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Giorno della Memoria: Signora Germania, di Giovannino Guareschi

di Placida Signora - 27 gennaio 2012

Per questa giornata riporto un piccolo brano tratto dal meraviglioso Diario Clandestino di Giovannino Guareschi.

Baracca 18 del Lager di Beniaminowo, 1944

Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca.
E’ inutile, signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi.
E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.
Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E’ inutile, signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece sono lì nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire.
E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nel quale è segnato, con estrema precisione, il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.
Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira, farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.
L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno.
E questa è la fregatura per te, signora Germania.

(Giovannino Guareschi, Diario Clandestino, Rizzoli, pp.45-46)

Vi racconto la mia “Leggenda delle Acciughe”

di Placida Signora - 17 gennaio 2012

(Eredel Illustration)

Tanti e tanti anni fa, così tanti che non potete nemmeno immaginarne quanti, splendeva nel cielo una numerosa famiglia di stelle: stelle piccine piccine, ma luminosissime, forse le stelle più luminose di tutto l’universo celeste.

Si chiamavano Engrauline ed erano molto, molto vanitose.

Infatti ogni notte, dall’alto del cielo si specchiavano sull’acqua del mare e la volta infinita echeggiava incessantemente delle loro presuntuose vocine:

“Guardate la nostra luce” dicevano superbe alle Pleiadi “guardate com’è intensa, chiara, sembra argento puro…”

“Guardate i nostri riflessi” dicevano tronfie alla via Lattea “guardate come palpitano vivi sulla nera acqua del mare…”

“Guardate gli umani”, dicevano boriose ai Pianeti “guardate come ci ammirano con la testa volta all’insù…”

Le altre stelle ascoltavano, guardavano e rispondevano che davvero sì la loro luce sembrava argento; che davvero sì riflessa sull’acqua nera del mare sembrava viva; che davvero sì gli umani le ammiravano molto…

In realtà erano risposte meccaniche e rassegnate, dettate da mera educazione e soprattutto dalla segreta speranza che le Engrauline, dopo averle ottenute,  stessero un po’ zitte.

Ma le stelline vanitose anche durante il giorno continuavano a parlare e parlare e parlare, senza mai prender fiato una volta.

Solo che, in quel momento, le loro parole passavano dai continui autoincensamenti  alle continue lamentazioni:

“È ingiusto, nessuno di giorno può vedere la nostra splendida luce d’argento…”

“Accidenti, potremmo essere molto più ammirate dagli umani se questi ci potessero guardare anche col Sole…”

“Uffa, di giorno qui in cielo non sappiamo che fare e ci annoiamo, perché non possiamo vedere la nostra bellezza riflessa sul mare…”

Una notte in cielo c’era la Luna piena; pareva un disco di diamante purissimo, dal quale partiva una luce talmente splendente da rendere il mare bianco come platino fuso.

Le Engrauline chiacchieravano ininterrottamente come al solito, ma stavolta erano rose dall’invidia:

“Ma guardala, osa oscurare con il suo i nostri splendidi riflessi d’argento?”

“Solo perché è più grande di noi si crede tanto bella?”

“Bella lei, con quella facciona così larga e così tonta?”

E la Luna, dal carattere dolce, mite e sensibile, a sentire le continue frasi cattive e velenose pronunciate dalle stelline, soffriva e piangeva in silenzio.

E tutti gli altri corpi celesti, che amavano la Luna perché era dolce, mite e sensibile, piangevano con lei.

Ma il Buon Dio, vedendo la pace del suo Regno rischiare di naufragare in un mare di lacrime, perse – e fu una delle rarissime volte – la pazienza.

Si recò dalle Engrauline e, guardandole severamente, tuonò:

“Ho ascoltato per anni di notte le vostre superbie; ho ascoltato per anni di giorno le vostre lamentele: e sono sempre stato paziente.

Tutte le cose che ho creato sono perfette; voi no, perché siete troppo vanesie, credendovi le più belle creature del cielo.

Siete troppo lamentose e non capite invece che la vostra vita è sublime; meramente decorative, qui in cielo siete protette, al sicuro: non servite a nulla, non fate nulla; non vi stancate, non vi affannate, non soffrite la fame e la paura.

Infine parlate sempre e troppo e oggi, con le vostre vane e crudeli parole, siete riuscite persino a far piangere la Luna, ottima, dolce utile creatura che governa le maree, le nascite, il pane e il vino.

