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Un noir del XIII secolo: il Giallo irrisolto di Celestino

di Placida Signora - 16 marzo 2010


Colonna sonora

In Ciociaria si trova il Castello di Fumone; grazie alla sua posizione dominante un immenso paesaggio, nel Medioevo fungeva da sentinella contro le incursioni saracene, longobarde e normanne.

Appena si vedevano movimenti sospetti, dalla torre del “Castro Fumonis” si levava un’immensa colonna di fumo che veniva vista e ritrasmessa dalle torri di Rocca di Cave, Castel San Pietro di Palestrina, Paliano e altre, arrivando sino a Roma e dando in tal modo l’allerta.

Ma la torre è celebre anche perché nel 1296 vi fu imprigionato e morì in circostanze misteriose Pietro da Morrone alias Papa Celestino V, colui che secondo Dante (Inferno, III) “fece per viltade il gran rifiuto” e invece secondo Jacopone da Todi, venne ridotto “in cennere e ’n carbone” da quella fucina, loco tempestoso” che era la Curia Romana d’allora.

Sin da bambino non sopportava gente intorno; religiosissimo, ipersensible e tormentato da incubi e visioni, si  rinchiuse in una vita mistica e penitenziale vivendo da eremita in luoghi impervi e isolati.

Ben presto la sua fama di “santo” attirò torme di fedeli ammiratori; infastidito ed esasperao, per sfuggire alla presenza assillante di questi, continuò a cambiar eremi: dal Monte Porrara al Morrone alle vette della Maiella.

Ma nel 1294, su pressione di Carlo d’Angiò fu eletto Papa.

Celestino trascorse alora un periodo infernale, circondato da maneggioni e faccendieri che gli facevano addirittura firmare bolle papali in bianco.

Costretto a seguire il re a Napoli, si fece costruire in Castel Nuovo una minuscola stanza di legno ove stava rintanato a pregare, affidando il comando a tre cardinali.

Dopo 5 mesi rinunciò al papato.

Al suo posto venne eletto Benedetto Caetani, il terribile Bonifacio VIII il quale, be sapendo che la presenza del Celestino -anche se “ex” - avrebbe provocato uno scisma, per toglierlo di mezzo lo imprigionò in un’inumana cella di Castel Fumone, dove il poveretto morì dopo dieci mesi.

E qui arriviamo al giallo.
Anzi, al noir.

Nella Badia di S.Spirito a Sulmona, eremo prediletto del da Morrone, sino al XVII sec. si conservava un “chiodo longo mezzo palmo” macchiato di sangue; si diceva fosse  l’arma usata da un sicario nipote di Bonifacio per ammazzare Celestino.

E in Santa Maria a Maiella, altro eremo, in un orripilante affresco ora scomparso si vedeva Celestino pregante e dietro di lui un uomo che gli poggiava sulla testa il chiodo sollevando contemporaneamente un martello.

Nel 1630 Lelio Marini, Abate Generale dei Celestini e Sherlock Holmes nell’anima, dopo aver esaminato reperti e cadavere, scoprì nel cranio un foro in cui quel chiodo entrava perfettamente: ergo ne denunciò l’assassinio.

Ma non se ne fece nulla; anzi l’arma del delitto scomparve misteriosamente.

Nel 1888 venne fatta un’altra autopsia, che dichiarò quel buco “assolutamente non accidentale”.

Nel 1998 dalla Basilica di S. Maria di Collemaggio all’Aquila, la salma venne trafugata da ignoti e ritrovata in un cimitero vicino a Rieti.
Allora l’Istituto di Anatomia dell’Aquila – dopo aver confermato l’esistenza del buco nel teschio- sottopose i resti a varie analisi, TAC compresa: ma i risultati andarono, di nuovo, miracolosamente perduti.

© Mitì Vigliero

Genovesi e Gatti: da sempre un Grande Amore

di Placida Signora - 11 marzo 2010


(Berio, gatto della Biblioteca di Genova)


Razza mugugnona per definizione e poco incline a smancerie, quella genovese sin dalle sue origini ha sempre mostrato una spiccata simpatia e una profonda stima nei confronti dei gatti.

Remo Borzini li definiva la “presenza soffice, misteriosa ed irreale” di Genova, indispensabile a  una città  dotata di grande porto, stretti vicoli e piena sempre di tanta bella rumenta attiratrice di topi.

