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Vi Racconto Perché La Festa Di San Valentino E’ In Febbraio E In Che Modo Poco Pucci Festeggiassero Gli Antichi Innamorati Romani

di Placida Signora - 12 febbraio 2012

Il giorno di San Valentino, dolce e tenero, pullulante cuoricini, cioccolatini e pucci pucci tra innamorati, trae in realtà origine da una delle feste pagane più oscene e licenziose dell’antica romanità: i Lupercalia.

Pan Luperco (identificabile poi in Fauno) era il silvano dio della fertilità, delle messi e degli armenti, che proteggeva dagli assalti dei lupi.

Febbraio era il “mensis februarius” (da “februo”, purificare), consacrato alla Dea Iunio Februata (Giunone Purificatrice), considerato allora l’ultimo mese dell’anno e dedicato appunto alla Purificazione delle cose e degli uomini.

I riti iniziavano alle calende del mese col rito della Februatio, processioni di fanciulle che giravano per Roma tenendo in mano purificanti candele accese (la futura Candelora).

Invece alle idi (metà mese) i sacerdoti di Luperco, detti Luperci, gestivano due giorni di cerimonie dedicate alla purificazione dei corpi per favorire la fecondità, ben descritte da Plutarco nelle Vite parallele (Vita di Cesare, cap. 61).

La sera del 14 febbraio, le donne di qualunque età che non avevano mai partorito, scrivevano il loro nome su pezzetti di coccio che venivano messi in un grande orcio; la stessa cosa facevano gli uomini in un altro orcio (ed ecco l’orgine storica dei bigliettini di San Valentino).

Poi, in una sorta di lotteria, i nomi venivano estratti contemporaneamente a sorte formando delle coppie che il 15 febbraio, insieme alla popolazione tutta, si radunavano sul colle Palatino in una grotta chiamata Lupercale, dove la leggenda voleva che Romolo e Remo fossero stati allattati dalla Lupa.

I sacerdoti sacrificavano a Luperco delle capre e un cane, e consacravano Luperci due ragazzi patrizi segnandoli col sangue di capra sulla fronte e lavandoglielo poi con lana bianca bagnata di purificatore latte caprino.

Scuoiate le capre, ne tagliavano le pelli ancora calde e gocciolanti in strisce dette “februa” (purificatrici) o “amiculum Iunonis”, che i due ragazzi nudi si legavano ai fianchi a contatto dei genitali.

(Lupercalia, Domenico Beccafumi)

In realtà le februa erano fruste che i due novelli Luperci, correndo attorno al Palatino come forsennati, usavano per fustigare selvaggiamente chi capitava loro a tiro; soprattutto donne, che si offrivano volontariamente alle “februate”, considerate metodo sicuro per ottenere la fertilità.

Finita la corsa e le frustate, iniziavano ovunque feste, banchetti e libagioni ove le coppie che il caso aveva unito il giorno prima, erano da quel momento libere di congiungersi quando, dove e come gli pareva, sino alla gravidanza di lei.

Se avveniva, bene.

Se ci si piaceva, ci si sposava pure.

Sennò amici come prima e ci si riprovava il 14 febbraio dell’anno dopo.

I Lupercalia durarono sino al 496 dC, quando Papa Gelasio I li proibì, eleggendo il martire Valentino vescovo di Terni come santo protettore degli innamorati e stabilendone la festa proprio il 14 febbraio, e sostituendo definitivamente Luperco e la Dea Purificatrice Giunone con la ricorrenza, il 15, della Purificazione di Maria Vergine.

© Mitì Vigliero

COROLLARIO QUI vi racconto i proverbi e i modi di dire sull’Amore

Storia e Origini della Befana, Dea della Dodicesima Notte

di Placida Signora - 5 gennaio 2012

Epifania  deriva dal greco “tà epiphan(e)ia” e significa “manifestazione di divinità”; per i cristiani indica la visita dei Re Magi a Gesù, ossia la visione della manifestazione di Dio da bambino.

Ma l’origine di questa notte magica, che è la 12^ dopo il solstizio d’inverno (Natale), è paganamente agreste ed è dedicata a una figura femminile dai romani considerata divinaMadre Natura, identificata con Dianadea della Luna e dei cicli della fertilità.

