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L’Ombra che illumina: Bologna, un Amico, Pensieri.

di Placida Signora - 24 Novembre 2008

Questi giorni di assenza li ho passati a Bologna, città che grazie all’uomo che amo e che condivide la mia vita, da tanto tempo ormai ho imparato a conoscere ed amare.
Tornarci di solito per noi è una gioia, ma questa volta è stato doloroso; è mancato un nostro carissimo amico. 
Adorava la sua vita, che trascorreva con entusiasmo, continuamente pieno di progetti ed idee.
Aveva un lavoro che gli piaceva moltissimo e a cui si dedicava con passione; una donna innamorata al fianco, amici, solidità economica, serenità.
Aveva la nostra età; non beveva, non fumava, era sportivissimo, iper attento alla dieta e alla salute. 
Eppure in soli nove mesi, quello che eufemisticamente viene definito un brutto male, se l’è portato via.
E questi giorni passati in una Bologna sempre più bella e piena di sole, sono trascorsi come in un’altra dimensione silenziosa, “ferma” e ovattata, in cui i pensieri si univano ad altri pensieri da me purtroppo già vissuti in altre occasioni simili.

Perché la Morte insinua sempre la riflessione introspettiva in chi resta. E Lei, che solitamente viene definita Buio e Ombra, in realtà - e in modo paradossale - mostra più chiare le situazioni, illumina tutto ciò che sino a quel momento è seminascosto dall’ombra, svelando a chi resta il Senso dell’Esistenza umana.

Che è semplicemente quello di vivere giorno per giorno godendo di ogni momento bello, ridimensionando il più possibile rabbia o scontentezza.
Basarsi solo sul concreto, su ciò che si può toccare, vedere e sentire da vicino e di persona; sfuggire gli urli e ascoltare soltanto parole modulate con voci calme ed obiettive; non dar corda agli arroganti, ignorare gli isterici, isolare la maleducazione, sfuggire la malafede. Non farsi accecare dalle ideologie e dai preconcetti. Di ogni cosa, osservare sempre ogni angolazione, cogliendone ogni sfumatura: e poi trarne le conclusioni. Scansare progetti faraonici, concentrarsi soprattutto sul piccolo ma necessario e urgente. Non lottare coi mulini a vento. Se qualcosa si rompe - in senso metaforico - tentare di metterne insieme i cocci, ma senza intestardirsi ossessivamente, perdendoci troppo tempo: è prezioso, il Tempo. E anche galantuomo; può darsi che risistemi tutto lui, può darsi che invece faccia in modo di farci capire che non ne valeva proprio la pena. Non rinunciare a troppo, non pretendere troppo. Stare vicino agli amici, pochi ma veri. E dire “ti amo” a chi si ama, ogni giorno. 

Lo so, può sembrare estremamente difficile; però basta pensare che la nostra vita è davvero una e una sola, fragile come cristallo, instabile come una piuma. 
Ma è meravigliosa e degna di essere goduta appieno, attimo per attimo. Sempre.

Placide Assenze

di Placida Signora - 19 Novembre 2008

Per qualche giorno sarò lontana da qui.
Vi lascio in compagnia del placido tumblr e dell’altra placida casa.
E vi abbraccio, tutti.

Splendide Tesoremie

di Placida Signora - 14 Novembre 2008

Sono particolarmente assente da qui in questi giorni, troppe cose a cui pensare, risolvere, sbrogliare.

Però la stanchezza da galòp - placido termine che dopo esser finito  nel sito Rai  grazie a lei  , passerà direttamente negli italici dizionari ;-D - svanisce completamente quando mi trovo “abbracciata” da donne dolcissime come Francesca, che mi manda splendidi regali; o Enrica, che festeggia il suo bi-blog-compleanno brindando alla nostra amicizia; o Elisabetta, lettrice senza blog, che mi spedisce questa email:

Ciao Miti’,
mentre digitalizzavo le molte foto della mia vita pre-fotocameradigitale, ho ritrovato questa. Me l’ha scattata mio marito durante il mio primo viaggio a Genova, nel 1998. Eravamo a Moneglia e io leggevo qualcosa dalla sua biblioteca… Non trovi che il mondo sia minuscolo? Sono contenta di averti ritrovata e di leggere il tuo blog, oltre alle tue poesie che ho trovato meravigliose!
Baci!
eli

E “questa” è una Eli sorridente e serena, che 10 anni fa mi teneva fra le mani.

Che dire a queste Tesoremie, che un gentilissimo destino mi ha fatto incontrare grazie al blog?
Che voglio loro un mondo di bene.
Ma proprio tanto, eh? :-**

Margarita: Ricordi di Estati Lontane

di Placida Signora - 7 Novembre 2008

 I ricordi sono miei, le  foto di Samuele Silva

Nonno Migio aveva gli occhi azzurri come il cielo e i capelli candidi, tagliati a spazzola.
Io e mio fratello, piccolissimi; uscendo da Casa con lui per mano facevamo lunghe passeggiate giù sino al torrente Brobbio, e Nonno ci diceva il nome di ogni foglia, frutto, erba, insetto che incontravamo.
E poi camminavamo ancora sino alla Munia, la più antica cascina del paese, e Nonno raccontava che si chiamava così, Munia (Monaca), perché tantissimi anni prima era un convento.
A ogni passo, chi ci incontrava diceva - con quella pronuncia chiusa e dura del dialetto - “Ceréa, General” , e “ceréa” in margaritese vuol dire “buona sera”; ma mio fratello le prime volte domandava: “Nonno, ma perché ti dicono culéa?”.

