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Come Si Facevano Belle Quelle Incoscienti Delle Nostre Nonne: Creme e Belletti

di Placida Signora - 3 agosto 2010

All’epoca delle nostre Nonne (ormai anche Bis e Tris), vigeva l’ipocrita motto del si fa ma non si dice, ossia il trucco doveva esserci, ma non essere notato né soprattutto confessato.

Sui ripiani di marmo della “toeletta” troneggiava uno specchio di legno inclinabile che rifletteva una parata di barattoli dai nomi fascinosi quali Latte VerginalePomata d’AspasiaAcqua del Serraglio

E sul comodino, accanto alle Riflessioni della donna cristiana, facevano spicco altri libri di profonde meditazioni quali Guerra alle rugheL’arte di esser bella, scritti ambedue da Donna Clara (Lattes, 1907), dai quali emergeva che il principale canone di bellezza muliebre fosse quello di possedere, come ora, una carnagione morbida e luminosa.

Così, per ammorbidire la pelle del viso le signore consumavano chili di cold-cream, fabbricata in farmacia.

La ricetta più classica, riportata da Il Profumiere (Ed. Pucci, 1901), era:
“Olio di mandorle dolci gr. 300; spermaceti gr. 40; paraffina gr. 40; cera bianca gr. 30; acqua di rose gr. 100; tintura di benzoino gr. 4″.

Il risultato era un’epidermide grassa ed untuosa come il fondo di una padella pronta ad accogliere un chilo d’acciughe; ma ciò piaceva molto, e nei romanzi d’allora si leggevano romantiche descrizioni quali “Il sole si rifletteva a specchio sul suo bel volto, facendolo risplendere come il mare di luglio“.

La celebre Acqua del Serraglio, pubblicizzata come “l’elisir orientale che usato su tutto il corpo al posto dell’acqua e sapone vi farà ugualmente brillare la pelle“, aveva invece come principali componenti acqua di rosetintura di benzoino.

Considerando che allora il rapporto con la vasca da bagno non era dei migliori, l’uso continuato e poco lavato di questo prodotto dopo un po’ rivestiva l’epidermide di una vernice resinosa, simile a quella che serve per proteggere i legni delle barche, impedendo totalmente la traspirazione; molte spalle d’alabastro che brillavano nei palchetti dei teatri non appartenevano altro che a umane carene spalmate di flatting che ogni tanto, non certo per feminea ipersensibilità, svenivano.

Come cipria, si usava polvere di riso mescolata a bismuto per renderla aderente; famose erano quelle marca Leichner, grasse, indelebili, anche color violetto per la sera, così da trasformare leggiadre creature in tanti Nosferatu.

fondotinta, detti “belletti bianchi“, invece di essere come ora tinta carne erano, grazie alla moda che imponeva incarnati nivei, tutti rigorosamente color biacca nonché velenosissimi poiché composti di zinco, argento e piombo.

Venivano spalmati a più strati su faccia, collo e, con gli abiti scollati, anche su spalleseno; ma contenendo appunto piombo unito al solito bismuto con veci di collante, avevano pure la curiosa prerogativa di diventar neri venendo a contatto con gas o idrogeno solforato.

Così spesso accadeva che signore dalla nivea epidermide, dopo essere state troppo vicine a lampade a gas o aver fatto una capatina nel “camerino di decenza“, in cui per questioni igieniche l’idrogeno solforato abbondava, si tramutassero all’improvviso in tante negrette.

A loro volta i cosiddetti “belletti rossi” usati per guancelabbraorecchie (furoreggiavano i “rosei lobi“), contenevano cinabro ossia solfuro di mercurio. Mentre i cosmetici schiarenti le macchie della pelle o le odiate lentiggini vantavano, tra i componenti, sublimato corrosivo, ossido di piombo, canforaacido solforico.

In compenso le “emulsioni antirughe” erano a base di bicloruro di mercurio, nonché profumate con estratto di mandorle amare: solo che la mescolanza dei due elementi produceva cianuro di mercurio, il che acuisce ancor di più il sospetto che allora chi bella voleva comparire, dovesse pure rischiare di morire.

