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“Angelo mio, scampato è ogni periglio!”: Come fu che Emerenziana scampò il convento

di Placida Signora - 2 agosto 2011

Alberto II conte di Gorizia, d’Istria, Carinzia e Pusteria, nel 1304 morì in quel di Lienz, pare avvelenato.

Nel castello di Gorizia vi è un quadro che ne raffigura la morte; steso esanime sulle ginocchia d’un fiduciario, la moglie gli carezza il capo.

Sull’uscio, i figli maschi e la figlia: Emerenziana.

I fratelli, per non dividere con lei l’eredità, decisero in modo democratico – come s’usava allora – di rinchiuderla in un convento di clausura a Firenze.

Un viaggio dall’Alto Adige in Toscana allora era lungo, con strade scomode e pericolose.
Così misero di scorta alla fanciulla un loro fido vassallo: il baldo cavalier Balthasar von Welsberg, alias Baldassare signore di Monguelfo.

Partirono in carrozza, seguita a cavallo da armieri e una piccola Corte composta da servitori e un sacerdote.

Era primavera ed Emerenziana, che mai aveva messo il naso fuori casa, ad ogni tappa guardava affascinata il paesaggio commentandolo col suo accompagnatore.

A Sesto la fanciulla s’incantò di fronte ai boschi di larici, in Val Pusteria s’entusiasmò per i castelli, in Val d’Adige per i pascoli fioriti. A Trento s’estasiò alla vista dei meli fioriti e al sapore dei vini bianchi, a Riva del Garda quasi svenne alla vista del lago; a Verona, vedendo l’Arena volle conoscere tutta la storia romana sino ai suoi giorni e a Mantova, dopo una breve lezione su Virgilio, ebbe una crisi d’isterico pianto.

“Ohimimì” singhiozzava “Perché veder tante bellezze, conoscer tante cose se il mio destino sarà quello d’esser seppellita per sempre in un convento?”

Baldassare, colpito dalla verve oltreché dalla beltà d’Emerenziana, iniziò a vacillare, diviso fra la fedeltà ai suoi signori e il profumo della fanciulla.

A Modena ripetè come un mantra la formula del giuramento dell’investitura, a Bologna pensò che i capelli della damigella avevano il color delle ginestre, a Pistoia si mise furiosamente a lucidar la spada che i conti gli avevan donato, a Prato incrociò lo sguardo della ragazza e alle porte di Firenze bloccò il convoglio davanti a una chiesina, vi corse dentro con Emerenziana e il sacerdote, la sposò e ordinò al convoglio il dietro front.

Fuggirono a Dobbiaco , dove chiesero ospitalità in una casa di contadini chiamati Englös; la Corte invece tornò a Lienz, dove raccontò il fattaccio ai fratelli della mancata monaca .

Questi, ovviamente imbufaliti, ordinarono la restituzione della sorella minacciando di radere al suolo Monguelfo e tutti i possedimenti di Baldassarre.

Gli sposi allora scapparono a San Candido, ottenendo asilo nell’abbazia dei benedettini: l’abate, gran diplomatico, fece in modo che i fratelli li perdonassero.
Quando Baldassarre ebbe la notizia, corse dalla sua bella urlando gioioso: “Angelo mio, scampato è ogni periglio!”

Morale.

Nel castello a Monguelfo  vi fu un grande ricevimento riappacificatore alla presenza dei cognati conti.

Emerenziana per grazia ricevuta fece erigere la chiesa di  “Maria am Rain“, che sino al 1832 sul tetto della navata mostrava intrecciati gli stemmi nobiliari di Monguelfo e Gorizia; la famiglia contadina di Dobbiaco ebbe il titolo di barone (sullo stemma un angelo), Casa Englös divenne sede gentilizia e tutti, una volta tanto, vissero felici e contenti.