In quei 12 giorni, cruciali per i contadini che avevano appena seminato, si riunivano le speranze di un buon raccolto per l’anno appena iniziato; Madre Natura, che aveva lavorato e “fruttato” per tutto l’anno precedente ed era ormai vecchia e rinsecchita, era destinata a morire per poi rinascere giovane e bella: proprio come la Luna che nasce, diventa piena, muore diventando nera e poi risorge.

Prima di defungere però, portava ultimi doni agli umani  compiendo veri prodigi, volando in cielo rendendo fecondi i campi, salubri le acque, fertili gli esseri viventi.

La successiva corruzione dialettale della parola Epifania in Befan(i)a e il variare della religione, creò la Befana; anche lei vecchia donna magica, mezza strega e mezza fata che vola, e che prima di sparire lascia doni.

Ha altri vari soprannomi, la Befana: Donnazza (Cadore), Pifania (Comasco), Marantega (Venezia), Berola (Treviso),
Vecia (Mantova), Mara (Piacenza), Anguana (Ampezzano) ecc.

E spesso la sua fine è truculenta: nei piccoli centri della Toscana, Emilia Romagna, Ticino, viene prima portata in giro su un carro e poi bruciata in piazza.

Varallo Sesia è la Veggia Pasquetta (e “Pasquetta” al posto di Epifania si usa anche a Genova, Legnano, Molise ecc. nel significato di “passaggio”) e la raffigurano come una orribile vecchia che tiene in braccio un neonato: lei sarà arsa sul rogo ma prima consegnerà il bimbo, simbolo della sua resurrezione.

Nel Veneto invece vi è la tradizione del Panevìn, una grande pira di legno che ha sulla sommità il fantoccio della Vecia; una volta appiccato il fuoco, mentre si mangia la pinza (dolce di fichi secchi e zucca) e si bevono ettolitri di vin brulé, guardando la direzione del fumo e delle faville si traggono “pronosteghi” per il raccolto futuro: se va a Nord o Est “tol su el saco e va a farina” (prendi il sacco e va a elemosinare), a Ovest o Sud “de polenta pien caliera” (la pentola sarà sempre piena di polenta), nettamente Sud-Ovest “tol su el caro e va al mulin”, (prendi il carro e va al mulino, il grano sarà abbondantissimo).

E dato che fertili e felici non dovevano essere solo i campi, nella Dodicesima Notte molti erano gli antichi riti amorosi.

In Toscana vigeva l’usanza dei “Befani”, fidanzati in prova, di solito scelti dalla sorte: in una focaccia veniva nascosta una fava secca (simbolo di fertilità), chi la trovava diventava Re o Regina della Fava e sceglieva il compagno/la compagna gettandogli la fava nel bicchiere.

Infine, le nubili molisane sapevano che quella notte avrebbero potuto sognare l’uomo della loro vita; perciò prima di addormentarsi recitavano: “Pasqua Bbefania, Pasqua buffate, manneme ‘nzine (in sogno) quille ca Die m’è destinate”.

© Mitì Vigliero

Er Pupo dell’Aracèli: Una Favola Antica Di Cui Si Aspetta Il Lieto Fine

di Placida Signora - 18 dicembre 2011

Era la fine del Quattrocento.

Un frate francescano, trovandosi a Gerusalemme nell’Orto dei Getsemani, raccolse un pezzo di legno d’ulivo e – colto da improvvisa ispirazione – ne intagliò la figura a grandezza naturale di un neonato: voleva raffigurare il Bambin Gesù, ma quando fu il momento di dipingergli il volto si rese conto che non sarebbe stato in grado di farcela da solo e così, prima di addormentarsi, pregò di essere aiutato dai Numi Celesti.

Svegliandosi la mattina dopo vide il bambinello non solo completamente dipinto (dagli Angeli, ovviamente)ma anche stretto in fasce come ogni neonato che si rispetti; solo che quelle erano di finissimo tessuto dorato.