Ma anche questo faceva parte della selezione della specie, quella più benestante, visto che i prodotti e i trattamenti avevano un costo non indifferente e di certo non venivano usati da chi aveva già problemi di sopravvivenza causa fame e malattie date da indigenza…

Leggete ad esempio alcune ”ricette naturali di bellezza” tratte dai Guerra alla rughe di Donna Clara (Ed. Lattes, 1907).

titoli, ovviamente, sono miei…

Massaggi masochisti
“Gonfiate le gote il più possibile e fate profonde e rumorose inspirazioni, avendo l’avvertenza di respirare solo con le narici e afferrando a più riprese le vostre gote, dandovi pizzicotti via via più forti, intervallati da rapidi e ripetuti schiaffi. Per le rughe ai lati della bocca, avvolgete il vostro dito indice in un fazzoletto di seta, introducendolo in bocca in aderenza della guancia e in corrispondenza della ruga da combattere. Col pollice e l’indice dell’altra mano, pizzicate la ruga in senso orizzontale, stringendola il più possibile sino al punto di sentire un forte dolore molto fastidioso. Ma non demordete e continuate almeno per venti minuti”.

Vapori etilisti
“Fate arroventare una paletta di ferro; gettateci sopra della polvere di mirto; accogliete sul viso il fumo, coprendovi il capo con un tovagliolo come fate per i fumenti. Poi nuovamente riscaltate la paletta; quando sarà rovente, bagnatela con vino bianco secco e ricevetene il vapore sul viso, sempre col tovagliolo in testa. Ripetete questa operazione tre volte consecutive, per tre volte al dì, mattino e sera”

Maschera trucida
“Comprate dal macellaio un bel tocco di manzo giovine, meglio se filetto magro e fresco. Tagliatelo in sottili fette lunghe e strette e, al momento di andare a letto, applicatele sul viso, ben distese, ben aderenti, trattenendole ferme con garze legate dietro la nuca. Conservatele tutta la notte e staccandole la mattina imbevendole con acqua tiepida aromatizzata al rosmarino, riscoprirete la freschezza dei vostri sedici anni”E se i sedici anni non fossero tornati, si potevano sempre servire a tavola al posto dell’arrosto.


©Mitì Vigliero

La Misteriosa Morte di Elisabetta Sirani, Pittrice.

di Placida Signora - 18 maggio 2010

L’Angelovergine che dipingeva da homo

(Elisabetta Sirani, autoritratto, 1658)


Era un tipico agosto bolognese, quello del 1665; afa e caldo infernali.

Ma in via Urbana 7, casa del pittore Giovan Andrea Sirani, l’atmosfera era di cupo gelo, quello che fa venire i brividi all’anima.

Era preoccupato per la salute di Elisabetta, la sua primogenita ventisettenne che da un po’ soffriva di terribili dolori al ventre.

Adorava quella figlia; era diventata pittrice più famosa di lui e di riflesso dava lustro anche al suo nome e alla sua arte, che senza di lei darebbe stata abbastanza mediocre e, soprattutto, ignorata.

Ed era davvero brava, la Sirani; in un’epoca in cui le donne difficilmente emergevano nella vita quotidiana, figuriamoci in quella artistica, da quando aveva 17 anni nobili, religiosi, borghesi, popolani le commissionavano quadri: duchesse di Parma, di Baviera, di Braunschweigh,  principi di Toscana avevano in casa almeno una sua opera.

Dipingeva ininterrottamente e velocissima (più di 200 quadri in 10 anni!) soprattutto donne e spesso autoritraendosi: Madonne, sante, eroine mitologichebibliche.

In ogni suo quadro poneva la firma su pizzi, gioielli, scollature, ossia su ogni cosa dimostrasse femminilità e sensualità.

Era anche un business vivente, Elisabetta; il padre le faceva da agente amministratore mentre lei passava ore e ore chiusa in studio, lavorando in pubblico – perché molti non credevano fosse lei a dipingere-  e dissertando coltamente con gli spettatori.

