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Le Botteghe degli Speziali: Antiche Farmacie

di Placida Signora - 9 febbraio 2012

Quando oggi entriamo in una farmacia, ci troviamo spesso in un asettico ambiente tutto cristalli, acciai, specchi, fòrmiche, plexiglas, mentre potenti faretti alogeni illuminano a giorno banconi in pvc, armadi d’alluminio dalle ante a saracinesca e scaffali di ferro laccato.

Per fortuna, in qualche posto resistono ancora molte farmacie che, pur oggi dotate di ogni comfort, hanno mantenuto nel tempo l‘aspetto antico tipico di queste botteghe, che in tempi ormai lontanissimi venivano considerate le più importanti di ogni città o paese.

Ma se oggi le novelle farmacie vendono non solo farmaci ma anche scarpe, giocattoli, guaine, cosmetici, profumi e bijou non è segno di progresso, ma di ritorno alle origini.

Si sa che tra le Sette  Arti Maggiori medioevali italiane, una delle più rilevanti – insieme a quella della Lana e della Seta – era quella dei Medici e degli Speziali, gli odierni farmacisti, appunto; ma forse non tutti sono a conoscenza del fatto che da questa dipendevano Arti Minori, come quella dei Battiori (che lavoravano l’oro) e molti mestieri: Bicchierai, Boscalieri, Cartolai, Librai, Mascherai (fabbricanti di maschere), Stovigliai, Pettinagnoli e così via.

Furono parecchi gli uomini illustri iscritti all’Arte dei Medici e Speziali; ricordiamo Dante Alighieri, Leon Battista Alberti e Marsilio Ficino. Anche i Pittori/Vetrai (come Guasparre da Volterra che nel 1440 dipinse i vetri di Santa Maria del Fiore, o Alessandro Fiorentino, autore del meraviglioso finestrone del coro di Santa Maria Novella) dipendevano, iscrivendovisi, da quest’Arte per la preparazione dei loro colori, così come i copisti, gli Scrittori e i primi Tipografi a cui necessitava per gli inchiostri.
Di conseguenza, anche tutti quelli che erano addetti alla composizione dei libri (Rilegatori, Incisori, Lavoratori in cuoio e in carta pecora) erano iscritti e sottoposti alle leggi rigorose dello Statuto di quell’Arte.


(Certosa di Calci)

Nel Trecento e nel Quattrocento (ma sino al Settecento, quando vennero sostituite dai Caffè) la “Bottega dello Speziale” era il ritrovo ufficiale di personaggi dotti e saggi, ma a anche di squattrinati studenti e di eleganti fannulloni che lì si riunivano per discutere le notizie del giorno, per ascoltarne le novità politiche e sociali (pettegolezzi compresi) e passare il tempo sorseggiando, proprio come in un bar, qualche liquore prelibato.

E anche fino a non molto tempo fa, nei paesi , era proprio in farmacia che le autorità indiscusse quali Parroco, Sindaco, Medico, Maresciallo dei carabinieri, si riunivano per discutere col Farmacista di politica, problemi comunali, se non semplicemente per fare una partita a carte…

Tornando al nostro discorso,  anche ogni convento, ogni monastero aveva la sua Spezieria (alcune tuttora esistenti), che distribuiva gratis i medicinali ai poveri e fabbricava liquori e sciroppi (curativi ma golosi) la cui ricetta era segretissima.

Certo che allora la Scienza Medica si trovava ancora ad un livello elementare, spesso guidato dalla superstizione popolare; ad esempio si credeva talmente alle virtù delle pietre preziose che a quel poveretto di Lorenzo de’ Medici, quand’era moribondo, come supremo tentativo di salvarlo i suoi medici privati gli fecero bere un decotto di perle e rubini pestati e ridotti in polvere…

Le botteghe degli Speziali consistevano generalmente di due ambienti; nel primo era esposta e venduta la merce e il secondo era il laboratorio ove venivano preparati i farmaci.
Erano arredate con eleganza estrema, che spesso rasentava il lusso; muri dipinti con affreschi o rivestiti di arazzi, di cuoio stampato e dorato, di legno intarsiato e spessi scaffali straripanti splendidi vasi di maiolica dipinta.

Attorno alle pareti vi erano lunghe panche, dove i clienti potevano sedersi, mentre un grande tappeto copriva il pavimento.

