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Credenze, Usanze e Meteo di Pasqua

di Placida Signora - 5 aprile 2012

Il principale interesse che gli italiani hanno nei confronti della Pasqua, per molti fondamentale per la preparazione dei bagagli in vista delle vacanze, è: “Che tempo farà?”.

Per avere la risposta, basta saper rispondere a questa domanda: “Vi ricordate che tempo faceva il 25 dicembre, Natale?”

Difatti un proverbio diffuso in tutte le regioni d’Italia recita – in dialetti diversi e con qualche differenza di vocaboli - Natale in piazza (ossia all’aperto, causa sole caldo), Pasqua al camino (tappati in casa perché farà un freddo becco)”.
E viceversa.

Se non avete abbastanza memoria per ricordarvi il meteo di 5 mesi fa, cercate di rammentare quello della settimana scorsa: la Domenica delle Palme c’era il sole o no? Se sì, a Pasqua farà brutto. E viceversa pure qui.

E proseguiamo.

Fondamentale usanza d’origine ebraica sono le Pulizie di Pasqua, dai cristiani collegate al sacramento della Confessione (“confessarsi e comunicarsi almeno a Pasqua”); come questa pulisce l’anima -  dice un proverbio “all’anima si deve fare il brusca e striglia almeno una volta all’anno” – così anche la casa dove il possessore dell’anima vive deve essere sottoposta a brusca e striglia per cacciar via microbi e cose brutte.

Nelle campagne d’Abruzzo, il Sabato Santo, le massaie brandendo la scopa con due mani, danno violente ramazzate in ogni angolo della casa per scacciare il Diavolo; in quelle liguri spargono negli angoli un po’ di cenere rimasta dal Ceppo di Natale, infallibile scacciasàtana.

In Molise il dì di Pasqua ogni donna potrà sapere se il suo lui l’ama davvero; basta che ponga nel camino acceso o sulla stufa rovente una foglia d’ulivo recitando “Foglia benedetta che vieni una volta all’anno, dimmi se Tizio mi vuole bene“.
Se la foglia si agiterà accartocciandosi, l’amore sarà ricambiato.
Se resterà immobile, meglio cambiare moroso.

Molte credenze in ambito contadino, affermano che la ricchezza dei raccolti varia a seconda che la Pasqua sia alta o bassa.
Ma poiché i vari proverbi sull’argomento affermano in contemporanea l’esatto contrario (buon raccolto in alta, buon raccolto in bassa, cattivo in alta, cattivo in bassa), meglio affidarsi al lapalissiano ma rassicurante

Pasqua venga alta o venga bassa
la vien con la foglia e con la frasca.
Venga Pasqua quando si voglia
la vien con la frasca e con la foglia.

Se a Firenze i cittadini traggono auspici dal volo della Colombina che darà fuoco – nello spiazzo tra Battistero e Cattedrale – al carro detto Brindellone, a Ragusa nella chiesa dell’Annunziata attendono con ansia la caduta dell’enorme telo che sino al momento della Resurrezione copriva il Crocifisso: a seconda di come piomberà a terra, vi saranno fortune o sfortune per la città.

Infine, la mattina della Domenica, appena s’udiva il suono delle campane, in tutta Italia vigeva l’uso di bagnarsi gli occhi con l’acqua delle fonti, diventata magica e salutare sino alla fine dei rintocchi.

E porta buono lo stesso scampanìo dei bronzi che, dal Venerdì, avevan taciuto perché in viaggio verso Roma, come spiega una dolce, piccola poesia che forse qualcuno di voi avrà imparato da bambino:

 Dicon che quando vien la Settimana
Santa, parte per Roma ogni campana
perché alla Pasqua di Resurrezione
il Papa le darà benedizione.
Volando dalle terre più lontane
si trovan tutte in cielo le campane
e s’intendon fra lor, durante il viaggio,
perché parlan l’identico linguaggio
che tutti noi intendiamo. Per chi crede,
è semplice il linguaggio della fede.

© Mitì Vigliero

U Diavulicchio Alza La Coda: Storia del Peperoncino

di Placida Signora - 8 marzo 2012

Cristoforo Colombo era preoccupato; i reali spagnoli, sponsor del suo viaggio nel Nuovo Mondo, gli avevano detto chiaramente che lo avrebbero sovvenzionato soltanto perché lui aveva dato loro la certezza che là, nelle terra misteriosa, si trovavano di certo tonnellate di spezie preziose.

