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Saraceni e Rattèlle: Storia di Due Castelli e di un’Antica Rivalità Tigullina

di Placida Signora - 4 agosto 2010

Chi bazzica abitualmente il Golfo del Tigullio, avrà di certo sentito parlare dell’antica rivalità esistente fra gli abitanti di Santa Margherita e quelli di Rapallo; un’antipatia oggi quasi scomparsa, ma che ha precise origini storiche

Nel XVI secolo il mar Mediterraneo era sconvolto dalle nefande imprese del ferocissimo pirata turco Torghut, il cui nome venne presto storpiato in Dragut.

Il 26 aprile del 1549, il Doge di Genova aveva spedito alle autorità di Santa Margherita e al Podestà di Rapallo una grida in cui li esortava a raddoppiare le guardie sulla costa, servendosi di fuochi notturni e diurni e di “segni di netto e di brutto” (fumi bianchi e neri) che avrebbero dovuto avvisare gli abitanti dell’arrivo delle navi corsare, di modo che gli uomini avrebbero potuto armarsi, i beni essere anfrattati e “le donne con li vecchi e i putti” correre a nascondersi sulle alture.

Fatto sta che i Rapallesi – il perché non si sa, forse per un errore di informazione - disattesero la grida; la notte del 4 luglio il Dragut – al comando d’una flotta di 22 velocissime fruste (piccoli e agili velieri arabi)– piombò come un fulmine su di loro portando morte e distruzione: i Sammargheritesi, allarmati dal fracasso, riuscirono per un pelo ad armarsi ed evitare l’assalto. 

Il Podestà di Rapallo, dopo la sciagura, andò dal Doge dicendogli che occorreva costruire un castello fortificato  sulla costa del suo Borgo; i soldi però li avrebbero dovuti tirar fuori i limitrofi Sammargheritesi, visto che i Rapallesi avevano subito ingentissimi danni e loro no, e anche perché correva la voce che al fianco di Dragut operasse come schiavo-consigliere tal Maranola, un sammargheritese marrano e rinnegato che di certo aveva dato al Corsaro le giuste dritte per l’assalto.

 Quando la notizia arrivò a Santa, vi fu un’esplosione di rabbia; gli annali narrano che l’”agente maggiore” Giacomo Costa, uno “dei più altieri in esso loco”, lasciò andare un pugno sul tavolo urlando “Sangue di Dio!” – cosa che, secondo la legge vigente allora, avrebbe potuto costargli la galera o la perforazione della lingua.

A quel grido, la popolazione si riversò nella piazza della Chiesa manifestando la propria indignazione

Basta “contribuzioni che a Santa Margherita non profittavano un bel niente”!

Basta “star soggetti al borgo di Rapallo”!

E poi “che ne potevano loro se quei là, di fronte a Dragutte, eran scappati come femmine in camicia? Che perciò venissero a mungere come sempre le tasche dei sammargheritesi, questo, perdinci, no!”.

E poiché i tre nerborutissi figli del Costa minacciavano addirittura di marciare su Rapallo e “fare il resto” – ossia di finire il lavoro di Dragut - e i Rapallesi da parte loro volevano pestare quelli di Santa per colpa del loro concittadino traditore, le Somme Autorità gnovesi decisero salomonicamente che ciascuna delle due cittadine avrebbe dovuto costruirsi un castello difensivo, piantandola una buona volta di “rattellàre” (litigare).

Così, su disegni di Antonio de Carabo, maestro comacino, vennero edificati i due castelli di pietra grigia che ancora oggi vediamo: il primo  a Rapallo, al limite della passeggiata, il secondo a Santa Margherita, proprio nel centro del suo piccolo golfo. 

© Mitì Vigliero

Perché si Dice: Avere il Magone

di Placida Signora - 27 luglio 2010

Il magone è quella sensazione di stretta alla gola data da un dolore, dalla malinconia o da qualunque cosa provochi tristezza.

Qualcuno, anzi, diciamo pure quasi tutti i vocabolari d’italiano, senza dare spiegazioni, lo fan derivare dal tedesco magen, stomaco, ventriglio.
E il Cortellazzo-Zolli indica, come periodo di diffusione della parola, il XV secolo.

Ma  le origini pare siano molto, molto più antiche e prettamente genovesi.

Era il 205 a.C., e imperversava la Seconda Guerra Punica, romani contro cartaginesi.

Genova era una fedele alleata di Roma; invece quasi tutti gli altri popoli liguri tifavano Cartagine.

Federico Mario Boero, signore delle vernici e scrittore appassionato di storia, nel suo Genova, genovesi e foresti – da Giano a Colombo (ed. Stringa, 1983), così descrive brevemente quel periodo

Da tre lustri c’è in Italia Annibale: è arrivato quasi in inverno, valicando le Alpi con gli elefanti. Ha incontrato i romani alla Trebbia e li ha riempiti di botte; ha proseguito e li ha riempiti ancora di botte al Trasimeno; è sceso e li ha nuovamente riempiti di botte a Canne. Per anni ha vissuto con il suo esercito nel meridione, ed è il terrore di Roma. Quando le cose cominciano ad andare un po’ meglio per i romani, chiama in aiuto il fratello Asdrubale il quale si precipita in Italia: ma i romani distruggono il suo esercito al Metauro e mandano la sua testa ad Annibale perché sappia

E qui salta fuori Magone, il fratello più piccolo di Asdrubale e Annibale.

