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La Misteriosa Fanciulla della Via Appia: Storia di un Bellissimo Cadavere

di Placida Signora - 28 settembre 2011

Era il 18 aprile del 1485, lunedì, quando alcuni operai che cercavano del marmo nel terreno di un casale al sesto miglio circa della via Appia, vennero inghiottiti da una voragine apertasi all’improvviso sotto di loro, causata dal crollo di una volta in mattoni appartenente a una tomba d’epoca romana.

All’interno venne rinvenuto un sarcofago, uno dei tanti che venivano alla luce su quella strada che dagli antichi romani veniva usata come cimitero monumentale e, dai loro posteri, come self service di preziosi materiali da riciclare nelle loro costruzioni.

Ma questo sarcofago riservava un’incredibile sorpresa: un cadavere femminile perfettamente conservato e così descritto dall’umanista fiorentino Bartolomeo Fonte:

“Un corpo disposto bocconi, coperto d’una sostanza alta due dita, grassa e profumata. Rimossa la crosta odorosa, apparve un volto di così limpido pallore da far sembrare che la fanciulla fosse stata sepolta quel giorno. I lunghi capelli neri aderivano ancora al cranio, erano spartiti e annodati come si conviene a una giovane e raccolti in una reticella di seta e oro.
Orecchie minuscole, fronte bassa, sopraccigli neri, infine occhi di forma singolare sotto le cui palpebre si scorgeva ancora la cornea. Persino le narici erano ancora intatte e sì morbide da vibrare al semplice contatto di un dito.
Le labbra rosse, socchiuse, i denti piccoli e bianchi, la lingua scarlatta sin vicino al palato. Guance, mento, nuca e collo sembravan palpitare. Le braccia scendevano intatte dalle spalle sì che, volendo, avresti potuto muoverle. Le unghie aderivano ancora alle splendide lunghe dita delle mani distese.
Petto, ventre e grembo erano invece compressi da un lato e dopo l’asportazione della crosta aromatica si decomposero. Dorso, fianchi e il deretano invece, avevano conservato i loro contorni e le forme meravigliose, così come le cosce e le gambe che in vita avevano sicuramente presentato pregi anche maggiori del viso.”

Il 19 aprile, come scrisse lo storico Gaspare Pontani:

“Martedì fu portato lo detto corpo in casa delli conservatori (Palazzo dei Conservatori in Campidoglio), et andava tanta gente a vederlo che pareva ce fusse la perdonanza (indulgenza plenaria), et fu messo in una cassa de legname e stava scoperto; era corpo giovanile, mostrava da 15 anni, non li mancava membro alcuno, haveva li capelli negri come si fusse morto poco prima, haveva una mistura la quale si diceva l’haveva conservato con li denti bianchi, la lengua, le ciglia; non se sa certo se era maschio o femina, molti credono sia stato morto delli anni 700″

Furono più di 20.000 le persone che solo quel giorno si recarono a vedere quel corpo misterioso, rimanendo affascinate sia dalla bellezza della ragazza, sia dal mistero che l’avvolgeva.

Papa Sisto VIII però non gradì tanta ammirazione nei confronti di una donna pagana, oltretutto nuda; così la notte dopo fece trafugare il cadavere ordinando che venisse, a seconda di cosa riportano le fonti, o seppellito in una località segreta a Muro Torto dove venivano inumati i non cristiani, o scaraventato nel Tevere.

Chi fosse stata in vita quella fanciulla, nessuno riuscì a scoprirlo; il monumento funebre sopra la tomba era da tempo stato distrutto e il sarcofago non presentava iscrizioni.

Qualcuno suppose potesse trattarsi di Tulliola, l’adorata figlia di Cicerone; ma di sicuro e preciso, non si seppe mai nulla.

Di lei rimasero soltanto un disegno di anonimo autore che la ritrasse quel 19 aprile del 1495 prima del “trafugamento”, e un fascinoso ricordo leggendario.

© Mitì Vigliero

Nina e Camillo: Storia di un lume sempre acceso

di Placida Signora - 4 agosto 2011

Dedicato a Maria Rosa 

 

Voltri, nel ponente genovese, ai piedi del colle di Castellana e precisamente in via Nicolò da Corte, s’innalza la maestosa scenografia della villa Duchessa di Galliera.