Cosimo de’ Medici, in cambio d’un quadro le donò una croce con 56 diamanti che venne posta dal padre nell’ “Armadio dell’Ammirazione”, zeppo d’oggetti preziosi donati alla figlia e mostrato ai visitatori come un reliquiario che provocava feroci invidie.

Carlo Cesare Malvasia, celebre esperto di pittura dell’epoca, la venerava definendola “prodigio dell’arte, gloria del sesso donnesco, gemma d’Italia, sole d’Europa,  l’Angelovergine che dipinge da homo, ma anzi più che da homo”.

Vergine perché non s’era mai innamorata; tranne forse che d’un allievo del padre, il parmense Battista Zani, già promesso alla bolognese Ginevra che della pittrice era gelosissima.
Come gelosissimo era di lei suo padre, che non avrebbe mai accettato di dividerla con altri o di vederla andar via di casa.

Elisabetta iniziò a star male il giorno 11; il medico Gallarata diagnosticò una misteriosa “distillazione di catarro” da curare con “siroppo acetoso”.

Il 27 la crisi; urlava dal dolore, inizò a “sudare gelato”: il medico prescrisse “lavativi, unzioni del corpo, vomitivi e brodi”.
Si fece “negra l’estremità delle dita delle mani e dei piedi, mutò tutta colore”.
E il 29 la fine: “Dopo morta si gonfiò tutta e pareva fosse vecchia di 60 anni, e fra le altre cose gli si gonfiò anche il naso”.

Così testimoniò la zia al processo, perché ci fu un processo che appassionò tutta la Bologna d’allora.

Il padre accusò d’omicidio una cameriera, Lucia Tolomelli; testimoni l’avrebbero vista comprare una venefica polvere rossa e metterla nel  pancotto, la cena di Elisabetta: forse una sicaria di Ginevra?

Lucia fu interrogata, torturata, il processo durò un anno; infine i patologi diagnosticarono “morte da ulcera perforata” causata da stress e iperlavoro.

La Tolomelli venne in ogni caso esiliata da Bologna e anche quando tornò, dopo il “perdono” e la morte del suo accusatore, ebbe per sempre la nomea d’avvelenatrice.

funerali di Elisabetta furono “lacrimosi e solenni come quelli d’una santa papessa”: è sepolta nella chiesa di San Domenico a fianco di Guido Reni, idolo di suo padre.

©Mitì Vigliero

“Anche là”: Come si Lavavano i Nostri Avi

di Placida Signora - 30 aprile 2010

Oggi, causa lavori sotto casa di ruspe su tubi, l’erogazione dell’acqua è stata sospesa dalle 8 alle 11, anzi alle 12.

E mentre sono in attesa di potermi andare a fare la doccia, vi racconto quanto siamo fortunati noi rispetto ai nostri Nonni (e Bis e Tris).

Tanto per farvi subito un’idea di come ci si tenesse puliti (ergo: ci si lavasse) sino ai primi del Novecento, basti ricordare che nella maggioranza dei bagni non esistevano né vasche né tantomeno docce; che il riscaldamento delle case era meramente simbolico (e di questo vi racconterò un’altra volta), che l’acqua corrente calda e fredda era un sogno di là da venire e che quindi bisognava arrangiarsi in altro modo.

In quasi tutte le camere da letto esistevano lavabi non ancorati al muro ma composti da bacinella e brocca; qualcuno stava incastrato in un apposito mobilino in ferro o legno , qualcuno posato semplicemente sul comò, che aveva per questo il piano di marmo .

Per lavacri più completi, vi erano vari tipi di tinozzone antenate delle vasche da bagno; semicupi di maiolica  o metallo , o piatte e larghe a forma d’immenso vassoio e sempre in metallo, simili a quella ritratta nel La baigneuse di Degas.

