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Animali per gli antichi simbolo d’astuzia e stupidità

di Placida Signora - 6 Luglio 2008

Astuzia

Pernice: gli antichi raffiguravano un uomo furbo nello schivare i pericoli e le difficoltà della vita, con una pernice e un cacciatore da essa ingannato.
Questo perché si pensava che la pernice insegnasse ai suoi pulcini, ancor prima che a volare, di stendersi a terra e coprirsi di foglie appena avessero sentito il fischio acuto della mamma che li avvisava della presenza di un cacciatore. Appena questi si avvicinava, la mamma gli volava bassa davanti ai piedi, come invitandolo a catturarla, per poi innalzarsi in volo spostandosi più in là, per poi riabbassarsi nuovamente, facendo in modo che il cacciatore si allontanasse dai piccoli, e sparendo infine per sempre.

Camaleonte: astuto perché cambia colore a seconda dell’ambiente in cui si trova.

Serpente: secondo Mosé è il più astuto degli animali. Non per nulla riuscì a fregare Adamo ed Eva.

Volpe: nelle favole d’Esopo è l’astuzia personificata.

Stupidità.

Elefante: Tertulliano lo chiama “bestia sciocchissima”, e in molti lo pensano stupido e balordo poiché enorme nella stazza e lento nei movimenti; come dice il detto lombardo, “grand e gross, ciula e baloss”.

Oca: nel Pavese esisteva la convinzione che mangiare la testa dell’oca facesse diventare cretini; e una donna sciocca, superficiale, ingenua e svampita viene definita “un’oca giuliva”.

Gallina: di chi è un po’ tonto si dice che ha “il cervello di gallina”, animale considerato non del tutto acuto a causa del suo sguardo sempre lievemente interdetto: non per nulla Cochi e Renato cantavano “La gallina non è un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente”.

Polpo: considerato stupidissimo perché si crede che vedendo il pescatore e captando il pericolo, non solo non fugga  ma si aggrappi ai sassi più vicini o alla stessa mano del pescatore, convinto di essere portato in salvo.

(Estratto da il Dizionario illustrato dei Simboli di Giuseppe Gronchetti, Ulrico Hoepli Editore-Libraio della Real Casa, Milano 1922)

PlacidoTumblr

di Placida Signora - 4 Giugno 2008

 

Al galòp buona parte della giornata, vi lascio il Placido Tumblr  da sfogliare (cliccando le freccette in alto, a destra del titolo).
Troverete cose carine, come questo giochino (se lo fate, mi mandate i risultati?) o questo orologio.
E poi immagini, video, canzoni, segnalazioni di articoli belli o altri blog
Insomma: spero vi piaccia, diverta e rilassi.

Update: 5 giugno
Oggi come ieri, se non un po’ peggio.
Però ho aggiornato almeno il Tumblr.
Baci sparsi al galòp

Storia e Curiosità sugli Anelli

di Placida Signora - 28 Marzo 2008

anello.jpg

Le prime testimonianze di anelli intesi come ornamenti delle dita risalgono all’età del bronzo, e la forma era di un semplice cerchietto o di una spirale; probabilmente allora avevano una mera funzione decorativa, ma ben presto divennero simbolo di potere e autorità.

Per molto tempo, infatti, furono esclusivamente gli uomini a indossarli; per gli antichi Egizi, ad esempio, si trattava di sigilli personali che dovevano perennemente essere portati appresso per “timbrare” documenti e garantirne l’autenticità.

Questi sigilli erano sempre composti da una pietra incisa, e di solito raffiguravano, assieme alla “firma” del proprietario, anche uno scarabeo; all’inizio, nel timore di perderla, la pietra veniva bucata, fatta attraversare da un cordone e appesa o al braccio o al collo.

Ma il cordone spesso si spezzava, e fu quindi sostituito da un filo metallico; poi, dato che per imprimere il sigillo bisognava premerlo con le dita, si pensò che sarebbe stato più comodo indossarlo a queste.

Col passare dei secoli, prima di diventare un mero gioiello, l’anello fu sempre considerato simbolo di particolari virtù.

Innanzi tutto di fedeltà amorosa; la “fede”, anello nuziale entrato in uso nella Roma antica, veniva indossato dagli sposi all’anulare (appunto dito ufficiale dell’”anulus”) sinistro, perché si credeva collegato da una vena direttamente al cuore.

Anelli speciali venivano donati dai Re ai loro dignitari o vassalli, come pubblico riconoscimento di fiducia accordata; anelli intesi come pegni affettivi venivano scambiati fra amici o parenti e di solito erano fatti di capelli intrecciati; altri, quelli sormontati da stemmi familiari, venivano tramandati da padre in figlio come segno di autorità da capofamiglia.

Dai Bizantini in poi l’anello divenne comune a tutti, uomini e donne, e inteso soprattutto come vezzo prezioso; nel Rinascimento vi fu un vero boom delle pietre preziose, e l’anello tondo e nudo divenne solo il cerchietto su cui incastonarle.

