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Credenze sulla Pioggia

di Placida Signora - 31 Luglio 2008

Nonostante spesso rompa le scatole ai vacanzieri, non bisogna scordare che è sempre un  elemento prezioso perché, come dicono in Alto Adige, “la pioggia è oro e non si può pagar con l’oro”.

E visto che non la si può comprare, la saggezza popolare in casi d’emergenza, quali l’afa e la siccità, ha sempre tentato altri rimedi per procurarsela.

Nelle campagne serbe (e in quelle rumene e renane) un gruppo di ragazze sceglieva - e ancora sceglie, nelle zone molto rurali - una di loro, chiamandola Dodola; questa viene spogliata completamente e rivestita  solo di frasche, fiori e verdura.

Poi è messa alla testa di un corteo che passa di casa in casa cantando e invocando l’acqua dal cielo: e da ogni uscio visitato esce la padrona di casa che rovescia un secchio d’acqua sulla testa della Dodola.

Non si sa quanto funzioni, ma almeno lei quel giorno sarà di sicuro rinfrescata.

In Bulgaria i contadini versano nei campi dell’acqua benedetta passandola da uno staccio, per imitare la pioggia; in Spagna, Austria, Italia in processione attraverso i campi, anziché la Dodola si portano statue di Vergini, Crocifissi, salme di Santi.

Sempre la saggezza popolare insegna che gli animali sono importanti segnalatori di pioggia; traducendo innumerevoli proverbi italiani, si scopre che pioverà presto quando le farfalle svolazzano numerose e agitate intorno alle finestre delle case; i lombrichi escono dalla terra; i buoi e le mucche bevono più a lungo e i cavalli alzano la testa verso il cielo; le api restano attorno all’aveare e non vanno a cercare il polline; gli aironi lasciano stagni e paludi e volano alti; l’asino tiene gli orecchi dritti e raglia in continuazione; il corvo canta insistentemente; il cuculo canta verso oriente; i delfini giocano più del solito a pelo d’acqua; le formiche brulicano frenetiche fuori dai formicai; i gabbiani vanno verso terra o si ammasso sulle scogliere; le galline si “spollinano” nella terra polverosa come facessero il bagno; i galli cantano fuori orario o bevono in continuazione; il gatto si passa la zampina dietro l’orecchio; le mosche diventano più noiose del solito e pizzicano; le lumache escono all’aperto; le oche e le anatre sbattono frequentemente le ali; il ragno abbandona la sua tela; le rane gracidano tutte insieme; le rondini volano basse; i rospi e le serpi vanno in giro per prati, strade e sentieri e i topolini di campagna entrano nelle case.

Anche l’aspetto delle nuvole sul mare è da tener d’occhio: nel VenetoNuvole verdi o negrete/son tempesta e saete” e “Quando le nuvole xe fate a lana/piove d’ancuò (da oggi,ndr) a na setemana”; in LiguriaNuvia russa/ o che cieuve o che buffa” (nuvola rossa, o che piove o che tira vento).

I contadini francesi dicono che in estate “La pioggia è imminente quando il fumo non vuole uscir di casa”, ossia quando i camini tirano poco; per gli inglesise tira vento a mezzogiorno in punto”.

E se pioverà ad agosto in Italia sarà “festa per il mosto” e gaudio per i golosi di trifole (“pioggia tiepida, grossi funghi”).

Infine, se c’è il sole e contemporaneamente piove, si tratta de “il Diavolo  e le Streghe che fan l’amore” oppure, più piamente, degli “Angeli che si pettinano”.

©Mitì Vigliero

Update

Alianorah: La mia maestra delle elementari, quando pioveva con il sole, diceva: “si sposa la volpe”. Mai capito perché.

Te lo dico io.
E’ un antichissimo modo di dire, derivato dalla mitologia giapponese. Per i nipponici, la Volpe (Kitsune) è considerata una sorta di demone-spirito dalle varie capacità e molto sapiente.
Quando piove col sole, in Giappone si dice che c’è Kitsune no Yomeiri (il Matrimonio della Volpe); ossia da qualche parte si stanno celebrando le nozze tra due volpi. Quindi veder piovere col sole è qualcosa di magico, che porta bene: ma vedere la cerimonia nuziale delle Kitsune porta malissimo.  Lo racconta Akira Kurosawa nel primo episodio del suo bellissimo Sogni .

