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Genovesi e Gatti: da sempre un Grande Amore

di Placida Signora - 11 marzo 2010


(Berio, gatto della Biblioteca di Genova)


Razza mugugnona per definizione e poco incline a smancerie, quella genovese sin dalle sue origini ha sempre mostrato una spiccata simpatia e una profonda stima nei confronti dei gatti.

Remo Borzini li definiva la “presenza soffice, misteriosa ed irreale” di Genova, indispensabile a  una città  dotata di grande porto, stretti vicoli e piena sempre di tanta bella rumenta attiratrice di topi.

I gatti erano apprezzati perché non erano dei mollaccioni mangiapane ad ufo, ma si guadagnavano vitto e alloggio lavorando dignitosamente; una legge della Repubblica (mantenuta anche sotto i Savoia) li assumeva in pianta stabile negli Archivi di Stato per salvaguardare dai sorci la carta dei documenti.
Come stipendio cibo, cure mediche, protezione e caldi posti in cui dormire.

I potentissimi Fieschi avevano nello stemma un gatto; il grande Magnasco nel dipinto “I frati attorno al fuoco”, ritrasse i religiosi radunati vicino al camino, con attorno tanti gatti, e persino il rude ammiraglio Andrea D’Oria volle essere ritratto assieme al suo gatto. Da bravo uomo di mare, sapeva che “chi alleva de gatti no alleva de ratti”; lo stesso Cristoforo Colombo volle su ognuna delle 3 Caravelle due gatti, maschio e femmina, che moltiplicandosi avrebbero difeso cambusa e merci.

Inoltre, ai capitoli 65 e 66 dell’antico testo di leggi del “Consolato del Mare” (tradizione giuridico marittima del Mediterraneo, in uso sin dal XIV sec.) stava scritto che ogni Comandante di Bordo aveva il “dovere di procurarsi gatti”, affinché i topi non danneggiassero il carico.

Veniva anche precisato che, se i roditori avessero guastato la merce “prima” che il Comandante si fosse procurato i gatti e mentre la nave era ancora in porto, non doveva pagare i danni: ma se il “sinistro” fosse avvenuto in navigazione e si fosse provato che i gatti non erano stati imbarcati, allora il Comandante non solo doveva risarcire personalmente tutto il carico rovinato, ma anche finir sotto processo per gravissima “Colpa Nautica”.

Una volta a bordo, e di solito in gran numero, i gatti venivano affidati alla responsabilità di un nostromo in seconda detto “u penéise”, il pennese, il quale oltre la responsabilità di cime, nodi e vele, aveva quella di star dietro –  a rischio licenziamento -  alle gnaolanti e unghiute creature, solitamente molto poco amanti dall’acqua in genere.

Doveva tenerli calmi in caso di tempesta ed evitare che cadessero in mare; badare che avessero sempre la loro razione di cibo, premiarli ogni volta che prendevano un topo, occuparsi della loro salute, difenderli dagli scherzi dell’equipaggio e soprattutto, ogni volta che si arrivava ad un porto, radunarli e chiuderli in un posto sicuro all’interno del bastimento onde evitare che scappassero, rifugiandosi sulla terra ferma.

E ammettiamolo, doveva essere un vero spettacolo vedere il pennese, prima di ogni attracco, lanciarsi all’inseguimento di una ciurma di gatti che velocissimi s’infilavano nei pertugi della coffa, si nascondevano sotto pile di cime o s’arrampicavano sino in cima agli alberi del veliero.

©Mitì Vigliero

8 maggio 2010: ViaDelCamp a Genova

di Placida Signora - 5 marzo 2010

 

In molti ieri, dopo questo post, mi avete detto e scritto di amare molto Genova; e in molti avete espresso il rimpianto di non averla mai vista.

Allora segnatevi questa data: 8 maggio 2010.

E’ un sabato, e a Genova ci sarà il ViaDelCamp.

