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Perché si Dice: Le Ginocchia/Gambe mi fan Giacomo Giacomo

di Placida Signora - 25 luglio 2011

Tutto parte dalla parola  “giacca”, in francese chiamata jacque o, popolarmente, jaco.

Essa era una specia di armatura molto primitiva, molto corta e fatta di lana ruvida e fili di ferro intrecciati che i contadini francesi indossarono durante le rivolte dette “Jacquerie”.

Jacques Bonhomme era il soprannome dispregiativo che i nobili diedero a Guillaume Caillet, leggendario capo della prima sollevazione degli agricoli avvenuta nel Nord della Francia nel 1358.

Quei disgraziati contadini  marciavano contro i signori proprietari terrieri, che li attendevano allo scontro bardati e difesi da complete armature ben più forti e resistenti di quelle loro giacchette sottili.

Di sicuro più di un rivoltoso non era affatto tranquillo in quei momenti; ed essendo assolutamente cosciente di non essere ben protetto dal suo misero e fragile jaco, gli tremavano le gambe o le ginocchia per la paura.

Altri invece sostengono che il modo di dire si riferisca ai pellegrini che a piedi intraprendevano il Cammino di Santiago di Compostela.

Talmente stremati e stanchi che, alla fine di quel viaggio, le loro gambe erano malferme, tremolanti: supplicavano quiete e grazia da quel San Giacomo che erano andati a venerare.

Sta solo a voi scegliere la versione che più vi piace.

© Mitì Vigliero

Perché a Napoli il Pitale si Dice “Zi’ Peppo” – Storia di Sovrani e Vasini da Notte

di Placida Signora - 14 luglio 2011

(Venditore di canteri)

 

Ferdinando di Borbone non è  certo passato alla storia per l’eleganza di comportamento; divenuto re a 8 anni, come istitutore ebbe lo zio Domenico Cattaneo Principe di San Nicandro, che le affettuose cronache dell’epoca descrivono “ignorante, incapace, ipocrita, gretto e vizioso”.

In realtà il San Nicandro, essendo un nobile-contadino, si limitò ad educare il nipotino insegnandogli  più la pesca e la caccia che l’etichetta di corte (che manco lui conosceva) facendolo, in compenso, divertire come un pazzo.

Fatto sta che la storia è piena di aneddoti più o meno veri riguardanti la presunta poca urbanità del Sovrano.

Ad esempio si dice che, quando assisteva agli spettacoli dal  palco reale del San Carlo, si facesse portare enormi piatti di spaghetti al pomodoro che mangiava con le mani cacciandoseli dall’alto nella bocca spalancata, stile Totò in “Miseria e Nobiltà” e che poi  pulisse le suddette mani sfregandole sulle giacche dei suoi dignitari.

E dicono anche che ricevesse gli ospiti stando seduto sul “càntero” (vaso da notte), da allora a Napoli detto anche Zi’ Peppo e a Roma Zi’ Peppe (dove zi’sta per “signor”).

La spiegazione di questo soprannome è raccontata da Renato Ribaud nel suo piacevolissimo “Tradizioni Popolari Napoletane” (ed. Gallina).

17 anni Ferdinando aveva sposato -per ragioni di Stato- Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria.

Poco dopo le nozze, andò a trovarli a Napoli l’austero e serissimo fratello di Carolina, Giuseppe, futuro imperatore d’Asburgo e Lorena, il quale portò in dono al cognato – sospetto con una punta di malignità – un lussuoso vaso da notte austriaco così descritto:

Racchiuso in lignee colonne con ante che si aprivano al di sotto di un capitello in stile barocco su cui venivano sistemate in bella mostra delle piante dalle cascanti foglie.

Ferdinando – risospetto per scambio di malignità – si mostrò così entusiasta del dono che in onore del cognato lo battezzò immediatamente “Zi’ Peppo” (diminutivo di Giuseppe) e lo pose trionfalmente nella Sala Ambasciatori del suo appartamento privato.

Ecco una lettera che il Peppo (cognato) scrisse in quei gorni alla madre:

Iersera, dopo cena, Maria Carolina cantava al clavicembalo mentre, in un altra stanza Ferdinando ci pregò di tenergli compagnia, mentre stava seduto sul vaso. Lo trovai già con i calzoni calati, circondato da cinque o sei valletti, ciambellani ed altri.
Facemmo conversazione per più di mezz’ora, e pensavo che egli sarebbe stato ancora lì, quando una terribile puzza ci convinse che era tutto finito. Non mancò di darci tutti i dettagli e voleva perfino mostrarceli; poi, senza tanti complimenti, coi calzoni calati e col puzzolente vaso in mano, corse dietro a due dei suoi gentiluomini, che se la squagliarono. Io me ne andai tranquillamente da mia sorella
“.

E lo storico Ignazio Nigrelli raccontò un’altra storia di cànteri, per la quale invece ‘o Re non si divertì affatto.

Nel 1820 fu obbligato, assieme alla consorte, ad un lungo e faticoso viaggio in carrozza nell’entroterra siciliano, territorio pieno di repubblicani che lo odiavano.