La Danza d’U Màsciu e la Léna

di Placida Signora - 23 Luglio 2008

Una leggenda medioevale, riportata dal vescovo di Genova Jacopo da Varagine (di Varazze) nella sua “Legenda Aurea” (1260), racconta che per sfuggire alle persecuzioni cristiane scatenatesi dopo la morte di Gesù, vari apostoli insieme a famigliari e a Maria Maddalena salirono su una zattera senza remi che li condusse per il Mediterraneo sino a Marsiglia; da qui Maria di Magdala, divenuta eloquente come un apostolo e dopo aver compiuto vari miracoli, si ritirò in eremitaggio in una grotta (Sainte Baume) dove visse ancora trent’anni e alla sua morte fu accolta trionfalmente in Cielo.

Durante il viaggio in mare però la zattera toccò vari paesi; fra questi Taggia, nella Liguria di Ponente, dove pare che la Maddalena abbia sostato un po’ in un eremo immerso fra i boschi delle alture, per far penitenza dei suoi giovanili peccati: ancora oggi un proverbio locale – per indicare i trascorsi non proprio virginali di una persona – dice “Ha fatto anche lei le sue maddalenate”.

La devozione per la Santa “mirofora” (“portatrice di profumi”, fu lei a ungere d’unguento profumato il cadavere di Gesù) è quindi a Taggia molto sentita; nel 1716 nacque la Confraternita dei Maddalenanti che da quella data, ogni penultima domenica di luglio, subito dopo il giorno onomastico (Santa Maddalena, 22 luglio) organizza la “Festa de Santa Maria Madarena du boscu”.

I confratelli, tutti uomini a dorso di mulo o a piedi, partono da Taggia sfilando lungo il Pantan (via Soleri) e raggiungono in tre ore di cammino la chiesina-eremo della Maddalena del Bosco; dopo aver cenato abbondantemente con minestrone e stoccafisso e dormito all’aperto, il giorno dopo vengono raggiunti dalle donne (e dai turisti).

Una Messa al campo, un’altra pantagruelica mangiata, musiche e giochi e poi la parte più caratteristica della festa: il Ballo della Morte.

E’ un rito arcaico: protagonisti due Maddalenanti, uno detto “U Màsciu” (il maschio), l’altro “la Léna” (diminutivo di Maddalena).

Danzano una sorta di tarantella allegra, mimando corteggiamenti e amplessi; ad un tratto però la Léna stramazza a terra, morta.

U Màsciu disperato, fra funebri note, la copre di lavanda, premendogliela soprattutto sul ventre: a quel punto Léna, sollevandosi con una botta di reni, risorge fra grida di gioia.

La danza, ripetuta per tre volte, l’ultima nel centro del paese, è strettamente legata al mondo rurale che da sempre unisce paganesimo e cattolicesimo: la fine di luglio è un periodo critico per la campagna, la canicola rischia di bruciare i raccolti che dovrebbero assicurare benessere per tutto il resto dell’anno.

La Léna è dunque la Terra resa fertile dall’uomo, ma è esposta a gravi rischi (sia metereologici che, simbolicamente, del peccato, come la Maddalena).

La lavanda che la fa risorgere simboleggia la redenzione (l’unguento profumato con cui l’ex peccatrice unse Gesù) e quindi i frutti della rinascita (il raccolto): infine il colpo di reni con cui  Léna risorge balzando in piedi è quindi sia il parto della Terra, sia la nuova vita dell’anima salvata. 

