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Perché i Genovesi Dicono: “U Lommellìn l’ha avèrtu u pòrtego!”

di Placida Signora - 24 gennaio 2012

I genovesi, quando finalmente arriva una notizia attesa, o accade qualcosa di inaspettato, oppure quando succede un fatto  particolarmente importante che però non dà i risultati sperati, esclamano: “U Lommellìn l’ha avèrtu u pòrtego!” (Il Lomellini ha aperto il portone).

Il pòrtego è quello  di Palazzo Ducale che, essendo l’antica sede del Doge e del Governo, ha sopportato secoli d’assalti furibondi; tutte le volte che qualcosa non andava a qualcuno, questo andava lì e cercava di sfondarlo.

E il modo di dire si riferisce proprio a un  terribile assalto alle ducali porte che avvenne il 14 gennaio del 1747; pochi giorni prima, Balilla aveva lanciato il sasso dando vita alla rivolta di liberazione dallo straniero.

Il Senato dei Nobili era da allora barricato nel Palazzo, cercando di metter su un nuovo governo indipendente dallo straniero Austriaco, finanziato in compenso dallo straniero Francese.

Così i genovesi si riunirono nell’allora Piazza Nuova (oggi Piazza Matteotti) accusando i nobili di tradimento, urlando, insultando, lanciando sassi e rumenta e infine trascinando un cannone davanti alle immense porte sbarrate, minacciando di farle saltare.

Ad un tratto queste si schiusero e uscì Giacomo Lomellini.

- “U Lommellìn l’ha avèrtu u pòrtego!” esclamò la folla mentre costui urlava:
-“Non distruggerete il Palazzo senza avermi prima buttato per aria dopo avermi fatto a pezzi: giuro che i nobili non hanno tradito la democratica libertà di Genova!”.

Il popolo democratico, colpito dal coraggio del nobile, si calmò e i capi della rivolta vennero democraticamente impiccati.

© Mitì Vigliero

Perché si Dice: “Anno Bisestile” e “Anno Bisesto Anno Funesto”

di Placida Signora - 15 dicembre 2011

© Mitì Vigliero

Per la Serie “I Grandi Misteri”: perché ogni 4 anni esatti ci ritroviamo un febbraio composto da 29 giorni e parliamo di anno bisesto?

Tutta colpa delle varie riforme del Calendario Romano, talmente complicate da costituire una vera jattura per chi tenti di spiegarle chiaramente, concisamente e senza possibilmente andare in tilt.

Ci provo.

Allora…

Nel 46 aC Giulio Cesare decise di riformare il vecchio Calendario Numano (da re Numa), che si basava sull’anno lunare e aveva solo 344 giorni.

Grazie alla consulenza dell’astrologo Sosigene, nacque il Calendario Giuliano (da Giulio Cesare) basato sull’anno solare con una media di giorni 365 più 1/4; ma poiché per gli usi civili serviva un anno con un numero intero di giorni, Cesare decretò di eliminare quella frazione (il 1/4) e di recuperarla come giornata intera ogni 4 anni inserendo la ripetizione del sesto giorno prima delle calende di marzo: Bis sextus dies ante calendas martias.

Quel bis sextus quindi divenne il nostro bisesto.

Travagliati calcoli stabilirono che gli anni bisestili fossero scelti fra quelli divisibili per 100 e il giorno in più si decise di aggiungerlo a febbraio, che allora aveva normalmente 29 giorni e così ogni 4 anni arrivava a 30 (gli altri mesi erano o di 30 o di 31 giorni, come ora)

Però, quando Augusto divenne imperatore, visto che il Giulio Cesare si era autodedicato  un mese di ben 31 giorni (luglio/Julius), per non essere da meno decise di accaparrarsi agosto (Augustus).

Ma dato che agosto aveva solo 30 giorni, in nome della par condicio gliene aggiunse unotogliendolo a febbraio che rimase solo con 28 giorni (come è ora) o 29 quando era bisesto.

Col passare dei secoli, questo calendario civile dimostrò di non andare d’accordo col calendario solare perché Madre Natura, infischiandosene dei Potenti terrestri, continuava imperterrita a regolare a modo suo stagioni, albe, tramonti e il tempo in genere tanto che nel 1582 furono ben 10 i giorni in più che differenziavano i due calendari.

Fu così che Papa Gregorio XIII volle una nuova riforma: nel suo Calendario Gregoriano soppresse di botto i 10 giorni in eccesso facendo seguire al 4 ottobre di quell’anno (era un giovedì) subito il 15 ottobre (venerdì), non alterando così i giorni della settimana, ma permettendo in tal modo di riportare la data dell’equinozio di primavera al 21 marzo, ristabilendo quindi il ciclo delle stagioni in modo concorde sia nel calendario civile che in quello solare.

E perché in futuro non si verificassero nuovi disaccordi di date,  stabilì di considerare bisestili solo gli anni divisibili per 400.

