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La Bucolica Quiete: sfatiamo un mito

di Placida Signora - 15 agosto 2011

Un brano tratto dal mio romanzo In campagna non fa freddo.

Per facilitare la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.

I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. Ginotta, l’anziana custode della Vecchia Casa.

*

“Come fa quella poesia sulle campane? Mi dicono dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi, maledizione suonano ogni quarto d’ora e non mi lasciano dormire…” ringhiavo di notte girandomi nel letto come una trottola.
Quello era un paese di ottocento abitanti in cui esistevano, fra chiese, chiesette, cappelle, cappellette e cappelline circa quindici campanili, ciascuno dotato di una spiccata personalità.

C’erano quelli Equilibrati, che battevano regolarmente i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. Poi c’erano i Follattoni, che a ogni ora battuta facevano seguire uno scampanio inconsultamente brioso, seguiti dai Depressi, che precedevano ogni ora con un lugubre battito a morto. Infine venivano i Confusionari, che alle dieci battevano cinque colpi, alle cinque due colpi e un tocchetto, a mezzogiorno ne sparavano trentasei.

Di notte, per fortuna, restava in funzione solo il campanile della Chiesa Grande il quale, però, pur essendo di solito un Equilibrato, possedeva un’irritante caratteristica: quand’ero a letto insonne nel cuore della notte e per puro masochismo avrei voluto sapere che cavolo di ore fossero, lui – che sino a poco prima m’aveva assordato – improvvisamente taceva.
“Si comporta così perché è gentile e vuole che ti addormenti col silenzio” diceva Leo.
Infatti, appena riuscivo ad assopirmi, quello festeggiava l’avvenimento ricominciando a scampanare veemente e entusiasta.

Ma se al suono dei sacri bronzi, col tempo, ci si può far l’abitudine, esistevano altri notturni baccanali ai quali fu per noi assolutamente impossibile assuefarci.

Ricordo la prima estate trascorsa in Casa; un luglio torrido e canicolare in cui era vitale dormire con le finestre spalancate. E ogni notte che Dio mandava in terra, venivamo svegliati dal passaggio di enormi, smisurati ma velocissimi autoarticolati con tanto di scritta “trasporto eccezionale” i quali avevano scoperto che, tagliando per il paese, riuscivano a risparmiare un po’ di chilometri.

Nessuno può immaginare il rumore tremendo che emettono quei bestioni quando transitano fuori dalle autostrade: sembrava un terremoto ogni volta e dato che erano immensi, passavano a pelo tra le case. Inoltre, se i più lunghi s’incastravano con regolarità nella stretta curva che conduce alla provinciale, i più alti sradicavano ogni volta il balcone della casa di fronte alla nostra.
Una notte uno di quei giganti che trasportava un carico di maiali vivi, sbagliò la curva della piazza e andò a schiantarsi contro la facciata del Comune; i poveri suini si seminarono impazziti dal terrore per tutto il paese, tranne due che rimasero defunti in mezzo alla strada. I setolosi cadaveri scomparvero subito e, qualche tempo dopo, nel negozio della Franca vi fu una vendita straordinaria di salsicce, costolette, lardo e cicciolata a ottimi prezzi.

Un’altra volta, era settembre, alle due del mattino ci svegliammo di soprassalto a causa di un terrifico nonché misterioso rumore.

Quella sera zia Rachele, causa il maltempo, era si era fermata e dormire da noi; perciò ci trovammo simultaneamente tutti e quattro in preda al batticuore, affacciati alle finestre delle nostre rispettive camere.

Il frastuono proveniva dalla curva che portava al torrente e avanzava tumultuante, minaccioso, amplificandosi con rapidità.

”E’ straripato il torrente” urlai tentando di superare il fragore lacerante
“Le acque d’un torrente potranno forse muggire, ma di certo non suonano tamburi e campanacci” strillo Leo in risposta.

A un tratto, da dietro la curva, nell’oscurità apparvero tre uomini con stivali e cappellaccio in testa, che battevano ritmicamente dei tamburi. Dietro di loro due, quattro, dieci, trentasette, novanta, centocinquanta mucche con al collo enormi campanacci; tra loro altri uomini stivaluti e cappelluti, che percuotevano latte e coperchi.

