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Come nascono i nomi dei paesi

di Placida Signora - 8 Agosto 2008

I toponimi un po’ strani che caratterizzano i paesi italiani, hanno quasi tutti origini precise.

Alcuni nascono semplicemente da caratteristiche faunistiche; ad esempio le due Anguillara (una in provincia di Roma, l’altra di Padova), significano come si sa “luoghi ricchi d’anguille”, così come l’isola Asinara già nel XII sec. era chiamata dagli arabi “gazirat ‘umm ‘alhimār isola madre degli asini che lì vivevano selvatici. 

Bovolone (VR) deriva dal latino “bovolonis”, terra delle rane; infatti era una malsana palude prima di venir bonificata dai romani mentre Torre le Nocelle (AV) è ricca di nocciole: non per nulla c’è una sede della Ferrero nutellesca.

Ma spesso i nomi vengono originati da errori dati da storpiature lessicali: Golfo Aranci (SS) in realtà sarebbe Golfo Li Ranci (Golfo dei granchi) ma i piemontesi, al tempo del Regno sabaudo, non masticavano né comprendevano bene la “limba” sarda…

E sulle pendici dell’Etna c’e’ Trecastagni, ma i castagni non c’entrano niente: il nome significa “tre casti agni“, cioe’ agnelli, e si riferisce ai tre santi fratelli Alfio, Cirino e Filadelfo, tuttora venerati nel santuario a loro dedicato.

Infatti molti paesi prendono il nome da personaggi famosi lì nati o residenti; in provincia di Avellino troviamo sia Gesualdo, perché venne a viverci il principe Carlo Gesualdo in ritiro, dopo aver ammazzato la moglie Maria D’Avalos e lì, ispirato, inventò i madrigali, sia Morra De Sanctis che prima era Morra Irpina, ma in seguito prese il “cognome” di Francesco De Sanctis.

In zona Arcole, vicino a Verona, luoghi di battaglie bonapartiste, c’è Desmontà che dicono ricordi appunto Napoleone sceso (desmontà in dialetto piemontese) da cavallo in quel luogo.

Ultimo in ordine di tempo, in tema di omaggi a personaggi celebri, è stato Porto Empedocle che nel 2003, in onore del “figlio” Camilleri, affiancò al nome originale quello di Vigata, inesistente luogo d’azione del commissario Montalbano

A volte invece è il fato a battezzare i paesi.

Alluvioni Cambiò (AL) un tempo si chiamava Sparvara ed era un fiorente borgo medioevale posto sulla sponda sinistra del Po; ma una notte buia e tempestosa il fiume ruppe gli argini, facendo strage di case e persone. Non solo, ma quando il giorno dopo i superstiti si guardarono attorno, si accorsero con stupore di essere finiti sulla sponda destra; il Po aveva cambiato corso. Così gli alluvionati decisero, in perenne ricordo del fatto, di ribattezzare il loro paese.

Altre volte il cambio avviene per scaramanzia degli abitanti, come quelli di Malpasso (CT) che dopo un’eruzione etnea (1669) e un terremoto (1693) che distrussero completamente il paese, durante la ricostruzione decisero di mutare il nome il un più beneaugurante Belpasso.

Infine, sempre a proposito di nomi variati, interessante è l’esempio di Poggiridenti (Sondrio) che ha questo nome dal 1929. Prima si chiamava Pendolasco, cambiato in periodo fascista con la motivazione “che il nome di Pendolasco si presta a interpretazioni sconvenienti in contrasto con la sana giovinezza del paese…”

©Mitì Vigliero

Altri nomi curiosi li trovate nell’altra mia casa :-)

E ora aggiungo i vostri:

Nessuno: Ti segnalo che tra gli errori dei Sabaudi in Sardegna vi è anche l’isola di Mal di Ventre poco distante da Oristano. In principio era Maluentu ovvero Vento cattivo per via del fatto che i Saraceni si nascondevano dietro l’isola in attesa del vento favorevole a portare attacchi veloci e quindi il vento che soffiava da lì non portava mai nulla di buono.

Luca: noi qui (Liguria) abbiamo Lavagna che è tutto un dire (per via delle cave di ardesia, NdPS’)

Alianorah: Dalle mie parti c’è Strangolagalli. Si dice che il suo nome derivi da una storpiatura dei termini “strongylos” e “wall”, cioè “palizzata circolare”, in quanto un tempo il paese era fortificata in questo modo (fonte Wikipedia).