Per la cronaca, anche il 2012 sarà bisesto.

E arriviamo al perché si dice “Anno Bisesto, anno funesto“.

Se la storia del 29 febbraio è abbastanza astrusa, decisamente arcana è la ricerca dell’origine esatta dell’infausta nomea.

Infatti pare proprio che non sia possibile rintracciare un autore preciso del motto anno bisesto ecc. e che questa sia  una credenza popolare esclusiva delle culture di base latina.

Secondo alcuni, la malafama del bisesto deriverebbe dal fatto che febbraio era dagli antichi romani vissuto come un mese molto poco allegro: era il Mensis Feralis, il mese dei morti, quasi completamente dedicato a riti per i defunti e a cerimonie di costrizione e purificazione poiché, secondo il calendario arcaico attribuito a Romolo, si trattava dell’ultimo mese prima del nuovo anno, che nasceva a marzo.

A fine febbraio si tenevano le Feralia , celebrazioni solenni in onore dei dipartiti; poi c’erano le Terminalia, dedicate a Termine dio dei Confini, e infine le Equirie , gare di corsa nel Campo di Marte attraverso 12 porte (come il numero dei segni zodiacali) per 7 giri (come il numero degli antichi pianeti).

Queste gare erano il simbolo della conclusione di un ciclo cosmico, quindi simbolo di morte e di fine; e per tutte le culture il passaggio dal Vecchio (conosciuto) al Nuovo (sconosciuto) è sempre cosa inquietante.

Uno dei pochi uomini di cultura che mise nero su bianco la sua opinione sugli anni bisestili, fomentando l’inquietudine e la paura, fu nel XV sec. il medicoMichele Savonarola, tipetto lugubre e geremiante, degno nonno di Gerolamo.

Egli affermò che i bisesti erano nefasti per greggi e vegetazioni; che portavano impennate di epidemie malariche e che erano controindicati per tutto ciò che riguardava l’acqua: quindi niente bagni e cure termali, ma soprattutto attenzione a funestanti diluvi e alluvioni.

E altri Colti Allegroni par suo, nel tempo fecero notare come i bisesti fossero anche forieri di fenomeni sismici, tirando in ballo la coincidenza dei  terremoti di Messina, Belice, Friuli, Armenia, avvenuti tutti in anni bisestili.

In realtà l’anno bisestile è considerato funesto solo perché, sin dai primordi delle civiltà, tutte le cose anomale rispetto alla norma (come eclissi, comete, capelli rossi, albini, pecore nere ecc), venivano considerate di cattivo auspicio.

Quindi anche un anno diverso dagli altri era strano, “mostruoso“ e perciò – scatenando le paure irrazionali ed ataviche dette superstizioni- giudicato sicuramente foriero di avvenimenti imprevisti e particolari.

Ma oggi sono cose superate in cui nessuno crede più.
Vero?
Vero?? ;-)

© Mitì Vigliero

Perché si Dice: Fare il Portoghese

di Placida Signora - 25 novembre 2011

Giovanni Paolo Pannini Teatro Argentina

Fare il portoghese” indica quel genere di “furbetto” che utilizza servizi vari (trasporti, impianti sportivi, spettacoli, partite di calcio, concerti ecc),  senza pagare il biglietto.

All’epoca del re Giovanni V di Braganza  detto il Magnifico, il Portogallo era una nazione fiorente, ricca e potentissima.

Aveva ambasciatori in ogni paese europeo e, ovviamente, il più importante si trovava a Roma - allora sotto il governo dei Papi –  presso la Santa Sede.

Uno di questi ambasciatori fu un tal Monsignor Castro, che nel XVIII secolo fu a Roma per lungo tempo, vivendo in Largo di Torre Argentina.

Grande appassionato di musica, sembra sia stato lui a convincere la nobile famiglia Sforza Cesarini a costruire il Teatro omonimo  del Largo; teatro nel quale gli appartenenti alla Comunità Portoghese residenti a Roma potevano gratuitamente entrare per assistere agli spettacoli o partecipare ai ricevimenti.

Bastava solo che, al momento dell’ingresso, dichiarassero la loro nazionalità.

Fatto sta che, ogni volta, al botteghino si presentavano centinaia e centinaia di persone le quali, pur con accento da far invidia a Trilussa, Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, pretendevano di entrare “a gratis“ dichiarandosi tutti cittadini portoghesi.

Quindi i portoghesi, poveretti, non c’entrano niente: il “merito” del detto è tutto dei romani.

© Mitì Vigliero 

(Il quadro in alto è di Giovanni Paolo Pannini: Festa al Teatro Argentina per le nozze del Delfino di Francia)

 

Perché si Dice: Vattelappésca

di Placida Signora - 14 novembre 2011

© Mitì Vigliero

E’ una di quelle espressioni che i colti antichi definivano “idiotismi“, non nel senso di “stupidaggini” ma di “locuzioni familiari caratteristiche di un ambiente, di una regione, di un dialetto ecc”.