La Chiesa e i Governi tentarono in ogni modo di porre freno a tale esibizione sfacciata della ricchezza tramite apposite Leggi Suntuarie:
Non si possino portare a ogni dito più di tre anella, e detta anella non possino avere più che una pietra preziosa o perla per mano…”.

Ma fu inutile; le mani sfoggiavano anelli su tutte le dita, infilati uno sull’altro sino alla falange superiore.

Anche gli altissimi prelati non disdegnavano tale usanza; Giuliano della Rovere, alias papa Giulio II, nel  celebre ritratto opera di Raffaello Sanzio, esibisce sulle mani ben sei anelli.

E nel Seicento, visto che le dita non bastavano, i nobili porporati –seguendo una moda lanciata da Luigi XIV- gli anelli se li cucivano anche sulle vesti.

Oggi i vescovi indossano solo un anello, detto episcopale o prelatizio; mentre quello del  Papa si chiama ”piscatorio” (del pescatore), che funge anche da sigillo da apporre su atti e documenti di particolare importanza.
Sopra vi è raffigurata l’immagine di San Pietro che su una barca tende le reti (“ti farò pescatore di anime”), attorno vi è inciso il nome del pontefice: e quando il Papa muore, questo anello viene distrutto a martellate e sepolto con lui.

©Mitì Vigliero

Dottore, mi go ‘l Cinciut

di Placida Signora - 11 Febbraio 2008

Viaggio fra i Folletti Italiani 

folletto-camille.jpg
(olio su tela di Camille)

 

Non trovate più occhiali, chiavi o orecchini appena posati sul tavolo? Inciampate su un pavimento di piattissimo marmo?

Non preoccupatevi, non siete distratti o maldestri: è tutta colpa dei Folletti.

Ormai le nostre menti razionali li hanno dimenticati, eppure per secoli tutta Italia vi ha creduto e ciascuna regione ha il suo, dotato di particolari caratteristiche.

Ad esempio i Maget (Valtellina) provocano le valanghe; i Mamucca (Messina) e gli Augurielli (Puglia e meridione in genere) nascondono gli oggetti con particolare predilezione per quelli di metallo luccicante, prezioso o meno; i Mazzamorelli (Macerata) sono i responsabili degli inquietanti scricchiolii delle vecchie case mentre in Calabria i Fajetti, che vivono nei solai e nelle cantine, provocano rumori terribili obbligando gli umani a correre col cuore in gola sul posto - ogni volta inutilmente - per vedere che diavolo sia accaduto.

In Alto Adige i Morkies, gelosi dei loro sentieri di montagna pullulanti turisti, prendono la forma di strane radici e rami contorti fissando chi passa con occhi malefici; il tapino, sentendosi improvvisamente a disagio, si allontana rapidissimo togliendosi dai piedi.

Quasi simili sono i valtellinesi Palendrùns, responsabili di piccoli fastidi agli escursionisti: improvvisi crampi, pruriti, starnuti a raffica ecc.

Invece i Barbanèn (o Cardinalèn perché veston di rosso) della zona di Imola si divertono a creare per terra invisibili ostacoli per far inciampare la gente.

Sulle coste triestine il Foléto Marin straccia le vele delle barche; il veneto Gamberetòl anfratta gli attrezzi da lavoro di contadini e giardinieri; il bergamasco Gambastorta sposta le tegole sui tetti mentre il cattivissimo ticinese Encof ostruisce di notte gli scarichi delle stufe per intossicare i dormienti.

Vostro figlio piccolissimo improvvisamente scoppia a piangere disperato e poi si mette di botto a ridere? Tutta colpa del piemontese Luo Barabiccu: è lui che prima spaventa i bambini, e poi fa loro il solletico.

Più simpatico è il lucchese Giosalpino, che li fa divertire come matti; gli adulti si accorgono della sua presenza perché i pargoli diventano di colpo scatenati, sghignazzando in preda a irrefrenabili attacchi di stupidéra acuta.

A sua volta il calabrese Fudeddu, mentre i bimbi dormono nei lettini, gioca con loro come fossero bambolotti, scoprendoli in continuazione e mettendoli nelle posizioni più strane.

Invece Calcaròt (Veneto), Fragòa (Toscana) Ciappin (Lombardia), Manteillon (Val d’Aosta) e molti altri hanno l’insana abitudine di sedersi sul petto degli adulti addormentati, provocando loro un senso d’ansia e soffocamento.

Per questo accade che medici chiamati d’urgenza da ansimanti vecchiette triestine, alla domanda “Signora, ma cosa si sente di preciso?” ottengano come decisa risposta: “Mi go ‘l Cinciùt!”