Quasi un castello circondato da un grande parco, ospitò reali e politici potenti; ma un lume perennemente acceso di fronte a una Madonnina bianca, posta in una nicchia degli archi sotto il grande viale centrale, ricorda un tragico amore che coinvolse uno dei personaggi più famosi della storia d’Italia.

Agli inizi del XIX secolo la villa era proprietà del marchese Stefano Giustiniani, Gentiluomo di Camera del re Carlo Felice, che  nel 1826 sposò, con matrimonio combinato, la baronessa Anna Schiaffino detta Nina.

Aveva 19 anni, Nina; intelligente, colta, appassionata di politica, le sue idee contrastavano fortemente con quelle del marito.
Poco per volta sia la villa di Voltri sia la casa cittadina, Palazzo De Mari in piazza San Siro, diventarono salotti politici frequentati da liberali vicini alla Giovane Italia come Rubattino, che sarà l’armatore dell’imprese dei Mille, Mameli, e un giovane sottotenente piemontese del Genio Militare in forza a Genova: Camillo Benso conte di Cavour.

Dal 24 aprile 1830 tra Nina e Camillo esplose una passione infuocata; il marito ne era a conoscenza, ma si limitò a spargere la voce che sua moglie era pazza.

Quando nel ’31 Cavour venne spedito da Carlo Felice nella tetra fortezza di Bard in Val d’Aosta, per vedere se gli passavano le idee giacobine, Nina un po’ fuori di matto lo diede davvero, diventando una vera pasionaria mazziniana, contestando personalmente il Potere illiberale che l’aveva allontanata dall’amante.

Per quattro anni Camillo e Nina s’inseguirono, incontrandosi a Torino, Milano, Vinadio, Valdieri; ma se per lei le difficoltà del rapporto aumentavano l’amore, per lui la storia era finita da un pezzo.

Nina, quando non lo vedeva, gli scriveva; centinaia di lettere che finirono fra le mani del marito, il quale continuò pubblicamente a dichiararla matta e laconfinò nella villa di Voltri: qui, il 18 ottobre del 1834, avvenne l’ultimo incontro con Camillo, che la piantò definitivamente.

Nina cadde in una prostrazione tremenda che durò anni; tentò due volte il suicidio col veleno e, trasferita nella nuova casa a Genova, Palazzo Lercari, in via Garibaldi al numero 3, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1841 anniversario del suo primo incontro con Cavour – gli scrisse un’ultima dolcissima lettera, mezza in genovese, mezza in italiano:

Camillo caro,
Camillo bello te veuggio tanto ben, ma quando te ou pourrò dì 
(te lo potrò dire)… Son tanta fiacca, a me existensa (esistenza) a l’è così precaria che non ho coragio de pensà à l’avvegnì (avvenire).
Però, quello che posso assegurà, le che ou me coeu (
cuore) ou sarà sempre to (tuo), viva o morta son a to (tua) - e tanto che questa machinetta (il cuore) a m’apparten, a sarà a to – vorreivo (volevo) ese bella per piaxeite (piacerti), vorreivo ese forte e ben stante e libera e avei molti dinai (denari) per seguite de lungo apreuvo (a lungo)
Questi son seunni 
(sogni): beseugna che m’adatte ae (alle) triste circostanze ne’ quali me treuvo, e che seggie (sia) ben contenta che ti te ricordi de mi. Te daggo tanti baxi .
Tutta to Nina.
«Io non so nulla tranne d’amarti tanto.
Tu sei tutto per me. Sei un essere soprannaturale. Tu assorbi tutti i miei pensieri, tu mi domini….
Voglio la tua felicità prima della mia…
Camillo, sono tua per sempre  

Poi, dopo aver fatto testamento, si lanciò dalla finestra di camera sua.

Un volo di 11 metri, sei giorni di agonia e finalmente la morte, il 30 aprile.

Aveva trent’anni.

Il marito rifiutò di seppellirla nella tomba di famiglia; lo stesso fece il padre, idem la famiglia della madre.

Le sue spoglie riposano a Genova nella chiesa di Padre Santo, in piazza dei Cappuccini.

Nel testamento Nina chiese alla Duchessa di Galliera, nuova proprietaria della villa di Voltri, che il lume posto davanti alla Madonnina bianca rimanesse sempre acceso, affinché tutti ricordassero la fiamma del suo amore infelice.

