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Domani arriva Santa Lucia

di Placida Signora - 12 Dicembre 2007

santa-lucia.jpg 

Diretta discendente di Demetra - Cerere, dea dei campi e della luce della bella stagione , alla quale in questo periodo gli antichi offrivano in voto frumento bollito e fiaccole luminose, Santa Lucia viene festeggiata a Circello (BN), Atena Lucana (SA) e Lenna (BG)  con un grande falò che ricorda quello in cui venne gettata durante il martirio e dal quale uscì indenne.
Sì perché  i modi che la tradizione religiosa-popolare vuole usati per ucciderla son parecchi.

Poiché si era convertita e fatto voto di castità,  ruppe il fidanzamento con un giovane patrizio.
Questo prima fece il romanticone dicendole “Senza i tuoi occhi non posso vivere”, e lei se li strappò servendoglieli su un vassoio; allora lui la denunciò come cristiana al proconsole Pascazio, che la condannò prima ad essere rinchiusa in un lupanare, dove però né uomini né buoi riuscirono a trascinarla; poi ad essere arsa viva, indarno: infine decapitata, stavolta con successo.

Santa Lucia è simbolo dell’amore luminoso e generoso; la filastrocca “l’è rivàda Santa Lùssia/ i morosi i se dà al saco (si nascondono)/ per no pagarghe (alla morosa) el mandolàto”, si riferisce a  un’usanza veneta di questo giorno che imponeva ai fidanzati di acquistare alle varie fiere dedicate alla Santa gran copia di dolci da donare alle fidanzate.

A Forlì erano le castagne i doni amorosi, e dovevano essere così tante da rimpinzare anche la famiglia di lei e avanzare abbondantemente: se così non fosse stato, il futuro sposo sarebbe stato tacciato di tirchieria e accusato di amarla poco, quella povera ragazza…

E poiché la notte di S.Lucia è la più lunga che ci sia, le fanciulle forlivesi - seguendo il proverbio “Per Santa Lòzia un cul d’gocia (una cruna d’ago, che avevate pensato?)”- la passavano a cucire la camicia da notte che avrebbero indossato la prima notte di nozze. 
 
Fungeva anche da barometro, Santa Lucia; ancora oggi i contadini annotano il tempo che farà dal 13 a Natale: il 13 sarà il gennaio del prossimo anno, il 14 febbraio e così via. 

E in certe zone d’Italia (Sicilia, Emilia Romagna, parte della Lombardia, Veneto, Calabria e Campania), un tempo era solo lei che portava i doni ai bambini al posto di Babbo Natale o del Bambin Gesù .

A Verona arrivava aprendo un buco sul tetto e richiudendolo velocissima; per tutta la settimana precedente i bimbi venivano bersagliati da misteriosilanci” di dolci, (confetti di quelli chiamati “ghiaia dell’Adige”o le caratteristiche pastafrolle a forma di stella o cuore) che piombavano improvvisamente dall’alto; e subito gli occhi correvano al soffitto per vedere il “buso”, ma niente, s’era già chiuso.

E chiusi dovevano rimanere i loro occhi, la notte della sua venuta; perché lei è gentile e buona, ma su questo intransigente e avrebbe lanciato una manata di cenere sulle pupille del piccolo curioso.

Infine, i bambini di Bergamo da secoli portano la loro letterina di richiesta doni e cose buone a Santa Lucia in una delle grandi ceste poste ai piedi del suo altare nel Santuario della Madonna dello Spasimo.

Ma da un po’ anche lei s’è adeguata ai tempi; infatti ora è raggiungibile anche per posta elettronica, basta scrivere a santalucia@mmps.it

©Mitì Vigliero

Le Erinni di Prè

di Placida Signora - 19 Novembre 2007

Quando le Genovesi si arrabbiano 

A Genova si trova la splendida Commenda di San Giovanni, uno dei luoghi più suggestivi e ricchi di storia della città.