Oltre ai prodotti medicinali, gli Speziali vendevano oggetti considerati di lusso; guanti profumati, libri odorosi, essenze, frutti e fiori canditi, bon bon, oggetti da toeletta o da regalo e ceramiche fini da tavola, come i cosiddetti “servizi puerperali” fioriti e dorati, che servivano alle signore quand’erano costrette a letto dal parto. A questo proposito, in Santa Maria Novella, nell’affresco del Ghirlandaio titolato Nascita di San Giovanni Battista, si nota una fantesca che reca alla sponda del letto della puerpera proprio uno di questi servizi completo di vassoio, tazza, zuppierina e coppa finemente decorate.

In mezzo alla stanza principale della Spezieria, c’era un lungo e massiccio banco a sportelli, coperto da una miriade di vasi, vasini e vasetti contenenti unguenti, fiale, bottigline e tazzine “per gli assaggi”.
Sugli scaffali a muro erano allineati gli alberelli, lunghi vasi col tappo così chiamati perché anticamente venivano fabbricati con legno di pioppo; alcuni erano in terracotta, altri in fine maiolica decorata e colori varianti dal verde al giallo al blu: su ognuno era dipinto il nome della merce che conteneva, generalmente aromi, spezie, canditi, manna, datteri, erbe secche eccetera.
Invece, sugli scaffali più bassi, erano impilate in bell’ordine scatole rotonde o ovali in legno dipinto, metallo cesellato, avorio intarsiato, o foderate in velluti, damaschi, cuoio, che servivano per conservare spazzole, pettini, nastri, spugne e vari oggetti da toeletta. Sotto gli scaffali, grossi orci in coccio pieni di decotti ed infusioni già pronti per l’uso; e tutto (fiale, alberelli, vasi, scatole…) aveva attorno un nastro di seta su cui era dipinto il nome dello Speziale.


(Antica Spezieria Serristori)

Ma quello che soprattutto attirava in Spezieria uomini e donne, erano i profumi, merce in gran voga allora vuoi per vanità, vuoi per la convinzione che essi tenessero lontani gli effluvi malefici delle tante epidemie pestilenziali che in quel periodo funestavano l’Italia, vuoi perché la pulizia del corpo e delle strade non era un granché e il profumo nascondeva ben altri olezzi.

I profumi costavano carissimi; una cronaca fiorentina racconta che un solo sacchetto d‘Essenza Orientale poteva raggiungere la terrificante cifra di 400 fiorini d’oro. I più rari, e quindi di moda, provenivano dalla Spagna ed erano detti dellInfante Isabella e di Donna Fiorenza dell’Ulhoe; e sempre una spagnola, Eleonora di Toledo, introdusse in Italia la moda dei guanti profumati.

Soprattutto le Spezierie vendevano centinaia di bóccheri (o buccheri), composto di terra e paste odorifere di fiori e erbe forgiato in forma di piccoli vasi; i più pregiati venivano dal Portogallo, erano di color nero, cotti in forno e lucidati in modo che lucessero come ebano e poi, posti nell’acqua, spargevano attorno un delizioso odore.

Allo stesso modo, le dame usavano tenere appeso al collo, come un medaglione, dei piccolissimi bòccheri forati da dove uscivano gocce di profumo, secondo una moda greca e pompeiana che già aveva inventato orecchini con pendente forato contenente rare e dense essenze le quali, con l’ondeggiar della testa, cadevano a stille sottilissime sul collo e sulle spalle.

E in ogni Spezieria si vendevano anche i cunzieri, grandi vasi pieni di terra di bucchero che servivano a profumare gli appartamenti di lusso.


(Apotecario)

Ma i profumi non finivano solo sulle persone o negli ambienti; la moda gastronomica (che durò sino al Settecento) li imponeva anche come condimento nelle vivande: nei saporetts (salse), nei pan levati (una sorta di biscotti), nel cappone in galera (una specie di zabaione, e chissà perché si chiamava così…).

Non vi era piatto di carne o pesce o verdura, che non venisse abbondantemente innaffiato da “acqua” di rose, di cedro, d’arancia, violetta e gelsomino; ma dato che per dosarli bene ci voleva una mano esperta, ecco che le Spezierie si tramutavano anche in negozi di gastronomia e gli Speziali in cuochi, occupandosi persino dei banchetti funebri confezionando dolci e biscotti e tartine che venivano distribuite ai mesti invitati.
Sempre una Cronaca fiorentina narra che nel 1365, per il funerale di una certa Monna Piera de’ Valori Curonni, furono pagati a Giovanni di Bertoldo, apotecario (speziale) fiorentino, ben 53 fiorini d’oro.