©Mitì Vigliero

In Vacanza fra i Fantasmi

di Placida Signora - 17 Luglio 2008

Ve ne state tranquilli in ferie, sparapanzati in luoghi ameni di mare, lago, monti, campagna…Ma in realtà, cosa sapete di preciso di quei posti?
Chissà, magari proprio lì o nei dintorni aleggia qualcosa di strano, eccheggiano storie inquietanti

L’Italia pullula di luoghi e palazzi infestati da fantasmi; nel parco di Villa d’Este a Cernobbio, sotto i pallidi raggi della luna piena dicono s’aggiri uno spirito simile a un lungo velo di candido chiffon: si mormora appartenga a una ricca signora, lì uccisa nel 1940 da un ladro che giunse a mozzarle le dita per strapparle gli anelli.

Commovente è lo spettro della giovane figlia di Germano dei Gibelli, morta di dolore per non aver potuto sposare l’uomo che amava: talvolta si affaccia piangendo fra i merli delle mura del Castello di Valbona (Padova), ma la può vedere soltanto chi in quel momento soffre di pene d’amore.

A Soragna invece, nella Rocca dei nobili Meli Lupi vaga invece Donna Cenerina, fantasmessa menagramo: viva era Cassandra Marinoni di Brescia, sposa del Marchese Diofebo II Meli Lupi.
Bella donna dai capelli biondo cenere, fu uccisa nel 1573 dal cognato Giulio Anguissola; per vendicarsi appare ogni volta che un membro della sua famiglia sta per defungere. 

Invece nel Castello di Fumone (Frosinone) si sentono i passi di Emilia Caetani Longhi, antica proprietaria, che nel 1800 fece imbalsamare e coprire di cera il cadavere del figlioletto morto a 5 anni; poiché la salma è tutt’ora conservata lì in una teca di cristallo, da brava mamma affettuosa ogni notte la va a trovare.

Decisamente frenetici sono i due spettri che infestano i ruderi romani di Villa Pollio Felice a Sorrento: ad ogni plenilunio dal mare arriva una donna vestita di un bianco peplo che corre come una folle verso la villa, inseguita da un cavaliere nero su un cavallo nero pure lui che l’insegue senza mai raggiungerla. 

Nel Museo di Benevento imperversano ben due fantasmi; il primo è quello di un ragazzino  maligno detto Scazzapurrel, indossa un berrettino rosso e si diverte a terrorizzare solo i suoi coetanei: il secondo è lo spirito fosforescente di un Monaco perennemente in fuga, con tanto di abito svolazzante.  

A luglio chi si avvicinerà al Lago dell’Accesa (Grosseto), vedrà le acque incresparsi di colpo e strane luci provenire dal fondo, insieme a suoni che paiono urlanti voci soffocate; pare provengano da un villaggio etrusco sommerso (intorno al lago sono state scoperte recentemente grandi tracce di stanziamenti etruschi) .

Invece a Scandicci (Firenze) vicino all’autostrada si trova il palazzo Castelpulci, ex manicomio dove - tra gli altri - morì nel 1932 il poeta Dino Campana; si racconta che alla fine dell’800 molti pazienti venissero utilizzati come cavie per strani esperimenti medici e, se morivano, erano seppelliti di nascosto nel parco: le loro ombre furono più volte viste sbirciare dalle finestre del triste edificio. Ma ora è in pieno restauro e destinato a sedi più amene, e forse le infelici se ne sono andate fortunatamente in pace per sempre. 

Infine, se nel Castello di Illasi (Verona) ogni 23 agosto a mezzanotte attorno al biliardo si svolge un’avvicente e rumorosa partita fra giocatori invisibili, nelle strette strade di Pontremoli che conducono alla fortezza del Piagnaro, fra le ore 24 e le 3 dei pleniluni estivi si potrebbe incontrare un Lupo Mannaro che si morde le mani e strappa i capelli ululando disperato; per salvarsi bisogna tacere e ignorarlo onde evitare anche figuracce poiché, anziché in un licantropo, può darsi benissimo che vi siate imbattuti in uno scrittore sconfitto al Bancarella.
 
© Mitì Vigliero

Ne conoscete altri?Tittieco: Nel Castello di Bracciano, si aggira il fantasma della bella e giovane Isabella De’ Medici, strangolata dal consorte Giordano Orsini, stanco dei suoi tradimenti la strangolo’ con un nastro di seta rosso. Si narra che la bella castellana per in vidia getterebbe i suoi malefici sui matrimoni che si celebrano nel maniero. Effettivamente alcuni matrimoni di personaggi “famosi”sono andati in malora e non soltanto quelli, ricordo che il matrimonio di due giovani calabresi addirittura non si celebro’finendo in una rissa generale.