“Una gita comunitaria e conviviale a Genova, aperta a tutti. Una iniziativa cultural-culinaria che si svolgerà avvalendosi della rete non come oggetto della discussione autorefenziale stessa ma come mero strumento di comunicazione e aggregazione al puro fine di svago e/o cultura (più svago che cultura, a occhio).” Infatti “Questa volta ViadelCamp avrà come tema centrale la gloriosa cucina genovese”

Il programma



Ritrovo: ore 10.00 c/o la stazione ferroviaria di Genova Principe
Mattina: lungo passeggio nei carruggi (Via del Campo, la Commenda di Prè, il Porto Antico… ecco la mappa del percorso)
Il clou: lunghissimo pranzo conviviale presso il ristorante I Tre Merli

Qui ci aspetta un mega Menù stile Pranzo di Nozze ;-) comprensivo di tutte le più celebri specialità genovesi (e vi consiglio di vedere nel wiki i link, uno per uno):




- Focaccia col formaggio di Recco

- Farinata

- Pansoti di magro in salsa di noci

- Trofiette al Pesto

- Ripieni e Cima

oppure

- Spigola alla Ligure con olive taggiasche e pinoli

- Gran finale con il semifreddo “Vecchia Zena” (con salsa di cioccolato)

- Caffè, acqua e vini inclusi

Il tutto per 30 euro
Se vorrete partecipare al pranzo, dovrete iscrivervi (segnandovi in fondo, qui) entro il 28 aprile 2010.

Al pomeriggio, chi vorrà smaltire le calorie accumulate potrà andare a visitare la Lanterna.
Oppure rimanere a chiacchierare con gli amici passeggiando nel Porto Antico.
O andarsene per i fatti suoi in cerca di negozi dove far shopping.
O pigronare al sole (perché ci si augura che l’8 maggio ci sia il sole, eh?) annusando il profumo del mare.

Alle 18.00cerimonia di chiusura dell’evento nelle belle stanze del Palazzo Cicala, in piazza della Cattedrale, con aperitivone a base di pigato, focaccia e turte di verdura. L’aperitivo è gentilmente offerto da Marina di PalazzoCicala.it”

Sul wiki troverete tutte le altre indicazioni.

Se avete domande, chiedete pure a me o agli altri membri del comitato promotore.

Per seguire ogni novità e aggiornamento, vi consiglio di leggere quotidianamete il FriendFeed di ViaDelCamp .

Io so solo che sarà una meravigliosa occasione per poter finalmente incontrare tanti di voi, Tesorimiei.

Vi aspetto a braccia aperte!


Dichiarazione d’Amore alla mia Città

di Placida Signora - 4 marzo 2010

Colonna sonora

Genova col porto che ti accoglie come un abbraccio spalancato; con piazze come De Ferrari, o Corvetto,  che vista dall’alto sembra il perno di un ventaglio di strade aperto sul turchese del mare.

Vedere la Foce, che i foresti non capiscono perché mai si chiami così, e scoprire che è a causa di un fiume che a un tratto scompare coperto da viali e giardini; ed abbinare all’immagine le parole del recitativo “La nostra spiaggia” di Bruno Lauzi (interprete anche della colonna sonora lassù, NdPS), che alla Foce nacque e passò gli anni più belli della giovinezza:

“Ricordo che c’erano solo i relitti delle chiatte da sbarco,
quello che era il parco giochi di chi sognava l’avventura
e lungo tutta la Foce l’acqua era limpida e pura
e sugli scogli i pescatori avevano la mano sicura:
è così che tanti anni fa era il nostro quartiere…”

Vedere all’improvviso Boccadasse, sorpresa sempre nuova in riva a mare, intatto borgo pescatore superstite glorioso alla civiltà urbanistica e romantico testimone di un tempo che fu.
E osservandola così ritratta nella sua pace, si capisce bene la poesia di Edoardo Firpo

O Boccadaze, quando a ti se chinn-a
sciortindo da-o borboggio da çittae,
s’à l’imprescion de ritorna in ta chinn-a
o de cazze in te brasse d’unna moae.
Pa che deslengue un po’ l’anscia da vitta
sentindo come lì s’eggian fermae
ne-a bella intimitae da to marinn-a
a paxe antiga e a to tranquillitae.

O Boccadasse, quando si scende a te
uscendo dal subbuglio della città,
si ha l’impressione di ritornare nella culla,
o di cadere fra le braccia d’una madre.
Pare che si sciolga un po’ l’ansia della vita
sentendo come lì si sian fermate
nella bella intimità della marina
la tua pace antica e la tranquillità.

Ecco, tranquillità; pura serenità il sentimento che si prova a guardare Genova in alcune sue giornate.

Immergersi nei suoi colori; colori tenui, nulla di urlato: cipria, terracotta, cenere, albicocca. E pistacchio, sale, pepe, zafferano, un pizzico di cannella e peperoncino: quelle “droghe” un tempo così amate dagli antichi mercanti di qui, spiccano ancora nel paesaggio con funzioni di chiaroscuro.

