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Le Manovre Nettatorie ovvero: Come si lavavano le nostre Ave

di Placida Signora - 18 febbraio 2010

Tra le mie varie manie, c’è quella di collezionare vecchie riviste; e quando dico vecchie intendo proprio vetuste.

Tra quelle “femminili”, come l’ “Encyclopédie des Jeunes Femmes”, un periodico francese annata 1875, una tal Madame Myosotis -”esperta d’igiene muliebre“- insegnava alle giovani donne:
Come lavarsi quotidianamente in modo perfetto senza sprecar né tempo né acqua”.

Allora l’acqua corrente nelle case era ancora ben poco diffusa, e il riscaldamento non era certo quello a cui siamo abituati oggi; lavarsi la mattina era quindi un’operazione che – soprattutto in inverno – andava svolta nel minor tempo possibile onde evitare la broncopolmonite.

Innanzitutto occorreva ovviamente “cavar l’acqua dal pozzo”; di quest’acqua, “porne a bollire tre litri, avendo cura d’unirvi qualche scorza di limone per disinfettarla”.

Poi “versate l’acqua calda nella brocca, e ponetevi spogliate di fronte alla bacinella del lavabo, avendo cura di porre sotto i vostri piedi un largo canovaccio atto ad assorbire le gocce cadute”; ricordo che i “lavabi” con le relative brocche erano nelle camere da letto o posati sui comò  (per questo i comò antichi hanno spesso il piano di marmo) o su strutture in ferro battuto .

Madam Myosotis, con tono da istruttore di palestra, prosegue con la descrizione delle “manovre nettatorie” :

Immergete una spugna nell’acqua, strizzatela e passatela velocemente su braccia, spalle, collo, busto e pancia affinché la pelle risulti umida; sfregate ora sulla spugna un poco di sapone, e risfregate le stesse zone con energici movimenti circolari.
Con una pezzuola di lino intrisa d’acqua e ben strizzata, togliete immediatamente ogni traccia di sapone, e asciugatevi rapidamente per non prender freddo
”.

Me la immagino col cronometro in mano, a misurare il tempo alla lavante…

Pulita la parte alta del corpo, si passa a quella bassa:

Con la spugna strizzata inumiditevi ora anche, gambe, estremità inferiori (alias piedi, ndr) e là (“là”, sic); insaponate, e sfregate con energia- stavolta con movimenti verticali- sulle parti.
Colla pezzuola bagnata togliete il sapone, e asciugatevi con cura.
Versate infine l’acqua sporca della bacinella in un secchio; sarà preziosa per detergere i pavimenti della cucina
”.

Alla faccia del Mastro Lindo. 

©Mitì Vigliero

La Discussione della Legge Merlin (1949-1958)

di Placida Signora - 25 gennaio 2010

Per la serie “Come eravamo”

Saremo anche in era Internet, invenzione fantastica, siamo tutti d’accordo: però determinate cose ce le può svelare solo la memoria dei vecchi libri.

Il primo “Stupidario” della storia, quello “Parlamentare” uscito nel 1959 nelle edizioni del Borghese e curato da Luciano Cirri, attraverso un florilegio degli atti ufficiali delle due Assemblee parlamentari fa rivivere, quasi parola per parola, ciò che venne detto nelle “sacre aule” durante la discussione della Legge Merlin, quella che a mezzanotte del 20 settembre 1958 sbarrò le porte delle 590 case chiuse sopravvissute sino ad allora.

Il lettore odierno –soprattutto quello al di sotto degli “anta”- noterà subito quanto siano variati i metodi e i caratteri dell’espressione politica.

Innanzitutto allora, bastava che un onorevole o un senatore aprisse bocca per capire alla prima frase a quale partito appartesse; i democristiani, parrocchiali nell’ostentata castità, i socialisti grondanti citazioni e ciniche boutade, i comunisti sempre entusiasti della grande madre sovietica. Oggi invece i politici parlano tutti nella stessa maniera, e distinguerli –anche per questo, oltreché per i “contenuti”- è diventato difficilissimo.