Allora il pepe, i chiodi di garofano e la cannella, monopolio commerciale degli arabi, valevano più dell’oro e dei diamanti: trovarne una “miniera” sarebbe stato economicamente un bel colpaccio per la Spagna, dalle casse perennemente vuote causa le lunghissime guerre intraprese per cacciare le roccaforti musulmane dal territorio iberico.

Ma una volta arrivato in quelle che credeva essere le Indie e invece erano l’America, il navigatore genovese si rese presto conto che le spezie preziose conosciute latitavano.

Il 22 dicembre del 1492 però annotava sul diario: “Gli indiani portavano piccoli sementi tutti uguali, ne gettavano un grano in ogni scodella d’acqua e ne bevevano”.

Quegli strani piccoli semi e relativi frutti che si chiamavano “axì”, li ritrovò nel 1494 nel secondo viaggio ad Haiti; il suo medico di bordo, Diego Alvaro Chanca di Siviglia, ne fu immediatamente incuriosito e provò a gustarne insieme a Colombo; ne furono ambedue entusiasti, tanto che Colombo scrisse alla regina Isabella: “E’ il loro pepe, e vale più del pepe. Tutta la gente non mangia senza di esso, che lo trova molto sano. Se ne potrebbero caricare in quest’isola cinquanta caravelle in un anno”.

Tutto vero, tranne quell’azzardato “vale più del pepe”; una volta sbarcato in Spagna nel 1514, l’axì –chiamato immediatamente “pepe d’India” e “chili” (dalla deformazione del nome originario), si diffuse in modo rapido in Europa, Africa Settentrionale, India, Asia e Turchia soprattutto sulle mense dei poveri.

La sua coltivazione estremamente facile e il prezzo, di conseguenza bassissimo, ne ne faceva un vero democratico sostituto del carissimo pepe.

Il naturalista rinascimentale Castor Durante, di lui scriveva: “Si può usare in tutti i condimenti dei cibi perché è di miglior gusto del pepe commune e per farlo più piacevole si pestano le sue guaine insieme col seme. Conforta molto questo pepe, risolve le ventosità, è buono per il petto e anche coloro che sono di frigida complessione ne conforta corroborando i membri principali”.

Il Mattioli, medico di Siena specializzato in piante medicinali, nel 1568 lo definiva “Pepe Cornuto” e ne elogiava le virtù antisettiche soprattutto per bronchi e naso.

Per questo nel ‘600 si diffuse la masochistica mania di mescolare pizzichi di peperoncino al tabacco da fiuto, ma poiché la miscela davvero esplosiva provocava raffiche di sternuti talmente violente da provocare anche emorragie oltreché danni ad occhi e parti cerebrali, la moda passò in fretta.

A dargli il nome scientifico ufficiale fu nel Settecento il botanico Linneo, che lo battezzò “Capsicum” dalla forma del frutto, vera e propria “capsa” (scatola, in latino) contenente i semi.

La sua caratteristica “bruciante”, gli valse ben presto la nomea di potente afrodisiaco; bandito per questo motivo dalla cucina dei conventi, veniva venduto nelle antiche farmacie al posto del Viagra.

Ciò spiega gran parte dei numerosi nomi dialettali che il peperoncino ha: tra questi, “diavulicchio” (o “diavulillu”) in Campania e dintorni (“U diavulicchio alza la coda”, recita un malizioso detto campano); cazzariello” in Abruzzo e “pipazzo” in Calabria.

© Mitì Vigliero

Dalla Luna Piena del Lupo a Quella della Lunga Notte: Come gli Indiani d’America Chiamano la Luna dei Regalini

di Placida Signora - 7 marzo 2012

Gli Indiani d’America da secoli danno un nome a ogni Luna Piena; nome che deriva dalle caratteristiche della Natura mese per mese.

Vediamo quelle del 2012 (di fianco al mese, la data della Luna Piena)

Gennaio, 9: Luna Piena del Lupo
Periodo di gelo in cui i lupi affamati scendono dai monti in cerca di cibo vicino ai centri abitati.

Febbraio, 7: Luna Piena della Neve o Luna Piena della Fame
Mese in cui le nevicate sono più abbondanti e per gli antichi nativi americani era praticamente impossibile andare a caccia per procurarsi da mangiare.