“E’ la transumanza!” gridò entusiasta Rachele “Tornano dagli alpeggi al piano, settembre andiamo è tempo di migrar…”
“Perché diavolo picchiano sui tamburi?” sbraitò Camilla di pessimo umore, come sempre quando veniva svegliata di botto, guardando con occhio truce la frastornante marea che sfilava lentamente sotto Casa.
“Credo per mantenere il ritmo, per rimanere svegli…” rispose Leo.
“Svegli loro, svegli tutti, eh?”  mugugnai ferocemente convinta che, se l’Imaginifico fosse stato qui, di certo avrebbe spaccato il bastone d’avellano sul cranio di quei mandriani casinisti.

Però, talvolta, in campagna esiste davvero il silenzio. Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.
Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari. Per Leo si tratta di tarli, per Ginotta “a sun le anime del Purgatori ch’a ciamàn preghiere”.

E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?

Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui. E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.

Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi. Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, strosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii. E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri. Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero universo.

Al di là del muro che circonda il giardino, ci sono i campi; nel centro dei campi una chiesina minuscola con un minuscolo campanile dedicata a Maria del Formenton, la Madonna del Granturco.

E d’estate, di notte, dai campi giungono raccapriccianti sospiri ansimanti.

La gente dice che lì, anni e anni fa, vi fu una cruenta battaglia che lasciò sul terreno decine e decine di morti, i quali vennero seppelliti in quegli stessi campi sotto la protezione della Madonna.

La gente dice anche che, sino a sessant’anni fa, si vedevano i fuochi fatui uscire dal terreno nelle notti d’estate e che i sospiri ansimanti -  gli “sbanfà de mort”- si son sempre sentiti.

Mio padre, ascoltandoli una sera, risolse il mistero.
“Macché morti! Li abbiamo anche noi al mare, quei sospiri. Li emette un piccolo rapace notturno, una specie di civetta che fa il nido sull’alto delle torri o dei campanili e nel periodo dell’accoppiamento lancia quello strano richiamo.”

Ma per noi rimasero sempre i sospiri dei morti, le cui anime tristi imploravano una carezza della Signora del Formenton.”

©Mitì Vigliero

Pillole di “Stupidario della Maturità”: Giovanni il Pizzoso, Italo l’Inetto, Luigi il Matto

di Placida Signora - 22 giugno 2011

Raduno insieme i tre grandi romanzieri, accomunati da un’unica infelice sorte; quella di comparire nei programmi d’esame insieme alla lettura integrale delle loro opere. Il Verga con I Malavoglia, Svevo con La coscienza di Zeno e Pirandello, solitamente, con Il fu Mattia Pascal.
Trattandosi di prosatori, lo studio dei loro testi, nonché la loro interpretazione, risulta abbastanza abbordabile dagli studenti.

Ho detto “abbastanza”, sia ben chiaro.

L’elegante termine “pizzoso” riferito a Verga ha origine dall’esclamazione che sgorga spontanea ogniqualvolta gli studenti sentono nominare I Malavoglia: “Uffa, che pizza!“.

Giovanni Verga era “un siciliano mal ambientato a Milano perché siciliano“: così se ne torna a casa “dove si sente molto più importante e si mette a scrivere cose sulla vita dei pescatori poveri che non potranno mai, per colpa dell’ostrica e del suo ideale, diventare ricchi e nobili come lui“.

Nei Malavoglia l’argomento di particolare difficoltà è quello dei “lupini”. Tutti li nominano, ma cosa siano nessun lo sa:

-Commissaria: “Che cos’è la Provvidenza nei Malavoglia?”
-Esaminanda: “Barca”
-Commissaria: “Ssssì…E poi? Chi c’era sulla Provvidenza?”
-Esaminanda: “Bastianazzo”
-Commissaria: “Va bene, ma cosa trasportava la Provvidenza oltre Bastianazzo?”
-Esaminanda: “Lupini”
-Commissaria: “(Sospiro) Allora?! Che succede?”
-Esaminanda: “Naufragio”
-Commissaria: “Oh! E Bastianazzo?”
-Esaminanda: “Annega”
-Commissaria: “E i lupini?”
-Esaminanda: “Morti tutti”

Un altro diciottenne invece affermò trionfante che sulla Provvidenza “c’era un carico di lupare“, svelando in tal modo gli oscuri traffici del boss ‘Ntoni, il quale aveva un figlio che si chiamava Bastianazzo “perché era grande e grosso come un bastione“.