L’edificio religioso nacque nell’XI secolo per volere dei cavalieri gerosolimitani (futuro Ordine di Malta) che lo vollero per un duplice scopo; quello di fungere da “stazione marittima” che radunasse i pellegrini e i crociati in partenza per la Terrasanta, e quello di Ospedale per i forestieri che lì trovavano accoglienza sia per essere guariti, sia per trascorrere la quarantena se sospettati di malattie epidemiche.

Certamente non era un luogo tranquillo; infatti il quartiere dove si trova è quello di Prè, che già da allora non godeva buona fama; immerso nel centro storico, vicinissimo al porto, quella città vecchia da sempre cantata e conosciuta come residenza fissa di figuri più o meno raccomandabili. Continua »

L’Angelovergine che dipingeva da homo

di Placida Signora - 18 Ottobre 2007

La misteriosa morte di Elisabetta Sirani, pittrice

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Era un tipico agosto bolognese, quello del 1665; afa e caldo infernali.
Ma in via Urbana 7, casa del pittore Giovan Andrea Sirani, l’atmosfera era di cupo gelo, quello che fa venire i brividi all’anima.

Era preoccupato per la salute di Elisabetta, la primogenita ventisettenne che da un po’ soffriva di terribili dolori al ventre.
Adorava quella figlia; era diventata pittrice più famosa di lui e di riflesso dava lustro anche al suo nome e alla sua arte, che senza di lei darebbe stata abbastanza mediocre e soprattutto ignorata.

Ed era davvero brava, la Sirani; in un’epoca in cui le donne difficilmente emergevano nella vita quotidiana, figuriamoci in quella artistica, da quando aveva 17 anni nobili, religiosi, borghesi, popolani le commissionavano quadri: duchesse di Parma, di Baviera, di Braunschweigh,  principi di Toscana avevano in casa almeno una sua opera.

Dipingeva ininterrottamente e velocissima (più di 200 quadri in 10 anni!) soprattutto donne e spesso autoritraendosi: Madonne, sante, eroine   mitologiche e bibliche: in ogni suo quadro poneva la firma su pizzi, gioielli, scollature, ogni cosa dimostrasse femminilità e sensualità.

Era anche un business vivente, Elisabetta; il padre faceva da agente amministratore mentre lei passava ore e ore chiusa in studio, lavorando in pubblico - perché molti non credevano fosse lei a dipingere-  e dissertando coltamente con gli spettatori.

Cosimo de’ Medici, in cambio d’un quadro le donò una croce con 56 diamanti che venne posta dal padre nell’ “armadio dell’ammirazione”, zeppo d’oggetti preziosi donati alla figlia e mostrato ai visitatori come un reliquiario che provocava feroci invidie.

Carlo Cesare Malvasia, celebre esperto di pittura dell’epoca, la venerava definendola “prodigio dell’arte, gloria del sesso donnesco, gemma d’Italia, sole d’Europa,  l’Angelovergine che dipinge da homo, ma anzi più che da homo”.

Vergine perché non s’era mai innamorata; tranne forse che d’un allievo del padre, il parmense Battista Zani, già promesso alla bolognese Ginevra che della pittrice era gelosissima. Come gelosissimo era di lei suo padre, che non avrebbe mai accettato di dividerla con altri o di vederla andar via di casa.

Elisabetta iniziò a star male il giorno 11; il medico Gallarata diagnosticò una misteriosa “distillazione di catarro” da curare con “siroppo acetoso”.

Il 27 la crisi; urlava dal dolore, inizò a “sudare gelato”: il medico prescrisse “lavativi, unzioni del corpo, vomitivi e brodi”.
Si fece “negra l’estremità delle dita delle mani e dei piedi, mutò tutta colore”.
E il 29 la fine: “Dopo morta si gonfiò tutta e pareva fosse vecchia di 60 anni, e fra le altre cose gli si gonfiò anche il naso”.

Così testimoniò la zia al processo, perché ci fu un processo che appassionò tutta la Bologna d’allora.

Il padre accusò d’omicidio una cameriera, Lucia Tolomelli; testimoni l’avrebbero vista comprare una venefica polvere rossa e metterla nel pancotto, cena di Elisabetta: forse una sicaria di Ginevra?