Nonna Teresita invece aveva i capelli lunghissimi, ne faceva due trecce che arrotolava attorno alla testa come una corona.
E cucinava coi fiori; insalate di pomodori e primule, risotto alle violette, frittata di menta e di ortica… Mai capìto come facesse a raccogliere le ortiche a mani nude, senza mai farsi male. 

Ricordo le merende fatte con le micherìsse appena sfornate e bollenti tagliate a metà e condite con una nocciola di burro che si scioglieva al calore della mollica.
E l’acqua era più buona se bevuta alla fonte… non ricordo il nome…Ci si arrivava passando sotto la Torre e buttandosi giù da un sentierino pieno di more.
E poi i “sucàr” - pronunciati proprio così - di liquerizia comprati dal Tabaccaio, che allora non sapeva ancora che avrebbe avuto un giorno un nipotino speciale . E le “marronite“, parallelepipedini di marmellata di castagne presi dalla Campana, che aveva il negozio di alimentari proprio sotto casa nostra…
Perché da piccoli potevamo mangiare come buoi, senza ingrassare mai?

E quei lunghi pomeriggi di settembre - un mese intero di campagna dopo due mesi di mare, come eravamo fortunati noi bimbi d’allora, eh? - passati a schizzare in bicicletta da via Bertone sino al tennis e ritorno, avanti e indrè avanti e indrè, ma che fatica quella salita al ritorno sino al Castello, schivando mandrie di mucche di razza margàra, ossia “bianche come perle“.
Oppure avanti e indrè dalla parte opposta, sfrecciando davanti la chiesa e al campanile più alto della zona, arrivando davanti casa Sibilla e poi voltando a sinistra, circondati di campi di meliga e mais, passando davanti al piccolo cimitero e arrivando sino a Riforano… Un’avventura.

Eravamo un gruppo di ragazzini inseparabili e più o meno coetanei, letteralmente cresciuti insieme dalla nascita ai 18 anni; io, mio fratello Guido, i tre cugini Mimi, Chicco e Ginetto; Massimo e Nunzio: le ragazzine si chiamavano Mirella, Antonella, Ornella. Tutte “ella”.

Davanti alla casa dei cugini, di fianco alla mia, c’era una panca di legno: serate interminabili trascorse lì, il primo che arrivava si sedeva, gli altri in piedi o in groppa alla bici, a parlare parlare parlare, con immensi ed improvvisi scoppi di stupidèra acuta e conseguente irrefrenabile ridarella.

I nostri Grandi, Anna e Pippo-Generale Jr, Teresita, Vittorio e Laura, i genitori di Massimo e Nunzio, sempre insieme anche loro, anche loro a parlare parlare parlare seduti in giardino dentro casa, e la stupidéra e la ridarella loro si mescolava alla nostra.

Poi siamo diventati grandi noi; e ci siamo persi come accade alle covate nei nidi.

E quasi tutti quei nostri Grandi ora sono lì; uno, il Generale jr, è ancora nella Casa da dove uscivamo con Nonno all’inizio di questa storia.
Gli altri dormono giù, insieme a Nonno e Nonna, verso Riforano, circondati da campi di meliga e mais.

©Mitì Vigliero

PS: Per chi si sveglia all’alba ;-) segnalo che domattina alle 7-7,30 su Radiodue sarò intervistata dalla nostra Cuoca Itagnola aka Marina Cepeda Fuentes nella sua trasmissione Che bolle in pentola? 

Finalmente ci sono riuscita: l’Inaugurazione della Casa

di Placida Signora - 21 Ottobre 2008

Ricordate i mesi da incubo da me trascorsi in preda alle Truppe Cammellate?

L’unica cosa che mi tratteneva dal trucidare il Direttore dei Lavori e i suoi Complici era un pensiero:
  “Dai su, finalmente avrò una casa comoda, dove poter vivere, lavorare, ma soprattutto riunire gli amici. Anzi, appena finito sto’ delirio di ristrutturazioni, farò una festa per inaugurarla e festeggiare i miei 50 anni“.

Il delirio finì dopo 8 mesi; stavo ancora pensando dove appendere gli ultimi quadri (ancora non appesi), chiamare il tappezziere per le tende (che ancora mancano), comprare gli ultimi mobili (ancora latitanti), svuotare casse di libri (ne sono arrivate di nuove), però fantasticavo: “E vabbé, anche senza tende e quadri e mobili, io la festa d’inaugurazione la faccio lo stesso, e intanto festeggio i 51 anni
 
E invece m’è capitato tra capo e collo la Ginnastica dell’Anima.
5 mesi di lavoro matto e disperatissimo, faticoso ma soprattutto penoso, finito pochi giorni fa.

Martedì, in preda a una stanchezza infinita, mi son detta:
“Basta, mi son rotta quelle che non ho: la Casa la inauguro sabato 18 e festeggio pure Santa Teresa. Oh!”

Col terrore che accadesse di nuovo qualcosa (che so, terremoti, alluvioni, invasioni extraterrestri…), velocissima ho invitato gli amici, organizzato un party mangereccio, scaraventato sotto tavoli e letti i bauli e le casse del trasloco n° 11(…no, 12, insomma l’ultimo), che ancora dovevo (devo) sistemare, tirato fuori le tovaglie di lino e sabato ho trascorso - finalmente, dopo mesi e mesi - una lunga serata felice, allegra e spensierata in mezzo a 22 (sì, ventidue, e ci siamo stati!) meravigliosi Tesorimiei, a cui voglio un mondo di bene.

Perché per me non è stata una semplice inaugurazione d’una nuova abitazione, ma l’inaugurazione di una nuova fase di vita.  
E ora guardo questa Casa piena di fiori, e mi sembra che sia felice e finalmente rilassata anche lei.

Che Magie può fare l’Amicizia, vero? :-)*

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