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I Proverbi di Natale

di Placida Signora - 9 dicembre 2011

Francesi dicono “Tant crie l’on Noël, qu’il vient”, a furia di dire Natale, questo arriva: e infatti è già quasi qua.

E dato che i Milanesi ricordano che “L’è minga Nadal sénza règall”, le case iniziano a pullulare di pacchettini multicolori contenenti la nostra sempre più magra tredicesima: ciò dimostra la verità del proverbio spagnolo “A Natale senza soldi si sta male”.

Un tempo, per molti il Natale era l’unico periodo dell’anno in cui si mangiava in abbondanza: “A Natale, grosso o piccino, su ogni tavola c’è un tacchino”; questa era condizione comune ovunque, dalla Germania – “Fino a Natale lardo e pane, dopo Natale freddo e fame”- alla Sicilia Avanti Natali, né friddu né fami; doppu Natali lu friddu e la fami”.

In ogni modo, secondo l’Antica Saggezza Popolare, la vera importanza del Natale pare essere quella delle condizioni atmosferiche.

Innanzitutto, in quasi tutta l’Europa si crede che la condizione atmosferica del 25 dicembre sarà uguale a quella del 1° novembre: “Il tempo dei Santi è quello di Natale”, ergo fate uno sforzo di memoria e abbigliatevi di conseguenza.
Nel Salernitano invece si dice  “Come catarinéa, accussì nataléa”, “come caterineggia così nataleggia” : ossia il meteo del giorno di Santa Caterina (25 novembre) sarà lo stesso del giorno di Natale.

Poi, sempre in tutta Europa, pare indubbio che se a Natale splenderà il sole, a Pasqua il tempo sarà orribile, con tanto di neve e gelate: “Verde Natale bianca Pasqua”; “Natale al balcone e Pasqua al tizzone”; “A Natale il solicello, a Pasqua il focherello”; “Se Natale ha mosche, Pasqua ha ghiaccioli” e così via.

E se questo in fondo a noi può creare problemi solo per l’eventuale scelta del luogo dove trascorrere le vacanze pasquali, i problemi veri pare siano quelli delle campagne con previsione di pessimi raccolti: “Se lucciano le stelle la notte di Natale, semina ai monti e lascia star la valle”, “Quando Natale mette erba, se tu hai grano tu lo serba”, “Chiaro Natale, rari covoni”,“Natale sereno covoni di meno” e così via.

Però un Natale col ciel sereno fa felici i vignaioli perché “Natale bagnato, botti vuote” mentre “Luna chiara a Natale riempie cantina”.

L’importante per tutta l’Agricoltura e l’Economia in genere è che Natale venga a Luna Crescente, perché “Natale a luna calante, annata mancante”.

E infatti quest’anno di crisi indovinate come sarà la Luna a Natale? Calante. Ovvio.

In compenso, sole o neve che sia , da quel dì dovrebbe esserci un crescendo di freddo becco -“Da Nadal un fredo coral (che stringe il cuore), da la Vecia (Epifania) un fredo che se crepa” (Veneto)-  ma si allungheranno le giornate: “A Natale il giorno cresce un passo di mosca, a Capodanno un passo di gallo, all’Epifania un salto di cervo” dicono i Russi.
I Trentini invece “Da Nadal en pass da gal, da l’epifania el pass de ‘na stria , di una strega che, come si sa, si muove velocissima volando sulla scopa.

Se gli Inglesi osservano acutamente che “Natale viene una sola volta all’anno” e  Ambrose Bierce lo definiva poeticamente  “Giorno speciale, consacrato allo scambio di doni, all’ingordigia, all’ubbriachezza, al sentimentalismo più melenso, a domestiche virtù e alla noia generale”, Agatha Christie giurava che il 25 dicembre fosse “Il giorno perfetto per gli omicidi”.

Forse si riferiva al famigerato detto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, tradizione considerata da molti meravigliosa, da altri solo un pesante obbligo.

Comunque lo si passi, si spera sempre di trascorrerlo in serenità, possibilmente senza litigi (“A Nadal la mare cria al par” – friulano -  la madre litiga col padre) e armandosi di santa pazienza, ricordando rassegnati che in fondo tutta “La vita è come un albero di Natale: c’è sempre qualcuno che rompe le palle”.

© Mitì Vigliero 

“Come si dice” da voi la Stanchezza? Proverbi e Modi di dire dialettali

di Placida Signora - 17 ottobre 2011

 

Stanco e Stanchezza nei Dialetti:

Stòff e Stufîsia – Bolognese
Strac, Madûr e Strache, Strachece, Stracherie - Friulano
Agro, Stufo, Straco, Sidià e Stanchessa, Gnoca, Straca - Veneto
Stràcch – Milanese
Strach, Fatigà e Strachità, Strachëssa - Piemontese
Stracquo, Strùtto - Napoletano

Altri?


