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Perché la Festa Degli Innamorati è in Febbraio

di Placida Signora - 27 gennaio 2010


Il giorno di San Valentino, dolce e tenero, pullulante cuoricini, cioccolatini e pucci pucci tra innamorati, trae in realtà origine da una delle feste pagane più oscene e licenziose dell’antica romanità: i Lupercalia.

Pan Luperco (identificabile poi in Fauno) era il silvano dio della fertilità, delle messi e degli armenti, che proteggeva dagli assalti dei lupi.

Febbraio era il “mensis februarius” (da “februo”, purificare), consacrato alla Dea Iunio Februata (Giunone Purificatrice), considerato alloral’ultimo mese dell’anno e dedicato appunto alla Purificazione delle cose e degli uomini.

I riti iniziavano alle calende del mese col rito della Februatio, processioni di fanciulle che giravano per Roma tenendo in mano purificanti candele accese (la futura Candelora).

Invece alle idi (metà mese) i sacerdoti di Luperco, detti Luperci, gestivano due giorni di cerimonie dedicate alla purificazione dei corpi per favorire la fecondità, ben descritte da Plutarco nelle Vite parallele (Vita di Cesare, cap. 61).

La sera del 14 febbraio, le donne di qualunque età che non avevano mai partorito, scrivevano il loro nome su pezzetti di coccio che venivano messi in un grande orcio; la stessa cosa facevano gli uomini in un altro orcio (ed ecco l’orgine storica dei bigliettini di San Valentino).

Poi, in una sorta di lotteria, i nomi venivano estratti contemporaneamente a sorte formando delle coppie che il 15 febbraio, insieme alla popolazione tutta, si radunavano sul colle Palatino in una grotta chiamata Lupercale, dove la leggenda voleva che Romolo e Remo fossero stati allattati dalla Lupa.

I sacerdoti sacrificavano a Luperco delle capre e un cane, e consacravano  Luperci due ragazzi patrizi segnandoli col sangue di capra sulla fronte e lavandoglielo poi con lana bianca bagnata di purificatore latte caprino.

Scuoiate le capre, ne tagliavano le pelli ancora calde e gocciolanti in strisce dette “februa” (purificatrici) o “amiculum Iunonis”, che i due ragazzi nudi si legavano ai fianchi a contatto dei genitali.


(Lupercalia, di Domenico Beccafumi)

In realtà le februa erano fruste che i due novelli Luperci, correndo attorno al Palatino come forsennati, usavano per fustigare selvaggiamente chi capitava loro a tiro; soprattutto donne, che si offrivano volontariamente alle “februate”, considerate metodo sicuro per ottenere la fertilità.

Finita la corsa e le frustate, iniziavano ovunque feste, banchetti e libagioni ove le coppie che il caso aveva unito il giorno prima, erano da quel momento libere di congiungersi quando, dove e come gli pareva, sino alla gravidanza di lei.

Se avveniva, bene.

Se ci si piaceva, ci si sposava pure.

Sennò amici come prima e ci si riprovava il 14 febbraio dell’anno dopo.

I Lupercalia durarono sino al 496 dC, quando Papa Gelasio I li proibì, eleggendo il martire Valentino vescovo di Terni come santo protettore degli innamorati e stabilendone la festa proprio il 14 febbraio, e sostituendo  definitivamente Luperco e la Dea Purificatrice Giunone con la ricorrenza, il 15, della Purificazione di Maria Vergine.

©Mitì Vigliero

Aglio: Metodi per Puteolar di Meno

di Placida Signora - 17 gennaio 2010

Innanzitutto sveliamo un arcano: perché l’aglio puzza?

Tutta la pianta, ma in particolare il bulbo, contiene allicina (o alliisina, glucoside solforato), un enzima (alliinasi), vitamine A, B1, B2, C e niacina (vitamina del complesso B).

L’alliisina è inodore ma, per l’azione dell’alliinasi che si libera e agisce quando l’aglio viene schiacciato, si trasforma dapprima in allicina e successivamente in disolfuro di allile (la genina del glucoside), cioè i principi attivi più importanti che diffondono l’odore tipico dell’aglio.

L’alliisina e il disolfuro di allile sono sostanze molto volatili che si dissolvono facilmente nei liquidi e nei gas.
Una volta in circolo si propagano ovunque negli organi e nei tessuti e coinvolgono così l’intero organismo agendo con maggiore intensità sugli organi attraverso i quali vengono eliminati: i polmoni, i bronchi, i reni e la pelle. Per questo, dopo aver mangiato una bagna cauda di quelle fatte come si deve, emaniamo odore non solo dal respiro, ma anche dai capelli e dal corpo.

Ecco dunque una serie di metodi che dovrebbero per lo meno mitigare gli effetti dell’allicina:

-Masticare foglie di salvia o prezzemolo (la clorofilla contenuta funziona da deodorante naturale, rinfresca l’alito e neutralizza il tipico odore).

