Vi Racconto Come Si Preparano In Casa Le Acciughe Salate

Soprattutto chi vive al mare e ha quindi la possibilità di procurarsi acciughe appena pescate, può provare a salarle in casa; con una cassetta d’acciughe da 8 kg si possono riempire circa 4-5 arbanelle medie (dipende anche dalla dimensione dei pesci), quindi fate voi i conti della quantità che vi interessa.

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A Genova si chiamano arbanelle gli appositi vasi di vetro, grandi e lisci, a pareti piatte, dalla grande imboccatura e -un tempo- privi di coperchio, questo non perché fossero parti diabolici (il diavolo, si sa, è refrattario alla fabbricazione dei coperchi), ma perché questi barattoloni venivano tradizionalmente chiusi con un grosso sasso pesante, rotondo e piatto, di quelli che si trovano sulla spiaggia, o con un altrettanto grosso e tondo pezzo d’ardesia. Oggi il sasso è stato sostituito da uno spesso disco di vetro, e il coperchio è di plastica; e le arbanelle vuote si trovano facilmente in vendita negli stessi mercati del pesce.

Le acciughe (freschissime-issime, mi raccomando) e possibilmente di dimensione grande  (dai 12 cm in su)  debbono essere ben pulite, private perfettamente di testa e interiora e NON lavate: prima e durante la preparazione non debbono MAI toccare l’acqua dolce che le farebbe marcire e ammuffire.

Poi si prende un’arbanella, ci si mette un po’ di sale nel fondo e si dispongono le acciughe testa contro coda a strati fitti fitti sistemati a griglia; uno strato di acciughe, un pugno  sale grosso e via di seguito sino all’ultimo strato di sale che dev’essere abbondante e arrivare sino all’orlo del vaso.  
La quantità di sale deve corrispondere ad un quarto di quella delle acciughe e, come  consigliano le massaie marinare doc, deve essere marinogrosso, magari pestato un po’ nel mortaio (le donne della verghiana Aci Trezza utilizzavano dei mattoni) e lasciato possibilmente un paio di giorni ad asciugare al sole per eliminare l’umidità.

foto panoramio Laura Mycol

(Foto Panoramio ©Laura-Mycol)

Riempito completamente il vaso, lo si copre con il sasso-disco di vetro che fa da peso e mantiene il pesce immerso sotto la superficie dell’acquetta salmastra che andrà gradatamente formandosi; mettetelo in un luogo buio, fresco ma non umido, e per la prima settimana posate sul disco un peso che lo tenga ben schiacciato (es. una bottiglia piena d’acqua, o un sassone) e posato su un piatto o un catino (l’acquetta tende a traboccare, soprattutto all’inizio). 

Tenete le arbanelle sott’occhio; se si formasse troppo liquidino eliminatene un po’. Se il sale sopra vi sembrasse secco, aggiungete subito un poco di salamoia (soluzione satura di acqua e sale bollita e raffreddata prima di metterla sulle acciughe). 

Dopo circa 2 mesi, le ex stelline vanitose avranno acquistato il tipico color marrone e il tipico profumo; saranno pronte da utilizzare togliendole in quantità desiderata dal vaso (facendo sempre attenzione che dentro non vi cada nemmeno una goccia d’acqua, sennò fa la muffa), lasciandola una decina di minuti a bagno nell’acqua per togliere l’eccesso di sale e sciacquarle, dividendone i filetti e togliendo la spina dorsale.

Si potranno consumare così poco per volta e aggiungendo nel vaso per coprirle un po’ di salamoia ogni volta sembrassero troppo secche (e sopra sempre il sasso-disco, più il coperchio) o trasferirle tutte pulite in vasetti, immerse nell’olio d’oliva.

Nell’astigiano le acciughe salate, pulite e divise a filetti diliscati, vengono adagiate a strati in un recipiente di vetro con coperchio ermetico, e ogni strato viene coperto con fettine di tartufo bianco. Il tutto viene poi irrorato d’olio d’oliva e conservato al fresco.
Nell’albese e nell’eugubino, i filetti d’acciughe salate vengono invece arrotolati intorno a tocchetti di tartufo bianco e nero, infilati dentro vasetti ermetici e coperti sempre d’olio.

Certamente preparare le acciughe salate in casa da soli è una grande soddisfazione che dà quel gusto in più; in ogni caso vi ricordo che le arbanelle di acciughe salate già belle e fatte vengono vendute nei migliori mercati anche cittadini o nelle Cooperative di Pescatori delle nostre splendide cittadine rivierasche. 

Alla prossima, con un po’ di ricette!

© Mitì Vigliero

Dal Phoetidissimum Lylium All’Euscordiu, Vi Racconto Tutti I Nomi Dell’Aglio

Gli antichi alchimisti medioevali definivano l’aglio col sublime nome di Phoetidissimum Lylium, fetidissimo, puzzolentissimo giglio, per via del bulbo che lo fa appartenere alla famiglia delle Liliacee. 

aglio

Ma sull’origine del termine “aglio” vi sono varie interpretazioni.

C’è chi dice che il latino allium derivi da alum  “aglio selvatico”, ma anche una pianta “consòlida maggiore” o “cotonea” della famiglia delle borragini di cui parla Plinio (19,116).

