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Il Genovese che odiava i Genovesi

di Placida Signora - 18 Agosto 2008

Il responsabile della rivolta di Portoria

A Torre d’Isola (PV) c’è la bella villa-castello Botta-Adorno, famosa per essere infestata dal fantasma inquieto del primo proprietario, Marchese Antoniotto Botta-Adorno.

Figlio di Luigi, che venne spedito in esilio (con promessa di condanna a morte se fosse ritornato) dalla Repubblica di Genova dopo un tentato colpo di stato, e di Matilde Meli Lupi di Soragna, amante del re di Spagna Filippo V, Antoniotto crebbe superbo nonché dotato d’un carattere infernale.

Non si ammogliò mai, né abbe mai figli; sopportava il fratello più grande, Alessandro, ma ne detestava cordialmente la moglie Isabella di Torriglia, dichiarando pubblicamente che piuttosto di sposarla Alessandro avrebbe fatto meglio a prendere i voti.

Militare di carriera, fu il il comandante delle truppe austro-piemontesi che nel settembre del 1746 occuparono Genova, città di cui si autoproclamò Governatore; il dentino avvelenato che aveva nei confronti della Superba“nemica” di suo padre, lo spinsero a comportamenti estremamente crudeli nei confronti sia dei cittadini che delle autorità dogali (e gli Adorno di Dogi ne avevano avuti ben 7 in famiglia).

Passata alla storia è l’affettuosa risposta che diede al Doge Francesco Brignole Sale, che disperato arrivò a inginocchiarsi davanti lui per chieder pietà: “Ai genovesi lascerò solo gli occhi per piangere!”.

Fatto sta che i genovesi ad un certo punto non sopportarono più né lui né le sue truppe, e nel sestiere di Portoria il 5 dicembre dello stesso anno, col Balilla, il sasso e il “Chi l’inse” diedero vita alla formidabile e celeberrima insurrezione che cacciò gli invasori, Antoniotto in testa.

Lo storico Accinelli racconta che anni dopo, nel 1751, nel Palazzo di Commercio di Amsterdam si incontrarono lo Stadolter d’Olanda e il Botta; il primo gli disse di non aver mai capito come diavolo fosse stato possibile che quel gran numero di soldati armati sino ai denti avesse avuto la peggio contro dei cittadini inermi.

Al che il Botta rispose: “Non conosce Vostra Altezza l’umore del popolo di Genova. Egli è diviso in più quartieri, gli abitanti dell’uno sono agli altri contrari, gareggiano per la preminenza, ben sovente si azzuffano. Ma quando si tratta della libertà, lasciate le private discordie, tutti si uniscono per la difesa…” e per render meglio l’idea aggiunse che avendo un suo ufficiale suggerito di spedir 3000 uomini a sedare i rivoltosi, rifiutò la proposta ben sapendo che “le sole donne di Prè con evacuare pitali e vasi notturni dalle finestre, annegar fatt’avrebbero lui e la sua comitiva in un mare d’addobbi”.
Infine, forse al pensiero degli “addobbi“, scoppiò in una gran risata.

Ma aveva davvero un buon motivo d’esser finalmente gentile nei riguardi dei genovesi e trullo d’umore, l’Antoniotto; subito dopo la rivolta era infatti fuggito dalla città, portandosi dietro il tesoro della Repubblica, composto da oggetti preziosi e 20 casse di genovini d’oro, e si era rifugiato nella villa di Torre d’Isola dove morì (pare) nel 1774.

Però il luogo della sua sepoltura non venne mai ritrovato, così come del tesoro non fu mai trovata traccia: dicono sia nascosto nell’antica torre della villa, e che il fantasma d’Antoniotto vi faccia una guardia spietata.

©Mitì Vigliero

Come voi andate in altre case in vacanza…

di Placida Signora - 11 Agosto 2008

…io ogni tanto vado a scrivere nell’altra mia PlacidaCasa.

Vi aspetto lì, per raccontarvi un po’ della mia Genova 

E voi, a quale città  italiana fareste una dichiarazione d’amore ?