Come dei Promessi Sposi, anche dei Malavoglia è richiesta all’esame la lettura completa; ma pure in questo caso gli studenti barano. Si comprano un “bignamino”, leggiucchiano qualche riassunto qua e là apprendendo superficialmente. E i risultati si vedono.

Un giorno che, stanca di sentirmi ripetere sempre le stesse cose, domandai di essere edotta sul personaggio dei Malavoglia nomato Piedipapera, venni scambiata per una tipa in vena di scherzi: “Ma prof.! Mi sta prendendo in giro, lo so! Piedipapera è un personaggio dei Puffi!“. Accennando invece in classe a Tigre reale, storia della passione morbosa tra una donna sensuale e un giovane senza nerbo, mi capitò di sentirmi porre la domanda: “Ma come facevano, se lui era senza nerbo?”

(…)

Italo Svevo e Luigi Pirandello sono gli unici autori dell’intero programma di Maturità che i ragazzi amano sinceramente, studiandoli con grande interesse e serietà. Il motivo? Forse perché ambedue parlano di follia e quindi si avvicinano assai al normale stato mentale degli studenti sotto esame.
Nonostante tutto, però, la stupidata talvolta piomba implacabile:

“A me è piaciuto molto l’Enrico IV quando lui prima è matto sul serio, poi fa finta di essere matto per far diventare matti gli altri, poi diventa matto di nuovo e uccide Belcredi condannandosi a diventare infine matto per sempre.”

“Così è se vi pare è una storia troppo incasinata per raccontarla.

“Trovarsi è la storia di Donata Genzi, un’attrice che si è persa e non si trova più.”

“L’uomo dal fiore in bocca stava seduto in un bar, aspettando la moglie che non arrivava mai e tenendo un fiore tra le labbra: per questo attirava la curiosità della gente.”

Il protagonista de Il berretto a sonagli, per contestare la società e la famiglia, intraprese la carriera di jolly.”

“Mattia Pascal era talmente sfortunato che avrebbe fatto meglio a gettarsi davvero a fiume.”

Come al solito, i futuri analisti sanno dare spiegazioni logicissime del “perché” delle cose: “la moglie di Pirandello impazzì e questo fu per lui una fortuna perché in tal modo trovò la grande tematica ispirativa della sua opera: la follia.”
Non solo, ma il Luigi “viveva in una villa che si chiamava il Caos per via della situazione creata in casa dalla malattia della moglie“. Un maturando scrive: “Pirandello afferma che non è vero che chi è pazzo sia matto; sono gli altri i veri matti, lo dico per esperienza personale” e un altro nello stesso tema ribatte “Enrico IV era fuori come un poggiolo“.

Il “vedersi vivere” di Pirandello è una sorta di fenomeno paranormale, dato che significa “sedersi da una parte e vedersi camminare dall’altra“.

Nel celebre Saggio sull’Umorismo Pirandello dice che noi siamo cattivi perchè ridiamo solo per cose tragiche, senza alcun rispetto per il dolore altrui“: siamo insomma tanti Franti, l’infame che sorrise…

Nell’Esclusa l’autore condanna “l’ipocondria della società” e “Così è se vi pare ha come morale: fatevi i cavoli vostri“. Poco aulico, ma incisivo.

Abbandoniamo Luigi per dedicarci tutti a Italo:

Scrisse Senilità, descrivendo la demenza dei vecchi

Nelle sue tre opere possiamo vedere la maturazione caratteriale dell’autore: in Una vita il protagonista si uccide perché è un inetto. In Senilità, sempre per inettitudine, si rinchiude in se stesso. Nella Coscienza di Zeno resta sempre un inetto, però se ne frega.”

All’esame:

-Commissario: “Cosa vuol dire l’U.S. di cui Zeno parla?”
-Esaminando: “Unità Sanitaria”
-Commissario: “Scherza?”
-Esaminando: “Ah sì, che scemo… Volevo dire Unites States!”

Eppure Svevo all’Ultima Sigaretta dedica un capitolo intero…
(…)

Per concludere, occupiamoci della biografia di Italo Svevo; per i maturandi è estremamente semplice:

Nacque a Trieste, che in quel tempo si trovava in Austria.”

Si sposò con una donna molto più giovane di lui perché gli facesse da mamma.”