Non si sa se gli Speziali si occupassero anche dei rinfreschi per battesimi e matrimoni; immagino di sì, così come son certa (grazie a cronache genovesi del ’400) che, per questi ultimi, i bravi Speziali venissero consultati febbrilmente dagli sposi (in separata sede) i quali ordinavano per l’occasione “unguenti, siroppi, potioni et altra medicamenta capace di rinvigorire, satisfare et infine procreare“.

Come vedete, pure il Viagra è nihil sub sole novi.

© Mitì Vigliero

Dedicato ai Tesorimiei Maddalena e Edoardo

 

Storia e Origini della Befana, Dea della Dodicesima Notte

di Placida Signora - 5 gennaio 2012

Epifania  deriva dal greco “tà epiphan(e)ia” e significa “manifestazione di divinità”; per i cristiani indica la visita dei Re Magi a Gesù, ossia la visione della manifestazione di Dio da bambino.

Ma l’origine di questa notte magica, che è la 12^ dopo il solstizio d’inverno (Natale), è paganamente agreste ed è dedicata a una figura femminile dai romani considerata divinaMadre Natura, identificata con Dianadea della Luna e dei cicli della fertilità.

In quei 12 giorni, cruciali per i contadini che avevano appena seminato, si riunivano le speranze di un buon raccolto per l’anno appena iniziato; Madre Natura, che aveva lavorato e “fruttato” per tutto l’anno precedente ed era ormai vecchia e rinsecchita, era destinata a morire per poi rinascere giovane e bella: proprio come la Luna che nasce, diventa piena, muore diventando nera e poi risorge.

Prima di defungere però, portava ultimi doni agli umani  compiendo veri prodigi, volando in cielo rendendo fecondi i campi, salubri le acque, fertili gli esseri viventi.

La successiva corruzione dialettale della parola Epifania in Befan(i)a e il variare della religione, creò la Befana; anche lei vecchia donna magica, mezza strega e mezza fata che vola, e che prima di sparire lascia doni.

Ha altri vari soprannomi, la Befana: Donnazza (Cadore), Pifania (Comasco), Marantega (Venezia), Berola (Treviso),
Vecia (Mantova), Mara (Piacenza), Anguana (Ampezzano) ecc.

E spesso la sua fine è truculenta: nei piccoli centri della Toscana, Emilia Romagna, Ticino, viene prima portata in giro su un carro e poi bruciata in piazza.

Varallo Sesia è la Veggia Pasquetta (e “Pasquetta” al posto di Epifania si usa anche a Genova, Legnano, Molise ecc. nel significato di “passaggio”) e la raffigurano come una orribile vecchia che tiene in braccio un neonato: lei sarà arsa sul rogo ma prima consegnerà il bimbo, simbolo della sua resurrezione.

Nel Veneto invece vi è la tradizione del Panevìn, una grande pira di legno che ha sulla sommità il fantoccio della Vecia; una volta appiccato il fuoco, mentre si mangia la pinza (dolce di fichi secchi e zucca) e si bevono ettolitri di vin brulé, guardando la direzione del fumo e delle faville si traggono “pronosteghi” per il raccolto futuro: se va a Nord o Est “tol su el saco e va a farina” (prendi il sacco e va a elemosinare), a Ovest o Sud “de polenta pien caliera” (la pentola sarà sempre piena di polenta), nettamente Sud-Ovest “tol su el caro e va al mulin”, (prendi il carro e va al mulino, il grano sarà abbondantissimo).

E dato che fertili e felici non dovevano essere solo i campi, nella Dodicesima Notte molti erano gli antichi riti amorosi.

In Toscana vigeva l’usanza dei “Befani”, fidanzati in prova, di solito scelti dalla sorte: in una focaccia veniva nascosta una fava secca (simbolo di fertilità), chi la trovava diventava Re o Regina della Fava e sceglieva il compagno/la compagna gettandogli la fava nel bicchiere.

Infine, le nubili molisane sapevano che quella notte avrebbero potuto sognare l’uomo della loro vita; perciò prima di addormentarsi recitavano: “Pasqua Bbefania, Pasqua buffate, manneme ‘nzine (in sogno) quille ca Die m’è destinate”.