I gatti erano apprezzati perché non erano dei mollaccioni mangiapane ad ufo, ma si guadagnavano vitto e alloggio lavorando dignitosamente; una legge della Repubblica (mantenuta anche sotto i Savoia) li assumeva in pianta stabile negli Archivi di Stato per salvaguardare dai sorci la carta dei documenti.
Come stipendio cibo, cure mediche, protezione e caldi posti in cui dormire.

I potentissimi Fieschi avevano nello stemma un gatto; il grande Magnasco nel dipinto “I frati attorno al fuoco”, ritrasse i religiosi radunati vicino al camino, con attorno tanti gatti, e persino il rude ammiraglio Andrea D’Oria volle essere ritratto assieme al suo gatto. Da bravo uomo di mare, sapeva che “chi alleva de gatti no alleva de ratti”; lo stesso Cristoforo Colombo volle su ognuna delle 3 Caravelle due gatti, maschio e femmina, che moltiplicandosi avrebbero difeso cambusa e merci.

Inoltre, ai capitoli 65 e 66 dell’antico testo di leggi del “Consolato del Mare” (tradizione giuridico marittima del Mediterraneo, in uso sin dal XIV sec.) stava scritto che ogni Comandante di Bordo aveva il “dovere di procurarsi gatti”, affinché i topi non danneggiassero il carico.

Veniva anche precisato che, se i roditori avessero guastato la merce “prima” che il Comandante si fosse procurato i gatti e mentre la nave era ancora in porto, non doveva pagare i danni: ma se il “sinistro” fosse avvenuto in navigazione e si fosse provato che i gatti non erano stati imbarcati, allora il Comandante non solo doveva risarcire personalmente tutto il carico rovinato, ma anche finir sotto processo per gravissima “Colpa Nautica”.

Una volta a bordo, e di solito in gran numero, i gatti venivano affidati alla responsabilità di un nostromo in seconda detto “u penéise”, il pennese, il quale oltre la responsabilità di cime, nodi e vele, aveva quella di star dietro –  a rischio licenziamento -  alle gnaolanti e unghiute creature, solitamente molto poco amanti dall’acqua in genere.

Doveva tenerli calmi in caso di tempesta ed evitare che cadessero in mare; badare che avessero sempre la loro razione di cibo, premiarli ogni volta che prendevano un topo, occuparsi della loro salute, difenderli dagli scherzi dell’equipaggio e soprattutto, ogni volta che si arrivava ad un porto, radunarli e chiuderli in un posto sicuro all’interno del bastimento onde evitare che scappassero, rifugiandosi sulla terra ferma.

E ammettiamolo, doveva essere un vero spettacolo vedere il pennese, prima di ogni attracco, lanciarsi all’inseguimento di una ciurma di gatti che velocissimi s’infilavano nei pertugi della coffa, si nascondevano sotto pile di cime o s’arrampicavano sino in cima agli alberi del veliero.

©Mitì Vigliero

Ciapp, Tett e Balabiott

di Placida Signora - 20 febbraio 2010

Dedicato a tutti i partecipanti a questa meravigliosa chiacchierata

Come i milanesi ribattezzarono i loro palazzi e monumenti

(foto ©Giorgio Branca)


I vecchi meneghini, riferendosi alla basilica di San Vincenzo in Prato di via Crespi, la chiamano tutt’ora la Casa del Mago; sconsacrata durante il dominio napoleonico e dopo aver ospitato una scuderia e una caserma, fu affittata come laboratorio a un chimico.

Il fumo acre che usciva perennemente dalle finestre e da sbilenchi comignoli costruiti alla bell’e meglio sul tetto, i fuochi, le caldaie e gli alambicchi sotto le navate, manovrati da misteriosi figuri in lunghi camici neri, avevano acceso la fantasia popolare facendone il supposto regno di un apprendista stregone.

Decisamente più ameno il soprannome affibbiato al palazzo di Corso Venezia 47, lo splendido Palazzo Castiglioni progettato da Giuseppe Sommaruga (1903).

Ai lati del portone, due enormi nudi femminili scolpiti da Ernesto Bazzaro scandalizzarono i milanesi che battezzarono immediatamente la costruzione Cà di Ciapp.

Così le due statue furono sostituite da pudiche decorazioni floreali, e le svergognate chiappone trasferite in via Buonarroti, su un lato di Villa Romeo-Faccanoni alias Clinica Columbus.