Ora basta, ho deciso: vi toglierò da qui e vi metterò in quello specchio naturale che tanto vi piace usare”.

Con un gesto imperioso della mano, il Padreterno strappò dalla volta celeste le Engrauline e le gettò in mare.

“Ecco” disse dall’alto ” finalmente gli umani potranno godere giorno e notte del vostro splendido color argenteo, che però non sarà più eterno, ma fuggevole come un sospiro.

E finalmente gli umani continueranno ad apprezzarvi molto sì, ma come utile cibo.

E da oggi sarete costrette a correre, a stancarvi, a patir la fame e la paura.

E soprattutto, come tutti i pesci, starete finalmente zitte per sempre“.

Fu così che, il giorno dopo, le reti dei pescatori si riempirono per la prima volta di innumerevoli esemplari di piccoli pesci lucenti come argento vivo, che vennero battezzati dai sapienti Engraulis Encrasicholus, ma che i semplici chiamarono, da allora e per sempre, semplicemente Acciughe.

© Mitì Vigliero, da L’Alice delle Meraviglie

L’ALICE DELLE MERAVIGLIE

I Testi Afrodigastrici nell’Arte: Quali Sono i Vostri?

di Placida Signora - 11 gennaio 2012

Il ragù della Signora Piscopo

di

Eduardo De Filippo

tratto da “Sabato, domenica e lunedì”, atto I

Ampia e linda cucina. L’arredamento è costituito da cose anche modernissime.
Sulla parete di fondo, accanto al finestrone, sono state disposte in ordine simmetrico una diecina di antiche forme in legno di cappellì e numerosi attrezzi del mestiere.
Sul medesimo punto ci sta un fornello di ferro a quattro zampe, malfermo e arrugginito, e un piccolo tavolo dal ripiano massiccio unto e bruciacchiato dall’uso.
Siamo alla conclusione di una magnifica giornata di marzo. L’ultimo sole che entra dall’ampia finestra indora le pareti e fa brillare la nutrita batteria di pentole in rame, fuori d’uso, che è lì, tutta intorno, al solo fine di testimoniare l’antica tradizione e la solidità finanziaria della famiglia Priore.
Presso il tavolo centrale c’è donna Rosa che sta preparando il rituale ragù.
Sta legando il girello, «il pezzo d’annecchia» (cinque chilogrammi) che dovrà allietare la mensa domenicale dell’indomani.
Virginia la cameriera gomito a gomito con la padrona affetta cipolle; ne ha già fatto un bel mucchio: ma ne deve affettare ancora.
La poverina ogni tanto si asciuga le lacrime o con il dorso della mano o con l’avambraccio: ma continua stoicamente il suo lavoro
.

Rosa: Hai fatto?

Virginia: (piagnucolando) Devo affettare queste altre due.

Rosa: E taglia, taglia… fai presto.

Virginia: Signo’, ma io credo che tutta questa cipolla abbasta.

Rosa: Adesso mi vuoi insegnare come si fa il ragù. Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo. Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera; via via che ci si versa sopra il quantitativo necessario di vino bianco, la crosta si scioglie e si ottiene così quella sostanza dorata e caramellosa che si amalgama con la conserva di pomodoro e si ottiene quella salsa densa e compatta che diventa di un colore palissandro scuro quando il vero ragù è riuscito alla perfezione.

Virginia: ma ci vuole troppo tempo. A casa mia facciamo soffriggere un poco di cipolla, poi ci mettiamo dentro pomodoro e carne e cuoce tutto assieme.

Rosa: E viene carne bollita col pomodoro e la cipolla. La buonanima di mia madre diceva che per fare il ragù ci voleva la Pazienza di Giobbe. Il sabato sera si metteva in cucina con la cucchiaia in mano, e non si muoveva da vicino alla casseruola nemmeno se I’uccidevano. Lei usava o il «tiano» di terracotta o la casseruola di rame. L’alluminio non esisteva proprio. Quando il sugo si era ristretto come diceva lei, toglieva dalla casseruola il pezzo di carne di «annecchia» e lo metteva in una sperlunga; come si mette un neonato nella «connola», poi situava la cucchiaia di legno sulla casseruola, in modo che il coperchio rimaneva un poco sollevato, e allora se ne andava a letto, quando il sugo aveva peppiato per quattro o cinque ore. Ma il ragù della signora Piscopo andava per nominata.

Virginia: (compiacente) Certo, quando uno ci tiene passione.

Rosa: E quello papà, se non trovava il ragù confessato e comunicato faceva rivoltare la casa.