Arrivato a Caltagirone, le Autorità consegnarono pubblicamente e solennemente alla coppia reale un dono di artigianato locale: due enormi e vistosissimi zi’ peppi.

E Ferdinando -dopo aver ringraziato a denti strettissimi- in privato s’imbufalì scrivendo “Questi perfidi repubblicani due càntari m’hanno donato!” – avendo colto perfettamente il sottile e trasversale messaggio d’invito: “ ‘O Re, ma va’ a…”

©Mitì Vigliero

QUI un video sul Museo dell’Orinal a Ciudad Rodrigo (Salamanca)

 

Perché si Dice: Essere un Gigione

di Placida Signora - 8 luglio 2011

Voce tipica del linguaggio teatrale, indicava all’inizio un artista di poco valore, ma di grande arroganzaspocchia.

Deriva dal nome di un personaggio inventato e interpretato dal celebre comico milanese Edoardo Francavilla (1846-1915).

Gigione (el Gigiun) era un cantante totalmente privo di talento, ma convinto di essere bravissimo e che  dava la colpa del suo scarso successo ad invidie altrui o a misteriosi complotti di nemici.

Tentava di rimediare alla scarsezza di voce e allo scarso talento “gigioneggiando“, ossia usando vari artifizi; smorfie, versi, abbigliamento eccentrico, urla, ammiccamenti, gestualità isterica, pose innaturali.

Provava in ogni modo a farsi notare soprattutto dai potenti del suo ambiente, cercando disperatamente di rendersi simpatico adulando chi gli conveniva e trattando sgarbatamente chi pensava non potesse essergli utile.

Ma soprattutto “sgomitava” come un matto pur di mettersi al centro dell’attenzione, finendo sempre in ogni caso per fare figure assolutamente ridicole.

Oggi il termine Gigione pare essere passato di moda; in compenso i Gigioni d’ambo i sessi imperversano ovunque, non solo a Teatro.

 

© Mitì Vigliero

 

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Toccaferro in Pillole – Noce e Noci: Sesso, Streghe e Soldi

di Placida Signora - 7 luglio 2011

Nella Roma del tempo di Catullo le noci, grazie alla loro forma che ricorda anatomici attributi maschili, simboleggiavano virilità e forza proliferatrice (infatti erano dette Jovis glans, le “ghiande di Giove”) ed erano considerate afrodisiache, tanto che durante i banchetti di nozze venivano distribuite come oggi i confetti, da consumare con apposite focaccine: per questo si dice “Pane e noci, mangiare da sposi”.

Nel Medioevo invece, forse per punizione della sensuale nomea, il noce venne ritenuto il pericoloso “albero della notte“, sotto le cui fronde si radunavano spiriti maligni di ogni tipo;  famoso era  il “Noce di Benevento” ove si diceva che la vigilia della festa del Battista (24 giugno) si radunassero tutte le streghe italiane per un Sabba infernale.

E per colpa di quelle cattive compagnie, in Sicilia si pensa che dormire sotto un noce  faccia risvegliare storpi; in Calabria con l’emicrania, nelle Marche con la febbre.

In realtà l’unico pericolo possono essere i fulmini; è un albero talmente bello, alto e maestoso, che spesso purtroppo li attira.

Invece i frutti di questo meraviglioso albero sono sempre di buon augurio: l’unico avvertimento è mangiarne pochi – sono ipernutrienti e possono risultare pesanti – e sempre in numero dispari.

Tre noci mangiate a Capodanno mentre scocca la mezzanotte portano ricchezze; mescolate ad altri cibi infondono coraggio in ogni campo e il liquore ottenuto dai malli, il celeberrimo nocino, avrà virtù magiche solo però se le noci saranno state raccolte tra il 23 e il 24 di giugno, giorni dedicati a San Giovanni.

In Liguria le noci sono simbolo di prosperità e benessere economico tanto che le mance e le gratifiche date a Natale venivano dette “dinâ da nöxe“, denaro della noce

© Mitì Vigliero

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Perché si Dice: “La Bellezza dell’Asino” e “A tutta birra”

di Placida Signora - 16 giugno 2011

Metto insieme questi due modi di dire innanzitutto perché entrambi sono frutto di corruzioni linguistiche dovute al passaggio da una lingua all’altra; in questo caso, dal francese all’italiano.
E poi perché ambedue, curiosamente, parlano di equini.

La bellezza dell’asino definisce in modo scherzoso una bellezza snella e luminosa,  dovuta però esclusivamente alla giovane età e destinata quindi a svanire presto.

Cosa c’entri l’asino con la giovinezza pare abbia questa spiegazione; la frase originaria è sempre francese, La beauté de l’âge: la bellezza dell’età.

Ma l’età francese (âge) è stata storpiata (quando, non si sa; come, probabilmente per un iniziale refuso scritto) in âne, che in italiano è l‘asino.

Invece A tutta birra, che significa “assai velocemente”, pare derivi dalla locuzione francese à toute bride, letteralmente “a briglia sciolta“, ossia al galoppo.

Solo che la parola bride (briglia) è stata compresa dai nostri avi come birra, e quindi birra è rimasta sino a noi.

© Mitì Vigliero

 

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