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Collezioni

di Placida Signora - 1 Novembre 2007

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(click su per ingrandire) 

Amo le zuppiere; mi danno un senso di “calore familiare“, simbolo di riunioni attorno al desco, condivisione serena di affetti e golosità.

Quasi tutte quelle che posseggo sono di casa, appartenute cioé alla mia famiglia da anni e anni.

Ciascuna ha una storia precisa.

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Superstiziosi in palcoscenico

di Placida Signora - 20 Settembre 2007

L’italico mondo dello spettacolo è sempre stato particolarmente superstizioso.
Si parte dal colore viola, particolarmente temuto e considerato menagramo dagli attori in ricordo dell’antica legge che proibiva in periodo di Quaresima, quando il viola era la classica tinta dei paramenti sacri, di svolgere pubblici spettacoli.
E i componenti delle compagnie girovaghe di quell’epoca, che fossero commedianti, musici o saltimbanchi, costretti a non poter lavorare (e quindi a non guadagnare) vivevano 40 lunghissimi giorni di stenti e fame mostruosa. Continua »

Le acciughe fanno il pallone

di Placida Signora - 5 Agosto 2007

Fabrizio De Andrè lo ha raccontato a tutti che Le acciughe fanno il pallone (qui il testo, se volete cantare con lui ;-).

Le poverette si trovano assediate; sotto di loro tonni, alalunghe (sorte di tonni), delfini, pesci di ogni tipo che s’avventano sui branchi per mangiarsele.

Così scappano, sollevandosi a pelo d’acqua (facendo appunto “il pallone”).
Ma cascano dalla padella alla brace, perché diventano bersaglio di gabbiani e altri uccelli marini.

Quando questa lotta estenuante avviene nei grandi Oceani, lo spettacolo è impressionante e affascinante insieme.

Eccolo.

Stranissimi libri

di Placida Signora - 12 Maggio 2007

Le cronache storiche, come sempre sospese fra leggenda e realtà, raccontano di un’Iliade e di un’Odissea scritte in lettere d’oro sopra una pelle di serpente lunga cento piedi. Questa rarità apparteneva alla biblioteca dell’imperatore Costantino.

Particolarissimo era anche il libro contenente la “relazione” della città di Albany (stato di New York) spedita al Senato di Washington nel 1890. Era contenuta in un volume di seimila pagine, formato grande aquila: oltre al testo conteneva quarantacinquemila firme (tutte quelle degli abitanti di Albany), aveva uno spessore di m. 1,20, rilegatura compresa, e pesava 490 chilogrammi.
 
Un libro decisamente “ricco” fu quello donato nel 1907 a Pio X dalla Repubblica brasiliana, come ringraziamento per aver innalzato alla porpora un prelato di quel paese.
I fogli del libro erano d’oro, incrostati di pietre preziose; sulla copertina c’era un monogramma del Papa formato di brillanti e smeraldi e sulla prima pagina brillava il ritratto del pontefice, in finissima miniatura, contornato da 90 diamanti uno dei quali, grandissimo, posto in alto formava un sole i cui raggi erano disegnati da file di brillantini. Non solo, ma quel libro conteneva pure una carta del Brasile disegnata con un mosaico di pietre preziose. Chissà ora dove si trova. Continua »

U diavulicchiu alza la coda

di Placida Signora - 5 Marzo 2007

Storia del peperoncino

Cristoforo Colombo era preoccupato; i reali spagnoli, sponsor del suo viaggio nel Nuovo Mondo, gli avevano detto chiaramente che lo avrebbero sovvenzionato soltanto perché lui aveva dato loro la certezza che là, nelle terra misteriosa, si trovavano di certo tonnellate di spezie preziose.
Allora il pepe, i chiodi di garofano e la cannella, monopolio commerciale degli arabi, valevano più dell’oro e dei diamanti: trovarne una “miniera” sarebbe stato economicamente un bel colpaccio per la Spagna, dalle casse perennemente vuote causa le lunghissime guerre intraprese per cacciare le roccaforti musulmane dal territorio iberico.
Ma una volta arrivato in quelle che credeva essere le Indie e invece erano l’America, il navigatore genovese si rese presto conto che le spezie preziose conosciute latitavano.
Il 22 dicembre del 1492 però annotava sul diario:
Gli indiani portavano piccoli sementi tutti uguali, ne gettavano un grano in ogni scodella d’acqua e ne bevevano”.

Quegli strani piccoli semi e relativi frutti che si chiamavano “axì”, li ritrovò nel 1494 nel secondo viaggio ad Haiti; il suo medico di bordo, Diego Alvaro Chanca di Siviglia, ne fu immediatamente incuriosito e provò a gustarne insieme a Colombo; ne furono ambedue entusiasti, tanto che Colombo scrisse alla regina Isabella:
E’ il loro pepe, e vale più del pepe. Tutta la gente non mangia senza di esso, che lo trova molto sano. Se ne potrebbero caricare in quest’isola cinquanta caravelle in un anno”.

Tutto vero, tranne quell’azzardato “e vale più del pepe”; una volta sbarcato in Spagna nel 1514, l’axì –chiamato immediatamente “pepe d’India” e “chili” (dalla deformazione del nome originario), si diffuse in modo rapido in Europa, Africa Settentrionale, India, Asia e Turchia soprattutto sulle mense dei poveri.
La sua coltivazione estremamente facile e il prezzo, di conseguenza bassissimo, ne ne faceva un vero democratico sostituto del carissimo pepe.
Il naturalista rinascimentale Castor Durante, di lui scriveva:
Si può usare in tutti i condimenti dei cibi perché è di miglior gusto del pepe commune e per farlo più piacevole si pestano le sue guaine insieme col seme. Conforta molto questo pepe, risolve le ventosità, è buono per il petto e anche coloro che sono di frigida complessione ne conforta corroborando i membri principali”.

Il Mattioli, medico di Siena specializzato in piante medicinali, nel 1568 lo definiva “Pepe Cornuto” e ne elogiava le virtù antisettiche soprattutto per bronchi e naso; per questo nel ‘600 si diffuse la masochistica mania di mescolare pizzichi di peperoncino al tabacco da fiuto, ma poiché la miscela davvero esplosiva provocava raffiche di sternuti talmente violente da provocare anche emorragie oltreché danni ad occhi e parti cerebrali, la moda passò in fretta.

A dargli il nome scientifico ufficiale fu nel Settecento il botanico Linneo, che lo battezzò “Capsicum” dalla forma del frutto, vera e propria “capsa” (scatola, in latino) contenente i semi.
La sua caratteristica “bruciante”, gli valse ben presto la nomea di potente afrodisiaco; bandito per questo motivo dalla cucina dei conventi, veniva venduto nelle antiche farmacie al posto del Viagra; ciò spiega gran parte dei numerosi nomi dialettali che il peperoncino ha: “diavulicchio” (o “diavulillu”) in Campania e dintorni (“U diavulicchio alza la coda”, recita un malizioso detto campano); “cazzariello” in Abruzzo; “pipazzo” in Calabria.       

©Mitì Vigliero

Qui la “foresta” di peperoncini chiavaresi di Luca

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