Margutte: Venezia

Alianorah: Roma e Venezia

Boh: Roma e Napoli

Pamina: Roma e Napoli

Linda: Roma e Palermo

Skip: Napoli e Firenze, Venezia, Genova, Roma, Milano

Elena: Ravenna e Torino, Roma ecc

Fabio: Genova e Roma

Luca: Treviso

Marina Cepeda Fuentes: Roma, Torino, Ferrara, Ischia, Matera, Sestri Levante

MaxG: Torino, Merano, Como

MademoiselleAnne: Roma

Krishel: Roma e Milano

Spikette: Bologna

Gatta Susanna: Ferrara

Antar: Roma

Ester Memoli: Genova

Oscar Ferrari: Bolzano

Morena Piazza: Forlì

Tittieco: Genova

Caravaggio: Napoli, Roma, Firenze

Aglaia: Roma, Ravenna, Venezia, Mantova

Regi: Roma

Il Monumento di Caterina

di Placida Signora - 8 Marzo 2008

Nel 1804 nacque a Genova Caterina Campodonico; popolana semplice, semianalfabeta, come mestiere faceva la “merciaia ambulante”, ossia girava instancabile sagre e mercati di Liguria e basso Piemonte, vendendo dolcissime merci: collane di nocciole (dette “reste”), biscotti canestrelli e amaretti , tutti confezionati da lei.
  
Nonostante le reste fossero un noto portafortuna per i fidanzati – era uso comprarle nei mercati, per avere la garanzia di un matrimonio felice – Caterina nei sentimenti non fu affatto fortunata.

Sposata giovanissima con un tal Giovanni Carpi, fannullone alcolizzato e violento, ben presto si separò; ma visto che ad abbandonare il “tetto coniugale” era lei,  fu costretta a dargli ben 3000 franchi (somma notevole allora) come “buonuscita e mantenimento”. 

Anche gli affetti familiari erano carenti; le sorelle di Caterina, regolarmente maritate e con truppe di figli, mal giudicavano questa donnina troppo “indipendente” per l’epoca.

Viaggiare da sola, percorrendo chilometri onde raggiungere i mercati di paesi e città lontani, essere sempre in contatto promiscuo con colleghi uomini non era cosa giudicata seria.
 
E poiché Caterina proprio grazie al suo lavoro era conosciuta, stimata e guadagnava parecchio, il parentado pensava malignamente che gran parte di quel denaro non provenisse solo dalla vendita dei dolci.

Ma nonostante la poca stima che avevano di lei, battevano cassa in continuazione definendola ” ‘a lalla (zia) ricca”. 

Nel 1880 Caterina si ammalò gravemente e i familiari, appena si mise a letto, anziché curarla iniziarono a litigare ferocemente – e di fronte a lei - per dividersi l’eredità.

Ma Caterina guarì e la prima cosa che fece quando uscì di casa fu quella di andare nello studio di Lorenzo Orengo, uno degli scultori del “realismo borghese” allora più famosi in Italia, e di commissionargli un monumento funebre: il suo. 

caterina-monumeto.jpg 

Alla faccia dei parenti, investì ogni risparmio in quel lussuoso simulacro che la ritraeva fiera con in mano gli strumenti del mestiere; le reste di nocciole e i canestrelli. 
Da Giambattista Vigo, poeta allora assai in voga, volle il testo da mettere sulla lapide.

Nel 1881 la statua venne posta nel Porticato Inferiore a Ponente, numero 23, del Cimitero Monumentale di Staglieno.

Ne parlò la stampa, raccontando la storia della popolana; e i genovesi accorsero a frotte ad ammirare la Caterina di marmo, con la sottana in broccato, la camicetta in pizzo come il grembiule, lo scialle a frange, gli anelli e gli orecchini in delicatissima filigrana: e lei, viva e vegeta, si poneva soddisfatta in posa a fianco della sua “gemella”. 

L’ammirazione dei cittadini raggiunse però livelli assai discutibili: portavano fiori e accendevano lumini di fronte a quella statua, che consideravano - vista la storia della committente- portatrice di danaro.
E la cosa  fece imbufalire le autorità cittadine ed ecclesiastiche che vedevano giustamente in quei gesti assurdi un attentato alla sacra compostezza del luogo.