Nel ‘500 lo portò con sé nel viaggio per mare che avrebbe dovuto condurlo a Roma, ma una tempesta fece affondare la nave; il Bambinello però riuscì prodigiosamente a raggiungere una spiaggia del Tirreno e da lì la chiesa dell’Ara Coeli, dove divenne immediatamente amatissimo oggetto di culto popolare.

Ridonava la salute ai malati, quell’infante di legno che i romani chiamarono da subito “er Pupo dell’Aracèli”; si diceva  che, portato al cospetto d’un moribondo, le sue piccole labbra si colorassero di rosso vivo in caso di guarigione o impallidissero sino a diventar bianche se non c’era nulla da fare. Ma il più delle volte, dicevano, guariva.

Il Principe di Torlonia gli mise a disposizione una lussuosa carrozza che a gran velocità, a qualunque ora del giorno e della notte, attraversava le strade romane accompagnando il Bambino al domicilio dei malati più gravi.

Una di questi, giovane e ricca straniera, lo volle sempre con sé: fece fare una copia perfetta della statuetta e quando i frati tornarono a riprendere il Pupo, gliela consegnò.

Questi non si accorsero dello scambio, ma la stessa notte il portone della chiesa venne percosso da un bussare violentissimo; corsi ad aprire, i frati si trovarono di fronte un neonato piangente: il loro Bambino, quello autentico, che era tornato a casa da solo.

Col passare del tempo le sue fasce si coprirono di gioielli e pietre preziose, tutti ex voto.

Questo ovviamente ispirava pensieri ben poco santi tanto che i diaristi della chiesa dovettero più volte annotare tentativi di furto andati a vuoto o altri riusciti, come quelli del Natale del 1738 quando il Bambino, porto ai fedeli perché potessero baciarlo, tornò fra le mani del Celebrante quasi spoglio dei preziosi, staccati a morsi da baci troppo entusiasti.

Continuando i miracoli, aumentò la fama del Pupo; iniziarono ad arrivare lettere da ogni nazione, scritte soprattutto da piccoli malati che imploravano una grazia. Divenne ovunque simbolo di serenità: un culto affettuoso, ingenuo e dominato dalla tenerezza, che andava e va al di là del senso religioso.
Quel Bimbo è soprattutto un bambino,  l’Indifeso che difende i più deboli: chi infatti è più debole di un malato?

Tutto questo sino al febbraio del 1994, quando qualcuno decise di rubarlo.
La notizia del  “rapimento” finì sulle pagine dei giornali e nei notiziari di tutto mondo. Persino la Criminalità Organizzata si mise in moto, per tentare di ritrovarlo: ma inutilmente.

Sono passati 17 anni e di lui non si hanno ancora notizie; quello che vediamo oggi è una copia.
Però le preghiere non smettono, nemmeno la fede.
Forse rimane la speranza che er Pupo dell’Ara Coeli ritorni come secoli prima da solo, bussando un’altra volta fortissimo a quel portone, in un nuovo miracolo.

© Mitì Vigliero

Perché si Dice: “Anno Bisestile” e “Anno Bisesto Anno Funesto”

di Placida Signora - 15 dicembre 2011

© Mitì Vigliero

Per la Serie “I Grandi Misteri”: perché ogni 4 anni esatti ci ritroviamo un febbraio composto da 29 giorni e parliamo di anno bisesto?

Tutta colpa delle varie riforme del Calendario Romano, talmente complicate da costituire una vera jattura per chi tenti di spiegarle chiaramente, concisamente e senza possibilmente andare in tilt.

Ci provo.

Allora…

Nel 46 aC Giulio Cesare decise di riformare il vecchio Calendario Numano (da re Numa), che si basava sull’anno lunare e aveva solo 344 giorni.

Grazie alla consulenza dell’astrologo Sosigene, nacque il Calendario Giuliano (da Giulio Cesare) basato sull’anno solare con una media di giorni 365 più 1/4; ma poiché per gli usi civili serviva un anno con un numero intero di giorni, Cesare decretò di eliminare quella frazione (il 1/4) e di recuperarla come giornata intera ogni 4 anni inserendo la ripetizione del sesto giorno prima delle calende di marzo: Bis sextus dies ante calendas martias.

Quel bis sextus quindi divenne il nostro bisesto.