E scoprire così che la luce di Genova è dolce e lenitrice.

Di giorno, un giorno magari sferzato dalla tramontana, la luce è vitale, tutto sembra nitido, lavato di fresco e si rischiarano anche le idee, si raffreddano le rabbie, svaniscono le nebbie della malinconia.
Invece la luce della sera ricopre per un lungo attimo di rosa, tra l’antico e il confetto, le facciate delle case e d’argento le centinaia di tetti d’ardesia, facendoli luccicare come altrettante scaglie di mare.

E Genova, così come sa regalare tramonti struggenti, sa donare notti di fiaba; quando sulle alture si accendono lumini da presepe, la città dorme sotto la Luna mentre il porto e i lungomare indossano i loro gioielli più belli che riflettono sull’acqua lunghe catene scintillanti, palpitanti scie d’oro e diamanti che  fanno sognare l’anima.

©Mitì Vigliero

Per la serie: Il Dolce Clima Ligure è una balla inventata dai Poeti

di Placida Signora - 19 dicembre 2009

 

genova 18 dicembre

genova18 dic

Genova 18 dicembre 2009 – ©Ansa-Corsera

Nevicata a Genova

Antagonismo assurdo la neve alla Foce,*
che ricopre la spiaggia unendosi col mare
in un amplesso contro natura
mentre subito dopo
il sole, scandalizzato, appare.

(Mitì Vigliero, Teatrino)

 

*Quella nella seconda foto è Boccadasse, ma fa lo stesso eh?  ;-)

Di Catrài, Amici e Menestrùn

di Placida Signora - 28 agosto 2009

Oggi ho preparato il rancio per due Tesorimiei carissimi che non vedevo da una vita, accompagnati da una Tesoramia altrettanto carissima che vedo un po’ di più, ma mai abbastanza.

E visto che i primi due per motivi politici ;-) da giorni vivono giù al Porto nutrendosi esclusivamente di fritti, mi sono immedesimata negli ormai scomparsi Catrài, natanti ristoratori proprietari di curiose trattorie galleggianti sistemate su gozzi o piccole chiatte che, sino ai primi anni del Novecento, si avvicinavano ai bastimenti ormeggiati alle banchine e distruibuivano alle ciurme fumanti xiàtte (piatti fondi) colme di minestrone profumato che veniva assai apprezzato dai marinai che allora, durante le lunghissime navigazioni, non avevano possibilità di mangiare verdure fresche, con conseguenti gravi malattie come lo scorbuto. (Fortunatamente Diego e Antonio grazie alle cibarie della festa democratica annata 2009, rischiano solo un po’ di fegato ingrossato e bon)

Ovviamente, vista la stagione, il mio minestrone alla genovese, o menestron (pron. u menestrùn) quello col pesto, tanto pesto, era rigorosamente tiepidino- quasi freddo.

Come si fa il minestrone alla genovese?

Non ne esiste una ricetta precisa, ciascuna famiglia ha il “suo” menestrùn fatto con  verdure che variano da stagione a stagione.

Nel mio oggi ci stavano: fagiolini, cavolo cappuccio, piselli, bietole, cipolle, fagioli, zucchine.

Le ho fatte cuocere ieri sera (veramente era notte, h. 1,30, ma come sapete io sono un gufo) con poca poca acqua nella pentola a pressione per una ventina di minuti scarsi dal sibilo. Poi ho spento e le ho lasciate lì.

Stamattina le ho frullate col coso ad immersione facendone una bella crema spessa, che ho messo in una zuppiera.

Poco prima che gli ospiti arrivassero ho fatto bollire 250 gr di ditaloni in un brodo vegetale; una volta cotti, li ho ben scolati e spruzzati d’olio bono.

Ho unito alla crema una tazzona di pesto fatto solo di basilico, grana ed aglio (niente pinoli se mettete il pesto nel minestrone, potrebber poi dare un saporino acido non gradevolissimo): niente olio, era pesto secco, all’antica, e ho mescolato accuratamente.

Alla fine ho uniti i ditaloni ormai a temperatura ambiente, mescolato e, alè, a tavola.
Poi ciascuno ha unito olio crudo e grana grattugiato a suo piacimento. 

Mi pare sia stato apprezzato ;-) 

menestrun

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