Vattelappésca letteralmente è composto dalla seconda persona dell’imperativo di andare unita alle particelle rafforzative ti e lo (vattelo) e dal popolare “a pesca“, a pescare.

E il suo significato è: “Chi lo sa. Lo ignoro. Non ne ho la più pallida idea. Non lo so“. ” Vattela a pescare la risposta…

Ad esempio:

- Riuscirà Monti a formare il Governo?
- Vattelappesca.

- Usciremo dalla Crisi?
- Vattelappesca. 

A diffonderlo nella lingua corrente fu Giuseppe Giusti, con il vattel’ a pesca presente nel suo “Colloquio tra il Poeta e gli Eroi che hanno fatto l’Italia” (1873).

Leggete.

E poi ditemi se non sembra scritta oggi...

Eroi, eroi, che fate voi? 

Ponziamo il poi.

(Meglio per noi!)
E del Presidente
Che avete in mente?

Un tutto o un niente.

(Precisamente).
Che brava gente!
Dite, e l’Italia?

L’abbiamo a balia.

Balia pretesca,
Liberalesca,
Nostra o tedesca?

Vattel’a pesca.

Lo so. (Sta fresca!)


			

Storia del Ponte delle Tette e Perché si Dice “Carampana”

di Placida Signora - 3 ottobre 2011

(foto © Enrico Oliari)

Nel 1319 morì a Venezia l’ultimo discendente della ricca famiglia dei Rampani; poiché era senza eredi e non aveva fatto testamento, tutti i suoi beni mobili e immobili passarono alla Serenissima, che li gestì come sua proprietà.

Una parte di questi edifici si trovava a San Cassiano, tra il sestiere di Santa Croce e quello di San Polo; nel 1421 il Governo, esasperato dagli sciami di “pubbliche meretrici” che a qualunque ora del giorno e della notte imperversavano in città, decise di trasferirle in blocco proprio nelle case ereditate dal Rampani – e perciò dette Ca’ Rampani – facendone delle “case chiuse”.

Fu così che le nuove residenti vennero chiamate sbrigativamente – anche nei documenti ufficiali – Carampane e perciò il termine divenne sinonimo di prostituta.

Il Governo emanò regole severe riguardanti il loro comportamento quotidiano.

Potevano uscire da casa, ma non allontanarsi dai ristretti confini del sestiere di “lavoro” e alla terza campana della sera dovevano tornare nei loro alloggi, pena 10 frustate.

Non potevano abbordare clienti nei periodi sacri (Natale, Quaresima, Pasqua), pena frustate 15; non potevano frequentare le osterie; in centro città potevano recarsi solo di sabato, indossando però un vistoso fazzoletto giallo al collo come segno di riconoscimento e la domenica, giorno del Signore, dovevano barricarsi nelle case gestite dalla “matrona”, che amministrava la contabilità e pagava regolamente le tasse.

Il loro quartiere oggi verrebbe definito a luci rosse. Per attirare la clientela, stavano affacciate per ore alle finestre delle loro abitazioni mostrando il petto completamente nudo; infatti il ponte che unisce Santa Croce a San Polo si chiama Ponte delle Tette,  visto il “paesaggio” che si offriva ai passanti (e Rio delle Tette si chiama il relativo canale).

In realtà pare che la morigerata Serenissima incoraggiasse l’esibizionismo delle Carampane per combattere l’omosessualità assai diffusa a Venezia tra il XV e il XVI sec., diventando un prolema di stato: i tribunali dell’epoca lavoravano indefessamente per punire le violenze nate da “atti contro natura”, decapitando e bruciando i malcapitati colpevoli.


(foto ©James Macdonald)

Carampana” oggi significa solo (cfr De Mauro Paravia) “donna vecchia e allampanata”, caratteristica fisica quest’ultima che risale proprio a quel periodo.

Infatti allora le prostitute, oltre ad esibire capelli di quell’improbabile colore detto  “rosso veneziano”,  indossavano pure i calcagnini (o chopine), caratteristici zoccoli con la zeppa alta “un piede”, alias 50 cm, che le rendeva mezzo metro più alte delle altre donne .

E nel Settecento, secolo particolarmente disinibito dal punto di vista morale, grazie a nuove leggi   che volevano incrementare il turismo nella città,  le prostitute giovani e belle poterono tornare indisturbate ad esercitare nel cuore di Venezia mentre a Ca’ Rampani rimasero solo le più anziane, che lì vivevano relegate come in ospizio continuando – se potevano – il loro antico mestiere a modicissimi prezzi imposti dal Governo, però con l’assoluta proibizione di mettere il naso per strada perché  sgradevoli alla vista.

©Mitì Vigliero

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