Altro fatto che stupirà il giovane lettore sarà la cultura che, quasi sempre, i parlamentari di allora dimostravano; il fatto che utilizzassero termini aulici e parole “difficili” quali lupanare, lenone, filippica, leguleio, geremiade, mercimonio, oltre a non sbagliare un congiuntivo manco a pagarli, ce li fa apparire dei geni letterati al confronto delle nuove generazioni che utilizzano un vocabolario di 230 parole al massimo.

Indubbiamente la discussione della legge Merlin, durata in pratica 10 anni prima di arrivare alla approvazione, raggiunse alti livelli d’umorismo involontario, mostrando anche uno specchio di una società ormai visibile solo nelle vecchie pellicole in bianco e nero.

(locandina del film Arrangiatevi! ambientato in una ex casa chiusa)

Del resto, la questione delle case chiuse costituiva una saga tipicamente italiana, in cui si riassumevano tutti i motivi epici e caratteristici di quel tempo; il Sesso e la Mamma, la Debolezza Umana e la Pietà Cristiana, il Fango e la Redenzione.

Più che a un dibattito parlamentare, sembrava di prendere parte a un film tipico di quell’epoca, tra il serio e il faceto, interpretato da prostitute, caste fanciulle, ruffiani, poliziotti, lenoni, intellettuali, mandrilloni, padri di famiglia, giovani goliardi, Dame di San Vincenzo, il tutto condito da una gran voglia di happy and stile “tutto va ben, madama la marchesa”, anche perché l’Italia stava per entrare nell’ONU e per farlo doveva abolire in fretta la prostituzione di Stato, cosa che l’organizzazione aveva assolutamente stabilito come clausola per i suoi paesi membri.

Protagonisti indiscussi della discussione parlamentare furono due grandi della politica di allora; lei, l’Angelina Merlin detta Lina, classe 1887, professoressa di lingue, senatrice, socialista accanita, femminista convinta che però al marito Dante Gallani si rivolse tutta la vita (anche in privato) dandogli sempre rigorosamente del “voi”. Al di là dei sorrisi che oggi potrà far nascere il suo modo di esprimersi nelle arringhe parlamentari, fu una donna decisamente in gamba, estremamente coerente e contraria ad ogni forma di ipocrisia. Per conoscerla meglio (e ne vale la pena) vi consiglio di leggere La Senatrice – Lina Merlin, un “pensiero operante”, ed. Marsilio

E lui, il socialista Gaetano Pieraccini (1864-1957), che fu sindaco di Firenze, medico antropologo, quello che il 16 novembre ’49 – giorno dell’apertura della dicussione- esordì alla Camera dicendo: “Il mio discorso sarà forse un po’ lungo e particolareggiato; d’altra parte credo di essere il solo a difendere il bordello e quindi mi vorrete scusare”.
Ma alla fine il suo voto mancò (e sarebbe stato favorevole, essendo lui passato nel ‘56 al Psdi), perché morì qualche mese prima della storica discussione finale. Per conoscerlo meglio (e ne vale sempre la pena) vi consiglio Gaetano Pieraccini – L’uomo, il medico, il politico (1864-1957), ed. Olschki.

Resta una curiosità meramente sociologica; pensare che cosa avrebbero commentato i due, e tutti quegli altri politici che per noi non sono ormai più che nomi spesso ignoti, nel vedere com’è cambiata l’Italia da allora; quanto sono diverse le idee di moralità, sessualità, buon costume ed educazione in genere.

Sono quasi convinta che a tutti loro, oggi, solo ad accendere la televisione verrebbe immediatamente un coccolone.

Ed ecco alcuni interventi che ho tratto dallo Stupidario Parlamentare, Milano, 1959.