Travagliati calcoli stabilirono che gli anni bisestili fossero scelti fra quelli divisibili per 100 e il giorno in più si decise di aggiungerlo a febbraio, che allora aveva normalmente 29 giorni e così ogni 4 anni arrivava a 30 (gli altri mesi erano o di 30 o di 31 giorni, come ora)

Però, quando Augusto divenne imperatore, visto che il Giulio Cesare si era autodedicato  un mese di ben 31 giorni (luglio/Julius), per non essere da meno decise di accaparrarsi agosto (Augustus).

Ma dato che agosto aveva solo 30 giorni, in nome della par condicio gliene aggiunse unotogliendolo a febbraio che rimase solo con 28 giorni (come è ora) o 29 quando era bisesto.

Col passare dei secoli, questo calendario civile dimostrò di non andare d’accordo col calendario solare perché Madre Natura, infischiandosene dei Potenti terrestri, continuava imperterrita a regolare a modo suo stagioni, albe, tramonti e il tempo in genere tanto che nel 1582 furono ben 10 i giorni in più che differenziavano i due calendari.

Fu così che Papa Gregorio XIII volle una nuova riforma: nel suo Calendario Gregoriano soppresse di botto i 10 giorni in eccesso facendo seguire al 4 ottobre di quell’anno (era un giovedì) subito il 15 ottobre (venerdì), non alterando così i giorni della settimana, ma permettendo in tal modo di riportare la data dell’equinozio di primavera al 21 marzo, ristabilendo quindi il ciclo delle stagioni in modo concorde sia nel calendario civile che in quello solare.

E perché in futuro non si verificassero nuovi disaccordi di date,  stabilì di considerare bisestili solo gli anni divisibili per 400.

Per la cronaca, anche il 2012 sarà bisesto.

E arriviamo al perché si dice “Anno Bisesto, anno funesto“.

Se la storia del 29 febbraio è abbastanza astrusa, decisamente arcana è la ricerca dell’origine esatta dell’infausta nomea.

Infatti pare proprio che non sia possibile rintracciare un autore preciso del motto anno bisesto ecc. e che questa sia  una credenza popolare esclusiva delle culture di base latina.

Secondo alcuni, la malafama del bisesto deriverebbe dal fatto che febbraio era dagli antichi romani vissuto come un mese molto poco allegro: era il Mensis Feralis, il mese dei morti, quasi completamente dedicato a riti per i defunti e a cerimonie di costrizione e purificazione poiché, secondo il calendario arcaico attribuito a Romolo, si trattava dell’ultimo mese prima del nuovo anno, che nasceva a marzo.

A fine febbraio si tenevano le Feralia , celebrazioni solenni in onore dei dipartiti; poi c’erano le Terminalia, dedicate a Termine dio dei Confini, e infine le Equirie , gare di corsa nel Campo di Marte attraverso 12 porte (come il numero dei segni zodiacali) per 7 giri (come il numero degli antichi pianeti).

Queste gare erano il simbolo della conclusione di un ciclo cosmico, quindi simbolo di morte e di fine; e per tutte le culture il passaggio dal Vecchio (conosciuto) al Nuovo (sconosciuto) è sempre cosa inquietante.

Uno dei pochi uomini di cultura che mise nero su bianco la sua opinione sugli anni bisestili, fomentando l’inquietudine e la paura, fu nel XV sec. il medicoMichele Savonarola, tipetto lugubre e geremiante, degno nonno di Gerolamo.

Egli affermò che i bisesti erano nefasti per greggi e vegetazioni; che portavano impennate di epidemie malariche e che erano controindicati per tutto ciò che riguardava l’acqua: quindi niente bagni e cure termali, ma soprattutto attenzione a funestanti diluvi e alluvioni.

E altri Colti Allegroni par suo, nel tempo fecero notare come i bisesti fossero anche forieri di fenomeni sismici, tirando in ballo la coincidenza dei  terremoti di Messina, Belice, Friuli, Armenia, avvenuti tutti in anni bisestili.

In realtà l’anno bisestile è considerato funesto solo perché, sin dai primordi delle civiltà, tutte le cose anomale rispetto alla norma (come eclissi, comete, capelli rossi, albini, pecore nere ecc), venivano considerate di cattivo auspicio.