Tentò più volte di scrivere libri e avere successo, ma gli andò sempre male.”

Quando finalmente divenne famoso, morì.”

Amen.

© Mitì Vigliero, da Lo Stupidario della Maturità, ed. Rizzoli.

Altre Pillole di “Stupidario della Maturità”:

I Promessi Sposi;

Il Detestabile Ugo; L’Infelice Giacomo; Il Povero Giovannino; Il Tenero Guido; L’Infernale Alighieri

L’Abominevole Alessandro

 

Pillole di “Stupidario della Maturità”: L’Abominevole Alessandro

di Placida Signora - 20 giugno 2011

Quando a Milano, il 7 marzo del 1785, Giulia Beccaria in Manzoni diede alla luce un bel maschietto, mai più avrebbe potuto immaginare quanto la figura del suo diletto pargolo avrebbe segnato la cultura dei posteri italiani.  In compenso i posteri oggi diciottenni odiano a tal punto il Lisànder da sconvolgere quella lingua che lo scrittore curò, vezzeggiò, limò, perfezionò e adorò sino all’esasperazione.
(…)

Ebbe tanti figli, ma neanche uno intelligente

Le sue figlie morirono tutte a ventotto anni, come un segno della Divina Provvidenza

Giulia Beccaria era una donna molto leggera da giovane, assai pesante da vecchia

Manzoni si convertì al Cristianesimo durante una crisi di agorafobia

Andò a Firenze per sciacquare i panni in Arno assieme a Emilia Luti, governante della nipotina

Divenne così vecchio che morì e ai suoi funerali tutta Milano esultava

(…)

Tutti gli eroi delle tragedie manzoniane non sono allegri

Pentecoste vuol dire 50 giorni di apostoli in fiamme

Nella Pentecoste Manzoni racconta quando la Chiesa si nascondeva per non farsi prendere dai seguaci dell’Anticristo che pregavano Dei bugiardi e pronubi

Le cose poi degenerano totalmente quando si tratta di paragrafare i versi delle varie poesie o tragedie; in alcuni casi raggiungiamo il culmine della stupidera acuta. (…)

Prendiamo ad esempio il celeberrimo coro dell’atto IV dell‘Adelchi, ovverossia la morte di Ermengarda.
La tapina, dopo essere stata ripudiata dal marito Carlo futuro Magno, langue in punto di morte nell’esilio volontario nel convento di Brescia.
Nell’agonia, è perseguitata da incubi e ricorda:

Quando da un poggio aereo,
il biondo crin gemmata,
vedea nel pian discorrere
la caccia affaccendata
e sulle sciolte redini
chino il chiomato sir

Di questa unica reminiscenza, i maturandi offrono ben quattro interpretazioni:

Quando Ermengarda da una collina
vedeva correre nella pianura
i suoi biondi capelli pieni di gioielli

Quando da un poggiolo
correva veloce sul cavallo
chino il re Carlo con i capelli
biondi e ingemmati

Quando dall’alto poggio
Carlo e Ermengarda
vedevano correre nel prato
un cavallo dalla bionda criniera ingioiellata

Quando da un alto scoglio
la bionda capigliatura ingioiellata
vedeva il re correre
sul cavallo chiomato

Insomma, ‘sti biondi capelli fanno di tutto tranne che starsene buoni e fermi  sul cranio di Ermengarda…Ma i vaneggianti ricordi della figlia di Desiderio proseguono incalzanti; ora rammenta la sanguinaria scena della caccia al cinghiale:

E dietro lui la furia
de’ corridor fumanti;
e lo sbandarsi, e il rapido
redir dei veltri ansanti

“Lui” è Carlo Magno, che secondo i maturandi partecipava a battute di caccia decisamente inconsuete, come testimoniano le seguenti parafrasi:

E dietro lui la folla
dei cavalli fumatori
che si perdevano
e il veloce radar
dei cavalieri affannati

E dietro di lui la rabbia
fumante dei cavalieri

E dietro a lui tanti
cavalli che fumavano

E dietro lui la follia
dei cavalieri in fiamme
che perdevano la strada
e il redimere veloce
dei cavalli stanchi

(…) oppure la maturanda che, descrivendo lo stato d’animo di Ermengarda sconvolta dalla vista del sangue sgorgante dal cinghiale abbattuto, disse che la regina “volgea repente il volto”, cioè “girava la faccia repellente“.
E come resistere alla tentazione di affogare nella Mosa (“O Mosa errante!”, ossia “Oh Moser veloce!“) il giovin vurgulto che prima declama

Oh tepidi
lavacri d”Aquisgrano!
ove, deposta l’orrida
maglia, il guerrier sovrano
scendea dal campo a tergere
il nobile sudor!

poi spiega:

O tiepidi
lavaggi di Aquisgrana!
dove, dopo essersi tolto
la maglietta orribilmente sporca
il re guerriero scendeva dal campo
per lavare il sudore dei nobili!