QUESTIONE DI OSSA
Merlin Angelina, PSI: ”I clienti sono spesso uomini corrotti, sposati e non scapoli soltanto. Sono altresì studenti, operai, soldati che vengono condotti per la prima volta nel lupanare per soddisfare una curiosità. Non resterebbero certamente casti senza la regolamentazione, ma neppure cederebbero ai primi stimoli della passione, quando ancora non hanno le ossa ben formate. Ma ciò avverrebbe più tardi, con un atto normale e sano” (12/X/49)

CASTI SENATORI…

Tartufoli Amor, DC:  “Nove benedizioni di Dio sono entrate nella mia casa e sei nipotini la stanno allietando. Io parlo in nome dell’angoscia che tiene il cuore di un padre quando ha numerosi figli, parlo in nome dell’esempio che posso aver dato ad essi per esser giunto al matrimonio in situazione di perfetta purezza…”(28/IX/49)

…E ANGUILLE ALLUPATE

Pieraccini Gaetano, PSI: “Le anguille quando entrano in amore fanno un lunghissimo viaggio di migliaia di km; vanno tutte quante a trovare il loro letto di nozze. Consideri, onorevole Merlin, quanto è potente lo stimolo sessuale!” (16/XI/49)

API E FIORI
Merlin: “Sviluppiamo la coscienza sessuale del cittadino: aprite ai giovani i campi sportivi per esercitare gli sport; moltiplicate gli Alberghi della Gioventù e spianate le vie dei monti e dei mari, anziché lasciare i giovani affollare i vicolo della suburra in attesa del loro turno dietro la porta del lupanare. Fate che non imparino dalla malizia del compagno più esperto come si genera la vita, ma fate che imparino dall’insegnamento scientifico quanto essa è bella e sacra nel fremito delle piante e degli animali, uomo compreso, che la rinnovano nell’amore!” (12/X/49)


(*)

DISTRAIAMO I MARINAI
Riccio Mario (DC): “Particolare considerazione per i marinai che, a volte dopo mesi di crociera, giungono in massa al porto e ovviamente sognano il lupanare. Ma vi sono nazioni che, “invece”, li conducono a visitare monumenti e musei, li intrattengono in gare sportive, li distraggono con manifestazioni artistiche e culturali…” (22/XI/49)

DISTRAIAMO SOLDATI E STUDENTI

Cortese Beppe (PSI): “Gli esercizi fisici sportivi, le sale di lettura, il teatro, le gite, le conversazioni, tanto per soldati che per studenti, saranno tali diversivi e tali occupazioni da far avvertire in molto minor grado gli impulsi sessuali!” (22/XI/49)

LENIN DOCET

Merlin: “La sfrenatezza della vita è un sintomo di decadenza. Il proletariato è una classe che deve progredire. Non gli occorre l’ebbrezza, né come stordimento né come stimolo. Dominio di sé, autodisciplina, non è schiavitù, nemmeno in amore! Signori, questo è l’insegnamento di Lenin ai giovani del suo Paese, e anche noi dovremmo accoglierlo perché esso non contraddice ai nostri credi!”. (12/X/49)

PROPRIETA’ DI LINGUAGGIO
Pieraccini: “Per non dire ruffiano devo dire “souteneur”? Per non dire puttana devo dire etèra o cortigiana? Sarebbe un errore, ché le etère vissero in Grecia, e le cortigiane nell’Italia del ‘500 (Vivaci commenti in aula) A Sanremo ci sono case del gioco, della cocaina, sentine di vizi: in questo caso si dice “casinò”. Quando si parla di postriboli allora si deve dire “casino” (Commenti vivacissimi). A Sanremo il proprietario dirigente della casa da gioco si chiama “concessionario”; quello del casino “ruffiano” (Rumori e grida). Siamo adulti: bando alle ipocrisie (Tumulti)”. (5/III/52)