Marea di luce: Il mio paese natio (oggi Cleto) nel Trecento prese il nome di Pietramala, perché sorge attaccato ad una roccia, “pietra dura”, inaccessibile per pirati e predatori.
Ma una leggenda narra che il nome Pietramala fu voluto da un vescovo che per salire in paese si ruppe una gamba ;) La cosa curiosa è che a pochi kilometri sorge un altro di paesino, Belmonte, che prendeva il nome dal monticello verde su cui sorgeva l’antico castello.
Proseguendo lungo la costa, arriva poi Fiumefreddo, anche qui l’origine del nome è palese.

Perché si dice: Calma e gesso

di Placida Signora - 4 Agosto 2008

Modo di dire usato - di solito in situazioni d’emergenza - come esortazione a non perdere la calma,  a non agitarsi dando fuori di matto ma valutando con raziocinio ed equilibrio gli accadimenti onde potere agire nel miglior modo possibile.

Calma e gesso” ha origine dal gioco del biliardo.

I giocatori, infatti, prima di compiere un tiro particolarmente complesso, sono capaci a restare fermi, in silenzio e ritti in piedi per lungo tempo fissando le biglie e, contemporaneamente, strofinando in continuazione la punta della stecca con un cubetto di gesso.

Il gesso serve a uniformare la punta della stecca e rendere quindi più preciso il colpo; la manovra d’ingessamento serve soprattutto a concentrarsi e a studiare bene sia la posizione delle biglie sia il conseguente tipo del futuro colpo.

Conoscete altri modi di dire o proverbi dal significato simile?

Alianorah e Skip: La calma è la virtù dei forti

Roger: Calma proverbiale e qui

Graziella: E cose fète de spréscia i vègnan ma’ (le cose fatte di fretta vengono male).

MaxG: La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Macabro, ma rende l’idea di quanto la mancanza di calma possa essere deleteria.

John: A bocce ferma se fa i conti.

Perché si dice: Contare le Pecore

di Placida Signora - 14 Luglio 2008

Nella raccolta di novelle del XIII sec. chiamata, appunto, Novellino, si racconta che Ezzelino III da Romano detto Il Terribile, soffrendo gravemente di insonnia, avesse assunto un Novellatore personale per intrattenerlo durante le notti in bianco, narrandogli storie.

Il Novellatore però, al contrario del padrone, aveva sempre un sonno tremendo; così una sera gli raccontò di un pastore che, col suo grande gregge, si trovava sulla riva di un fiume.

Dovendo portare il gregge sulla sponda opposta, si servì di un traghettatore e di una piccolissima barchetta che poteva contenere solo una pecora alla volta.

Il traghettatore caricò la prima pecora e a portò sull’altra sponda.
Tornò indietro, caricò la seconda pecora e la scaricò.
Ritornò indietro, caricò la terza pecora

All’improvviso il novellatore, tacque.

Ezzelino spazientito lo sollecitò a continuare la storia; ma lui serissimo rispose: “Signore, dobbiamo prima farle passare tutte!”. 

Il Terribile si mise miracolosamente a ridere, e per quella notte il Novellatore poté finalmente addormentarsi ad un’ora decente. 

© Mitì Vigliero

E voi conoscete altri metodi naturali per favorire il sonno?

Regi: Veramente io faccio una cosa stupida ma che spesso funziona, perchè svuota la mente: rincorro i numeri del sudoku. Se ho fortuna, dopo un quarto d’ora cala la palpebra. Sennò se ne ricomincia un altro, tanto sono tutti uguali.

Viadellaviola: io provo a studiare a letto…e funziona! nel senso che il sonno arriva subito!

Mimosafiorita: Ho sempre un libro sul comodino, in questo periodo sto rileggendo Henning Mankell, e generalmente alla sesta pagina mi cade il libro in faccia, lo butto a terra e continuo il mio sonno.

ZiaPaperina: Io ho un metodo infallibile per addormentarmi; trascorrere la serata con mia cognata e sentirla parlare ininterrottamente di gossip, Vip, cosmetici e moda. ….oppure leggere qualche blog scritto da donne-clone di mia cognata.

Cristina: Un poco di latte tiepido/caldo, poi inizio a parlare con Gesù e mentre gli racconto le ultimissime, mi addormento come un ghiro!