Per aiutare quest’ultimo, partendo dalle Baleari - come narra Tito Livio - piomba all‘improvviso con più di 30 navi rostrate e un numero imprecisato di navi da carico su Genova, sbarcandole addosso 12.000 fanti e 2.000 cavalieri.

Fu una rovina; la città venne messa a ferro e fuoco, praticamente distrutta.

Rase completamente al suolo le mura, incendiate le case, le navi, gli orti.

Saccheggiata ogni ricchezza, che Magone portò trionfante nell’oppidum di Savona, sua alleata.

L’inaudita violenza dell’attacco e le spaventose perdite di vite, case e beni, segnarono talmente in profondo l’animo e la memoria dei genovesi che da allora ogni sensazione d’ansia, paura, travaglio, patema e sofferenza venne espressa col modo di dire avéi o magon (pron: u magùn), in perenne ricordo dell’artefice del primo dei tanti momenti brutti  che Genova, nella sua lunga storia, purtroppo sarà destinata a vivere.

©Mitì Vigliero

E voi, in dialetto o no, avete altri modi di dire che esprimano il magone?

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Il Pesto Secco

di Placida Signora - 4 luglio 2010

Su invito di Elena Chesta riposto la ricetta.

È un metodo molto antico di fare il pesto, che si usava nella stagione piena del basilico in anni in cui freezer e frigoriferi latitavano.
Nei paesi dell’Appennino ligure, lo si preparava subito prima dell’inverno e poi si conservava sotto la neve o fuori casa, al freddo.
In quelli della costa invece, le mogli dei marinai lo davano ai mariti da portare in barca per uscite di pesca che potevano durare più giorni.
Ovviamente non sarà visivamente il classico pesto, coi pezzettini visibili di foglioline di basilico, ma il sapore è identico e  va benissimo per quegli infelici foresti che non possono avere a disposizione a casa loro il basilico genovese. In tal modo, dopo esser passati dalla Liguria, ne possono fare scorta (vale anche per i numerosissimi genovesi emigrati in giro per lo Stivale…).
Non ci vuole il frullatore, ma il mixer (quella ciotola col coltello doppio); stavolta niente mortaio, perché sarebbe davvero una fatica bestiale…
Io lo faccio così:
*
4 mazzi di basilico (o molti di più, dipende dalla scorta che si vuole fare e quindi varieranno in proporzione di quantità gli altri ingredienti);
1 o 2 spicchi d’aglio;
1 cucchiaio di pinoli (non molti, perché sono i primi a inacidire);
formaggio grana (o grana e pecorino, a democratica scelta), 1 etto e mezzo circa;
sale da cucina.
*
Lavo le foglie di basilico perfettamente e le faccio perfettamente asciugare – non devono essere umide per niente -
Le metto nel mixer insieme ai pinoli, all’aglio e a un paio di buone prese di sale (abbondante, perché è quello che fa da conservante); mixo.
Poi aggiungo il formaggio (già grattugiato) con dosi abbondanti: quantità “a occhio”, perché deve formarsi una pasta molto densa e compatta, per niente umida, verde brillante.
Infine la si toglie dal mixer, e la si fascia in salamini stretti dentro la carta d’argento.
Altrimenti si può mettere in un contenitore  di plastica o di vetro con tappo a ottima chiusura, pigiando bene per togliere ogni bolla d’aria.
Nel frigo normale il pesto secco dura sempre verde brillante (perché è l’olio che lo fa annerire) anche più di 10 giorni. Nel freezer ovviamente dura anche più di sei mesi.
Quando lo si vuole usare, si prende la quantità desiderata, la si mette in una ciotola e – mescolando bene nella zuppiera dove si metterà la pastasciutta – la si diluisce con olio e magari un goccino di latte (se non si ha a disposizione la prescinseua), oltre il solito goccino d’acqua calda della pasta, nella quale bisognerà ricordarsi di mettere non molto sale, visto che il pesto secco è già salato di suo.
Se si vuole aggiungere al minestrone, basta prenderne uno o due cucchiai, e sciogliercelo direttamente dentro subito prima di servirlo.
©Mitì Vigliero


29 giugno: significato dei nomi Pietro e Paolo, e una superstizione marinara.

di Placida Signora - 29 giugno 2010

PIETRO: deriva dall’aramaico “kephà”, tradotto in greco “pétros” e significa “saldo come una pietra, roccia”. San Pietro Apostolo fu scelto da Gesù come “roccia” su cui gettare le fondamenta della Chiesa”, di cui fu il primo Papa.

E’ il santo patrono di muratori, ciabattini, orologiai, portieri, pescatori e pescivendoli.

In Francia: Pierre, Inghilterra: Peter; Germania: Peter, Petra, Petrus; Spagna: Pedra, Pedro; Russia: Piotr.