QUANTE VOLTE?
Terracini Umberto (PCI): “ Fissare numericamente il concetto di abitualità, due volte, cinque volte, dieci volte, mi pare troppo sottile. Esso ricorda la questione degli antichi teologi, su quanti angeli potessero sedere sulla punta d’un ago. Si può discutere all’infinito su simili questioni senza mai trovarsi d’accordo perché è tutta questione personale” (5/III/52)

LA CONTINENZA E’ ‘NA COSA GRANDE

Cingolani: “La continenza per l’amore è una cosa grande. E’ così alta, così bella questa limitazione che per noi è poesia divenuta realtà, unione di cuori e di anime che traduce mirabilmente quel detto scolpito nella nostra coscienza “Io sono te, unito per tutta la vita, oltre la vita” (6/XII/49)

L’ESEMPIO DEL CORALLO
Pieraccini: “Per evitare la prostituzione, dovremmo essere costruiti come gli animali inferiori, ad esempio il corallo, che è asessuale e non ha il sistema nervoso” (17/XI/52)


(*)

ASSOCIAZIONE D’IDEE
Cortese: “Quando nel segreto dell’urna porrete il vostro convincimento per approvare o disapprovare il disegno di legge, ricordatevi della vostra madre, delle vostre figlie, delle vostre sorelle, come io ricorderò mia madre saggia e buona, e mia sorella” (22/XI/52)

MIRACOLO SOVIETICO
Floreanini Gisella (PCI): “Riferendoci all’Unione Sovietica notiamo che gli affetti da malattie veneree erano il 50% negli ultimi anni del regime zarista; dopo il 1917 furono subito e solo il 6% e oggi là, come accadrà da noi grazie all’approvazione di questa legge, non esiste più la prostituzione” (24/1/58)

HAPPY END

Valandro Gigliola (DC): “…E a ciascuna di quelle nostre sorelle infelici più che colpevoli diciamo: finalmente sei libera, va’, sii felice, e non peccare più” (24/1/58)

©Mitì Vigliero

(©Pocacola, collezione privata)

 

L’Armadio delle Borse

di Placida Signora - 13 gennaio 2010

borse

Ho deciso di riordinare l’Armadio delle Borse.

In Casa Placida, dicesi Armadio delle Borse (AdB) uno stanzino rettangolare di m. 3×1,50 ottenuto – durante l’invasione delle Truppe Cammellate- dall’unione di una piccola dispensa con un pezzo di corridoio che conduceva a una camera da letto poi tramutata in cabina armadio.

Nel centro c’è la porta e, in ciascuno dei due lati, una fila di 5 ripiani  di legno massiccio.

Nella parte sinistra (5 ripiani di cm. 100×80) ci stanno le valigie e le sacche da viaggio; in quella destra (5 ripiani di c. 100×50), le mie borse.

Tante borse.
Innumerevoli borse.
Io adoro le borse.
Secondo voi, esiste una donna che non ami le borse?

Dicevo, l’armadio.

Appena finita l’invasione delle Truppe Cammellate,  il suddetto armadio è stato sì riempito subito di valigie sacche e borsette, ma riempito nel senso di aprire la porta, prendere qualunque cosa somigliasse a una valigia una sacca o una borsetta e lanciarla abilmente sui ripiani, dove andava andava, tanto “Poi riordino tutto con calma”.

Nel frattempo ho smontato casa di mamma, ho affrontato un paio di gravi problemi che non sto a riesumare; morale,  passati due anni, l’armadio delle borse era rimasto abbandonato a se stesso. Tanto le valigie che usiamo di solito per i galòp stavano benissimo sotto i letti e le mie borse bivaccavano serenamente sparse in camera, appese all’attaccapanni in ingresso, mollate sulle varie sedie e poltrone di casa, infilate nell’armadio delle scarpe o incastrate fra i cappotti e i maglioni.