Proverbi e Modi di dire:

A sùn spapplè (sono spappolato) - Reggio Emilia
Stong’ stang’ (sono stanco) - Ciociaro
Sugnu stancu mottu (sono stanco morto) – Sicilia
Acciso (stanco morto) – Napoletano
Pe’ la stanchezza sto’ a dormì in piedi come un cavallo - Lazio
Cusi strac ch’al nol sint i pulz (Così stanco che non sente le pulci) – Proverbio Friulano 

Altri?


 

Baruffe e Ratélle: Proverbi e Modi di Dire sul Litigare

di Placida Signora - 25 febbraio 2011

Ci sono momenti in cui, volenti o nolenti, ci troviamo in mezzo a un’“atmosfera elettrica” e annusiamo “aria di tempesta”.

Accade per motivi diversi l’essere coinvolti in un litigio, semplici spettatori o dirette parti in causa non importa, la cosa è sempre sgradevole; a meno che non si sia il terzo litigante, quello che gode.

Hanno un bel dire i sardi logudoresiquandu s’unu non queret sos duos non brigant”, quando l’uno non vuole, i due non litigano; esistono persone realmente specialiste a “cercar rogne”, sempre pronte ad “incrociar le spade” con chiunque, certi del detto romano chi mena primo, mena ‘du vorte”.

E dando ragione pure al vicentino par chi gà voja de baruffare, ogni mosca la diventa un elefante”, spesso sono solo stupidi pretesti quelli presi a prestito per “scatenar la rissa” magari con chi, in tempi passati, ha fatto all’ “attaccabrighe” uno “sgarro” mai dimenticato.

A Napoli, per definire uno sempre pronto a “piantar grana” dicono “a chillo le prore ‘o naso”, a quello prude il naso; a Manfredonia lo definiscono “n’appicce a fuche”, un appiccafuoco.

Infatti “per amor di polemica” spesso si “dà fuoco alle polveri” senza calcolar bene la lunghezza della miccia; potrà essere solo “un fuoco di paglia” o un vero incendio neroniano poiché, come dicono gli inglesi il peggio delle liti è che da una ne nascon cento”.

(*)

Una volta poi “alzata la voce” e scatenata quella che i liguri chiamano “ratélla” e i veneti baruffa“, le cose degenerano; volano gli insulti, sovente chi era “dalla parte della ragione” sprofonda in quella del torto proprio grazie ad un’esagerata, volgare reazione.

Sì, vabbé, secondo i tedeschi meglio un piccolo insulto che un grave danno”: ma imparare a “misurar le parole” anche in preda ai “fumi dell’ira” dovrebbe essere dote degli uomini civili.

E se proprio devono “volar parole grosse”, ci si sforzi almeno di trovarne di originali.

Ad esempio, se si vuole intimorire il contendente con forza ma anche cultura, potrà servire la minaccia venetaTe fasso i oci a la Tosca” (ti faccio gli occhi alla Tosca) originata da una strofa della romanza “Recondite armonie”: “Tu azzurro hai l’occhio./Tosca ha l’occhio nero”.

Altrimenti, optare per il genoveseSe te dixan che t’è fùrbo, asbrirìteghe”, se ti dicono che sei furbo, reagisci violentemente perché t’hanno offeso.

Così chi viene insultato in maniera inurbana potrebbe anche ribattere con la gentilissima, ambigua, perfida frase: “Dio ti dia del bene secondo i tuoi meriti”.

Ma se la rabbia “facesse veder rosso”, e si sentisse il bisogno di urlare in faccia all’antagonista un qualcosa di volgare, c’è sempre l’antico detto veneziano: “Chi gà taca, chi no taca no gà: ma chi taca gà!”, ossia “chi ha attacca, chi non attacca non ha: ma chi attacca ha!”.

Dite che non è volgare? Ripetete attentamente ad alta voce l’ultima frase…

©Mitì Vigliero

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Menù di Natale: qual è il piatto regionale tradizionale che non deve mai mancare sulla vostra tavola a Natale, e qual è il suo nome in dialetto?

di Placida Signora - 15 dicembre 2010

In Liguria il pranzo di Natale (e del 26, giorno di Santo Stefano, in cui si mangiano ravioli) è sempre stato più importante del cenone della Vigilia, solitamente  magro e assai frugale.
Piatti tipici e tradizionali del 25 dicembre sono:
Natalin in to broddo- Bibinna a rosto co e patatte- Cappon buggie – Friti in ta negia – Scrozonaea e Radicce boggie o frite – Berodo- Stracchin – Panduçe – Candii – Confittue de Natale – Ciccolatin – Torron
ossia
Maccheroni in brodo di “3 canti” (pollo, cappone, manzo) – Tacchina arrosto- Cappone lesso – Fritti nell’ostia -Scorzonera e radici fritte o in insalata – Sanguinaccio – Latte dolce fritto-  Stracchino.  Pandolce – Canditi – Frutta secca e fresca e candita – Fondant e gocce colorate – Cioccolatini – Torrone.
Oggi, ovviamente, ciascuno cucina quel che vuole, badando meno all’usanza storica.
E voi mi dite nei commenti (specificando il luogo geografico), qual è il cibo  regionale tradizionale e antico che non deve mai mancare sulla vostra tavola di Natale e qual è il suo nome in dialetto?