Nessuno scandalo invece per la Dòna di Trè Tètt della fontana di Via Andegari dedicata al Risparmio; una statua muliebre (sulla sinistra) che tiene vicino al seno un salvadanaio rotondo, che occhi maliziosi identificarono in una terza tetta.

Rimanendo in tema anatomico, in Via Serbelloni 10 esiste la Cà de l’Orèggia, che poi sarebbe Casa Sola-Busca, notevole costruzione liberty dotata di uno dei primi citofoni (1930): un enorme orecchio perfetto nei particolari, scolpito dal grande Adolfo Wild.

Conosciutissima è la Cà di Omenoni, nell’omonima via al numero 3.
Progettata e abitata dall’architetto Leone Leoni prima (1565) e da Giulio Ricordi poi, ha sulla facciata 8 enormi talamoni: gli omoni, appunto.

La fontana di fronte al Castello Sforzesco, di forma tonda, chiara  e meringosa, viene detta Turta di Spus; invece il monumento in piazza della Scala, che raffigura Leonardo Da Vinci in cima a un piedistallo ai cui 4 angoli stazionano impalati 4 suoi discepoli, per la vaga somiglianza con una bottiglia circondata da 4 bicchieri viene chiamato -grazie allo scapigliato Giuseppe Rovani noto sbevazzone- On liter in Quatter (un litro in quattro).

Sempre in tema etilico, si chiama Monument al Ciòcch (ubriaco) quello di via Tiraboschi che rappresenta un legionario romano e un soldato del Carroccio che sorreggono  l’eroe della Prima Guerra Mondiale, Giuliano Ottolini: ma le linguacce milanesi decisero che in realtà si trattasse di due amici che ne sorreggevano un terzo, ciucco perso.

Le Sorèll Ghisini sono le due sirene in ghisa che si trovano nel Parco Sempione; il leone dell’obelisco in piazza Cinque giornate è  El Pòer Borleo, definito con tenera pena “povero” perché la sua posizione, dicono, ricorda romanticamente quella di uno stitico al quale sia appena stato fatto un clistere.

Infine El Biotton (il nudone) sarebbe il monumento a Felice Cavallotti in via Marina, che il solito Bazzaro (quello delle ciàpp) volle, nel 1906, nudo con l’elmo in testa, mentre il Balabiòtt (lett. balla nudo, ma anche “scemotto, testa inaffidabile”) sarebbe il Napoleone eternamente immortalato senza veli e stazionante nel cortile dell’Accademia di Brera.

©Mitì Vigliero

Ara, bell’Ara: la Maledizione di Palazzo Marino

di Placida Signora - 1 febbraio 2010


(foto Wikimedia ©Giovanni Dall’Orto)

Era il 1546 quando il Conte Tommaso Marino decise di trasferirsi da Genova a Milano; aveva 71 anni, un discreto patrimonio ottenuto con i suoi affari da “banchiere”, un carattere infernale e un notevole pelo sullo stomaco. 

In pochi anni divenne ricchissimo riuscendo ad aggiudicarsi il Monopolio del Sale proveniente da Venezia e destinato a Genova e Milano; prestando soldi con interessi da strozzino ai Gonzaga, alla Spagna, alla Tesoreria dello Stato di Milano, alla Francia e pure al Papa ottenendo in cambio, oltre titoli e privilegi, anche terreni e palazzi sparsi per tutto lo Stivale.

I suoi affari non erano quasi mai puliti; aveva un esercito di “bravi”, veri pendagli da forca che gli sistemavano i conti in sospeso con avversari e clienti insolventi, oltre scorrazzarlo in giro per Milano con una portantina tutta d’oro.

A 78 anni s’invaghì di Arabella Cornaro, giovanissima e splendida figlia di un patrizio veneziano e discendente diretta della Regina di Cipro; la vide un giorno vicino alla chiesa di San Fedele, e decise che sarebbe diventata sua ad ogni costo.

Ne chiese la mano al padre il quale, conoscendo il tipetto, rifiutò seccamente non trovando però di meglio come giustificazione che dire: “Non darò mai mia figlia in moglie a chi non possa farla vivere in un palazzo sontuoso come i nostri a Venezia”.

