, ovviamente, “lunatico”; si divise così in tre personalità distinte chiamandosi Selene da piena, placida e sensuale, Artemide in fase crescente, cacciatrice energica di prede con cui litigare ed infine -da “nuova” e quindi “nera”- divenne Ecate, malinconica, riflessiva, legata alle arti magiche e al regno delle Ombre.

(foto©tizianoj)

Una e trina governa da sempre nascite, morti, maree, flussi, crescite, raccolti e umori: se uno ha la “luna di traverso” è meglio girargli al largo e avvicinarlo solo quando “è in luna buona”.

In Veneto di chi è cagionevole e tonto si dice che “xe nato in calar de luna”, mentre se è sveglio e vigoroso “xe nato in cressar de luna”; i personaggi biblici che campavano centinaia d’anni in realtà contavano ogni “luna” (29 giorni) di vita e anche gli indiani d’America calcolano il tempo in lune (“sono passate molte lune”).

Ma il senso del tempo e ogni cosa terrena in realtà non tange la Luna la quale “non si cura dell’abbaiar dei cani” ossia dei lamenti inutili e insensati, così come ignora chi vuol mostrar “la luna nel pozzo” illudendoci con false promesse e disprezza chi- presuntuoso e arrogante- si comporta come uno che “siede sul sole e posa i piedi sulla luna”.

Forse invece compatisce chi, causa i “chiari di luna”, è costretto a “sbarcare il lunario” magari dormendo all’”albergo della luna”, ossia senza un tetto sulla testa; tenta di consolarlo con la sua luce chiara, per far le notti meno spaventose.

(foto©Flowery Luza)

E forse sorride vedendo chi di noi ha la “faccia di luna”,  tonda e gioviale e magari pure “la luna fra le gambe”, ossia gambe tanto incurvate all’infuori da formare una “O”.

Dice la leggenda che quando è piena diventa generosa tramutandosi in “Luna dei Regalini” che si otterranno fissandola e formulando mentalmente tre desideri, accompagnati da un piccolo, rispettoso inchino; nello stesso periodo altra leggenda vuole che possa diventar pericolosa, ma solo per i lupi mannari o per gli ammalati di “mal di luna”, l’epilessia.

Di certo invece predilige gli amanti, la Luna, cullandoli per il primo mese di matrimonio in “luna di miele” e facendoli vivere sognanti “sulla luna”, staccati cioé dalla realtà; e come sempre, sono soprattutto le donne a lei affini (“donna e luna oggi serena, domani bruna”) a goderne gli amorosi influssi, come scrisse Totò nella A’ Cunzegna:

‘A sera quanno ‘o sole se nne trase
e dà ‘a cunzegna a luna p’ ‘a nuttata,
lle dice dinto ‘a recchia: “I’vaco ‘a casa:
t’arraccumanno tutt’ ‘e ‘nnammurate
.


©Mitì Vigliero


Perpetue, Narcisi, Gradassi & C.

di Placida Signora - 26 marzo 2010

Spesso utilizziamo come aggettivi nomi di personaggi coniati dalla penna di grandi scrittori.

Ad esempio definiamo gradassi quei tizi litigiosi e attaccabrighe che si comportano da veri spacconi, facendo grandi sceneggiate per minimi motivi,  sbraitando di solito coi più deboli, minacciando spesso a vuoto perché sanno di avere le spalle coperte da qualche potente o da una loro particolare forza, fisica, “monetaria” o ‘ndranghetoria.

Il nome deriva da Gradasso, di cui sia l’Orlando innamorato del Boiardo che l‘Orlando furioso dell‘Ariosto raccontano le avventure.

Era un re “dal cor di drago e membra di gigante“, cavaliere pagano leggermente affetto da manìe di grandezza che – da buon gradasso – decise di piombare in Francia dall’Oriente con un esercito di centomila uomini armati sino ai denti non per combattere i Cristiani, ma solo per impadronirsi del cavallo di Rinaldo (Baiardo) e della spada di Orlando (Durlindana).

Altro personaggio letterario entrato a far parte del linguaggio comune è la Perpetua dei manzoniani Promessi Sposi, celeberrima governante di Don Abbondio.
Grazie a lei vennero da allora chiamate familiarmente così tutte quelle donne che, per una professione ormai in via di estinzione, facevano da “colf” ai parroci che arrivavano privi di familiari nelle parrocchie di paesi lontani.
Oggi perpetua viene usato soprattutto per definire una donna  particolarmente intrigante, pettegola e curiosa e irrimediabilmente zitella.

Definiamo Circe – come la maga dell’omerica Odissea, una donna che d’abitudine ammalia i maschietti per poterli usare a proprio esclusivo vantaggio per poi – dopo averli usati e rovinati nella reputazione e nello spirito (rovina simboleggiata dai porci in cui la Circe tramutava gli uomini) – farli soffrire abbandonandoli o trattandoli malissimo.

E’ simile alle sempre omeriche sirene , malefiche figure  che con canti, complimenti, promesse sottintese e lusinghe riescono ad illudere soprattutto i Narcisi d’ogni sesso pieni di ambizioni artistiche.

Poi  ci sono le lolite di nabokoviana memoria, specializzate in capelli brizzolati e coniugi frustrati, sempre pronte a dispensare coccole e gnegné  in cambio di favori, regali e carriera.

Il capufficio esigente o il professore severo sono cerberi; l’avvocato che non ci soddisfa nello svolgimento del suo incarico è un azzeccagarbugli; il fidanzato geloso è un Otello mentre quel tipo che cerchiamo urgentemente per lavoro e non si fa mai trovare, è come la Primula Rossa.

Invece il ricordo di una cattiva azione o di una colpa diventa la nostra privata Ombra di Banco, spettro ossessionante descritto da Shakespeare nel Macbeth.

Questo modo di dire è un po’ passato di moda, forse perché le cattive azioni oggi spesso sono motivo di premio e vanto, o forse perché Shakespeare in Italia lo conoscono sempre più in pochi.

Al contrario, chi ha un vocabolario superiore alle 200 parole,  continua a definire pantagruelico un pranzo estremamente succulento e abbondante; degno di Pantagruel, il golosissimo e famelico personaggio inventato nel ‘500 da Rabelais.

Infine, anche il mondo delle fiabe ha contribuito a “eternare” dei tipi precisi: chi corre dietro le donne è un dongiovanni, come il Don Giovanni protagonista della celeberrima leggenda spagnola del XIV sec. che ispirò molti autori; una fanciulla trattata male in famiglia o in ufficio è una Cenerentola, come l’eroina di Charles Perrault ; all’amico o parente sempre pieno di saggi consigli -possibilmente non richiesti- affibbiamo il soprannome di Grillo Parlante mentre i sempre collodiani Gatto e la Volpe rappresentano – nel mondo degli affari - una coppia di individui mica tanto perbene.

©Mitì Vigliero

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