Marzo, 8: Luna Piena dei Lombrichi o Luna Piena del Corvo
Le abbondanti piogge di fine inverno sciolgono la neve, la terra diventa umida e si riempie di lombrichi o altri vermetti di cui son ghiotti i corvi. Vederli sui campi era segno dell’arrivo della Primavera.

Aprile, 6: Luna Piena della Rosa o dell’Erba o dei Pesci.
In questo mese fiorivano le rose selvatiche, i prati si riempivano d’erbetta e i pesci dei fiumi deponevano le uova.

Maggio, 6: Luna Piena del Granturco o Luna Piena del Latte
I campi si riempivano di mais, coltivazione principale; e le mucche iniziavano a produrre molto latte.

Giugno, 4: Luna Piena delle Fragole
Maturano i frutti di bosco

Luglio, 3: Luna Piena del Fieno o Luna Piena del Tuono
Nelle zone più basse i tagliava il fieno, in quelle più alte iniziavano i temporali estivi.

Agosto: 2 Luna Piena dello Storione o Luna dei Pescatori
In questo mese fiumi e laghi ribollivano di quei pesci prelibati

Agosto: 31 Luna Blu
Non si riferisce al colore, ma alla rarità dell’evento di una Luna Piena che si presenti due volte in un mese.

Settembre, 30: Luna Piena dei Raccolti o Luna Piena delle Femmine
Epoca di ultimi raccolti dei frutti della terra e periodo in cui erano favorite le gravidanze da portare avanti nei lunghi mesi invernali in cui le donne correvano meno rischi causa le quasi nulle fatiche nei campi.

Ottobre, 29: Luna Piena dei Cacciatori
Ultimo periodo prima dell’arrivo del gelo e della neve, in cui si poteva cacciare facilmente e fare provvista per l’inverno.

Novembre, 28: Luna Piena dei Castori
Nei corsi d’acqua i castori lavoravano freneticamente per finire i loro rifugi prima dell’inverno. Ambite prede quindi per i cacciatori, che ne apprezzavano carne e pelliccia.

Dicembre, 28: Luna Piena della Lunga Notte o Luna Piena Fredda o Luna Piena Amara
Giornate corte, buio presto, freddo intenso e difficoltà dell’esistenza.

E ricordate che la Luna dei Regalini sarà domani alle 10,41.
Ma secondo me funzionerà già stanotte;
basterà salutarla dopo le 24 ;-)

© Mitì Vigliero

Vi Racconto Una Leggenda Che Spiega Il Perché Le Camelie Non Abbiano Profumo

di Placida Signora - 2 marzo 2012

Guardando le foto delle camelie fiorite nel parco di Villa Pallavicini a Pegli, mi torna in mente un’antica leggenda che racconta il perché questo magnifico fiore, abbia un unico difetto: la mancanza di profumo

 Un giorno il dio Vulcano sorprese la moglie Venere in stretto colloquio amoroso con Marte.
Pieno di tristezza, si sfogò col piccolo figlio di lei, Cupido; e questo si arrabbiò moltissimo con la madre, soprattutto perché aveva osato amoreggiare senza l’ausilio delle sue frecce.

Venere, offesa a morte, decise di non fargliela passar liscia; era sì il Dio dell’Amore, ma per la mamma restava sempre un ragazzino insolente.

Ordinò quindi alle Grazie, “tate” di Cupido, una punizione severissima: – “Frustatelo, quel mio figlio maleducato! E per flagellarlo usate rami di rose, affinché le spine gli lacerino la pelle!”

Tutti gli altri Dei rimasero sconvolti da tanta crudeltà; ma a Flora venne un’idea…

Ordinò a Zefiro di volare nella Terra ove si levava il Sole e, una volta giunto là, di raccogliere i rami di una rara pianta dai fiori rossi assai simili a quelli della rosa, ma dal gambo totalmente privo di spine.

Zefiro ubbidì, e ben presto consegnò alle Grazie le “fruste” innocue con cui punire il piccolo Cupido: il castigo fu quindi meramente formale, e il bimbo non sentì alcun dolore.

In compenso tutto l’Olimpo rimase estasiato dalla bellezza di quei fiori gentili e soprattutto dal loro profumo intensissimo, che ricordava quello dell’Ambrosia…

Ma Venere, scoperto l’inganno si sdegnò nuovamente e stavolta decise di vendicarsi sulla pianta stessa  ordinando che  venisse esiliata in un’isola sconosciuta e lontana e, come punizione finale, con un incantesimo le tolse lo splendido profumo.