Detto fatto, il Marino fece rapire dai suoi bravi la bella Ara e ne ottenne la mano promettendo in cambio la costruzione di un palazzo da favola.

Contattò l’architetto Alessi, che ne disegnò il progetto.

Acquistò con le buone e le cattive tutte le case che si trovavano sul lato sinistro di San Fedele, ne cacciò gli abitanti, le rase al suolo e nel 1558 pose la prima pietra di Palazzo Marino.

Risale proprio ad allora una nota conta infantile milanese:

Ara, bell’Ara, discesa Cornara
de l’or del fin
del Cont Marin
strapazza bardocch
drent e foeura trii pittoch
trii pessitt e ona massoeura,
quest l’è drent e quest l’è foeura

Questa, in mezzo parole intraducibili, ricorda il Conte e i suoi bravi che menavano i poveretti con armi decorate dallo stemma del Conte Marino, composto da una mazza  (massoeura) e tre pessit (tre pesciolini).

Insomma, milanesi giunsero ad odiarlo e su Palazzo Marino venne lanciata una maledizione:

Congeries lapidum
multis constructa rapinis
aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapiet.
(Accozzaglia di pietre, costruita grazie a molte ruberie, o brucerà, o crollerà, o sarà rubata da qualche altro ladro).

La maledizione funzionò, ed i guai arrivarono a frotte; il Marino morì il 9 maggio 1572,  a 97 anni, in assoluta solitudine e pieno di debiti causati proprio dalla megalomane costruzione.

Poco prima la bella Ara era stata trovata impiccata al baldacchino del suo letto nella residenza di campagna; infine, tanto per rallegrare la discendenza, nel 1575 la figlia di Tommaso, Virginia, sposata al nobile spagnolo Martino de Leyla,  a Palazzo Marino diede alla luce Marianna: la futura Monaca di Monza.

Il palazzo cadde nelle mani degli Spagnoli prima e degli Austriaci poi; nel 1943 venne gravemente danneggiato dai bombardamenti e nel 1961 divenne Sede del Comune di Milano: honni soit qui mal y pense, eh?

© Mitì Vigliero

La Discussione della Legge Merlin (1949-1958)

di Placida Signora - 25 gennaio 2010

Per la serie “Come eravamo”

Saremo anche in era Internet, invenzione fantastica, siamo tutti d’accordo: però determinate cose ce le può svelare solo la memoria dei vecchi libri.

Il primo “Stupidario” della storia, quello “Parlamentare” uscito nel 1959 nelle edizioni del Borghese e curato da Luciano Cirri, attraverso un florilegio degli atti ufficiali delle due Assemblee parlamentari fa rivivere, quasi parola per parola, ciò che venne detto nelle “sacre aule” durante la discussione della Legge Merlin, quella che a mezzanotte del 20 settembre 1958 sbarrò le porte delle 590 case chiuse sopravvissute sino ad allora.

Il lettore odierno –soprattutto quello al di sotto degli “anta”- noterà subito quanto siano variati i metodi e i caratteri dell’espressione politica.

Innanzitutto allora, bastava che un onorevole o un senatore aprisse bocca per capire alla prima frase a quale partito appartesse; i democristiani, parrocchiali nell’ostentata castità, i socialisti grondanti citazioni e ciniche boutade, i comunisti sempre entusiasti della grande madre sovietica. Oggi invece i politici parlano tutti nella stessa maniera, e distinguerli –anche per questo, oltreché per i “contenuti”- è diventato difficilissimo.

Altro fatto che stupirà il giovane lettore sarà la cultura che, quasi sempre, i parlamentari di allora dimostravano; il fatto che utilizzassero termini aulici e parole “difficili” quali lupanare, lenone, filippica, leguleio, geremiade, mercimonio, oltre a non sbagliare un congiuntivo manco a pagarli, ce li fa apparire dei geni letterati al confronto delle nuove generazioni che utilizzano un vocabolario di 230 parole al massimo.

Indubbiamente la discussione della legge Merlin, durata in pratica 10 anni prima di arrivare alla approvazione, raggiunse alti livelli d’umorismo involontario, mostrando anche uno specchio di una società ormai visibile solo nelle vecchie pellicole in bianco e nero.

(locandina del film Arrangiatevi! ambientato in una ex casa chiusa)

Del resto, la questione delle case chiuse costituiva una saga tipicamente italiana, in cui si riassumevano tutti i motivi epici e caratteristici di quel tempo; il Sesso e la Mamma, la Debolezza Umana e la Pietà Cristiana, il Fango e la Redenzione.