Altri asseriscono che derivi dall’aggettivo celtico all, significante “che brucia, che fa caldo” mentre la maggioranza dei dizionari preferisce a limitarsi a un laconico “di etimologia incerta”.

fiori aglio

Nei lessici il nome sanscrito indicato per l’aglio è bhutaghna; “uccisore”; in ogni caso la forma allium era presente nella lingua latina già dal I sec. d.Caleum fu la forma volgare, così come alius e aleus.

greci chiamavano  aglis  solo la testa dell’aglio, mentre in generale lo appellavano scòrodon . 

In Inghilterra l’aglio si chiama garlic, mentre wild leek è l’aglio selvatico, (allium ursinum), detto nella Svizzera tedesca Tufelschnoblech (aglio del diavolo), in Austria Judenzwifel (cipolla degli ebrei) e  Zigeunerknoblanch (aglio degli zingari) in tedesco dialettale.

Sempre gli inglesi chiamano clove lo spicchio, mentre utilizzano il termine garlic eater, “mangiatore d’aglio”, per indicare una persona di bassa condizione e scarsa educazione.

spicchi

In Francia lo spicchio si chiama gousse, ed è di genere femminile; il “puzzare d’aglio” si dice déplaire, che in senso figurato significa “dispiacere, riuscire ostico”.

In Spagna  lo spicchio d’aglio si chiama diente , cosa logica se si pensa che fa parte di una “testa”, in questo caso cabeza.
  
  Da noi sono molti i cognomi derivati dall’aglio: Aglio, Dall’Aglio, Aglietta e Aglietti, Aglini, Agliotto e Agliotta, Agliole e AglioniAgliozzo AgliozziAgliano e Agliani;Agliardi, Aglieri, Agliata, Agliarolo, Agliarulo e Agliaruòlo.

Si tratta di cognomi assai diffusi nelle diverse forme, soprattutto nel Sud; e hanno origine o da un soprannome (chi coltivava aglio, lo vendeva, ne mangiava troppo…) o come etnico dei vari toponimi che hanno alla base il latino allium

C’è anche una bella cittadina turistica il cui nome ha a che fare con l’aglio; aasci  erano infatti chiamati i venditori d’aglio che si recavano facendo chilometri per smerciare il loro prodotto nei mercati liguri: e originariamente venivano tutti da Alassio.

In Italia il dialetto che forse ha più termini riguardanti l’aglio, è il Ligure; aggétto significa “sapore d’aglio”, quello che si dà a qualcosa (pane, salame) affettandolo con un coltello prima fregato con uno  spigospicchio: in Veneto lo spicchio si dice spigolospicolo in Campania; in Piemonte fiesca e in Lombardia fésa.

trecce

La resta, sempre in Liguria, invece  è la treccia d’aglio, da cui ha origine il verbo inrestàinfilzare gli agli per farne –appunto- trecce con un filo bianco da rocchetto; dalla treccia di gambi secchi che restavano una volta spiccate tutte le teste d’aglio, le parsimoniose massaie un tempo, arrotolandole a spirale e poi cucendole, facevano altre reste, i cèrcini, che si usavano come sottopentola da posare sulle tavole.

COME SI DICE AGLIO NEI DIALETTI ITALIANI

Piemontese: Ail -aj     
Milanese, Bergamasco: Ài         
Veneto: Ajo        
Napoletano: Àglio-aglie   
Genovese: Aggio  
Emiliano-romagnolo, reggiano, bresciano: Ai 
Mantovano: Aj
Siciliano: Agghiu
Calabrese: Agghia, agghiu, aglia
Umbro: Ajio
Sardegna Loguduresu : Azu; euscordiu
Sardegna Campidanesu: Allu   
Puglia (Valentiniano): Uagghjie
Bari : Agghie
Lazio: ajo

© Mitì Vigliero, estratto da Saporitissimo giglio

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Le Ricette Di Casa Placida: Finocchi All’Odore Allegro

finocchi

Mio fratello Guido quand’era piccolo, appena sentiva l’olezzo dei finocchi che stavano bollendo lo definiva – con quelle meravigliose immagini poeticamente surreali tipiche dei bimbi – “Odore triste“.

Effettivamente quello dei finocchi lessi non è un profumo particolarmente appetitoso e vivace come, che so, quello dell’aglio e rosmarino che sfrigolano nell’olio…

Ma con questa ricetta l’odore diventa allegro di sicuro.

4 finocchi
1 cipolla
Il succo di 2 arance belle grandi e sugose (di una grattugiare la buccia e tenerla da parte)
latte
burro
curry
sale
pepe

Lessare nell’acqua salata i finocchi belli puliti e tagliati a metà.
In una padella larga soffriggere in un bel tocco di burro la cipolla tritata, anzi, quasi frullata.
Bagnarla col succo delle arance, mescolare, unire la buccia grattugiata, mescolare un paio di volte.
Unire 1 dl di latte circa, 1 cucchiaino di polvere di curry, il sale e i finocchi lessati.
Alzare il fuoco per tre minuti, girando e rosolando bene i finocchi (facendo attenzione a non spappolarli, eh?). 
Abbassare un poco il fuoco, fare addensare il sugo per qualche minuto. 
Unire  un altro tocchetto di burro fresco, farlo sciogliere bene. 
Spegnere il fuoco, spolverare i finocchi di pepe e servirli immediatamente.

© Mitì Vigliero