Il 7 luglio del 1882 Caterina morì; dopo i funerali solenni nella chiesa di Santo Stefano, venne accompagnata al cimitero da un immenso corteo

Alcune donne vinsero un terno al lotto giocando i numeri della sua dipartita e da allora il monumento è meta, oltreché di turisti provenienti da tutto il mondo, anche di giocatori che accendono speranzosi ceri.

©Mitì Vigliero

Questo è il mio modo di celebrare l’8 marzo.
Raccontando le storie di donne vissute molto prima di noi, in periodi di certo “socialmente” più difficili di questi.
Donne costrette da un’educazione e da una morale così diversa da quella di adesso a trascorrere e subire vite non da loro desiderate. 
Donne di ogni ceto e carattere, donne imperfette ma donne vere, tutte, che con i loro comportamenti sono riuscite a lasciare una traccia nella memoria e nella storia.
Le altre di cui vi ho già parlato su queste pagine sono:Caterina di Challand
La Buriana, la Sbobba, la Costosa e la Bugiarda
Elisabetta Sirani
Anna Schiaffino detta Nina
Caterina de’ Vigri
Francesca Scanagatta
Cornelia Rossi Martinetti
Tommasina Spinola
Agata di Catania
Santa Lucia
Ginevra degli Armieri
Nicolosa Castellani

Uno strano acuto e il Mascagni palpeggiato

di Placida Signora - 25 Febbraio 2008

Storie del Carlo Felice 

 Il Carlo Felice è il teatro dell’Opera di Genova; inaugurato nel 1828, bombardato due volte durante la seconda guerra mondiale, rimase a stato di rudere sino al restauro avvenuto nel 1991.

Molti sono gli aneddoti legati alla grande Storia della Musica che lì si svolsero.

Ma due, misconosciuti, ne esulano e valgono la pena di esser raccontati.

Nella stagione estiva il Teatro era chiuso alle rappresentazioni liriche, ma qualche volta il ridotto veniva aperto per ospitare speciali conferenze o spettacoli particolari, degni si essere seguiti dalla popolazione tutta.

Nel 1830 giunse a Genova da Parigi il medico italo francese Tadini; allora i dottori solevano fare pubblica propaganda alla loro professione, mostrando non solo ai colleghi le loro tecniche rivoluzionarie.

Tadini era un oculista, e si era specializzato nella rimozione ambulatoriale della cataratta; il 10 luglio, nel ridotto del Carlo Felice affollato da medici, giornalisti e curiosi, eseguì un intervento su tal Carlo Gandolfo, portinaio del Monastero delle Turchine,  reso praticamente cieco appunto dalla cataratta.
Sdraiato il paziente su un lettino il medico, nel silenzio tombale degli astanti praticò la prima incisione all’occhio destro, e il Galdolfo urlò.

Un urlo raccapricciante, altissimo, che si andò a mescolare ai fantasmi degli altri acuti di ben diverso stampo e tono a cui erano abituati gli stucchi e i velluti del Carlo Felice, e che si udì sin in piazza De Ferrari.

In ogni caso la”Gazzetta di Genova” il 14 luglio scrisse che “l’operazione fu coronata dal più felice successo, l’ammalato avendo subito veduto e nominato i diversi oggetti che gli furono presentati. L’illustre oculista è tuttora a Genova, perciò i ciechi e quelli affetti da malattia agli occhi che vorranno consultarlo, potranno portarsi all’albergo “Piccolo Parigi”, piazza San Siro 777, ov’egli è alloggiato.”

In quanti vi andarono, non è dato saperlo.

Altra storia particolare, raccontata stavolta dal “Caffaro”, accadde al Maestro Pietro Mascagni quando nel 1905 diresse al Carlo Felice la sua opera “Amica”.

Oggi, quando si assegna un riconoscimento a qualche esponente dell’arte e della cultura, le cose si fanno in grande: comunicati stampa, conferenze, interviste, servizi televisivi, foto, titoli sui giornali, alleluia collettivi che celebrano pubblicamente l’avvenimento.

Allora era diverso.