E così fu, e così è ancora.

©Mitì Vigliero

“Angelo mio, scampato è ogni periglio!”: Come fu che Emerenziana scampò il convento

di Placida Signora - 2 agosto 2011

Alberto II conte di Gorizia, d’Istria, Carinzia e Pusteria, nel 1304 morì in quel di Lienz, pare avvelenato.

Nel castello di Gorizia vi è un quadro che ne raffigura la morte; steso esanime sulle ginocchia d’un fiduciario, la moglie gli carezza il capo.

Sull’uscio, i figli maschi e la figlia: Emerenziana.

I fratelli, per non dividere con lei l’eredità, decisero in modo democratico – come s’usava allora – di rinchiuderla in un convento di clausura a Firenze.

Un viaggio dall’Alto Adige in Toscana allora era lungo, con strade scomode e pericolose.
Così misero di scorta alla fanciulla un loro fido vassallo: il baldo cavalier Balthasar von Welsberg, alias Baldassare signore di Monguelfo.

Partirono in carrozza, seguita a cavallo da armieri e una piccola Corte composta da servitori e un sacerdote.

Era primavera ed Emerenziana, che mai aveva messo il naso fuori casa, ad ogni tappa guardava affascinata il paesaggio commentandolo col suo accompagnatore.

A Sesto la fanciulla s’incantò di fronte ai boschi di larici, in Val Pusteria s’entusiasmò per i castelli, in Val d’Adige per i pascoli fioriti. A Trento s’estasiò alla vista dei meli fioriti e al sapore dei vini bianchi, a Riva del Garda quasi svenne alla vista del lago; a Verona, vedendo l’Arena volle conoscere tutta la storia romana sino ai suoi giorni e a Mantova, dopo una breve lezione su Virgilio, ebbe una crisi d’isterico pianto.

“Ohimimì” singhiozzava “Perché veder tante bellezze, conoscer tante cose se il mio destino sarà quello d’esser seppellita per sempre in un convento?”

Baldassare, colpito dalla verve oltreché dalla beltà d’Emerenziana, iniziò a vacillare, diviso fra la fedeltà ai suoi signori e il profumo della fanciulla.

A Modena ripetè come un mantra la formula del giuramento dell’investitura, a Bologna pensò che i capelli della damigella avevano il color delle ginestre, a Pistoia si mise furiosamente a lucidar la spada che i conti gli avevan donato, a Prato incrociò lo sguardo della ragazza e alle porte di Firenze bloccò il convoglio davanti a una chiesina, vi corse dentro con Emerenziana e il sacerdote, la sposò e ordinò al convoglio il dietro front.

Fuggirono a Dobbiaco , dove chiesero ospitalità in una casa di contadini chiamati Englös; la Corte invece tornò a Lienz, dove raccontò il fattaccio ai fratelli della mancata monaca .

Questi, ovviamente imbufaliti, ordinarono la restituzione della sorella minacciando di radere al suolo Monguelfo e tutti i possedimenti di Baldassarre.

Gli sposi allora scapparono a San Candido, ottenendo asilo nell’abbazia dei benedettini: l’abate, gran diplomatico, fece in modo che i fratelli li perdonassero.
Quando Baldassarre ebbe la notizia, corse dalla sua bella urlando gioioso: “Angelo mio, scampato è ogni periglio!”

Morale.

Nel castello a Monguelfo  vi fu un grande ricevimento riappacificatore alla presenza dei cognati conti.

Emerenziana per grazia ricevuta fece erigere la chiesa di  “Maria am Rain“, che sino al 1832 sul tetto della navata mostrava intrecciati gli stemmi nobiliari di Monguelfo e Gorizia; la famiglia contadina di Dobbiaco ebbe il titolo di barone (sullo stemma un angelo), Casa Englös divenne sede gentilizia e tutti, una volta tanto, vissero felici e contenti.

©Mitì Vigliero

L’importanza dell’Ombrisallo – Antiche Cure Neonatali (e “Ombelico” in tutti i dialetti)

di Placida Signora - 20 luglio 2011

Dopo il travaglio del parto, occupiamoci ora del neonato e di cosa accadeva al poveretto appena vista la luce.