-Masticare alcuni chicchi di caffé.

-Bere un decotto di menta e liquerizia

-Masticare un bastoncino di liquerizia

-Masticare qualche seme d’anice

-Mangiare lentamente un cucchiaino di miele.

-Mangiare lentamente una mela intera o grattugiata.

-Bere una grappa o una sambuca.

-Bere un canarino (implume: scorza di limone in acqua calda).

-Bere un sorso di latte o qualche cucchiaino di yogurt.

-Bere un sorso di vino rosso (tradizione popolare francese)

-Masticare lentamente due compresse di carbone vegetale

-Bere del bicarbonato

-Ciucciare uno spicchio di limone

-Ingerire un intero spicchio d’aglio prima di mangiare cibi a base di aglio (tradizione popolare greca, dicono che funzioni omeopaticamente, ma non ci giurerei…)

-Risciacquare la bocca con un colluttorio preparato con soluzione di cloramina all’1%; il cloro che si libera, venendo a contatto coi tessuti, deodora completamente l’olio essenziale, perché reagisce chimicamente con esso.

©Mitì Vigliero Saporitissimo giglio 

Perché a Natale ci scambiamo regali fra luci e decorazioni rosse e oro?

di Placida Signora - 14 dicembre 2009

luci rosse e oro

L’usanza di scambiarsi doni e gentilezze il giorno di Natale, circondati da calde e allegre luci, ha origini romane.

Quando l’anno giungeva alla fine col culmine dell’inverno, iniziava un periodo di purificazione atto a preparare nei migliore dei modi la nascita del nuovo periodo; con la “morte” delle vecchie stagioni, sarebbe ritornata una nuova vita: il solstizio d’inverno avrebbe portato il ritorno alla luce e la rinascita del sole col ritorno alla primavera e al calore, ergo bisognava festeggiare.

Nella Roma antica, dal 17 al 24 dicembre si celebravano i Saturnali, così detti in onore di Saturno, dio della mitica e favolosa Età dell’Oro in cui ogni ingiustizia sociale era abolita e regnavano soltanto amore e fratellanza.

Le cerimonie avevano inizio nel tempio posto al piedi del Campidoglio; a un solenne sacrificio sull’ara seguiva un “convivium publicum”, un grande pubblico banchetto al quale partecipava tutta la popolazione di qualunque ceto; questo si conlcudeva con un collettivo saluto augurale “io, Saturnalia!”, del tutto analogo ai nostri brindisi.

Da quel momento avevano inizio le feste private; nelle case i padroni servivano a tavola i loro schiavi e invitavano al desco chiunque si presentasse alla porta.
Al termine dei banchetti, iniziava la cerimonia delle “strenea (strenne, regali propiziatori di buona sorte), il cui nome deriva da Strenia, divinità di origine sabina il cui culto venne introdotto a Roma da Tito Tazio, e alla quale era consacrato un bosco sulla via Sacra.

Infatti le strenne scambiate all’inizio, erano soprattutto rametti di alloro o altro “arbor felix” (albero felice, nel senso di positivo portafortuna) lì raccolti, come vischio, quercia, pino, rimasti tutt’oggi nelle nostre decorazioni di porte o centrotavola.

Altri doni erano piccole figurine fatte di vari materiali, che raffiguravano la persona che li donava; frutti “esotici”, soprattutto datteri; calici da brindisi, monili luccicanti ma di poco valore.
A fornitori, commercianti e sottoposti, veniva elergita una moneta in più; da qui hanno origine le “mance” che in questo periodo si elargiscono a fattorini, portinai e postini.

Ma soprattutto venivano donate candele, simbolo del ritorno della vitale luce del sole che alla fine di dicembre giunge nel punto più basso dell’orizzonte, parendo immobile; i popoli, temendo che l’astro splendende non riprendesse più il suo cammino negando così calore e vita, crearono sacralità che esortassero l’astro alla “rinascita” imitandone la luce.

Per il Sole, inteso come simbolo della vittoria della luce del Bene sulle tenebre del Male, c’era un vero culto introdotto a Roma dall’Oriente (culto di Mitra), e che l’imperatore Aureliano solennizzò con la festa del “Natalis solis invictis”.

Inoltre le candele erano fatte di cera d’api, animali sacri che gli egizi affermavano essere nati dalle lacrime del dio Ra (il dio Sole); e la luce del sole è rimasta anche nella religione cristiana simboleggiata dell’aureola di raggi che viene raffigurata dietro il capo di Gesù e dei santi.

Perciò ancor oggi il periodo natalizio in luogo abitato è caratterizzato da una marea di luci soprattutto rosse e oro, tipici colori del sole al massimo del suo caldo splendore.

© Mitì Vigliero

 






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