Portafortuna; Colore: giallo. Pietra: diamante. Metallo: oro.
 
PAOLO: dal lat volgare paulus, “piccolo”. San Paolo fu un ebreo persecutore del cristianesimo che si convertì e divenne apostolo.

E’ il patrono di cordai, cestai, teologi, panierai e di chi si occupa di stampa.

Viene invocato contro le tempeste e il morso dei serpenti.

In Francia: Paul, Paulette; Inghilterra: Paul, Paula, Pauline; Germania: Paul, Paula; Spagna: Pablo, Pablito, Pablita; Ungheria: Pal.

Portafortuna
; Colore: rosso. Pietra: rubino. Metallo: oro.
 
Un vecchio proverbio genovese recita:

San Pé u ne veu un pe lé (San Pietro ne vuole uno per lui)
San Pé te tia pe’ i pé (San Pietro ti tira per i piedi)
 
Un tempo il 29 giugno era la data ufficiale di apertura degli stabilimenti balneari.

Secondo una leggenda Pietro, ex pescatore e – nell’immaginario popolare – fornito sempre di una buona dose di cattiveria (visto che aveva rinnegato Cristo)  avrebbe voluto una preda per sé, stile vittima sacrificale.

Il detto ovviamente è assurdo, ma una base di verità può esserci; col primo caldo a giugnoo si fanno i primi bagni, ed è facile che il corpo – soprattutto quello dei non provetti e addestrati nuotatori – non ancora abituato al sole e alla temperatura ancora non particolarmente calda dell’acqua, reagisca con congestioni o malori vari.

©Mitì Vigliero

Perché San Giovanni piace tanto ai Genovesi

di Placida Signora - 21 giugno 2010

Lasciarono la Lanterna nel luglio del 1097; alcuni mercanti e nobili genovesi avevano armato 10 galee dirette in Terrasanta per accompagnare “fortissimi guerrieri” a combattere contro i Turchi e, già che s’era lì, a tentare l’impresa d’espansione coloniale.

Un anno dopo tornarono a casa senza più guerrieri, ma con in tasca la donazione della città d‘Antiochia e, nella stiva, i resti mortali di San Giovanni Battista recuperati a Mira e deposti subito nella cattedrale di San Lorenzo.

Nel 1327 il cosiddetto Precursore fu eletto Patrono della città, e forse qualcosa di più, visto che i genovesi in lui ebbero sempre la fiducia che si può avere in un padre.

Lo invocarono ogni volta che un pericolo minacciava la Superba; invasioni, epidemie, incendi, ma soprattutto violente burrasche che minacciavano il porto: le sue ceneri ogni volta venivano portate sul luogo del periglio, e la calma tornava.

Miracoli testimoniati negli annali dello Stella, del Bonfandio e nelle Cronache del1406, 1414, 1613, 1640, tanto che proprio in quegli anni si prescrisse unasolenne processione che ogni 24 giugno, giorno della nascita del Santo, ne scortasse la sacra Arca contenente le reliquie attraverso la città fino al porto.

San Giovanni fu prediletto dai genovesi anche come nome di battesimo; sino al 1950 fu proprio Giambattista il nome più diffuso, coi diminutivi di Gio Batta e Baciccia.

Ma piacque soprattutto perché caldo simbolo di luce; dall’Oriente quelle galee portarono non solo un emblema religioso, ma un culto antico, dal fascinoso sapor profano, fatto di fuochi e falò derivati dagli antichissimi fulgori che salutavano il solstizio d’estate.

E quei falò brillarono da subito sul greto del Bisagno, sulle spiagge, sulle fasce dell’entroterra, accesi da contadini e pescatori che s’illudevano così di cacciare spiriti maligni e  streghe che la notte tra il 23 e il 24 uscivano dai loro antri nascosti scatenandosi in sabba infernali.

I fuochi divennero poi mero motivo di festa e convivio; ovunque in città vi fosse un minimo spazio, piazza Sarzano, Santa Maria di Castello, Principe, San Teodoro, persino sui merli di Torre Embriaci e in tutte le alture alle spalle di Genova, s’innalzavano fiamme e si ballava attorno a loro la “moresca“.

Si cuocevano nelle braci le cipolle, quella notte terapeutiche per allontanar febbri e vermi; e migliaia di lumache, poste su grandi graticole con la bocca del guscio all’insù, coperta di olio, prezzemolo, sale ed aglio.

E dove non si potevano accendere falò, si appendevano lanternine di carta rossa, verde e gialla, con dentro lumini; e poi fuochi artificiali, mortaretti, girandole, razzetti: un tripudio di luci che illuminava la notte più magicadell’anno.

Quella in cui bisogna raccogliere le erbe per sfruttarne appieno le virtù salutari; immergersi nell’acqua, mare fiume lago che sia, rotolarsi su prati bagnati di rugiada per preservarsi dai reumatismi; esporre indumenti di lana e di seta all’aperto, affinché non vengano mai toccati dalle tarme ed infine scambiarsi promesse d’eterno amore saltando, in coppia, le braci rimaste nei falò.

©Mitì Vigliero

Quali usanze, credenze o detti conoscete riguardanti San Giovanni?

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