Sin quasi alla metà del Novecento, avere un maschio in certe zone dell’Italia contadina era considerata una benedizione i cui motivi oggi farebbero diventare femminista pure una gheisha; non solo braccia in più per il lavoro, ma anche un aumento di forza e cultura dentro casa.
Questo perché il maschio avrebbe certamente seguito almeno gli studi elementari, mentre la femmina era destinata alla casalinghitudine.

Perciò, mentre il bimbo metteva il capìno fuori e ancora non si sapeva il suo sesso, in Sicilia tutte le donne presenti al parto recitavano giulive:

“S’è masculiddu lu chiamamu Cola
ca quannu crisci lu mannamu a scola
S’è fimminedda la chiamamu Rosa
ca quannu è granni ‘nni scupa la casa”


Ma, maschio o femmina che fosse, doveva innanzitutto tentare di sopravvivere alle numerose cure della medicina popolare a cui veniva immediatamente sottoposto.

Appena sortito dal ventre materno, gli controllavano l’attaccatura dei capelli sulla nuca perché “chi ha il codino aspetta un fratellino”; grande giubilo se nasceva “con la camicia” (sacco amniotico): da grande avrebbe certamente avuto virtù taumaturgiche (Emilia Romagna, Liguria, Piemonte).

Badavano a non baciarlo sul collo, perché avrebbe perso il sonno e infine gli tagliavano il cordone ombelicale facendo attenzione, se maschio, di lasciargliene un pezzo lungo almeno 4 dita perché da quello sarebbe dipesa la dimensione del suo attributo da adulto (Campania, Venezia Giulia).

Il cordone rimasto veniva cosparso di miele, olio e sale, impacchettato in una tela e infine legato stretto sull’ombelico (Salerno).

Appena nato, il pargolo veniva sottoposto al primo bagnetto, anche questo rituale: nell’acqua venivano messe, a seconda delle regioni, monete, gocce di candela benedetta antimalocchio, sale, rosso d’uovo, olio di rosa, miele: come disinfettante vino o pipì di altro bambino al di sotto dei 3 anni.

Alle bimbe veniva cosparsa di zucchero la vulva, per renderle future femmine appetibili (Veneto, Piemonte, Sicilia); ai maschi si sfregava sulla lingua dell’aglio (Val d’Aosta, Savoia, Francia) per renderli virili.

E poi si procedeva alla tortura delle fasce, strettissime attorno al corpo, capo compreso a mo’ di mummietta, nell’intenzione di rendere perfettamente ritte braccia, gambe e schiena e anche perché vigeva il terrore che “prendesse freddo “; infatti durante l’età neonatale veniva lavato pochissimo, spesso solo sfregato con saliva materna (Abruzzo, Molise, Marche).

In più la fasciatura a baco da seta era utile alle mamme, che lo trasportavano ovunque come un pacchetto, arrivando ad appenderlo a un chiodo quando lavoravano fuori di casa, ad esempio nelle stalle o nei campi.
Solo a 6 mesi venivano liberate le braccia, a un anno le gambe.

Quando si staccava l’ultimo pezzo di cordone, sull’ombelico veniva posta una moneta (Basilicata, Bergamasco) o una rondella di piombo (Lazio), per tener piatta la cicatrice.

Il cordone di solito veniva bruciato mentre in Umbria lo mettevano in un posto che simboleggiasse la professione futura desiderata per il bimbo.
Padre Mariangelo da Cerqueto (1915-2002), il notissimo Frate Indovino, era solito raccontare: “Mia madre pose il mio pezzetto tra i suoi pochi libri; finii tra la Filotea, il libro di preghiere, e il Lunario di Barbanera”.
E’ innegabile che nel suo caso abbia funzionato.

©Mitì Vigliero

Corollario

Come si dice Ombelico nei vari dialetti

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Ombrisallo – Genova

Briguel, Belliguel - Bologna

Amburì – Piemonte

Bugnigul, Umbričon – Friuli

Bunìgolo, Bòcolo - Veneto

Vellìcolo – Napoli

Schèo (soldo)- Alto Trevigiano

Bumbulif - Lugano

Bamborin - Milano

Muglichere- Mugliculu- Ciociaria Lazio

Biddiu - Sardo Campidanese

Boton della ghidazza (bottone della madrina, perché era lei l’addetta al taglio ) – Trentino Occidentale

Bigul – Ferrara

Buton dela pansa – Bergamasco

Bìgol - Crema

 Morìco – Marche (AP)

Bellìco - Toscano

Vijicu – Vibonese

Viddicu – Palermitano

“Nesci nesci cosa fitènti” – Antiche Credenze sul Parto

di Placida Signora - 19 luglio 2011

Partorire è sempre rischioso, ma nell’Italia rurale - sino alla metà del secolo scorso - era addirittura temerario grazie alle diffusissime usanze della medicina popolare.