Più che a un dibattito parlamentare, sembrava di prendere parte a un film tipico di quell’epoca, tra il serio e il faceto, interpretato da prostitute, caste fanciulle, ruffiani, poliziotti, lenoni, intellettuali, mandrilloni, padri di famiglia, giovani goliardi, Dame di San Vincenzo, il tutto condito da una gran voglia di happy and stile “tutto va ben, madama la marchesa”, anche perché l’Italia stava per entrare nell’ONU e per farlo doveva abolire in fretta la prostituzione di Stato, cosa che l’organizzazione aveva assolutamente stabilito come clausola per i suoi paesi membri.

Protagonisti indiscussi della discussione parlamentare furono due grandi della politica di allora; lei, l’Angelina Merlin detta Lina, classe 1887, professoressa di lingue, senatrice, socialista accanita, femminista convinta che però al marito Dante Gallani si rivolse tutta la vita (anche in privato) dandogli sempre rigorosamente del “voi”. Al di là dei sorrisi che oggi potrà far nascere il suo modo di esprimersi nelle arringhe parlamentari, fu una donna decisamente in gamba, estremamente coerente e contraria ad ogni forma di ipocrisia. Per conoscerla meglio (e ne vale la pena) vi consiglio di leggere La Senatrice – Lina Merlin, un “pensiero operante”, ed. Marsilio

E lui, il socialista Gaetano Pieraccini (1864-1957), che fu sindaco di Firenze, medico antropologo, quello che il 16 novembre ’49 – giorno dell’apertura della dicussione- esordì alla Camera dicendo: “Il mio discorso sarà forse un po’ lungo e particolareggiato; d’altra parte credo di essere il solo a difendere il bordello e quindi mi vorrete scusare”.
Ma alla fine il suo voto mancò (e sarebbe stato favorevole, essendo lui passato nel ‘56 al Psdi), perché morì qualche mese prima della storica discussione finale. Per conoscerlo meglio (e ne vale sempre la pena) vi consiglio Gaetano Pieraccini – L’uomo, il medico, il politico (1864-1957), ed. Olschki.

Resta una curiosità meramente sociologica; pensare che cosa avrebbero commentato i due, e tutti quegli altri politici che per noi non sono ormai più che nomi spesso ignoti, nel vedere com’è cambiata l’Italia da allora; quanto sono diverse le idee di moralità, sessualità, buon costume ed educazione in genere.

Sono quasi convinta che a tutti loro, oggi, solo ad accendere la televisione verrebbe immediatamente un coccolone.

Ed ecco alcuni interventi che ho tratto dallo Stupidario Parlamentare, Milano, 1959.

QUESTIONE DI OSSA
Merlin Angelina, PSI: ”I clienti sono spesso uomini corrotti, sposati e non scapoli soltanto. Sono altresì studenti, operai, soldati che vengono condotti per la prima volta nel lupanare per soddisfare una curiosità. Non resterebbero certamente casti senza la regolamentazione, ma neppure cederebbero ai primi stimoli della passione, quando ancora non hanno le ossa ben formate. Ma ciò avverrebbe più tardi, con un atto normale e sano” (12/X/49)

CASTI SENATORI…

Tartufoli Amor, DC:  “Nove benedizioni di Dio sono entrate nella mia casa e sei nipotini la stanno allietando. Io parlo in nome dell’angoscia che tiene il cuore di un padre quando ha numerosi figli, parlo in nome dell’esempio che posso aver dato ad essi per esser giunto al matrimonio in situazione di perfetta purezza…”(28/IX/49)

…E ANGUILLE ALLUPATE

Pieraccini Gaetano, PSI: “Le anguille quando entrano in amore fanno un lunghissimo viaggio di migliaia di km; vanno tutte quante a trovare il loro letto di nozze. Consideri, onorevole Merlin, quanto è potente lo stimolo sessuale!” (16/XI/49)

API E FIORI
Merlin: “Sviluppiamo la coscienza sessuale del cittadino: aprite ai giovani i campi sportivi per esercitare gli sport; moltiplicate gli Alberghi della Gioventù e spianate le vie dei monti e dei mari, anziché lasciare i giovani affollare i vicolo della suburra in attesa del loro turno dietro la porta del lupanare. Fate che non imparino dalla malizia del compagno più esperto come si genera la vita, ma fate che imparino dall’insegnamento scientifico quanto essa è bella e sacra nel fremito delle piante e degli animali, uomo compreso, che la rinnovano nell’amore!” (12/X/49)