Quindi anche un anno diverso dagli altri era strano, “mostruoso“ e perciò – scatenando le paure irrazionali ed ataviche dette superstizioni- giudicato sicuramente foriero di avvenimenti imprevisti e particolari.

Ma oggi sono cose superate in cui nessuno crede più.
Vero?
Vero?? ;-)

© Mitì Vigliero

L’Italia dalle Strane Porte: Suonatrici, Barometriche, Diaboliche, Inquietanti, Oscene e Animaliste

di Placida Signora - 22 novembre 2011

(Foto © Luca Cerini)

Roma, nel Battistero di San Giovanni in Laterano, c’è una porta che suona; proviene, si dice, dalle Terme di Caracalla.
Aprendone lentamente i battenti, facendoli girare pian piano sui cardini, s’innalzano note diverse che persistono nell’aria come un soave accordo d’organo.

Il suono è prodotto dall’attrito sui perni del grande peso dei battenti, 750 kg l’uno, e dalla particolare composizione del metallo in cui sono forgiati: bronzo e argento.

Un tempo ascoltarla, mossa faticosamente dai custodi, era la gioia di tutte le scolaresche lì in gita; ora pare non sia più possibile per motivi di stabilità. Dicono.

In Lombardia invece, subito fuori Bergamo e sulla strada che porta a Seriate, c’è una diabolica porta che annuncia i temporali.

Si tratta in realtà di un arco di marmo con funzioni da portale, che un tempo faceva parte di una villa chiamata Celadina; la leggenda del Portone del Diavolo è ben raccontata qui ; e il terribile odore di zolfo  pare si senta fortissimo anche oggi, ogni volta che sta per arrivare un temporale.

Un barometro perfetto.

Un altro Portone del Diavolo è nel centro di Torino, nel Palazzo Trucchi di Levaldigi oggi sede della Banca Nazionale del Lavoro.

Tutto il palazzo in realtà ebbe anticamente una fama sinistra, tanto da meritarsi l’appellativo completo di Palazzo del Diavolo.

Il conte Giambattista Trucchi di Levaldigi lo costruì nel 1673 su un terreno consacrato appartenente agli Agostiniani e lì dentro accadero cose da babàu come il misterioso assassinio di una ballerina, tale Emma Cochet,  in una festa del Carnevale 1790 durata tre giorni ininterrotti o, nel 1817, la sparizione del Maggiore Melchiorre du Perril, entrato un attimo nel palazzo portando dei documenti segretissimi e mai più uscitone.

dettagli di tutte e due le storie sono raccontate da Alberto Fenoglio , qui.

Ma quello che più sconvolse la popolazione sabauda fu, nel 1675, la messa in opera in una sola notte del grandioso portone intagliato al centro del quale, come battente, spicca e luccica la spaventosa  faccia di Satana con corna e gran bocca spalancata contenente due serpenti.

Porte inquietanti sono pure quelle delle case di Borzonasca (Ge), in particolare nella zona vicino all’abbazia di Borzone.
Negli stipiti sono incastrate antichissime teste di pietra, messe lì come probabile retaggio del cordiale uso celtico di mozzare i crani ai nemici e appenderli come trofei, o un omaggio ai Lari familiari, o mera scaramanzia.

La porta dal nome più malizioso è invece la milanese Porta Tosa (oggi Porta Vittoria).

Su di essa vi era una scultura detta “La Tonsa” la quale raffigura una donna che, sollevando la veste davanti, si “tosava” le pudende con un paio di forbici.

Rimase al suo posto sino al ‘500, quando fu tolta per volere di San Carlo Borromeo e, dopo varie peregrinazioni, fatta approdare nel Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco.

Infine, assai curiosa e molto animalista è la storia della Madonna della Gattaiola, bella tavola dipinta del XV secolo e conservata nella chiesa di San Giorgio a Montemerano (Gr).

Prima o dopo esser stata dipinta, la cosa non è chiarissima, fu usata come semplice uscio di un’abitazione, come dimostra lo spazio per i cardini e  una porticina rotonda  in basso dalla quale l’amato gatto di casa poteva entrare e uscire a suo piacimento.

© Mitì Vigliero

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