Ma l’altro giorno, entrata nell’AdB, prima sono inciampata in un immenso trolley e poi sono stata bombardata sul cranio, nell’ordine, da una valigietta rinforzata da laptop, una ventiquattrore rigida, uno zaino da montagna e una pesantissima nonché durissima Kelly.

Ho capito quindi che era in atto un ammutinamento, e che forse era il caso di riprendere in mano la situazione.
E poi lo sapete che ogni tanto mi prendono gli attacchi di Placida Casalinghitudine

Così, armata di pazienza e scala (ché ai ripiani alti mica ci arrivo), ho iniziato a sgombrare tutti gli scaffali, portando valigie, sacche, borse, trolley, beauty, pochette e affini in salone.

Dopo aver seppellito con quella roba due divani, quattro poltrone, tre tavolini, una fratina, un carrello e gran parte del pavimento, ho iniziato a fare un deciso repulisti: questa è vecchia, questo ha la zip rotta, questa mi è antipatica, questo ha un colore che non mi piace, però ha una bella forma, e la zip si può aggiustare, eh sì è vecchia però è robusta,  vabbé mi è antipatica solo perché me l’ha regalata quellollà, massì la tengo…

Poi facendo 30 volte avanti indrè dal salone all’AdB e 20 su e giù dalla scala, ho riempito tutti gli scaffali con le valigie, i trolley, i beauty, le sacche; insomma, tutta la roba da viaggio.

Poi son ritornata in salone, ho messo sul tavolo un grande asciugamano e ho iniziato a scrollarci su le borse, una per una.

Io non so, Tesoremie, come siano gli interni delle vostre borse.

So che i miei sono un incrocio fra la Caverna dei Briganti di Alì Babà, una vecchia cantina e un cestino della rumenta.

Su quell’asciugamano si è depositato di tutto:
caramelle (di ogni tipo), rossetti (5), accendini (12. E infatti non li trovo mai quando li cerco), penne (6), tabacco sfuso e sigarette orfane di pacchetto (a occhio, un paio d’etti), agendine/notes (3), biglietti dell’autobus usati (9), portacipria (2), orecchini (7 paia. Perché amo gli orecchini, li metto sempre quando esco, poi mi fanno male, li tolgo, li caccio in borsa e li dimentico lì), ricevute di ristoranti/bar/negozi/grandimagazzini (sono arrivata a contarne 30, poi mi son rotta), liste della spesa e foglietti non identificati (quelli non li ho contati proprio), occhiali da sole (2 paia), polaramin crema (3) e trimeton pastiglie (3. Tutti nelle borse estive. Sono allergica alle punture degli insetti, e giro armata), chiavetta misteriosa (1), 5 guanti (non paia. 5 singoli, tutti diversi e tutti sinistri. D’inverno mi metto i guanti, poi non riesco a fare un tubo, così mi tolgo il guanto destro e lo infilo in tasca, dopo un po’ tolgo anche il sinistro e lo metto in borsa. Quelli nelle tasche dei cappotti li recupero. Quelli nelle borse cadono nell’oblìo), fazzoletti di stoffa (8), fazzoletti di carta (7 pacchetti tutti aperti), limette da unghie (1), depliant pubblicitari (innumerevoli), metro da falegname (1. Ecco dov’era finito), monete (1 ciotola. Facendo commissioni al galòp, i resti li lancio liberi in borsa), banconote (50 euro scoperti in un taschino interno di una miniborsina molto sberluccicosa ma totalmente incapace di contenere il mio portafoglio,  usata a un matrimonio due anni fa), grosse perle turchesi (30. Una collana che mi si era spezzata durante una festa a casa di amici, e che aveva coinvolto tutti gli invitati nel divertente giochino “mettiti gattoni e acchiappa i perloni!“), occhiali da vista (6 paia. Sono presbite, li dimentico sempre a casa, così ogni volta li ricompro in farmacia o al super sennò quando vado a far la spesa sono costretta ad abbordare le vecchiette occhialute dicendo loro “Scusi, lei che ci vede bene, mi legge per favore la data di scadenza di questo yogurt?”).