Virginia: Povera mamma vosta!

Rosa: Ma era pure il tipo che ti dava soddisfazione. Venivano amici e dicevano: «Signo’ ma come lo fate questo ragù che fa uscire pazzo a vostro marito! L’altra sera ci ha fatto una testa tanta «E, il ragù di mia moglie; di sotto, e il ragù di mia moglie sopra…» e mamma’ tutta contenta l’invitava; e quando se ne andavano dicevano: «Aveva ragione vostro marito». E si facevano le croci.

Virginia: Vostro marito invece non ci va tanto appresso.

Rosa: (con ironica amarezza) Don Peppino non parla; don Peppino è superiore a queste cose. Però si combina un piatto accoputo di Ziti così… e qualche volta pure due.

Virginia: Pe’ mangia’, mangia.


Esistono dei brani letterari o sequenze cinematografiche in grado di stimolare immediatamente l’appetito.

Quello che ho riportato qui sopra, tratto da una delle commedie che più amo di De Filippo, su di me ha un vero effetto afrodigastrico (afrodisiaco per lo stomaco ;-); ogni volta che lo leggo vengo colta dal languore e addirittura mi pare di sentire il profumo, di quel ragù.

E mi viene immediatamente, oltre che fame, anche voglia di cucinarlo.

Avete mai provato una sensazione simile? E se la risposta è sì, con quale testo o scena?

La Danza del Lombrico: Osservando Librai, Lettori e Scrittori in Libreria

di Placida Signora - 27 ottobre 2011

Dedicato a Dania (che ha appena pubblicato questo) ;-**

Librai fanno uno dei mestieri più belli del mondo e a me sono molto simpatici.

Anch’io credo di essere simpatica a loro, forse non tanto per il fatto che scrivo libri, ma soprattutto perché compro i libri altrui.
A vagonate.
C’è chi deposita i soldi in banca e chi in libreria; io preferisco le librerie alle banche, ed è per questo che i librai mi vogliono bene.

Le librerie dei Librai sono frequentate sia dai Lettori che dagli Scrittori: i primi amano trascorrere il tempo libero perlustrando librerie alla ricerca di novità da leggere. I secondi amano trascorrere il tempo libero scrivendo e poi perlustrando le librerie alla ricerca dei loro libri.

Quando uno Scrittore (di solito alle prime armi, poi smette perché si rassegna) passa davanti a una libreria, la prima cosa che fa è ispezionarne con occhio di falco le vetrine onde controllare se il suo ultimo parto cartaceo, mettiamo dal titolo La danza del lombrico , sia esposto.

Se non lo vede, prova un grande dolore; però stoicamente fa finta di nulla e prosegue nell’ispezione, entrando con aria noncurante nel negozio.

I casi sono tre:

1) Trova immediatamente il suo libro in bella mostra.

Allora, petto in fuori e pancia in dentro, si avvicina al Libraio con espressione cordialissima, gli tende la mano, si presenta come l’autore de La danza del lombrico e gli fa tanti complimenti per la sua splendida libreria.

2) Dopo un’ora di spasmodica ricerca, lo Scrittore finalmente scopre il suo libro seppellito da altri.

Perciò lo diseppellisce e lo mette in cima a tutti, possibilmente in piedi.

Successivamente va dal Libraio e, senza presentarsi, indicando La danza del lombrico  chiede con estrema noncuranza:
-“Si vende quel libro lì?”

Domanda cretina che lo smaschera immediatamente perché nessun Lettore si sognerebbe di entrare in una libreria per informarsi sulle vendite dei libri.

Il Lettore al massimo può chiedere: “Di cosa parla quel libro lì?” e casca male perché i Librai migliori sono quelli che non leggono affatto i libri che vendono. Potrebbero rimanerne contaminati e perdere la loro obiettività.

In ogni caso il Libraio d.o.c. è quello che a una domanda del genere non risponde “Boh?”, bensì:
-“Guardi, è stupendo. Va via come il pane”.

E questa risposta convince sia il Lettore che lo Scrittore.

3) Lo Scrittore non trova il suo libro.

E s’inquieta.

Molto.

Così, con sguardo incupito dal rancore, ma tentando di mantenersi calmo, incede lentamente verso il Libraio e con voce gelida gli sibila:
-“Mi scusi, avete La danza del lombrico?”