©Mitì Vigliero

L’importanza dell’Ombrisallo – Antiche Cure Neonatali (e “Ombelico” in tutti i dialetti)

di Placida Signora - 20 luglio 2011

Sin quasi alla metà del Novecento, avere un maschio in certe zone dell’Italia contadina era considerata una benedizione i cui motivi oggi farebbero diventare femminista pure una gheisha; non solo braccia in più per il lavoro, ma anche un aumento di forza e cultura dentro casa.
Questo perché il maschio avrebbe certamente seguito almeno gli studi elementari, mentre la femmina era destinata alla casalinghitudine.

Perciò, mentre il bimbo metteva il capìno fuori e ancora non si sapeva il suo sesso, in Sicilia tutte le donne presenti al parto recitavano giulive:

“S’è masculiddu lu chiamamu Cola
ca quannu crisci lu mannamu a scola
S’è fimminedda la chiamamu Rosa
ca quannu è granni ‘nni scupa la casa”


Ma, maschio o femmina che fosse, doveva innanzitutto tentare di sopravvivere alle numerose cure della medicina popolare a cui veniva immediatamente sottoposto.

Appena sortito dal ventre materno, gli controllavano l’attaccatura dei capelli sulla nuca perché “chi ha il codino aspetta un fratellino”; grande giubilo se nasceva “con la camicia” (sacco amniotico): da grande avrebbe certamente avuto virtù taumaturgiche (Emilia Romagna, Liguria, Piemonte).

Badavano a non baciarlo sul collo, perché avrebbe perso il sonno e infine gli tagliavano il cordone ombelicale facendo attenzione, se maschio, di lasciargliene un pezzo lungo almeno 4 dita perché da quello sarebbe dipesa la dimensione del suo attributo da adulto (Campania, Venezia Giulia).

Il cordone rimasto veniva cosparso di miele, olio e sale, impacchettato in una tela e infine legato stretto sull’ombelico (Salerno).

Appena nato, il pargolo veniva sottoposto al primo bagnetto, anche questo rituale: nell’acqua venivano messe, a seconda delle regioni, monete, gocce di candela benedetta antimalocchio, sale, rosso d’uovo, olio di rosa, miele: come disinfettante vino o pipì di altro bambino al di sotto dei 3 anni.

Alle bimbe veniva cosparsa di zucchero la vulva, per renderle future femmine appetibili (Veneto, Piemonte, Sicilia); ai maschi si sfregava sulla lingua dell’aglio (Val d’Aosta, Savoia, Francia) per renderli virili.

E poi si procedeva alla tortura delle fasce, strettissime attorno al corpo, capo compreso a mo’ di mummietta, nell’intenzione di rendere perfettamente ritte braccia, gambe e schiena e anche perché vigeva il terrore che “prendesse freddo “; infatti durante l’età neonatale veniva lavato pochissimo, spesso solo sfregato con saliva materna (Abruzzo, Molise, Marche).

In più la fasciatura a baco da seta era utile alle mamme, che lo trasportavano ovunque come un pacchetto, arrivando ad appenderlo a un chiodo quando lavoravano fuori di casa, ad esempio nelle stalle o nei campi.
Solo a 6 mesi venivano liberate le braccia, a un anno le gambe.

Quando si staccava l’ultimo pezzo di cordone, sull’ombelico veniva posta una moneta (Basilicata, Bergamasco) o una rondella di piombo (Lazio), per tener piatta la cicatrice.

Il cordone di solito veniva bruciato mentre in Umbria lo mettevano in un posto che simboleggiasse la professione futura desiderata per il bimbo.
Padre Mariangelo da Cerqueto (1915-2002), il notissimo Frate Indovino, era solito raccontare: “Mia madre pose il mio pezzetto tra i suoi pochi libri; finii tra la Filotea, il libro di preghiere, e il Lunario di Barbanera”.
E’ innegabile che nel suo caso abbia funzionato.