Leggete attentamente quel che il Dottor Paolo Mantegazza scriveva nella sua Enciclopedia Igienica (Ed. Madella, 1910)

“Il corpo
:
Ricordiamoci, a qualunque sesso apparteniamo, di lavarci almeno una volta alla settimana anche il collo, i piedi, le ascelle et similia: donne dico a voi, anche, senza pudore.
E qui vorrei che tutte le donnine leggessero questa pagina, perché si spogliassero d’un pregiudizio antico come il mondo…e sporco come un…pregiudizio, che nell’estate e nei paesi caldi fa rassomigliare molte creature bellissime alle capre; pregiudizio che coi suoi fetori ha ucciso prima di nascere molti affetti del cuore e ne ha soffocati altri già cresciuti e robusti.
Eppure molte donne non hanno mai portato l’acqua in alcune recondite regioni…per pudore.
Dio buono! Quale impudico pudore! Quale ircino e cornuto pudore!
Ma qui mi pare di sentirmi giungere alle orecchie un coro di voci gentili che con diverse favelle, ma tutte soavi, mi dice:
Ma dottore, anche?
E il dottore risponde:
Anche là, proprio anche !
E il coro che grida ancora:
Ma dottore, anche allora?
Sì, anche allora: e allora più che mai.

Il bagno intero
Quanti parlano di pulitezza e ordine, e non si lavano, facendo continue transazioni e architettando sofismi per non lavarsi bene!
Oggi fa freddo, domani ho da fare, posdomani mi sono alzato troppo tardi…Ci laveremo domenica. E domenica…tanto le gambe non si vedono, le braccia son coperte, tanto non esco, basta un po’ d’acqua odorosa e profumerò ugualmente… 
Almeno a primavera invece occorre prendere un bagno intero per prevenire le affezioni scrofolose, favorire lo sviluppo fisico e intellettuale, allntanare le cause più frequenti dell’isterismo, della clorosi, delle “debolezze testicolari”, delle difficili gravidanze e dei facili aborti.
Prima del bagno primaverile è necessario però sudare, onde aprire bene i pori chiusi dal grasso molto accumulato in inverno: per ben sudare montate su una sedia in piedi e nudi, poi riavvolgetevi dal capo in giù con un lenzuolo che vi faccia sembrare un fantasma, sotto la sedia mettete una lampaduccia ad alcol o un braciere e così prendete un bagno d’aria calda che vi farà sudare quanto volete.
Dopo, iniziate a strofinarvi la pelle delle membra con estrema vigoria sino a quando le vostre mani presto raccoglieranno una pasta molle ed elastica come quella dei raviuoli, dal vago sentore di tartufo e composta da sego, sali di sudore e squamette d’epitelio.
Eppoi via giù, nella tinozza di zinco, di ferro, di legno, di marmo! Sapone e striglia, risciacqui e altro sapone!”

Lavarsi in modo decente quindi era un’impresa abbastanza faticosa, e ciascuno aveva tecniche diverse.

Ecco ad esempio alcuni consigli elargiti sull’ “Encyclopédie des Jeunes Femmes”, un periodico francese annata 1875, in cui una tal Madame Myosotis insegnava alle giovani donne:

Come lavarsi quotidianamente in modo perfetto senza sprecar né tempo né acqua”.

Innanzitutto “cavar l’acqua dal pozzo”.
Di quest’acqua, “porne a bollire tre litri, avendo cura d’unirvi qualche scorza di limone per disinfettarla”;  poi “versate l’acqua calda nella brocca, e ponetevi spogliate di fronte alla bacinella del lavabo, avendo cura di porre sotto i vostri piedi un largo canovaccio atto ad assorbire le gocce cadute.
Immergete una spugna nell’acqua, strizzatela e passatela velocemente su braccia, spalle, collo, busto e pancia affinché la pelle risulti umida; sfregate ora sulla spugna un poco di sapone, e risfregate le stesse zone con energici movimenti circolari.
Con una pezzuola di lino intrisa d’acqua e ben strizzata, togliete immediatamente ogni traccia di sapone, e asciugatevi rapidamente per non prender freddo. Con la spugna strizzata inumiditevi ora anche, gambe, estremità inferiori (alias piedi, ndPlà); insaponate, e sfregate con energia- stavolta con movimenti verticali- sulle parti.
Colla pezzuola bagnata togliete il sapone, e asciugatevi con cura.
Versate infine l’acqua sporca della bacinella in un secchio; sarà preziosa per detergere i pavimenti della cucina.