Il Libraio d.o.c. risponde:
-“Mi spiace, ma ho venduto dieci minuti fa l’ultima copia”
oppure
-“Si è esaurito subito e ho dovuto riordinarlo”

Ciò soddisfa molto lo Scrittore e un po’ meno il Lettore, che aveva davvero tutte le intenzioni di acquistarlo.

Qualcuno può anche sentirsi rispondere:

-“Danza del lombrico? Mai sentito.”

In questo caso lo Scrittore tenta discretamente il suicidio, mentre il Lettore si limita ad andare in un’altra libreria.

O a comprare un altro libro.

© Mitì Vigliero

E voi come vi comportate in libreria?

Gattucci e Mazzapicchi: il Manuale dell’Artigiano Dilettante ovvero le Gioie del Bricolage

di Placida Signora - 20 agosto 2011

Un altro brano tratto da In campagna non fa freddo (cap. V), la storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.
I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Adriana, la madre di Leo. Giacomin, l’anziano giardiniere della Vecchia Casa.

…le vecchie case, se nessuno si prende cura di loro, soffrono come gli essere umani, perdono smalto, calore, allegria: si lasciano andare, insomma. Quindi bisogna curarle, con affetto ed entusiasmo.

“Basta poco” predicava il mio Filobucolico Personale, mentre vagonzolava per le stanze odorose di muffa “Una mano di bianco alle pareti, una controllatina ai tubi, un’occhiatina alle prese della luce, una sistematina alle tegole…”

Giacomin ci era di gran conforto soprattutto quando, con la sua consueta essenzialità di linguaggio, ci rendeva edotti sugli acciacchi che affliggevano la Casa: “Giacomin, in che condizioni è il tetto?”
“Poieùv”
“Le canne fumarie?”
“Borlan giò”
“Gli infissi?”
“Marsc”
“L’impianto elettrico?”
“Vej decrèpit”
“Quello idraulico?”
E qui Giacomin faceva uno strano sorriso e si allontanava scrollando la testa.
Ma Leo, che grazie all’entusiasmo per la Casa aveva ritrovato quell’ottimismo innato di cui io rimanevo completamente carente, continuava a ripetere trullo: “Uh, quante storie! Son tutti lavoretti che posso fare da solo durante i weekend. Ho solo bisogno degli attrezzi giusti”

Chi crede che gli attrezzi da lavoro siano quantitativamente pochi e qualitativamente primitivi, si sbaglia di grosso.
Per esempio: se uno pensa a una lima, che cosa gli viene in mente? Un utensile di metallo più o meno lungo, di solito usato dai carcerati delle barzellette per eliminare le sbarre della prigione. Una cosa semplice, insomma.

Invece, andando a comprare gli arnesi nel più fornito negozio di ferramenta della Città, quando mio marito esordì dichiarando “Vorrei una lima”, si sentì rispondere dal commesso: “Che tipo di lima? Triangolare, quadrangolare, tonda o mezza tonda? A taglio semplice o a taglio doppio? La vuole gentile oppure mezza bastarda, tutta bastarda, o magari la preferisce sorda?”
“Non sapevo esistessero lime così sfigate”, commentai.
“Se esistono tante lime, vuol dire che servono tutte” rispose Leo, imbarazzato dai miei commenti così poco professionali. Quindi, rivolto al commesso, tagliò corto dicendo: “Le prendo tutte. E vorrei anche un martello”.

Quel giorno scoprimmo che  pure la razza dei martelli era assai variegata e popolosa, nonché estremamente necessaria a chiunque voglia restaurare una Vecchia Casa. Perciò acquistammo non un semplice martello banale e solitario bensì, nell’ordine, un maleppeggio, martellino piccolo da muratore; una bocciarda, martello fornito di punte piramidali e atto a percuotere la pietra; un granchio, martello con la punta biforcuta specializzato nello schiodamento; un maglio, martellone grosso e pesante in cui è inserito un tronco di legno che serve da impugnatura e, infine, un mazzapicchio, martello usato per cerchiare le botti nonché – cosa per noi fondamentale – abbattere animali nei macelli.

Dopo aver fatto provvista anche di tenaglie arzinche, bulloni prigionieri, viti autofilettanti e a espansione, dadi d’ogni peso e misura, chiavi a pappagallo, livelle, pinze, scalpelli e punteruoli di varie etnie, ci recammo nel reparto libri ad acquistare, sempre su consiglio del gentile commesso, il Manuale dell’artigiano dilettante.

Ogni venerdì sera raggiungevamo il Paese e ogni sabato mattina, sin dalle ore sette e trenta, in Casa risuonavano martellate furibonde e trapanate assordanti.