Carlo Magno re dei Franchi, sudicione sì, ma molto democratico.

(…)

Avete presente il Diacono Martino nel II atto? Il modo in cui si presenta al re Carlo è già tutto un programma; uomo di chiesa, proclama tutto fiero:

All’ordin sacro ascritto
dei diaconi io son

ovvero

All’ordine sacro iscritto
dei diavoli io son

(…) Narrando ai Franchi come gli sia stato possibile trovare un passaggio sui monti che permettesse ai soldati carolingi di raggiungere i Longobardi e far loro la festa, esclama:

Dio gli accecò, Dio mi guidò

La fede nei miracoli spinge a tradurre al volo:

Dio mi accecò, Dio mi guidò

Forse con un cane guida? Ad ogni modo, le stranezze compiute dal sant’uomo non hanno fine; egli prosegue il suo racconto con pathos crescente:

L’orme ripresi poco innanzi calcate

cioè

Raccolsi le orme dei piedi che avevo fatto prima

Arriva finalmente su di un’altura da dove scorge l’accampamento di Carlo Magno; ovviamente è agitato, felice al punto di affermare:

Il cuor balzommi: e il passo accelerai

il che in parole povere significa

Il cuore mi fuggì: ed io gli corsi dietro

E perché Martino corre tanto? Ma per raggiungere, oltre il suo muscolo cardiaco, anche la meta agognata del suo avventuroso viaggio:

I sospirati padiglion di Giacobbe

i quali altro non sono che

Le desiderate orecchie di Giacobbe

(…)

Il Cinque maggio.

Ei fu

Due parole soltanto, quattro lettere quattro: EI e FU. Non di più. Ma la stupidera imperversa incurante di lunghezze e concetti:

Egli è

oppure, più incisivo e chiarificante:

Egli è esistito

E dato che molti liceali arrivano all’ultimo anno delle superiori senza aver ancora imparato a leggere, eccoli declamare compunti al momento dell’interrogazione:

Ei pù

Pù.

© Mitì Vigliero, da Lo Stupidario della Maturità, ed. Rizzoli.

Altre Pillole di “Stupidario della Maturità”:

I Promessi Sposi

Il Detestabile Ugo; L’Infelice Giacomo; Il Povero Giovannino; Il Tenero Guido
L’Infernale Alighieri

- Gabriele il Macho

 

Pillole di “Stupidario della Maturità”: Gabriele il Macho

di Placida Signora - 18 giugno 2011

 

(…) I Maturandi ammettono che D’Annunzio possedesse doti naturali non comuni: “è orgoglioso di sé, maschio, superuomo, vitale, solare, maniaco sessuale“. Quest’ultima tesi viene rafforzata dalla lapidaria definizione: “D’Annunzio era un mandrillo“.

In Stabat nuda aestas D’Annunzio racconta di una volta che vide una donna che correva nel bosco. Iniziò così ad inseguirla, anche se non sapeva il suo nome e così lo chiese ad un’allodola che glielo disse. La donna scappava sempre più veloce, ma ad un tratto inciampò e cadde a pancia in giù nell’acqua: così il poeta poté vedere finalmente nuda quella immensa donna

Tutti conosciamo la passione dell’Immaginifico per il gentil sesso, ma i ragazzi ne sono addirittura ossessionati, convinti che il Vate pensasse sempre e solo alle donne, parlasse sempre e solo di donne, scrivesse sempre e solo di donne.  Persino il celeberrimo verso iniziale de La tenzone “O Marina di Pisa”, viene parafrasato “O Marina nata a Pisa“.

Certo è che le femmine ebbero una grande importanza nella vita del Gabriele, ma forse non tutti sanno quali complicate manovre le donzelle dovessero compiere per raggiungere l’amato poeta agli appuntamenti galanti:

Amica, tu verrai
furtiva nel verziere.