 

Beppe: Nel Castello di Sorci ad Anghiari c’è il fantasma di Baldaccio d’Anghiari, che dicono abbia un gran brutto carattere

Pievigina: A Collalto(TV)appare il fantasma di Bianca quando per i membri della famiglia dei Conti di Collalto è imminente una grande gioia o una sciagura.
Bianca era l’ancella dei Conti e addetta alla contessa Chiara, moglie di Tolberto e gelosissima del marito.  (continua)

Roger: Il Castello di Crevole e il Vescovo che Ulula alla Luna, qui la storia…Strozzavolpe: Un Castello, Mille Fantasmi e Un Tesoro

In silenzio viaggiando: Si narra che nel Castello di Duino, paese vicino a Trieste famoso per le Elegie Duinesi di Rilke e la splendida passaggiata omonima del grande scrittore di lingua tedesca (camminando in silenzio, ovviamente, su sentieri a picco sul mare con panorami mozzafiato), abitasse in tempi remoti un malvagio cavaliere. (continua)

Le Sacre Pietre della Fertilità

di Placida Signora - 19 Maggio 2008

Ci sono in Italia tre chiese che hanno in comune una caratteristica curiosa: il dono della fertilità femminile.

La prima è ad Aosta, nella cripta della Collegiata di Sant’Orso; dietro l’altare, scavato nella roccia ad altezza terra si trova un piccolo stretto passaggio di forma quadrata.

Qui si svolge l’antichissima cerimonia del “Musset”; mentre fumano incensi e candele, una lunga fila di donne si mette a quattro zampe strisciando carponi attraverso il pertugio sino a sbucare dall’altra parte: sono tutte devote a Sant’Orso e compiono quella ginnica manovra fiduciose nel miracolo che debellerà la loro sterilità.

Ad Oropa nel Santuario c’è la “Roc d’la vita”; attorno a questa pietra già i pagani celebravano riti di fecondità collegati al culto di Mater Matuta: le sterili vi giravano attorno e infine vi si strusciavano trasferendo nel loro corpo le energie collegate alla sacralità del masso.

Nel 369 dC Sant’Eusebio nascose in una nicchia della roccia la statua lignea della Vergine per salvarla dalle persecuzioni.

Attorno a questa venne costruita una cappella prima e il Santuario poi: rimase un piccolo varco tra il masso e il muro ma le donne, pur con fatica, riuscivano ugualmente a passare per continuare il rito che la Chiesa tentava di cancellare.

Oggi il passaggio è ostruito da una colata di cemento, ma alcune si siedono sulla parte sporgente del masso, ugualmente certe di facilitare la gravidanza.

La terza si trova in Basilicata nella Chiesa Vecchia , l’Abbazia della Santissima Trinità a Venosa che pare abbia come fondamenta un tempio dedicato a Imeneo, divinità greca protettrice dei rapporti matrimoniali.

Lo scrittore Norman Douglas, grande studioso delle tradizioni del Sud Italia, nel suo “Vecchia Calabria”, nel 1915 scriveva:

<<Un bel capitello normanno, ora trasformato in acquasantiera, è conservato qui ed io ho seguito con interesse il comportamento di una processione di pellegrine, in relazione ad esso.

Tremanti per l’emozione girarono intorno alla pietra sacra, baciandone ognuno dei quattro angoli; immersero quindi le mani nel bacino e le baciarono devotamente.

Una vecchia, maestra di cerimonie, bofonchiava: “Tutti santi, tutti santi!” ad ogni bacio.

Si prostrarono poi sul pavimento leccando le fredde pietre e dopo esservi rimaste per un po’ si rialzarono ed iniziarono a baciare una fessura nel muro, mentre la vecchia sussurrava “Santissimo!”.

Questa antigienica crepa nel muro, con le sue suggestioni da adorazione della Yoni, mi attrassero talmente che supplicai un prete di spiegarmene il significato mistico.