Tutte le donne che, tramite il Fato, si siano trovate a condividere la vita con un uomo naturalmente portato al bricolage, sanno benissimo quanto l’hobby del loro compagno sia estremamente coinvolgente. Infatti, volenti o nolenti, occorre assisterlo in continuazione durante i suoi lavoretti, onde essere sempre pronte a esaudire qualche centinaia di piccole richieste tipo: “Vammi a prendere nella cassetta dei ferri un cacciavite a stella. Ho dimenticato le tenaglie in cortile, ci vai tu? Passami la punta del trapano numero otto, no, quella è la dieci, non ci vedi? Dovresti salire al piano di sopra, ché ho dimenticato le pinze. Reggimi la scala. Tieni fermo questo pezzetto di legno che lo devo piallare; ma sì lo so benissimo che la tua mano è proprio sulla traiettoria della pialla: cosa credi, che sia scemo?”

Insomma, la smania del “faccio tutto io” che colse Leo all’inizio della sua storia d’amore con la Vecchia Casa fu massacrante in ogni senso. Non so quanti metri di cerotti e litri di disinfettante vennero appiccicati e versati su ogni centimetro quadrato del suo corpo.     Riuscì a martellarsi dita, piantarsi schegge nelle mani, bombardarsi gli occhi con limatura di ferro, rovesciarsi barattoli di vernice in testa, rischiare di morire soffocato dalla polvere di pietra inghiottita a causa di trapanate troppo violente, di avvelenarsi respirando gli effluvi di miracolosi prodotti sciogliruggine.
Le sue laboriose manine scrostarono muri provocando voragini, impiantarono nuove prese elettriche creando pirotecnici cortocircuiti, sistemarono tutte le maniglie delle porte in modo tale che non se ne aprì più nessuna e infine si dedicarono entusiaste ad aggiustare sedie traballanti e pensili sbilenchi, ottenendo l’utile risultato di rifornire di legna tutti i camini di Casa.

Un giorno decise di cambiare un vetro incrinato della finestra in sala da pranzo; una semplice e vecchia finestra di legno, col telaio diviso a quattro luci.
Ovviamente si trattava di un lavoro per lui semplicissimo, ma che imponeva necessariamente la presenza fisica di moglie, figlia e madre la quale, appena tornata da Vienna e in procinto di partire per Helsinki, aveva avuto il lume di venirci a trovare.

“Allora, il vetro nuovo eccolo qua, me lo sono fatto tagliare dal vetraio del Paesone” spiegò il nostro Factotum. “Ora è sufficiente seguire alla lettera le istruzioni del Manuale, che Bianca mi leggerà punto per punto”
“E noi che facciamo?” chiesero in coro Camilla e Adriana.
“State ferme lì: può darsi che abbia bisogno di voi”
“Tutto suo padre…” sospirò commossa Adriana, mentre io obbediente iniziavo a leggere: “Ogni perfetto artigiano dilettante noterà subito che le lastre di vetro sono inserite in due scanalature laterali del telaio e vengono separate fra loro da listelli di legno pure scanalati…”
“L’ho notato: vai avanti.”
“…ma innanzitutto, per sostituire una lastra di vetro, occorre sfilare il telaio dai cardini della finestra”.

E qui il Perfetto Artigiano Dilettante incappò immediatamente nel primo, piccolo problema perché il telaio si rifiutò categoricamente di abbandonare i suoi amati cardini: ruggine, polvere e lerciume secolari li avevano incastrati indissolubilmente.
Leo ingaggiò così un feroce corpo a corpo con la finestra sino a quando ci piazzò una spalla sotto, spinse all’insù e il telaio schizzò sino al soffitto, ripiombando fragorosamente a terra.
“Ora tutti e quattro i vetri sono rotti” osservò perspicace Camilla.
“Vabbé, almeno saranno più sicuri se li metto tutti nuovi” ribatté suo padre, posando delicatamente il telaio orbato di vetri su un tavolo: “Solo che ora devo tornare dal vetraio a comprarli”

Salì in macchina e partì a tutta birra in direzione del Paesone. Dopo un’ora era di ritorno coi nuovi vetri.
“Eccomi qui. Dove eravamo rimasti?”
“Dovevi sostituire un vetro rotto e ne hai rotti altri tre” riassunse sua madre, mentre io ricominciavo la lettura del Manuale: “A questo punto dovrete sfilare una a una le lastre di vetro e i listelli”
“Le lastre non ci sono più: sfilo solo i listelli. Poi?”
“Ora inserite la lastra nuova, che avrà ovviamente dimensioni tali da potersi introdurre facilmente nelle scanalature del telaio.”