©Mitì Vigliero

Corollario

Come si dice Ombelico nei vari dialetti

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Ombrisallo – Genova

Briguel, Belliguel - Bologna

Amburì – Piemonte

Bugnigul, Umbričon – Friuli

Bunìgolo, Bòcolo - Veneto

Vellìcolo – Napoli

Schèo (soldo)- Alto Trevigiano

Bumbulif - Lugano

Bamborin - Milano

Muglichere- Mugliculu- Ciociaria Lazio

Biddiu - Sardo Campidanese

Boton della ghidazza (bottone della madrina, perché era lei l’addetta al taglio ) – Trentino Occidentale

Bigul – Ferrara

Buton dela pansa – Bergamasco

Bìgol - Crema

 Morìco – Marche (AP)

Bellìco - Toscano

Vijicu – Vibonese

Viddicu – Palermitano

“Nesci nesci cosa fitènti” – Antiche Credenze sul Parto

di Placida Signora - 19 luglio 2011

Partorire è sempre rischioso, ma nell’Italia rurale - sino alla metà del secolo scorso - era addirittura temerario grazie alle diffusissime usanze della medicina popolare.

D’altronde la prima scuola di levatrici professionali fu fondata a Torino alla metà del ‘700 e rimase l’unica per 30 anni; solo ai primi del XX sec. divenne obbligatoria la presenza d’un ostetrica diplomata nei paesi più popolati, ma la maggioranza di villlaggi e frazioni rimase scoperta.

Si diceva “son cose da donne”.

Infatti attorno al letto della partoriente s’affollavano solo femmine parenti o vicine di casa, capitanate dalla “mammana” il cui incarico le era stato dato dai compaesani perché mammane erano state sua madre, sua nonna ecc.

Innanzitutto occorreva creare un’atmosfera favorevole e priva di influssi negativi.

Perciò al momento del parto venivano buttate fuori di casa persone in lutto recente (Marche) o deformi (Lazio); sospetti menagramo (Campania);litigiosi e violenti (Friuli); donne di noto malcostume (Sicilia).

Bandita ovunque la presenza nella stanza di gomitoli e matasse: avrebbero rallentato il travaglio.

Tolte alla vista della quasi madre anche le pere (Ciociaria), ché con la loro forma avrebbero fatto “da tappo” al nascituro.
Graditissima invece (Sicilia) la presenza d’una persona che avesse attraversato, anche non a nuoto, per 3 volte lo Stretto di Messina, perché considerata fortunata: allora quello spesso era un viaggio a cui non era facile sopravvivere…

Alla luce di ceri accesi davanti al ritratto di Sant’Anna protettrice delle partorienti (mentre in Sabina le future madri recitavano in loop Santa Liberata fa che dolce sia l’uscita, come dolce fu l’entrata) iniziavano i metodi per lenire i dolori della partoriente.

Tra questi pettinarla (Veneto); darle da bere camomilla con olio bollente che “lubrifica” (Venezia); spargere ghiaia di mare sotto il letto (Sicilia); infilarle una scure sotto i piedi e bagnarle la parte “d’uscita” con acqua benedetta (Abruzzo); asciugarle il sudore con un drappo rosso (Ciociaria); gettare nel fuoco ulivo benedetto (Trevigiano); appenderle un ferro di cavallo al collo e sparare colpi di fucile in aria, si spera all’aperto, per spaventare gli Spiriti Maligni (Logodurese).

Si era convinti che, se la donna soffriva quei momenti, fosse colpa del maschio che l’aveva ingravidata; per questo nel Cagliaritano le assistenti al parto le mettevano accanto sul letto le braghe del maritopicchiandole e insultandole ferocemente.

Ma poiché si credeva l’uomo più forte nel sopportare il dolore, alla moglie venivano fatti indossare i suoi indumenti che in una sorta dimagico transfert avrebbero passato a lui gli spasmi.

Così la poveretta già in preda alle doglie veniva vigorosamente massaggiata con una camicia del marito (Romagna), strizzata in una sua cintura (Lazio), strozzata da un suo calzino messo attorno al collo (Veneziano), accecata da un suo cappello calcatole in testa sino al naso (Sicilia), soffocata da tutto il di lui guardaroba stesole addosso a mo’ di coperta (Comasco).

Nel Veronese il marito assisteva: suo compito era tenere fermo sul petto della moglie un piatto di stagno, così magari lei nella foga del dolore addentava quello anziché lui.