Dopo aver rifatto non so più quante volte avantindrè salone-AdB e sugiù per la scala, l’Armadio delle Borse presentava finalmente un aspetto umano.

Soddisfatta, ho preso in mano la ciotola delle monete, e le ho contate: 34 euro.
84, coi 50 ritrovati.

Giusto il prezzo di questa Nut.

Me lo meritavo un premio dopo tanta fatica, no?

©Mitì Vigliero

La Dea della Dodicesima Notte: storia e origini della Befana

di Placida Signora - 4 gennaio 2010

befana

Epifania  deriva dal greco “tà epiphan(e)ia”, e significa “manifestazione di divinità”; per i cristiani indica la visita dei Re Magi a Gesù, ossia la visione della manifestazione di Dio da bambino.

Ma l’origine di questa notte magica, che è la 12^ dopo il solstizio d’inverno (Natale), è paganamente agreste ed è dedicata a una figura femminile dai romani considerata divina: Madre Natura, identificata con Diana, dea della Luna e dei cicli della fertilità.

In quei 12 giorni, cruciali per i contadini che avevano appena seminato, si riunivano le speranze di un buon raccolto per l’anno appena iniziato; Madre Natura, che aveva lavorato e “fruttato” per tutto l’anno precedente ed era ormai vecchia e rinsecchita, era destinata a morire per poi rinascere giovane e bella: proprio come la Luna che nasce, diventa piena, muore diventando nera e poi risorge.

Prima di defungere però, portava ultimi doni agli umani  compiendo veri prodigi, volando in cielo rendendo fecondi i campi, salubri le acque, fertili gli esseri viventi.

La successiva corruzione dialettale della parola Epifania in Befan(i)a e il variare della religione, creò la Befana; anche lei vecchia donna magica, mezza strega e mezza fata che vola, e che prima di sparire lascia doni.

Ha vari soprannomi: Donnazza (Cadore), Pifania (Comasco), Marantega (Venezia), Berola (Treviso), Vecia (Mantova), Mara (Piacenza), Anguana (Ampezzano) ecc.

E spesso la sua fine è truculenta: nei piccoli centri della Toscana, Emilia Romagna, Ticino, viene prima portata in giro su un carro e poi bruciata in piazza.

A Varallo Sesia è la Veggia Pasquetta (e “pasquetta” al posto di Epifania si usa anche a Genova, Legnano, Molise ecc. nel significato di “passaggio”) e la raffigurano come una orribile vecchia che tiene in braccio un neonato: lei sarà arsa sul rogo ma prima consegnerà il bimbo, simbolo della sua resurrezione.

Nel Veneto invece vi è la tradizione del Panevìn, una grande pira di legno che ha sulla sommità il fantoccio della Vecia; una volta appiccato il fuoco, mentre si mangia la pinza (dolce di fichi secchi e zucca) e si bevono ettolitri di vin brulé, guardando la direzione del fumo e delle faville si traggono “pronosteghi” per il raccolto futuro: se va a nord o est “tol su el saco e va a farina” (prendi il sacco e va a elemosinare), a ovest o sud “de polenta pien caliera” (la pentola sarà sempre piena di polenta), nettamente sud-ovest “tol su el caro e va al mulin”, (prendi il carro e va al mulino, il grano sarà abbondantissimo).

E dato che fertili e felici non dovevano essere solo i campi, nella 12^ notte molti erano gli antichi riti amorosi; in Toscana vigeva l’usanza dei “Befani”, fidanzati in prova, di solito scelti dalla sorte: in una focaccia veniva nascosta una fava secca (simbolo di fertilità), chi la trovava diventava Re o Regina della Fava e sceglieva il compagno/la compagna gettandogli la fava nel bicchiere.