©Mitì Vigliero

Corollario

Zu: A Napoli c’è il Munaciello (v. anche La Gatta Cenerentola)

Cristella: In Romagna il folletto dispettoso,che intrecciava i capelli alle belle donne mentre dormivano o si coricava sul loro ventre, lasciandole sudate e affannate al risvelgio (!?!?) ma anche nelle stalle intrecciava i trini ai cavalli o alle tessitrici guastava il lavoro sul telai, si chiama “E’ mazapégul”.
“E’ mazapégul
d’e’ biritoci ros
e la bèrba ad legùl…”
Il mazzapegolo, dal berrettino rosso e la barba di legolo (scarto della canapa da filare
… così mi raccontava qualche anno fa l’amico Marco Magalotti, noto conduttore televiso locale, come me appassionato di dialetto e tradizioni. Era quanto gli diceva la sua mamma quando, bambino, si risvegliava col mal di pancia. “Vuol dire che stanotte è venuto e’ mazapegùl a ballarti sopra!”

Pievigina: Qui da me (Altamarca trevigiana)c’è il Mazaròl, un folletto tutto vestito di rosso che si divertiva a spaventare la gente nei boschi. Molti sono ancora disposti a giurare di averlo visto (forse con qualche “ombra” di troppo!). Mia nonna Rosa racconta spesso che un suo parente, al ritorno a casa dalla morosa, mentre attraversava il bosco di notte, si è sentito portare via il cappello: “era sicuramente il Mazaròl!”, ha pensato, mentre correva trafelato verso casa. Peccato che il giorno dopo, ritornando sul luogo del misfatto, abbia trovato il colpevole del furto: un ramo d’albero al quale il suo cappello si era impigliato.

Blimunda: Adoro i folletti. Quando studiavo in Irlanda ero sorpresa da quanto la mitologia facesse parte della vita quotidiana di ragazzi giovani e, appunto, studenti universitari. Non erano solo superstizioni da comari; dei leprechaun parlavano normalmente giovani e vecchi, come fossero amici un po’ bizzarri. E delle mille superstizioni ne ricordo una: mai raccogliere un pettine trovato per strada. E’ l’equivalente del nostro cappello sul letto: qualcuno morirà. Brrr. A parte che non l’avrei raccolto comunque, che schifo!

Vipera: In Puglia si crede nel GAGURO, un folletto dispettoso che, secondo la credenza popolare, durante la notte si siede sul petto delle persone e non le fa respirare. Chi riesce ad acchiapparlo e gli toglie il cappellino rosso diventa ricchissimo.

Anna: Lazio. Quand’ero piccola, ricordo che mia madre ogni tanto citava il “Mazzamauriello”, un folletto che poteva essere buono o cattivo, a seconda del bisogno. Serviva a “spaventarmi”, se ne avevo combinata una delle mie, o a incoraggiarmi se mi disperavo per qualcosa.

Tittieco: Mia suocera, che era di origini pugliesi, diceva che a Bari i folletti si chiamano Munacacciddi, questi piccoli gnomi fanno sparire le cose per darci poi il piacere di ritrovarle.

Skip: a napoli e provincia si parla del monaciello che entrava nelle case prelevando oggetti e denaro che misteriosamente comparivano altrove…in reltà c’è una spiegazione logica:nei cortili delle case si trovavano spesso pozzi collegati tra di loro da cunicoli sotterranei (facenti parte di quella che oggi è detta Napoli sotterranea) e questi ometti erano molto probabilmente di piccola statura perchè addetti alla pulizia dei pozzie potevano calarsi nei cunicoli sotterranei per spostaris agilmente ed indisturbati. non a caso le cose di valore comparivano - così narra la leggenda- nelle case di belle donne …

LupoSordo: Nel foggiano viene chiamato Scazzamuredd’. Tradizione vuole che questo folletto sia l’anima di un bambino mai nato. In genere fa dispetti, ma se lo tratti bene e gli fai trovare sempre qualcosa da mangiare, lui ti regala fortuna e denaro. Ma attenta! Non dire mai a nessuno che hai lu scazzamuredd’ in casa, altrimenti la tua fortuna come è venuta svanirà.

Campane Romane

di Placida Signora - 10 Febbraio 2008

 Nella chiesa di Santa Maria dell’Aracoeli, sopra le volte barocche delle cappelle della navata sinistra, esiste un lungo corridoio dove - a un certo punto - si trovano due corde unite al centro da una specie di panchetto di legno; un’altalena, insomma.

E cosa ci fa lì?

Presto detto.
Le corde sono quelle delle campane e quando è il momento di suonarle a distesa, i frati si siedono lì sopra e si lasciano dondolare allegramente: perfetta applicazione del detto francescano “servire Dio in letizia”.

E sempre a proposito di campane, lo sapevate che secondo i vecchi romani quelle di alcune chiese parlano?

Basta saperne intendere il suono.

Ad esempio, quella di Santa Maria Maggiore annuncia:
Avemo fatto li faciòli, avemo fatto li faciòli!

Quella di San Giovanni in Laterano domanda:
Con che? Con che? Con che?

E la campanella di Santa Croce in Gerusalemme risponde:
Co’ le cotichelle, co’ le cotichelle, co’ le cotichelle!

©Mitì Vigliero

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