Se il travaglio durava troppo, andava a suonare le campane tirando la corda coi denti (Sardegna) così chi le udiva poteva formulare una preghiera d’incoraggiamento.

La mammana siciliana infine, esortava il nascituro a venir fuori recitando dolcissima e suadente:

Nesci nesci, Cosa fitènti,
ca lo cumanna Diu ‘nniputenti.
Veni fora e nun tardari,
ca a tò matri hai libirari.

© Mitì Vigliero

La Sacra di San Michele e il Salto della Bell’Alda

di Placida Signora - 11 giugno 2011

(Foto di Pietro Izzo, su flickr)

Uscendo al casello di Avigliana della statale n°25 Torino-Frejus, dopo una dozzina di km della strada che s’inerpica sul monte Pirchiriano si raggiunge – a quota 962 m.- la splendida Sacra di San Michele .

Un complesso monastico millenario decisamente spettacolare (vi consiglio un giretto su flickr per ammirarla), affidato prima ai Benedettini e poi ai Rosminiani, che merita una visita fosse solo per ammirare– oltre la vista mozzafiato – la romanica Porta dello Zodiaco o il ripidissimo (e mozzafiato pure lui, ma in altro senso) Scalone dei Morti, così detto perché conservava in apposite nicchie alcuni scheletri di monaci.

Dalla terrazza vicina alla chiesa, si vedono i ruderi imponenti dell’originario monastero; fra questi, impressionanti come altezza, quelli della Torre della Bell’Alda.

Narra la leggenda che quando bene non si sa, forse ai tempi del Barbarossa o forse nel ‘300, quando tutta la Val di Susa pullulava di mercenari sanguinari, o forse ancora nel ‘600 coi Lanzichenecchi pestilenziali di manzoniana memoria, la Sacra – vista la sua posizione – era una sicura fortezza dove trovavano rifugio i villici durante le varie incursioni nemiche.

Durante una di queste, arrivò un gruppo di contadini; fra loro vi era una fanciulla che si chiamava Alda, nota in tutta la zona per la sua avvenenza.

Ed era bella, ma tanto bella, ma così bella che tutti la chiamavano – con slancio di fervida, poetica e originale fantasia – la Bell’Alda.

Quella volta però i nemici riuscirono ad invadere la Sacra; saccheggiarono la chiesa, massacrarono i monaci, uccisero i contadini e violentarono le donne.

La Bell’Alda riuscì a fuggire e, in preda alla disperazione e al terrore, s’arrampicò sulla cima della torre; la soldatesca la seguì sin lassù.

Non aveva più scampo.

Invocò l’aiuto della Madonna e si lanciò nel vuoto.

Ma dal cielo scesero lievi due angeli i quali, prendendola delicatamente per le braccia, la depositarono incolume a terra.

Passò un po’ di tempo e la Bell’Alda, inorgoglita, non faceva che vantarsi raccontando a tutti il miracolo di cui era stata protagonista; ma nessuno le credeva.

“Ma come?” diceva “Osereste mettere in dubbio la parola d’una Prescelta e Prediletta dalla Vergine, dagli Angeli e dai Celesti tutti?”.

E il popol tutto rispondea: “Sì!”.

Offesa e seccata, un bel giorno la Bell’Alda – pestando piccata il piedino a terra – sbottò: “Ok. Venite con me che vi faccio vedere io”.

Seguita dalla folla dei compaesani, corse alla Sacra, si ri-arrampicò sulla cima della torre e, sicura d’un nuovo aiuto divino, si ri-lanciò di sotto.

Ma il Cielo punì la sua superba boria: degli angeli quella volta non si vide manco la piuma di un’ala, e la Bell’Alda si spiaccicò violentemente al suolo.

Di lei, dice sempre la leggenda, “’L toc pi gross rimast a l’era l’ouria” (il pezzo più grosso rimasto era l’orecchio).

Nel punto esatto dello schianto, la pietà umana pose una croce e la fervida e poetica fantasia popolare le dedicò una canzone la cui ultima strofa declama:

La Bell’Alda insuperbita
qui dal balzo si gettò,
sfracellata nella valle
la Bell’Alda se ne andò.