Accadde infatti che durante il primo atto dell’”Amica” il Mascagni, intento a dirigere nella penombra orchestra e cantanti, si sentì toccare il sedere da una mano: rimase impassibile.

Il palpeggio si fece più insistente, anzi, la mano iniziò a frugargli insistentemente nella tasca posteriore dei pantaloni; il Maestro, gran professionista, senza potersi né girare né interrompere, si limitò ad agitare un po’ più veloce la bacchetta trasformando un adagio in allegretto.

Solo durante l’intervallo scoprì che il palpeggiatore era l’impresario del Carlo Felice, Daniele Chiarella, che gli aveva voluto donare a nome dei Genovesi una grande e preziosa medaglia d’oro: però aveva voluto farlo con estrema, modesta e pudica discrezione.   
 
(c) Mitì Vigliero

Sacri Maiali Invadenti

di Placida Signora - 18 Febbraio 2008

Una storia genovese

 Sant’Antonio Abate, protettore di norcini e animali domestici, invocato come guaritore di terribili malattie - quale appunto il Fuoco di Sant’Antonio (herpes zoster), che veniva curato con segnature di sugna - è quasi sempre raffigurato con un maialino vicino.

I suoi seguaci, frati Antoniani e Lerinesi, avevano in Europa il privilegio di possedere suini che venivano nutriti a spese delle comunità e potevano circolare liberi per le strade di paesi e città; appeso a un orecchio appositamente forato, portavano un campanellino che li distingueva come animali sacri - al pari delle mucche indiane - da trattarsi con estremo rispetto.

A Genova l’abbazia di Sant’Antonio si trovava in via Prè (dal 1184, e vi rimase sino alla fine dell’Ottocento) e aveva a fianco un ospedale ove venivano ricoverati i malati di herpes; ovviamente anche nella Superba i frati potevano “tener mandra di porchi” e quindi tutta la zona pullulava di maiali che zompettavano tranquilli negli strettissimi vicoli, protetti dal campanellino che ne indicava la “protezione celeste” e conferiva loro non solo immunità, ma pure libero ingresso in orti, giardini, cortili, e persino case “de la zente per bene“.

I genovesi tolleravano abbastanza bene quelle irsute e ingombranti creature soprattutto perché, essendo onnivore e mangiando appunto come porci, tenevano pulite le strade eliminando le tonnellate di rumenta che quotidianamente venivano lanciate dalle finestre o abbandonate negli angoli delle vie; oltretutto, chi avesse osato torcere loro una sola setola, sarebbe stato condannato immediatamente dal Senato a severissime pene.

Ma poiché i maiali - anche se benedetti - sono estremamente prolifici, la situazione andò poco per volta degenerando: nel 1400 orde grufolanti e dal pessimo carattere intasavano il Superbo centro storico, impedendo materialmente la circolazione dei cittadini.

Fu così che i Padri del Comune genovese si videro costretti ad emanare delle severe “grida” in cui ingiungevano ai monaci di non far vagare liberi più di tre scrofe, un verro e venti porcellini; in caso contrario, “considerando il Serenissimo Senato quanto sia indecente il permettere vadino a girare per le vie li porchi, dichiara che sarà lecito a chiunque di prenderli et ammazzarli“.

Mentre dalle case genovesi si diffondeva il profumo di luganeghe, sanguinacci, cotechini e minestroni con le cotiche, i frati invocarono l’intervento di Papa Leone X il quale fece annullare le grida. 

I suini ripresero perciò possesso delle strade ed essendo innumerevoli e perennemente affamati, iniziarono ad attaccare i passanti ferendone moltissimi, ma rimanendo tabù sino a quando uno di loro non ebbe la pessima idea di caricare e mandare quasi all’altro mondo un membro d’una nobilissima famiglia imparentata con lo stesso Leone.

Da qui il finale compromesso: eliminazione fisica dei sacri porci deambulanti, permesso di tenere solo un paio di scrofe e un verro barricati però in convento, tutto ciò in cambio di un’indennità annua ammontante a 172 lire genovesi (un pacchettino di milioni odierni) che i Padri del Comune vennero obbligati a sborsare, quale risarcimento morale, ai frati orbati dei loro amatissimi porcellini.

©Mitì Vigliero

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