Vi Racconto Perché Si Dice: Scendere Dal Letto Col Piede Sinistro

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Quando qualcuno durante la giornata si dimostra particolarmente nervoso e di cattivo umore, la domanda classica che si sente rivolgere è: “Stamattina sei sceso dal letto col piede sinistro?”.

La colpa è tutta degli antichi Romani i quali, negli atri (vestiboli) delle loro case, piazzavano apposta un servo il cui compito era esclusivamente quello di avvisare sulla porta d’ingresso gli ospiti dicendo “Entra pure col piede destro”, ossia “Vai tranquillo, in questa casa oggi tutto va bene”.

Infatti si entrava col piede sinistro solo in case in cui erano accaduti luttisventure o grane varie.

Sarebbe bello che l’usanza esistesse anche oggi nei posti di lavoro…

Un apposito addetto che, prima che voi entriate in ufficio, vi avvisasse prima dei nervi del Capo!

©Mitì Vigliero

Vi Racconto Perché Si Dice “Avere il Magone”

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Il magone è quella sensazione di stretta alla gola data da un dolore, dalla malinconia o da qualunque cosa provochi tristezza.

Qualcuno, anzi, diciamo pure quasi tutti i vocabolari d’italiano, senza dare spiegazioni, lo fan derivare dal tedesco magen, stomaco, ventriglio.
E il Cortellazzo-Zolli indica, come periodo di diffusione della parola, il XV secolo.

Ma  le origini pare siano molto, molto più antiche e prettamente genovesi.

Era il 205 a.C., e imperversava la Seconda Guerra Punica, romani contro cartaginesi.

Genova era una fedele alleata di Roma; invece quasi tutti gli altri popoli liguri tifavano Cartagine.

Federico Mario Boero, signore delle vernici e scrittore appassionato di storia, nel suo Genova, genovesi e foresti – da Giano a Colombo (ed. Stringa, 1983), così descrisse brevemente quel periodo

Da tre lustri c’è in Italia Annibale: è arrivato quasi in inverno, valicando le Alpi con gli elefanti. Ha incontrato i romani alla Trebbia e li ha riempiti di botte; ha proseguito e li ha riempiti ancora di botte al Trasimeno; è sceso e li ha nuovamente riempiti di botte a Canne. Per anni ha vissuto con il suo esercito nel meridione, ed è il terrore di Roma. Quando le cose cominciano ad andare un po’ meglio per i romani, chiama in aiuto il fratello Asdrubale il quale si precipita in Italia: ma i romani distruggono il suo esercito al Metauro e mandano la sua testa ad Annibale perché sappia.

E qui salta fuori Magone, il fratello più piccolo di Asdrubale e Annibale.

Per aiutare quest’ultimo, partendo dalle Baleari - come narra Tito Livio - piomba all’improvviso con più di 30 navi rostrate e un numero imprecisato di navi da carico su Genova, sbarcandole addosso 12.000 fanti e 2.000 cavalieri.

Fu una rovina; la città venne messa a ferro e fuoco, praticamente distrutta.

Rase completamente al suolo le mura, incendiate le case, le navi, gli orti.

Saccheggiata ogni ricchezza, che Magone portò trionfante nell’oppidum di Savona, sua alleata.

L’inaudita violenza dell’attacco e le spaventose perdite di vite, case e beni, segnarono talmente in profondo l’animo e la memoria dei genovesi che da allora ogni sensazione d’ansia, paura, travaglio, patema e sofferenza venne espressa col modo di dire avéi o magon (pron: u magùn), in perenne ricordo dell’artefice del primo dei tanti momenti brutti che Genova, nella sua lunga storia, purtroppo sarà destinata a vivere.

© Mitì Vigliero

Vi Racconto Perché A Genova Si Dice: Scialla, Scialla!

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Le mamme di un tempo, che rimanevano in casa coi bimbi mentre il marito andava a lavorare, insegnavano con  filastrocche ai figli battere le mani come espressione di felicità espressa nel vedere il papà tornare.
In Italiano una delle ancora diffuse è

Batti, batti le manine,
che arriva il tuo papà
porterà le caramelle
e (nome del bimbo) le mangerà.

In Liguria, nei tempi in cui gli uomini erano per lavoro imbarcati per mesi oppure, anche per brevi periodi di pesca, rischiavano la vita tra tempeste e bufere, le mamme ai loro bimbi piccini insegnavano la stessa filastrocca, ma con la prima strofa diversa:

Scialla, scialla
ch’u gh’è u papà
porta tante ciappellette
ecc

Scialla scialla” dunque anche qui è un’espressione di gioia come il gesto fatto dai bimbi battendo le manine e, etimologicamente, ha di sicuro una derivazione araba, come tantissime parole del popolo genovese stato per secoli, vuoi per commerci vuoi per battaglie, a stretto contatto con il Medio Oriente. Ma in più ha un significato di speranza e sollievo.

Probabilmente deriva da Inch’Allah, che significa “Se Dio (lo) vuole”, ma forse ancora di più da  Law sā’Allāh, “Se Dio volesse”, formula che viene in arabo utilizzata per esprimere desideri.
In ogni ogni caso, la storpiatura della pronuncia Inscialla ha lasciato solo un Scialla che ha preso il significato di “Evviva evviva! Stai sereno!”, esortazione all’allegria e alla spensieratezza.

Come spesso accade però i genovesi l’hanno in seguito evoluta in significato più ironico e sarcastico dicendo “Scialla Scialla” e “Fare Scialla“, ad esempio, quando vedono degli sprechi di denaro pubblico o privato, o commentano tenori di vita un tempo invidiabili per lusso e ricchezze e ora finiti con ‘e pesse (pezze) in to cù a causa di troppo allegre e incoscienti dilapidazioni di patrimoni.
Una curiosità; scialla potrebbe in questo caso far venire in mente il verbo “scialare“, il quale però deriva dal latino exhalare nel significato estensivo di “emettere, mandare fuori”. Diverso l’etimo, ma uguale il concetto nemico della parsimonia. 

© Mitì Vigliero