Infine, le nubili molisane sapevano che quella notte avrebbero potuto sognare l’uomo della loro vita; perciò prima di addormentarsi recitavano “Pasqua Bbefania, Pasqua buffate, manneme ‘nzine (in sogno) quille ca Die m’è destinate”. 

© Mitì Vigliero

Antiche Cosmetiche Follie

di Placida Signora - 27 settembre 2009

Sin dai tempi più antichi l’arte cosmetica ha affascinato l’umanità.

Nelle piramidi egizie sono state trovate numerose trousse contenenti tutto l’occorrente col quale sia maschietti che femminucce si truccavano il viso; con un bastoncino d’avorio intinto nel nerofumo cerchiavano gli occhi allungandoli come quelli del gatto, animale sacro; col carminio coloravano guance e labbra e con la polvere di henné si tingevano le unghie.

Ovviamente le mode cosmetiche variavano a seconda del metodi usati dai nobili/Vip in auge in quei momenti; e ieri come oggi, a dettar legge  erano soprattutto le donne giudicate più trendy e quindi obbligatoriamente da imitare in tutto, per tutto e nonostante tutto.

Nell’antica Roma Poppea lanciò, oltre la moda dei bagni in latte d’asina, anche quella delle creme da notte: uno spesso strato di farina di segale sciolta nell’olio d’oliva da spalmarsi in faccia prima di andare a dormire.

L’uso divenne comune, le matrone facevano a gara ad inventarsi altre miracolose ricette tra le quali ne furoreggiava una a base di farina di fave e gelatina di nido, alias cacca di uccelli.

Questi intrugli presero ben presto il nome di “maschere del marito”, perché a godersele era solo il poveretto; Giovenale infatti nella Satira VI tuonava:


Il viso, gonfio di pomate,
tutto un effluvio di ceroni poppeani,
in cui s’invischiano le labbra
del povero marito,
è ripugnante, eppure muove al riso
(…)
Finalmente svela il suo volto:
tolto il primo strato d’intonaco,
ecco, ora sappiamo chi è;
poi si massaggia con il latte:
si sa, anche se fosse esiliata al polo artico,
condurrebbe con sé una mandria d’asine.
Io domando: è una faccia questa,
cosí mutata in maschera,
sostenuta da tanti impiastri,
tutta madida per gli impacchi
di farina bollente,
o non piuttosto un’ulcera?
(trad. da qui)

Pare però che, secoli dopo, anche un maschione come Enrico III  fosse uso ad andare a nanna con la faccia spalmata di farina e bianco d’uovo; maschera schiarente, ammorbidente e antirughe servita a ben poco visto che quel re di Francia è passato alla storia con tre soprannomi: Nero, Peloso e Vecchio…

Mme Tallien

Quella ritratta lassù è Teresa Cabarrus, Marchesa di Fontenay e moglie del rivoluzionario francese Tallien; donna famosa per la sua bellezza,  durante il Direttorio lanciò la rivoluzionaria moda di ammorbidirsi la pelle facendosi schiacciare chili di fragole sul corpo.

Cura di sicuro meno dispendiosa di quella di Cleopatra che una volta la settimana – per ottenere una pelle diafana e purissima- ingurgitava bicchierozzi d’aceto in cui erano state fatte sciogliere delle perle, ma di certo più gradevole di quella del medico di Corte francese François Marie Dubois il quale, alla fine del ‘700, per rendere fresca, elastica e vitale la cute raccomandava bagni di sangue fresco, facendo installare nei mattatoi grandi vasche affinché le madame potessero comodamente immergersi in loco nel liquido ancora fumante…

Però vi assicuro che era sempre meglio del rimedio  per incandidire, rinvigorire ed aumentare il volume del seno che furoreggiava fra le dame della parmense Corte di Maria Luigia e che  suggeriva alle signore vigorosi massaggi fatti con letame di piccione… E chissà com’erano contenti i signori.

©Mitì Vigliero

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