La collutazione di Leo col telaio e la prima lastra di vetro fu davvero eroica ma, nonostante gli epici sforzi, ne uscì sconfitto.

“Porca l’oca, queste maledette lastre sono più grandi di almeno tre centimetri, non ci passeranno mai nel telaio! Come posso aver sbagliato le misure? E’ che mi distraete! Ora devo tornare al Paesone per farle ritagliare, stavolta della misura esatta”

Tornò dopo un’ora e mezza, con altre quattro lastre di vetro nuove di zecca.
“Per essere sicuro, le ho fatte rifare di sana pianta. Su, leggi il seguito”
“Spuntate gli spigoli della lastra”
“E non potevi dirmelo prima, che lo facevo fare dal vetraio? Come accidenti si spunteranno gli spigoli di vetro?”

Vi fu un primo tentativo con la carta vetrata, un secondo con una lima, un terzo con un martello; quando Leo risalì in auto per tornare dal vetraio, Adriana e io, sgombrando per l’ennesima volta il pavimento da miriadi di taglientissime schegge e aiutate moralmente da Camilla messa al sicuro sopra un buffet, ci lasciammo andare a considerazioni molto poco gentili nei confronti della specie maschile in generale.

Dopo due ore Leo fu di ritorno: “Ho fatto una scorta di lastre di vetro che bastano per vent’anni. E adesso il Manuale cosa dice di fare?”
“Qui c’è scritto: prima di inserire la lastra, pulire delicatamente le scanalature del telaio con l’estremità di un gattuccio”
“Gattuccio? Cosa diavolo è un gattuccio? Camilla! Vai a cercare sul vocabolario”
La figlia saltò giù dal buffet e sparì in biblioteca. Dopo poco ne uscì reggendo fra le mani un pregevole esemplare di Rigutini-Fanfani rilegato in pelle. Dopo averci soffiato su per eliminare la polvere di secoli e dopo aver impiegato circa mezz’ora a trovare prima la G, poi il GAT, il GATTU eccetera, esclamò trionfante “Eccolo! Gattuccio! Esiste! Non era uno scherzo di mamma! ” e iniziò a leggere ad alta voce “Gat-tuc-cio: pesce car…caartilagi…caartilaginèo…”
“Cartilagìneo, tesoro” la corresse la nonna.
“Uf, cartilagìneo maarino, ap-par-tenente alla faaamiglia dei pee-sce-cani”
“Figurati se devo pulire le scanalature della finestra con un pescecane” bofonchiò Leo.
“Ma come, non lo sai che il torrente del paese brulica di squali?” ridacchiò sua madre.
“Spiritosa. Camilla, guarda se c’è un’altra definizione di gattuccio”
“Sì: diii-minuu-tivo di gatto”
“Sicuro! Prendi un piccolo gatto, gli infili la coda nelle scanalature e la muovi su e giù come uno spazzolino” suggerii.
“Maledizione! Datemi quel vocabolario!” ringhiò l’Uomo dalle Mani d’Oro “Dov’è. Eccolo qui, gattuccio…Torno subito” e ripartì in macchina diretto al Paesone perché, quando aveva comprato le centinaia di attrezzi da lavoro, si era dimenticato il gattuccio, che poi altro non era che un banalissimo seghetto da falegname.
Tornato brandendo minacciosamente il gattuccio, ne infilò l’estremità nella scanalatura, lo mosse con delicatezza avanti e indietro sino a quando la scanalatura, anziché limitarsi a diventar pulita si divise completamente a metà, segata alla perfezione.
“Ho capito” sospirò tentando di ignorare le sue tre donne che si rotolavano sul pavimento in preda a convulsi di riso. “E il legno che è marcio: dovremo sostituire tutte le finestre”

Mentre appendeva al posto del telaio un’enorme tela cerata, l’Artigiano del Mio Cuore sbottò: “Oh, insomma: basta! Un povero cristo che lavora come un pazzo dal lunedì al venerdì in un ufficio di cacca, tra ficus benjamin e open space, avrà pure il diritto di riposarsi il sabato e la domenica, no? Sono stanco, io, sono un semplice laureato in Economia e Commercio, cosa volete che ne sappia io di muratura e falegnameria, cosa pretendete da me, l’onniscienza, eh?”

© Mitì Vigliero

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