(*)

DISTRAIAMO I MARINAI
Riccio Mario (DC): “Particolare considerazione per i marinai che, a volte dopo mesi di crociera, giungono in massa al porto e ovviamente sognano il lupanare. Ma vi sono nazioni che, “invece”, li conducono a visitare monumenti e musei, li intrattengono in gare sportive, li distraggono con manifestazioni artistiche e culturali…” (22/XI/49)

DISTRAIAMO SOLDATI E STUDENTI

Cortese Beppe (PSI): “Gli esercizi fisici sportivi, le sale di lettura, il teatro, le gite, le conversazioni, tanto per soldati che per studenti, saranno tali diversivi e tali occupazioni da far avvertire in molto minor grado gli impulsi sessuali!” (22/XI/49)

LENIN DOCET

Merlin: “La sfrenatezza della vita è un sintomo di decadenza. Il proletariato è una classe che deve progredire. Non gli occorre l’ebbrezza, né come stordimento né come stimolo. Dominio di sé, autodisciplina, non è schiavitù, nemmeno in amore! Signori, questo è l’insegnamento di Lenin ai giovani del suo Paese, e anche noi dovremmo accoglierlo perché esso non contraddice ai nostri credi!”. (12/X/49)

PROPRIETA’ DI LINGUAGGIO
Pieraccini: “Per non dire ruffiano devo dire “souteneur”? Per non dire puttana devo dire etèra o cortigiana? Sarebbe un errore, ché le etère vissero in Grecia, e le cortigiane nell’Italia del ‘500 (Vivaci commenti in aula) A Sanremo ci sono case del gioco, della cocaina, sentine di vizi: in questo caso si dice “casinò”. Quando si parla di postriboli allora si deve dire “casino” (Commenti vivacissimi). A Sanremo il proprietario dirigente della casa da gioco si chiama “concessionario”; quello del casino “ruffiano” (Rumori e grida). Siamo adulti: bando alle ipocrisie (Tumulti)”. (5/III/52)

QUANTE VOLTE?
Terracini Umberto (PCI): “ Fissare numericamente il concetto di abitualità, due volte, cinque volte, dieci volte, mi pare troppo sottile. Esso ricorda la questione degli antichi teologi, su quanti angeli potessero sedere sulla punta d’un ago. Si può discutere all’infinito su simili questioni senza mai trovarsi d’accordo perché è tutta questione personale” (5/III/52)

LA CONTINENZA E’ ‘NA COSA GRANDE

Cingolani: “La continenza per l’amore è una cosa grande. E’ così alta, così bella questa limitazione che per noi è poesia divenuta realtà, unione di cuori e di anime che traduce mirabilmente quel detto scolpito nella nostra coscienza “Io sono te, unito per tutta la vita, oltre la vita” (6/XII/49)

L’ESEMPIO DEL CORALLO
Pieraccini: “Per evitare la prostituzione, dovremmo essere costruiti come gli animali inferiori, ad esempio il corallo, che è asessuale e non ha il sistema nervoso” (17/XI/52)


(*)

ASSOCIAZIONE D’IDEE
Cortese: “Quando nel segreto dell’urna porrete il vostro convincimento per approvare o disapprovare il disegno di legge, ricordatevi della vostra madre, delle vostre figlie, delle vostre sorelle, come io ricorderò mia madre saggia e buona, e mia sorella” (22/XI/52)

MIRACOLO SOVIETICO
Floreanini Gisella (PCI): “Riferendoci all’Unione Sovietica notiamo che gli affetti da malattie veneree erano il 50% negli ultimi anni del regime zarista; dopo il 1917 furono subito e solo il 6% e oggi là, come accadrà da noi grazie all’approvazione di questa legge, non esiste più la prostituzione” (24/1/58)

HAPPY END

Valandro Gigliola (DC): “…E a ciascuna di quelle nostre sorelle infelici più che colpevoli diciamo: finalmente sei libera, va’, sii felice, e non peccare più” (24/1/58)

©Mitì Vigliero

(©Pocacola, collezione privata)

 

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