Alianorah: Io invento storie fantastiche, in cui loro si amano ma al momento di dirselo non sanno come fare. E stanno lì a costruire dialoghi e mentre parlano mi addormento. P.S. Non posso contare le pecore: quando ci provo, inciampano sempre nella staccionata, cadono e mi tengono sveglia.

Roger: la tv è per me un potente sonnifero, specie quella estiva…

Tittieco: Due cose fondamentali per me: Camera nella semioscurità e Finestra un poco aperta (uno spiraglio in inverno, ovviamente). Mi addormento come una “pupetta”

 

Di mogli ubriache e di piedi in due scarpe

di Placida Signora - 17 Giugno 2008

Perché si dice:

Volere la botte piena e la moglie ubriaca.

Si tratta di una frase proverbiale riportata da Federico De Roberto nel nono capitolo de I Vicerè.

Riferito a chi vorrebbe approfittare di due situazioni opposte e incompatibili

Letteralmente:
da una parte, avere una moglie ubriaca al punto tale di essere incosciente e quindi ignara degli spostamenti e delle azioni non proprio lecitissime e corrette del marito.
Dall’altra non volere essere in nessun modo danneggiato dalla perdita del vino, facendolo magari ri-acquistare da qualun altro.

Metaforicamente il modo di dire definisce quelle persone che tendono a servirsi e approfittarsi senza scrupoli degli altri, pretendendo pure che gli altri siano contenti.

Tenere i piedi in due scarpe

Narra la leggenda che una giovane avventuriera graziosa d’aspetto e ammaliante  nei comportamenti, si recò da un calzolaio e mostrandosi indecisa nella scelta fra due paia di scarpe diverse da acquistare, per vedere quale fosse più comoda chiese - sbattendo i ciglioni -  di poter fare prima dell’acquisto un piccolo giro di prova indossandone una al piede destro e una al sinistro.

Il calzolaio fiducioso e completamente rintontìto permise il “giro di prova” che -ahilui- durò un mese.

E visto che nessuno avrebbe mai comprato una scarpa destra e una sinistra di foggia diversa , fu poi obbligato a vendere alla furbastra - tornata raccontando come giustificazione una storia  fantasiosa ma in compenso assai lacrimosa - le due scarpe rimaste a un prezzo decisamente misero.

Il modo di dire (conosciuto anche come “tenere i piedi in due staffe“, e riferito stavolta a un fabbro) viene usato per indicare qualcuno che - basandosi sul suo fascino e  per mero e calcolato interesse - usa due situazioni, due persone, due atmosfere diverse e spesso opposte sperando di ottenere da almeno una delle due dei benefici personali.

E di solito ci riesce.

©Mitì Vigliero

Perché si dice: Passare un brutto quarto d’ora

di Placida Signora - 11 Giugno 2008

Il modo di dire esatto e completo, ma ormai dimenticato, sarebbe “Passare il quarto d’ora di Rabelais“; si riferisce ad un’avventura che pare sia capitata al celebre scrittore francese  entro la prima metà del ‘500.

Si trovava a Lione, completamente senza soldi e con due problemi; trovare un posto dove dormire e mangiare e  il modo per tornare a Parigi, il tutto ”a gratis“.

L’idea gli venne, e gli parve geniale: si basava tutta sulla sua grande amicizia col Re di Francia, Francesco I, suo massimo estimatore. 

Andò quindi nel migliore albergo di Lione, trattenendosi parecchi giorni e rifocillandosi in modo decisamente pantagruelico , ma tenendo sin dall’inizio un comportamento assai misterioso, strano ed ambiguo; l’albergatore iniziò a nutrire sospetti sempre più grandi su di lui, e Rabelais decise che fosse arrivato il momento di agire.

Una mattina seminò per la stanza tanti minuscoli pacchettini contenenti una polverina bianca (altro non era che zucchero), con su scritto a chiarissime lettere “Veleno per il Re“, “Veleno per la Regina“, “Veleno per il Principino” ecc. ecc., e poi uscì dall’abergo.

Ritornando dopo alcune ore vide che - come previsto dal suo piano - l’albergatore era entrato nella sua camera per frugare fra le sue cose e, trovati i pacchettini minacciosi, aveva immediatamente avvisato i gendarmi.

Erano tempi, quelli, in cui pullulavano congiure e attentati contro i Reali e i potenti in genere; quindi Rabelais venne subito arrestato come “sospetto regicida” e condotto sotto scorta a Parigi, per esser processato per direttissima al cospetto del Sovrano.