© Mitì Vigliero

 

La Sorprendente Storia del Tenente Franz Scanagatta

di Placida Signora - 13 maggio 2011

Genova, che durante la napoleonica Campagna d’Italia aveva l’esercito francese in casa, iniziò ad essere assediata dai nemici del Bonaparte: navi inglesi sul mare e fanteria austriaca sui monti.

Borzonasca, una delle basi austriache dell’entroterra ligure, un giorno di novembre del 1799 al Maggiore comandante del reggimento Deutsch-Banater si presentò un giovane ufficiale: “Sottoluogotenente Franz Scanagatta, agli ordini!”.

Il Maggiore lo guardò torvo; detestava quei damerini mollaccioni e leccati, eleganti, rasatissimi e pettinati a ricciolini che Vienna gli spediva.

La vita lì era durissima, sempre in combattimento fra impervie vallate, tra gente che li odiava già dall’epoca del ragazzetto di Portoria che urlò “Chi l’inse”…

Però in quel caso l’apparenza ingannava.

Nato a Milano (allora sotto il dominio austriaco) da nobile famiglia, il ventiquattrenne Scanagatta era risultato primo del suo corsoall’Accademia Militare Teresiana – ossia fondata dall’Imperatrice Maria Teresa- di Wiener Neustadt.

Inoltre pullulava Menzioni d’Onore per i 2 anni trascorsi nel VI° Reggimento di Frontiera ove s’era rivelato ottimo tiratore e dotato di grandi attitudini al comando.

Messo alla prova, Franz divenne subito una sorta di idolo per la truppa; in battaglia sembrava non conoscere fatica, paura, freddo, dolore. Fu ferito gravemente, ma continuò a combattere e volle curarsi da solo.

Aveva un unico difetto, il prode Franz: non rideva mai. Non dava confidenza, parlava pochissimo, sfuggiva i rari momenti di svago coi commilitoni, stava sulle sue incutendo sempre una vaga soggezione.

Il 9 aprile del 1800Barbagelata di Lorsica (Ge), durante un furibondo scontro coi francesi in cui gli austriaci persero ben 300 uomini ma riuscirono ad uscirne vittoriosi, lo Scanagatta fu decisamente eroico tanto che venne insignito sul campo di  Menzione d’Onore e promosso Luogotenente.

Ma a fine maggio venne convocato urgentemente a rapporto dal Maggiore Comandante.

Appena lo vide entrare nel suo studio, il Maggiore si alzò accennando un inchino; gli porse una scatola di sigari come per offrirgliene uno, ma poi imbarazzatissimo gliela tolse da sotto il naso mormorando “Scusate…”; poi lo invitò a sedere spostandogli la sedia e infine, dopo essersi schiarito rumorosamente la voce, iniziò a parlare: “Fräulein Scanagatta, ho ricevuto oggi una lettera da sua madre… Ora vuole spiegarmi tutto, bitte?”

Con un sospiro rassegnato, il Luogotenente Francesca Scanagatta raccontò che sei anni prima, visto che il suo cagionevole fratello si rifiutava d’andare all’Accademia di  Wiener Neustadt, contro il parere dei  genitori ma spinta dal suo odio verso Napoleone Bonaparte, mollato il collegio delle Salesiane di Milano dove studiava e travestitasi da uomo, aveva preso il suo posto.

Per sei anni nessuno si era mai accorto di nulla.

Congedata con ennesima Menzione d’Onore e mazzo di fiori, poco dopo convolò a nozze col nobile ufficiale bonapartista (sic) Celestino Spini di Talamona, fabbricò 4 figli e visse a lungo nel bel palazzo che si vede ancora della piazza di Talamona (Sondrio), vicino al Municipio.

Nel 1852, settantaseienne, per l’anniversario di fondazione della sua Accademia Militare, spedì un messaggio d’auguri firmato:

Franz ScanagattaTenente e Vedova del Maggiore Spini.”

© Mitì Vigliero

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