Ma lui rispose solo, con un tocco di disprezzo medievale: “Sono femmine!”.

Poi mi mostrò una colonna romana situata vicino all’ingresso della chiesa, levigata dallo sfregamento delle donne che si insinuano fra essa ed il muro per diventare madri. Il fatto sembrava divertirlo: evidentemente riteneva trattarsi di una particolarità di Venosa.

“Nel mio Paese” gli dissi “presso il bel sesso sarebbero state più popolari colonne con l’effetto contrario.>>

©Mitì Vigliero

Caccia al Tesoro

di Placida Signora - 9 Maggio 2008

Pare che l’Italia pulluli di tesori nascosti; in Piemonte, ad esempio, e precisamente a Belveglio (Asti), sotto il castello Belvedere che anticamente aveva l’allegro nome di Malamorte, esiste un dedalo di gallerie, anfratti, grotte dove si cela un ricchissimo tesoro composto da monete e gemme preziose.

Nelle  vicinanze di Villar Perosa invece c’è il “Roccio d’la Fantina”, un masso su cui qualcuno ha tracciato con la calce dei misteriosi segni, quasi una mappa: dicono che chi riuscirà a decifrarli troverà tutti i tesori nascosti nella vallata.

Per scoprire quelli anfrattati nei territori marchigiani bisogna munirsi di una “palla simpatica”, una sfera di legno alla quale è legata, con un rametto di faggio, una calamita; ad ogni modo molti oggetti preziosi sembra siano sepolti sotto le rovine del castello posto sul Colle di Santa Colomba vicino a Pergola, mentre nelle viscere del monte San Cristoforo è nascosto un telaio tutto d’oro.

Nella lombarda Trezzo sull’Adda, sotto i ruderi del castello, dicono che vi siano ancora pezzi dimenticati del tesoro del Barbarossa, arraffato dai milanesi dell’epoca.

Altre ricchezze stanno nei fondi dei castelli di Urgnano e di Pandino;  visto che l’unione fa la forza anni fa, a Treviglio, un gruppo di speranzosi amici  fondò l’”Associazione Anonima Tesori” con tanto di sedi (via Adua 1 e via Terraccio 1), regolamento e carta intestata: purtroppo il sodalizio si sciolse dopo varie infruttuose esplorazioni dei succitati sotterranei.

A Gaeta, vicino al promontorio detto La Nave, c’è un buco nella roccia chiamato Pozzo del Diavolo dal quale esce uno stranissimo rumore prodotto dalle onde che si rifrangono sul fondo: dicono che lì si trovino anfore zeppe di preziosi d’altissimo valore.

A Cosenza, nel fiume Busento, insieme a Re Alarico sono sepolte le sue ricchezze e a Longobuco, poco dopo il ponte sul Trionfo, ci si imbatte in una grossa roccia chiamata “la Gnazzita”; basta sollevarla per trovare sotto di essa una chioccia d’oro attorniata da tanti pulcini d’oro anch’essi.
Per la cronaca, la chioccia d’oro coi pulcini o le uova era una tipica opera d’arte d’epoca bizantina, una specie di divinità casalinga che simboleggiava la famiglia e la relativa protezione matriarcale.
Quasi tutte le dame nobili ne avevano una, più o meno grande a seconda della ricchezza familiare; e di tesori leggendari che citano chiocce d’oro ce ne sono molti sparsi in tutta Italia: basta cercarli.

Infine è interessante sapere che nel 492 d.C. gli abitanti di Aquileia, assediati dalle truppe di Attila, decisero di abbandonare la città; ma prima scavarono un profondo pozzo, vi nascosero tutte le loro ricchezze e lo riempirono di terra.

Però nessuno fu poi in grado di ritrovarlo e, sino ai primi del 1900, nei contratti di vendita dei terreni vi era inclusa una clausola tramite la quale il venditore si riservava, in caso fosse stato localizzato, l’esclusiva proprietà del pozzo e del suo contenuto: ma  ancora oggi è sempre lì, che aspetta paziente di essere scoperto.

©Mitì Vigliero

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