D’altronde la prima scuola di levatrici professionali fu fondata a Torino alla metà del ‘700 e rimase l’unica per 30 anni; solo ai primi del XX sec. divenne obbligatoria la presenza d’un ostetrica diplomata nei paesi più popolati, ma la maggioranza di villlaggi e frazioni rimase scoperta.

Si diceva “son cose da donne”.

Infatti attorno al letto della partoriente s’affollavano solo femmine parenti o vicine di casa, capitanate dalla “mammana” il cui incarico le era stato dato dai compaesani perché mammane erano state sua madre, sua nonna ecc.

Innanzitutto occorreva creare un’atmosfera favorevole e priva di influssi negativi.

Perciò al momento del parto venivano buttate fuori di casa persone in lutto recente (Marche) o deformi (Lazio); sospetti menagramo (Campania);litigiosi e violenti (Friuli); donne di noto malcostume (Sicilia).

Bandita ovunque la presenza nella stanza di gomitoli e matasse: avrebbero rallentato il travaglio.

Tolte alla vista della quasi madre anche le pere (Ciociaria), ché con la loro forma avrebbero fatto “da tappo” al nascituro.
Graditissima invece (Sicilia) la presenza d’una persona che avesse attraversato, anche non a nuoto, per 3 volte lo Stretto di Messina, perché considerata fortunata: allora quello spesso era un viaggio a cui non era facile sopravvivere…

Alla luce di ceri accesi davanti al ritratto di Sant’Anna protettrice delle partorienti (mentre in Sabina le future madri recitavano in loop Santa Liberata fa che dolce sia l’uscita, come dolce fu l’entrata) iniziavano i metodi per lenire i dolori della partoriente.

Tra questi pettinarla (Veneto); darle da bere camomilla con olio bollente che “lubrifica” (Venezia); spargere ghiaia di mare sotto il letto (Sicilia); infilarle una scure sotto i piedi e bagnarle la parte “d’uscita” con acqua benedetta (Abruzzo); asciugarle il sudore con un drappo rosso (Ciociaria); gettare nel fuoco ulivo benedetto (Trevigiano); appenderle un ferro di cavallo al collo e sparare colpi di fucile in aria, si spera all’aperto, per spaventare gli Spiriti Maligni (Logodurese).

Si era convinti che, se la donna soffriva quei momenti, fosse colpa del maschio che l’aveva ingravidata; per questo nel Cagliaritano le assistenti al parto le mettevano accanto sul letto le braghe del maritopicchiandole e insultandole ferocemente.

Ma poiché si credeva l’uomo più forte nel sopportare il dolore, alla moglie venivano fatti indossare i suoi indumenti che in una sorta dimagico transfert avrebbero passato a lui gli spasmi.

Così la poveretta già in preda alle doglie veniva vigorosamente massaggiata con una camicia del marito (Romagna), strizzata in una sua cintura (Lazio), strozzata da un suo calzino messo attorno al collo (Veneziano), accecata da un suo cappello calcatole in testa sino al naso (Sicilia), soffocata da tutto il di lui guardaroba stesole addosso a mo’ di coperta (Comasco).

Nel Veronese il marito assisteva: suo compito era tenere fermo sul petto della moglie un piatto di stagno, così magari lei nella foga del dolore addentava quello anziché lui.

Se il travaglio durava troppo, andava a suonare le campane tirando la corda coi denti (Sardegna) così chi le udiva poteva formulare una preghiera d’incoraggiamento.

La mammana siciliana infine, esortava il nascituro a venir fuori recitando dolcissima e suadente:

Nesci nesci, Cosa fitènti,
ca lo cumanna Diu ‘nniputenti.
Veni fora e nun tardari,
ca a tò matri hai libirari.

© Mitì Vigliero

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