© Mitì Vigliero

Storia dei Biglietti d’Auguri di Natale

di Placida Signora - 14 dicembre 2011

L’àugure (da “augur-auguris”) presso i Romani era colui che prediceva il futuro interpretando  sogni, volo degli uccelli, fenomeni atmosferici e così via.

L’augùrio (“augurium”, presagio) è quindi la manifestazione del desiderio che si realizzi qualcosa di bello e buono per noi e per gli altri.
Per questo già  nell’antica Roma, nel periodo iniziale dell’anno ci si scambiavano verbalmente augùri nella speranza di futuri momenti felici.

Il primo biglietto augurale per le feste Capodanno risale al 1475 e fu scritto da uno studente tedesco a un suo insegnante; per tutto il Cinquecento studenti e professori avevano l’uso di scambiarsi goliardici auguri scritti in occasione del San Silvestro.

Fu solo alla fine del Settecento però che lo scambio di biglietti augurali divenne un uso anche esterno alla scuola, coinvolgendo pure la sacra festività del Natale; si trattava sempre però di biglietti vergati a mano e privi di decorazioni.

All’inizio dell’Ottocento, fra i nobili e ricchi venne la moda di spedire cartoncini preziosi incisi o litografati con opere di celebri artisti contemporanei; ma verso la metà del secolo, grazie allo sviluppo della stampa, l’invio di biglietti  per le Sante Feste divenne un fenomeno di massa.

La prima cartolina augurale “popolare” fu creata nel 1870 da un litografo inglese, tal John S. Day, che stampò su un’ufficiale e nuda cartolina postale da mezzo penny una cornicetta composta da vischio e agrifoglio, riportante nel centro la classica frase “Buon Natale e felice Anno Nuovo”.

Da lì, per tutto il periodo vittoriano (la Regina Vittoria fu una vera e propria fan dei biglietti d’auguri) fu un proliferare di fantasie; vennero commercializzati biglietti intagliati, simili a merlettiricamati, tridimensionali, luccicanti, riportanti immagini tipiche del periodo: candele, paesaggi innevati, comete, bambini festosi, presepi, Santa Claus, futuro Babbo Natale e abeti decorati.

I biglietti e le cartoline d’auguri ebbero il massimo successo nei primi anni del Novecento; grandi artisti specializzati in pubblicità come Dudovich disegnarono immagini bellissime, soprattutto raffiguranti donnine sorridenti avvolte in sciarpe e manicotti, mollemente adagiate su slitte foderate di pelliccia o intente a piroettare su piste da ghiaccio. All’estero il precursone dell’Art Nouveau Alphonse Mucha impazzava con le sue splendide femmine floreali.

 

E tutto il Nord Europa, da sempre specialista del gusto della decorazione natalizia, aveva creato vere industrie “editoriali” che rifornivano il mondo intero dei loro biglietti augurali grazie alla massiccia presenza degli emigranti sparsi per il globo.

Ma già alla fine della Prima Guerra Mondiale il biglietto raffinato e ricercato cadde in disuso; vi fu sempre un frenetico scambio, ma si era persa la qualità sia della carta che della decorazione, cadendo nella banalità.

Dalla fine del Novecento però i biglietti d’auguri divennero quasi sempre un semplice “accompagnapacco”; oggi ve ne sono sempre meno ad ingombrare le nostre scrivanie, sostituiti da altri messaggeri d’augurio quali e-mail, biglietti multimediali, sms o affini: auguri più rapidi, moderni e tecnologici certo, ma di sicuro molto meno romantici.

© Mitì Vigliero

9 Mini Storie Brividose da Raccontar Stanotte

di Placida Signora - 31 ottobre 2011

Una Faccia sul Pavimento

Agosto 1971. Nella cittadina spagnola di Belmez, una nonna giocava col nipotino nella cucina di una vecchia casa affittata per l’estate. Ad un tratto il bimbo lanciò un urlo: su una piastrella di cotto del pavimento era apparso un volto umano dall’espressione triste e angosciata. La nonna, pensando si trattasse di una macchia dovuta all’umidità, tentò di cancellarlo: ma la faccia restava al suo posto, anzi, i suoi occhi divenivano sempre più grandi. Il padre del bambino decise quindi di ripiastrellare il pavimento; ma, appena ebbe finito il lavoro, ecco che sulle nuove piastrelle apparvero altre facce sconvolgenti. Denunciato il fatto alle autorità, si decise di scavare sotto la cucina, e venne trovato un antico cimitero medioevale, con scheletri e arredi funebri. I poveri resti vennero sepolti in terra consacrata e da quel giorno nella casa di Belmez non vi furono più apparizioni.