Di quel fiore non si ebbero più notizie sino ai primi del 1700 quando Giorgio Kamel, un gesuita missionario sull’isola di Luçon, rimase incantato nel vedere una meravigliosa pianta a lui sconosciuta che gli indigeni chiamavano Tsubakki.

La portò con sé in Europa e le diede il suo nome: Camelia.

Così finalmente la bella e gentile pianta fu conosciuta e apprezzata anche da noi; ma purtroppo, per colpa di una Dea dal pessimo carattere, nessuno potrà mai più godere del suo magico profumo.

© Mitì Vigliero

Vi Racconto Perché La Festa Di San Valentino E’ In Febbraio E In Che Modo Poco Pucci Festeggiassero Gli Antichi Innamorati Romani

di Placida Signora - 12 febbraio 2012

Il giorno di San Valentino, dolce e tenero, pullulante cuoricini, cioccolatini e pucci pucci tra innamorati, trae in realtà origine da una delle feste pagane più oscene e licenziose dell’antica romanità: i Lupercalia.

Pan Luperco (identificabile poi in Fauno) era il silvano dio della fertilità, delle messi e degli armenti, che proteggeva dagli assalti dei lupi.

Febbraio era il “mensis februarius” (da “februo”, purificare), consacrato alla Dea Iunio Februata (Giunone Purificatrice), considerato allora l’ultimo mese dell’anno e dedicato appunto alla Purificazione delle cose e degli uomini.

I riti iniziavano alle calende del mese col rito della Februatio, processioni di fanciulle che giravano per Roma tenendo in mano purificanti candele accese (la futura Candelora).

Invece alle idi (metà mese) i sacerdoti di Luperco, detti Luperci, gestivano due giorni di cerimonie dedicate alla purificazione dei corpi per favorire la fecondità, ben descritte da Plutarco nelle Vite parallele (Vita di Cesare, cap. 61).

La sera del 14 febbraio, le donne di qualunque età che non avevano mai partorito, scrivevano il loro nome su pezzetti di coccio che venivano messi in un grande orcio; la stessa cosa facevano gli uomini in un altro orcio (ed ecco l’orgine storica dei bigliettini di San Valentino).

Poi, in una sorta di lotteria, i nomi venivano estratti contemporaneamente a sorte formando delle coppie che il 15 febbraio, insieme alla popolazione tutta, si radunavano sul colle Palatino in una grotta chiamata Lupercale, dove la leggenda voleva che Romolo e Remo fossero stati allattati dalla Lupa.

I sacerdoti sacrificavano a Luperco delle capre e un cane, e consacravano Luperci due ragazzi patrizi segnandoli col sangue di capra sulla fronte e lavandoglielo poi con lana bianca bagnata di purificatore latte caprino.

Scuoiate le capre, ne tagliavano le pelli ancora calde e gocciolanti in strisce dette “februa” (purificatrici) o “amiculum Iunonis”, che i due ragazzi nudi si legavano ai fianchi a contatto dei genitali.

(Lupercalia, Domenico Beccafumi)

In realtà le februa erano fruste che i due novelli Luperci, correndo attorno al Palatino come forsennati, usavano per fustigare selvaggiamente chi capitava loro a tiro; soprattutto donne, che si offrivano volontariamente alle “februate”, considerate metodo sicuro per ottenere la fertilità.

Finita la corsa e le frustate, iniziavano ovunque feste, banchetti e libagioni ove le coppie che il caso aveva unito il giorno prima, erano da quel momento libere di congiungersi quando, dove e come gli pareva, sino alla gravidanza di lei.

Se avveniva, bene.

Se ci si piaceva, ci si sposava pure.

Sennò amici come prima e ci si riprovava il 14 febbraio dell’anno dopo.

I Lupercalia durarono sino al 496 dC, quando Papa Gelasio I li proibì, eleggendo il martire Valentino vescovo di Terni come santo protettore degli innamorati e stabilendone la festa proprio il 14 febbraio, e sostituendo definitivamente Luperco e la Dea Purificatrice Giunone con la ricorrenza, il 15, della Purificazione di Maria Vergine.

© Mitì Vigliero

COROLLARIO QUI vi racconto i proverbi e i modi di dire sull’Amore

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