©Mitì Vigliero

Come si Depilavano le nostre Ave

di Placida Signora - 26 aprile 2010

La cosa che differenzia fisicamente l’animale uomo dagli altri mammiferi è principalmente una sola; noi, rispetto a loro, siamo nudi, ossia abbiamo il corpo rivestito da pochissimi peli.

La nostra moderna civiltà pare aborrire ogni tipo pelo ed è per questo che, oltre rasoi d’ogni modello e tipo, impazzano cerette, creme, saponi e marchingegni scientifici atti a sterminarlo in modo sicuro.

Questo ci accomuna ad una visione orientaleggiante dei canoni estetici; turchi e indiani infatti, odiano sul corpo femminile qualsiasi pelo; testi religiosi raccomandano anche agli uomini di radersi il viso ogni quattro giorni e le altri parti del corpo ogni cinque (se viene usato il rasoio), dieci se i peli vengono strappati uno ad uno con le pinzette.

Ma in realtà i peli sono sempre stati abbastanza antipatici a tutto il genere umano; basta pensare ai modi di dire quali “avere del pelo sullo stomaco” o “non avere peli sulla lingua“, che in ambedue i casi li connotano negativamente, o “mancare un pelo a…“, che ne dimostra la piccolezza.

Nel mondo delle credenze popolari  i peli invece sono discussi; in tutto il Nord, prima che l’estetica prendesse il sopravvento, si pensava che gli uomini molto villosi fossero prestanti e lussuriosi; quelli glabri, al contrario, casti e impotenti.

Ovviamente questa convinzione era ben radicata solo fra razze umane fisicamente fornite di folto pelo; in quelle tendenzialment glabre come l’araba o l’africana, ad esempio, l’uomo dal corpo peloso era visto invece come una sorta di orco capace di ogni nefandezza.

In realtà, proprio come nelle razze animali, il pelo sul corpo umano è più o meno presente a seconda che il clima della zona d’origine sia più o meno caldo. E se la Natura ci ha cosparso di peli dalla testa in giù, l’ha fatto con la ragione precisa di proteggerci da infezioni e irritazioni assai pericolose, come nel caso di ascelle e inguine, sedi di delicatissimi apparati ghiandolari.

Però, come al solito, alla base del “pelo sì, pelo no” c’è soprattutto una questione di mode.

Sino ai primi del Novecento, ad esempio, ambo i sessi avevano un vero debole per le  sopracciglia; più erano spesse, folte, larghe e irsute, più erano fascinose perché dimostravano carattere e passionalità.

Le cose cambiarono attorno agli anni 30 quando alcune divine cinematografiche americane iniziarono a presentarsi con sopraccigli sottilissimi, arcuati a colpi di matita, e dopo un periodo di normalità, degenerarono in Italia negli anni Settanta quando Mina sconvolse tutti depilandoseli completamente, gesto insano seguito a ruota da una torma di donne che rendevano strade, uffici e negozi simili a tanti set di “Star Trek“.

Si pentirono poi tutte amaramente perché scoprirono a loro spese che i peli delle sopracciglia, a differenza degli altri, una volta eliminati rinascono in maniera lentissima; la fase di crescita dura uno-due mesi, seguita da quella di riposo che di solito dura più di un centinaio di giorni. Quindi, se la rasatura avviene proprio in quel periodo, ci vogliono dai sei agli otto mesi prima di ritrovarsele perfettamente a posto.

In compenso nessuna civiltà né alcuna epoca storica ha mai amato molto i peli sulle gambe e sul volto delle donne; il detto “donna pelosa donna virtuosa” probabilmente significava che quella signorina o si rassegnava alla lametta, o “virtuosa” lo doveva rimanere per forza.
Invece in alcune zone mediterranee è tutt’ora abbastanza tollerata una lieve, lievissima peluria sul labbro superiore, in nome forse del donna baffuta sempre piaciuta: si pensava infatti che quell’ombra scura sulle labbra fosse segno inequivocabile di grande passione sotto le lenzuola.