©Mitì Vigliero


Quando le Donne Bramavano Sposarsi: Antichi Riti e Credenze Atte a Trovar Marito

di Placida Signora - 19 ottobre 2010

Sino a una cinquantina d’anni fa, in Italia per una donna il rimaner zitella era considerata una vera jattura; per questo in ogni regione esistevano varie forme di “rituali” utili ad evitarla.

Ad esempio in Lombardia si credeva che la fanciulla dovesse contare 100 uomini con la barba incontrati per strada; la sera del centesimo incontro, mettendosi a mezzanotte esatta di fronte allo specchio, avrebbe visto di certo riflesso il volto del futuro e certo consorte.

In Liguria invece quelle da contare erano le donne incinta e ne bastavano 20, mentre nelle Marche, per vedere in sogno il futuro sposo, bastava dormire per 3 notti con un confetto nuziale sotto il cuscino.

In Calabria bisognava evitare di sedersi agli angoli dei tavoli, mentre nelle Marche,  bastava non vestirsi di giallo.

Ovunque era diffusa la credenza di non farsi passare la scopa sopra i piedi all’atto dello spazzare, pena il rimaner nubile a vita; così come quella che suggeriva, la notte di Capodanno, alle signorine di lanciare una pantofola verso la porta di casa: se cadeva con la punta rivolta verso l’uscio, il matrimonio sarebbe avvenuto entro l’anno.

Quasi dappertutto ancora oggi si dice che chi finisce l’ultima goccia di una bottiglia di vino si sposerà entro l’anno; mentre in Brianza invece le ragazze (facendo attenzione di non farsi notare) contavano, guardandola da lontano, la lunga fila dei bottoni sulla tonaca d’un prete, ripetendo “sposa-zitella-monachella- sposa-zitella ecc“: all’ultimo bottone, ottenevano il fatal responso.

Diffusissime erano anche le dialettali “preghiere per trovar marito”; i Santi chiamati in aiuto erano diversi, che si dividevano compiti e luoghi.

Ad esempio in Sicilia era uso fare la “Tredicina di Sant’Antonino“: per 13 giorni consecutivi, le ragazze digiunavano e pregavano così:

Sant’Antuninu mettiti ‘n camminu
San Gaitanu, a manu a manu
San Pasquali, faticilu fari
Madunnuzza di Canicattì,
facci diri a tutti di sì
Santissimu Sagramentu,
nun ci mittìti ‘mpedimentu.

Nelle campagne del mantovano il 5 luglio le ragazze, passando davanti alle edicole dedicate a Sant’Antonio mentre erano dirette alle varie fiere di paese a lui dedicate, mormoravano

Sant’Antoni miracolus
fè ch’a torna a cà col morus
.

Anche in Brianza era in servizio Sant’Antonio:

O sant’Antoni, Antoni del porcell,
fàmel trovà quest’òm, ma ch’el sia bell!

A Napoli invece l’esperto nel settore era San Pasquale Baylon:

San Pasquale Baylonne
protettore delle donne
fateme trovà marito
sano, bello e colorito
come voi, tale e quale,
oh glorioso San Pasquale
.

La versione pugliese (ma ne esiste una identica – tranne che nel dialetto – anche siciliana) era:

San Pasquale Baylonne
protettore de le donne
mannammello ‘nu marito
janco russo e culurito
ha da esse tale e quale
como a te Santo Pasquale.

Se San Pasquale era troppo occupato, niente paura; come aiuto alternativo a Lecce c’era San Ciriaco:

San Ciriaco mio
San Ciriaco gluriuso
famme trovà ‘nu partito
famme ascì ‘a sto pertuso…

Infine, in  Sardegna l’addetta pronuba era Santa Filomena la cui supplica -oserei dire disperata, visto il testo che vi traduco in italiano- così recitava:

Noi vi preghiamo, o Santa Filomena
voi dateci uno sposo o brutto o bello
povero o ricco, saggio e pazzerello.
Pazienza poi se è gobbo oppur sciancato
o zoppo o guercio o tutto sconocchiato.
Il tempo passa e noi siam pronte a tutto:
perciò accogliete voi questa preghiera
prima che il sol tramonti e venga sera
.

©Mitì Vigliero

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