Lucia fu interrogata, torturata, il processo durò un anno; infine i patologi diagnosticarono “morte da ulcera perforata” causata da stress e iperlavoro.

La Tolomelli venne in ogni caso esiliata da Bologna e anche quando tornò, dopo il “perdono” e la morte del suo accusatore, ebbe per sempre la nomea d’avvelenatrice.

I funerali di Elisabetta furono “lacrimosi e solenni come quelli d’una santa papessa”: è sepolta nella chiesa di San Domenico a fianco di Guido Reni, idolo di suo padre.

©Mitì Vigliero

La storia di Ginevra degli Armieri

di Placida Signora - 3 Settembre 2007

…la quale, essendo morta, resuscitò.

A Firenze, in un palazzo di via dei Calzolai d’angolo con via delle Oche, nel 1348 abitavano Francesco Agolanti e sua moglie, Ginevra degli Armieri.
 
Aveva 18 anni la bellissima Ginevra, e da sempre era innamorata - ricambiata - di Antonio Rondinelli; ma suo padre, come s’usava allora, l’aveva destinata sin da bambina al più potente e ricco Agolanti.

Pochi mesi dopo il matrimonio scoppiò una terribile epidemia di peste; anche Ginevra si ammalò, ma non di quel morbo bensì di qualche strana febbre violentissima che la fece cadere in una sorta di coma profondo.

I parenti, pensando fosse morta, la seppellirono in fretta e furia nella cappella di famiglia nel Duomo.

Dopo qualche ora Ginevra si svegliò; immaginate il suo terrore nello scoprirsi sepolta viva…Ma fu proprio il terrore a darle la forza disperata di sollevare la pietra del sepolcro e di fuggire nelle strade immerse nella notte fiorentina.
Percorse una stradina stretta, che dall’Arciconfraternita arriva in via delle Oche - e proprio per quel fatto la stradina oggi si chiama via della Morta o della Morte - arrivò alla casa del marito bussando fortemente al portone ma Francesco, affacciandosi e vedendola, pensando a un fantasma si spaventò cacciandola via dicendo : “Vattene anima inquieta! Ti prometto delle messe in suffragio, ma scompari per sempre!”

Allora Ginevra andò alla casa del padre ma pure lì venne cacciata; si trascinò alla casa dei parenti della madre, ma questi addirittura fecero gli scongiuri barricando porte e finestre.

Stravolta, in preda alla febbre, esausta, Ginevra riuscì ad arrivare alla casa di Antonio Rondinelli e il giovane - senza porsi il minimo problema - corse immediatamente per strada, la prese tra le braccia accorgendosi che non era per nulla uno spettro e la condusse all’interno del suo palazzo dove, con l’aiuto della madre e di un medico amico, la curò per lungo tempo facendola guarire.

Dopo sei mesi di felice convivenza con Antonio, Ginevra ricomparve in pubblico.

Subito il marito reclamò i proprio diritti, e così la sua famiglia; il caso finì di fronte al Tribunale Ecclesiastico.

Ma la sentenza straordinariamente intelligente della Corte decretò che Ginevra, essendo stata considerata morta da tutti e da tutti cacciata via, era divenuta padrona assoluta di se stessa e quindi liberissima di sposare chi voleva.

©Mitì Vigliero

Nina e Camillo

di Placida Signora - 29 Maggio 2007

Storia d’un lume sempre acceso

A Voltri, nel ponente genovese, ai piedi del colle di Castellana e precisamente in via Nicolò da Corte, s’innalza la maestosa scenografia della villa Duchessa di Galliera.

Quasi un castello circondato da un grande parco, ospitò reali e politici potenti; ma un lume perennemente acceso di fronte a una Madonnina bianca, posta in una nicchia degli archi sotto il grande viale centrale, ricorda un tragico amore che coinvolse uno dei personaggi più famosi della storia d’Italia.