Per eliminare da gambe e visi gli antiestetici pelacci, esistevano già nell’antichità strumenti terribili.

Le antiche egizie si servivano di una pallina di resina appiccicosissima, che roteavano abili sotto il palmo della mano passandola velocemente sulla zona da disboscare.

Il romano Plinio suggeriva invece alle sue coeve matrone di usare la decolorazione; tra le circa cento ricette da lui stesso raccolte sull’argomento, è particolarmente curiosa quella a base di “bacche di sambuco mescolate con feccia d’aceto bruciata e olio di lentisco“, che li faceva “diventar biondi in una notte“.

Le giapponesi invece si strofinavano sulle gambe pezzi di pelle di pescecane essiccata che, simile a cartavetro, li polverizzava. Metodo questo ancora in auge, venduto oggi in profumeria in confezioni indubbiamente più eleganti e meno puzzolenti delle originali.

In Europa, per un lungo periodo le donne lasciarono quetare i peli delle loro gambe; questo grazie alla moda che imponeva vestiti lunghi e calze spesse: quindi chi li vedeva, anche se c’erano?
Ma con l’accorciarsi degli abiti e l’avvento delle calze trasparenti, il problema si ripresentò, spesso con conseguenze drammatiche.

Dato che le donne avevano poca dimestichezza coi rasoi maschili e regolarmente riuscivano a tagliarsi, oltre i peli, anche fette intere di polpaccio, iniziò in tutto il mondo una seria ricerca scientifica condotta da chimici e medici i quali tentavano in ogni modo di inventare  pratiche pomate depilatorie.

La più celebre sino ai primi del Novecento fu la “Rusma turca“; Paolo Mantegazza, tuttologo nonché medico allora famosissimo, solo a sentirla nominare diventava furibondo, denunciando nei suoi scritti quei colleghi senza scrupoli i quali, anziché cercare di risolvere il problema dell’irsutismo studiando il sangue o i metabolismi sballati delle loro pazienti, preferivano sfigurarle per sempre.

E aveva ragione, dato che in un barattolino misura standard di polvere di rusma si celavano i seguenti ingredienti: calce viva gr. 15; orpimento in polvere gr. 6; salnitro gr. 2; liscivia caustica gr. 60; zolfo gr. 3.

Occorreva poi unire al satanico impasto dell’acqua, farne una pappetta e stenderla sulla pelle sino a quando, come dicevano le istruzioni allegate, “non si avvertiva la pelle pizzicare“: allora si raschiava via con una spatola d’osso.

Solo che il “pizzicare” altro non era che un inizio d’ustione dovuto alla calce e alla liscivia, mentre l’esotico nome di “orpimento” celava quello più prosaico di “solfuro d’arsenico“.

E infine, nel 1945, sul serissimo Nuovo ricettario industriale edito da Hoepli, alla voce “Depilatori meccanici o strappapeli” si trovava l’antenata delle odierne strisce depilatorie:

Si unge prima la parte con olio di belladonna e dopo un’ora si pulisce con uno straccio umido di benzina, per sgrassare. Si applica il preparato composto da 20 gr. di soluzione viscosa di nitrocellulosa in alcole ed etere (collodio), 0,5 di olio di ricino, 5 d’acetone e 1 d’acetato d’amile, e quando secca dopo un’ora circa si strappa la pellicola formata. È atroce, ma le donne sopportano questo e altro (sic).”

Certo si poteva sostituire alla calce viva il più tranquillo solfidrato di calce, dal color verde bluastro; però, sempre come avvisava il Nuovo Ricettario: “questo sviluppa un odore assai sgradevole che è impossibile eliminare per giorni e giorni anche in seguito all’applicazione.”

Ma vuoi mettere un po’ di puzza in cambio di gambe lisce come seta?

©Mitì Vigliero

Opere d’Arte poco conosciute: “Il Compianto” di Bologna (1460)

di Placida Signora - 31 marzo 2010



Ne “Le faville del maglio Gabriele D’Annunzio racconta una sera d’autunno, quando da ragazzino entrò col padre in una chiesa a Bologna per ascoltare della musica sacra.