In tal modo Rabelais non pagò né l’albergo né il viaggio di ritorno.

Una volta giunto nella capitale, nella prigione del Palazzo Reale, raccontò finalmente tutta la sua “macchinazione” ai giudici, dicendo loro di avvisare il suo amico Re che di certo - divertito come al solito dal suo geniale umorismo -avrebbe dato immediato ordine di liberarlo.

Francesco I ascoltò tutta la storia riportata dai giudici ed effettivamente si divertì moltissimo ma, prima di andare a prelevare personalmente l’amico, lo fece aspettare per un lungo quarto d’ora, circondato e minacciato da guardie feroci che gli facevan credere che il Re non solo non l’aveva mai sentito nominare, ma che l’avrebbe condannato a morte come monito a tutti gli attentatori di Altezze Reali.

Passato il brutto quarto d’ora, Francesco lo liberò e gli pagò persino il conto dell’albergo di Lione.

Sì certo: sarebbe stato tutto molto più semplice se Rabelais avesse mandato subito da Lione un bigliettino al Re chiedendogli aiuto economico: ma vuoi mettere il divertimento?  

©Mitì Vigliero  

E voi avete mai passato un brutto quarto d’ora?

Tittieco: il mio “Brutto quarto d’ora ” lo passai una quindicina di anni fa, quando rimasi chiusa nell’ascensore del condominio di una amica nel mese di agosto !

Marea di Luce: Il più brutto quarto d’ora della mia vita l’ho passato ad aspettare un’ambulanza. Senza entrare nei dettagli dico soltanto che quando entra in scena la salute, siano essi cinque minuti o mezzora, si tratta sempre di istanti che non scorderai mai più.

Beppe: Bloccato in un’ovovia ad alta quota, in mezzo a una tormenta di neve e circondato da ragazze completamente isteriche.

Rosy: Sono stata “dimenticata” in una cabina medica quasi nuda, spalmata di una pomata e avvolta in quella carta trasparente che si usa per gli alimenti. A dire la verità è durata più di un quarto d’ora perchè se n’erano andati tutti in pausa chiudendo lo studio.

MimosaFiorita: Chiusa dentro casa, con la chiave inserita nella serratura della porta blindata, che non voleva piu’ uscire, e non e’ uscita, ho dovuto chiamare il fabbro che ha smontato la serratura,e rovinato la porta.

Luca: finito con la macchina in una fascia sotto la strada con il fiume 200 metri subito sotto, una clavicola rotta, la macchina sul bordo…… poi quando abbiamo incendiato le fasce di mia zia, poi parecchi per la salute del babbo, qualcuno a scuola e uno a militare quando volevano ingabbiarmi
Update: Sai che mi è venuto in mente il brutto quarto d’ora della mia vita?
14 agosto ore 11.30 (1987 mi pare) rapina al banco di chiavari, il nostro negozio è praticamente davanti , fuga dei banditi sparatoria centinaia di persone che scappano dentro al negozio, io e mio fratello che chiudiamo di corsa le serrande e ci barrichiamo dentro e il crepitare delle armi anche dietro al cortile del negozio gente in preda a crisi di panico chiuse dentro ai bagni che non volevano aprire la porta gente in laboratorio in magazzino……nel frattempo la mia macchina faceva scudo alla polizia durante la sparatoria…. e io fino a 5 minuti prima ero proprio li

ZiaPaperina: Quello passato fuori dalla chiesa ad aspettare il futuro marito che aveva forato una gomma

Antar: La volta che, per una cazzata fatta con la macchina [scusa il termine, ma quanno ce vo' ce vo'] a momenti ammazzo un ragazzo che stava andando a sostenere l’esame da istruttore di tennis e rovino l’AmoreMio. Io illeso [come sempre], macchine distrutte e io che volevo trovare il tasto per riavvolgere il nastro.

Anna: Persa nella nebbia a Campo Imperatore, dopo aver fatto solo qualche decina di metri a piedi, appena uscita dall’ostello, per fumare…Non riuscivo a orientarmi più , non vedevo nulla se non una nuvola bianca intorno a me, terribile!

Lalla28: …brutti quarti d’ora?…tanti, e il più delle volte si susseguono fino a diventare brutti periodi,però si va avanti prendendo la forza dai quarti d’ora belli!

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