Agli inizi del XIX secolo la villa era proprietà del marchese Stefano Giustiniani, Gentiluomo di Camera del re Carlo Felice, nel 1826 sposò, con matrimonio combinato, la baronessa Anna Schiaffino detta Nina.

Aveva 19 anni, Nina; intelligente, colta, appassionata di politica, le sue idee contrastavano fortemente con quelle del marito.
Poco per volta sia la villa di Voltri sia la casa cittadina, Palazzo De Mari in piazza San Siro, diventarono salotti politici frequentati da liberali vicini alla Giovane Italia come Rubattino, che sarà l’armatore dell’imprese dei Mille, Mameli, e un giovane sottotenente piemontese del Genio Militare in forza a Genova: Camillo Benso conte di Cavour.

Dal 24 aprile 1830 tra Nina e Camillo esplose una passione infuocata; il marito ne era a conoscenza, ma si limitò a spargere la voce che sua moglie era pazza.

Quando nel ’31 Cavour venne spedito da Carlo Felice nella tetra fortezza di Bard in Val d’Aosta, per vedere se gli passavano le idee giacobine, Nina un po’ fuori di matto lo diede davvero, diventando una vera pasionaria mazziniana, contestando personalmente il Potere illiberale che l’aveva allontanata dall’amante.

Per quattro anni Camillo e Nina s’inseguirono, incontrandosi a Torino, Milano, Vinadio, Valdieri; ma se per lei le difficoltà del rapporto aumentavano l’amore, per lui la storia era finita da un pezzo.

Nina, quando non lo vedeva, gli scriveva; centinaia di lettere che finirono fra le mani del marito, il quale continuò pubblicamente a dichiararla matta e la confinò nella villa di Voltri: qui, il 18 ottobre del 1834, avvenne l’ultimo incontro con Camillo, che la piantò definitivamente.

Nina cadde in una prostrazione tremenda che durò anni; tentò due volte il suicidio col veleno, e trasferita nella nuova casa a Genova, Palazzo Lercari, in via Garibaldi al numero 3, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1841 (anniversario del suo primo incontro con Cavour), gli scrisse un’ultima dolcissima lettera, mezza in genovese, mezza in italiano: 

Camillo caro,
Camillo bello te veuggio tanto ben, ma quando te ou pourrò dì
(te lo potrò dire)… Son tanta fiacca, a me existensa (esistenza) a l’è così precaria che non ho coragio de pensà à l’avvegnì (avvenire).
Però, quello che posso assegurà, le che ou me coeu (
cuore) ou sarà sempre to (tuo), viva o morta son a to (tua) - e tanto che questa machinetta (il cuore) a m’apparten, a sarà a to - vorreivo (volevo) ese bella per piaxeite (piacerti), vorreivo ese forte e ben stante e libera e avei molti dinai (denari) per seguite de lungo apreuvo (a lungo)
Questi son seunni
(sogni): beseugna che m’adatte ae (alle) triste circostanze ne’ quali me treuvo, e che seggie (sia) ben contenta che ti te ricordi de mi. Te daggo tanti baxi .
Tutta to Nina.
«Io non so nulla tranne d’amarti tanto.
Tu sei tutto per me. Sei un essere soprannaturale. Tu assorbi tutti i miei pensieri, tu mi domini….
Voglio la tua felicità prima della mia…
Camillo, sono tua per sempre»  

Poi, dopo aver fatto testamento, si lanciò dalla finestra di camera sua.

Un volo di 11 metri, sei giorni di agonia e finalmente la morte, il 30 aprile: aveva trent’anni.

Il marito rifiutò di seppellirla nella tomba di famiglia; lo stesso fece il padre, idem la famiglia della madre.
Le sue spoglie riposano a Genova nella chiesa di Padre Santo, in piazza dei Cappuccini.

Nel testamento Nina chiese alla Duchessa di Galliera, nuova proprietaria della villa di Voltri, che il lume posto davanti alla Madonnina bianca rimanesse sempre acceso, affinché tutti ricordassero la fiamma del suo amore infelice. 
E così fu, e così è ancora.

©Mitì Vigliero

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