Mentre il padre sedeva su una panca, egli si mise a vagolare nella chiesa fiocamente illuminata e ad un tratto si trovò di fronte qualcosa che lo colpì profondamente:

Intravidi nell’ombra non so che agitazione impetuosa di dolore. Piuttosto che intravedere, mi sembrò esser percosso da un vento di dolore, da un nembo di sciagura, da uno schianto di passione selvaggia.”

Che cosa aveva visto?

Per scoprirlo andate in via Clavature 10 ed entrate nella chiesa Santa Maria della Vita, nome derivato dal fatto che faceva parte di un complesso ospedaliero (Ospedale della Vita) fondato dall’antichissima Confraternita dei Devoti Battuti, flagellanti convinti che il dolore fisico fosse l’unico modo per riportare la pace nel mondo.

All’interno, nella cappella di destra a fianco dell’altar maggiore, vi è un’opera d’arte che la Confraternita commissionò a Nicolò dell’Arca nel 1460: il Compianto del Cristo Morto.

Guardandola si capisce perché l’Imaginifico allora ne rimanesse sconvolto; non è la solita Pietà che raffigura il dolore composto e rassegnato della Vergine e degli amici riuniti attorno al cadavere appena deposto dalla croce.

Non vi è nulla di ascetico, divino e silenziosamente solenne in quelle figure in terracotta a grandezza naturale, che circondano quel cadavere.

Si tratta di veri, semplici esseri umani che dimostrano con gesti e movimenti ed espressioni la disperazione più assoluta che si prova di fronte alla morte di una persona cara.

E’ una rappresentazione universale del dolore; Gesù, la Vergine, Giovanni Apostolo, Giuseppe d’Arimatea e le tre Marie (di Cleofe, di Salonne e la Maddalena) interpretano da secoli la parte di parenti e amici colti nel momento del massimo “dolore furiale”.

Giuseppe in ginocchio, con in mano il martello col quale ha tolto i chiodi che reggevano Cristo alla croce; col volto girato verso chi osserva e lo sguardo che pare chiedere: “Trovi parole, tu?

Giovanni, che col braccio sinistro si cinge la vita e con la mano destra si regge il viso; gli occhi fissi, inebetiti volti da una parte, come per non guardare quel corpo che sempre D’Annunzio descrive “supino, rigido, coi piedi incrostati di grumi risecchi trafitti dal chiodo che aveva lasciato uno squarcio aspro, teneva distese le braccia e le mani conserte su l’anguinaia, annerata la faccia, la barba ingrommata”.

Immobilizzati nel dolore gli uomini, al contrario delle quattro donne; la Madre accartocciata su se stessa, piegata da un lato come spezzata, le mani non giunte ma strette a pugno l’una contro l’altra, il viso straziato. Maria di Salonne al suo fianco pare lanciare urla soffocate, piantandosi le unghie nelle cosce tentando di trattenere l’esplosione  del dolore.  Maria di Cleofe tende le mani come per nascondere alla vista quella morte; le vesti agitate dal vento, sembra tremare.

Ma la più sconvolgente è Maddalena: un’ossessa che arriva di corsa (“Puoi tu immaginare nel mezzo della tragedia cristiana l’irruzione dell’Erinni?”) scomposta nella veste svolazzante, il viso deformato dalla bocca spalancata in un lacerante “urlo impietrato”; gli occhi bassi a guardare il corpo, gonfi e pieni di lacrime.

Oggi quel gruppo scultoreo è considerato uno dei più belli della nostra Storia dell’Arte, ma dal 1600 in poi gli Amministratori dell’Ospedale della Vita lo rifiutarono, dicendo che spaventava gli ammalati e lo nascosero in una nicchia.

Da lì nacque il soprannome crudele affibbiato dal popolo bolognese alle Marie disperate: le Burde (streghe).

E se i bambini facevano i capricci, le mamme minacciavano: “Guarda che ti porto dalle Burde!”

©Mitì Vigliero

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