Amica, tu verrai
nascosta nel cesto della verdura.

Cosa non dovevano sopportare le languide dame per amore dell’affascinante Gabriele! Egli le intratteneva ipnotizzandole con le sue magiche parole, ma poi, all’improvviso, poneva loro domande come questa:

Cosa proveresti se ti fiorisse
la terra sotto i piedi, all’improvviso?

Che cosa proveresti se ti si forasse
all’improvviso la terra sotto i piedi?

Eh? Che proveresti? Oltre che mandrillo, pure sadico. E pensare che sta parlando alla sua Mamma…La povera signora Luisa Benedictis Rapagnetta (“D’Annunzio si dava tante arie, ma il suo vero cognome era Rapagnetta“) non doveva avere un facile rapporto col figlio:

In Consolazione il poeta tenta di convincere la madre che lui è di nuovo un bravo ragazzo e che non le darà più dispiaceri. Ma la madre non gli crede e poi è arrabbiatissima per il fatto che lui continua a dirle che è sorda. per tre volte infatti le ripete: “Dì, mi senti?”

Certo che a mamma Luisa potevano anche saltare ogni tanto i nervi, visto il genere di discorsi che le faceva il figliolo:

Per te sola io vo’ comporre un canto
che ti raccolga come in una cuna

Solo per te io voglio comporre una canzone
che t’infili dentro ad una cruna

Come il cammello evangelico.

(…)
Secondo i maturandi il D’Annunzio nutriva una spiccata predilezione per donne d’ogni razza; nei versi di Lungo l’Affrico “O bianche e nere / ospiti lungo l’Affrico notturno”, non sta certo parlando di rondini e torrenti, bensì di: “donne bianche e negre / ospitate nell’Africa nera come la notte” (…)

Lo charme dell’abruzzese però non lascia del tutto indifferenti le pulzelle diciottenni. Ecco come lo definiscono, parafrasando il delizioso quadro descritto ne La sera fiesolana (che, per la cronaca, secondo i maturandi ha come protagonista uno che “vendemmia delle foglie di gelso“):

E ancor s’attarda all’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta

E ancora si attarda nel lento lavoro
sull’alta scala che diventa nera
contro il poeta che diventa argenteo

Che “fusto”, il Gabriele!

Ma torniamo inevitabilmente alle sue donne. I ragazzi persistono nell’affermare che gli andavano bene tutte, belle o brutte, umane o marziane:

Non bianca
ma quasi fatta virente
par da scorza tu esca

Non più bianca
ma diventata quasi verde
come uscita dalla buccia.

I futuri scienziati hanno invece le idee un po’ confuse nei riguardi di paesaggi, anatomia ossea e fauna dimorante nelle pinete:

E andiam di fratta in fratta
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c’intrica i ginocchi)

E andiam di fossa in fossa
o uniti o slacciati
(e il verde rude forzuto
ci lega i polsi
ci morde i ginocchi)

Nella Pioggia nel pineto D’Annunzio dice che la pioggia, cadendo su di lui ed Ermione, varia di rumore a seconda che picchi sui capelli più folti o meno folti” (La pioggia cade / su la solitaria / verdura / con un crepitio che dura / e varia nell’aria secondo le fronde / più rade, men rade)

E cosa accade allo stupendo inizio della La sera fiesolana, quando viene calpestato dalle orde vandaliche dei maturandi?

Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva

Dolci le mie parole nella sera
siano per te come la pioggia che grugniva

e dove pioveva?

Sul fieno che già patì la falce
e trascolora

Sul fieno già tagliato dalla falce
e ora impallidisce dissanguato

(…)
Le maturande menti delle braccia rubate all’agricoltura, giudicano I Pastori d’Abruzzo dei retrogradi che dovrebbero decidersi a cambiare una buona volta i loro macchinari, visto che “Van pel tratturo antico al piano”, ossia “Vanno verso la pianura su di un vecchissimo trattore
(…)

Gabriele amava il mare ma, già ai suoi tempi, l’inquinamento imperversava:

Ai piedi ho quattro ali d’alcédine

Ai piedi ho quattro ali d’acetilene

Ai miei piedi il segno d’un’onda
gravato di nero tritume

Sui miei piedi c’è il segno di un’onda
pesante di nero bitume

Ma, nonostante tutto, il Vate ha la possibilità di dedicarsi al suo hobby preferito anche sulle spiagge inquinate o meno; nel verso seguente, sembra che stia parlando di una conchiglia…

Luccica la valva polita

…ma in realtà, secondo i maturandi maliziosi, sta descrivendo una suffragetta:

Luccica la vulva politica

La vita di D’Annunzio è, infine, qualcosa da studiare con somma noia e sopportazione, soffermandosi solo su fatti degni di particolare interesse:

Condusse sempre una vita ricca di divertimenti, basti pensare al volo su Vienna

Viveva in una villa molto bella chiamata Il Vittorioso

Perse un occhio in guerra e così decise di scrivere Notturno per non annoiarsi

Era diventato tanto orbo che cadde persino dal poggiolo

Ormai era vecchio: inventò Eja eja alalà, battezzò la Rinascente e poi morì

 

© Mitì Vigliero, da Lo Stupidario della Maturità, ed. Rizzoli.

Altre Pillole di “Stupidario della Maturità”:

I Promessi Sposi;

Il Detestabile Ugo; L’Infelice Giacomo; Il Povero Giovannino; Il Tenero Guido; L’Infernale Alighieri

L’Abominevole Alessandro

 

Per la Serie “Italiani che mi mancano”: Marcello Marchesi. Frasi tratte dal romanzo “Il Malloppo”, Bompiani, 1971

di Placida Signora - 20 maggio 2011

- Il girello dei bambini bisogna tenerlo da parte per quando si è vecchi, che si cade sempre.

- Non sprecate il vostro suicidio, ammazzate prima qualcuno che vi è odioso

- Era avarissimo: quando dava la mano porgeva solo due dita.

- Bocciate, bocciate un po’ di figli del popolo. Che rimanga qualche idraulico.

- I testicoli del toro vanno mangiati sul posto. Se il toro ci sta.

- Il sesso è sporco? Basta lavarlo.

- L’importante è che la morte ci trovi vivi.

- Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano.

- Prima di dire che uno è stronzo bisogna assaggiarlo. Se sa di merda allora sì. Se no, si rischia una querela.

- Non esistono innocenti: tutti abbiamo passato un raffreddore a qualcuno.

- Venderei le mie memorie al miglior offerente, ma non mi ricordo un tubo.

- Chi è felice è stupido. Non è vero ma consola.

- La felicità non è ereditaria, la lue sì, il cancro forse.

- In caso di pericolo tirate un moccolo.

- Da giovane avevo una vena umoristica. Adesso ho una vena varicosa.

- Ma procediamo con disordine. Il disordine dà qualche speranza. L’ordine nessuna. Niente è più ordinato del vuoto.

- Una buona notizia, finalmente: l’atomica non causa il cancro.

- Consigli per una cura dimagrante: basta dare lo smalto rosso alle unghie dello zampone per renderlo meno appetitoso. Con un braccialetto alla caviglia, poi, è repellente.

- Quando la parola “volgare” non avrà più senso, saremo tutti uguali.

- Una delle cose fondamentali della vita è la dignità. Non bisogna mai perderla. Per non perderla basta non averla.

- Testa di sesso è un insulto?

- Ho fatto l’amore dappertutto meno che in una cabina elettorale. Là ho preso solo delle fregature.

- “Muore una madre al matrimonio del figlio”. Il modo migliore per rovinare la cerimonia alla nuora.

- Dal mio fioraio le corone da morto le fa la nonna così si abitua all’idea.

- Il premio “La Donna Ideale” è stato conferito quest’anno ad Anita Garibaldi che, come risulta dal monumento al Gianicolo, va a cavallo, allatta il bambino e spara. Tutto contemporaneamente.

- A me capita di odiare non una classe ma solo una persona. Alla volta.

- Nell’isola di Wight le mucche si sono messe a fumare l’erba.

- Non si vive di Ricordi. Solo Giuseppe Verdi c’è riuscito.

- Anche un cretino può scrivere un saggio e non viceversa.

- L’Italia è una donna di facili consumi.

- Prima di accendere una sigaretta alla marijuana chiedete ai presenti se gli dà piacere il fumo.

- Tutti gli uomini sono uguali. A chi?

- L’umanità è un personaggio umoristico.

© Marcello Marchesi

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