 

Lugubri Visioni a Cena

Era la fine del 1962; un signore olandese era a cena con molte persone quando, all’improvviso, ebbe una visione: “Vedo molti soldati avanzare oltre le nostre frontiere…Vedo un gran campo vicino Rotterdam, tende, baracche di legno, ambulanze…e molti morti. La sciagura arriverà nel febbraio del prossimo anno”. I presenti pensarono immediatamente ad un nuovo conflitto mondiale. Ma il 1° febbraio 1963, la radio annunciò il disastro che sconvolse i Paesi Bassi: una tremenda inondazione che causò la morte di 1835 persone, la perdita del tetto e d’ogni bene d’oltre 75 mile individui, la distruzione di 50 mila edifici e di 150 mila ettari di terra coltivata. I soldati stranieri entrarono in Olanda non per conquistare, ma per portare aiuto; i superstiti dell’inondazione vennero radunati in un grande spazio vicino a Rotterdam.
Il signore che, un anno prima, aveva previsto la sciagura, era l’olandese Gerard Croiset, uno dei più famosi veggenti del mondo.

Il Suicida Gentile

L’avvocato Jeremy Perkins, dopo aver festeggiato con troppi brindisi il compleanno di un amico in un ufficio al 55° piano dell’Empire State Building, uscito sul terrazzo a prendere un po’ d’aria vide seduto sul parapetto un uomo che gli chiese “Dove vai?”. “Torno in ufficio” rispose Perkins. Il tizio richiese “Dov’è il tuo ufficio?”. “Al 78° piano…” rispose Perkins.  Al che l’uomo misterioso disse “Se fossi in te non ci andrei perché fra venti minuti ci si schianterà un aereo”. Mentre l’avvocato stava per dargli del matto, l’uomo si alzò in piedi sul parapetto e si lanciò di sotto. Perkins prese l’ascensore e si precipitò a pianterreno; vide un poliziotto e lo trascinò sulla Quinta Strada farfugliando “Un uomo s’è buttato giù!”; ma il poliziotto ridacchiando disse: “Lei deve aver visto il fantasma di mister Jones, che si suicidò nel ’29 buttandosi proprio da lassù: molti lo vedono, soprattutto quando sono sbronzi come lei…”
Ma all’improvviso un boato spaventoso lo interruppe. Era il 28 giugno 1954: un bombardiere dell’aviazione americana si era schiantato contro il 78° piano del grattacielo più famoso del mondo, causando 18 morti e 25 feriti.

L’Anello Sofferente

Il giovane Alberto Cobetti, lucchese studente universitario classe 1899, decise di partecipare come volontario alla Grande Guerra, quella del ‘15-’18. Il giorno prima di partire s’incontrò con Agnese, la sua fidanzata e le donò un anello d’oro sormontato da una grande acquamarina. “Tutte le volte che lo guarderai, mi penserai ed io ti parlerò”, le disse infilandoglielo all’anulare sinistro. Passarono i giorni; Alberto era sul Carso, ogni tanto scriveva. Ma la sera del 27 aprile Agnese, appena terminato di cenare, intorno alle 21, sentì un forte dolore alla mano sinistra; la guardò e vide che l’anello sembrava esserle diventato strettissimo, facendole gonfiare il dito. Provò ad immergerlo in acqua, tentando di toglierlo: nulla. Inoltre l’oro giallo della montatura s’era scurito, diventando rossastro come ferro incandescente e la pietra azzurra sembrava un pezzo di vetro opaco. Dopo un paio di giorni la situazione pian piano tornò normale, anzi: l’anello sembrava ancor più bello e luccicante. Un mese dopo arrivò una lettera di Alberto: scriveva dall’ospedale militare, raccontando che la sera del 27 aprile, era stato colpito da una fucilata di un cecchino austriaco. Fortunatamente il proiettile aveva solo sfiorato il cuore ed egli aveva avuto salva la vita.

 

Il Sarcofago Piangente

Nella Francia meridionale, ad Arles-sur-Tech, vi è una bellissima chiesa antica; all’interno di essa si trova un sarcofago medioevale, che da secoli “piange”, ossia trasuda acqua, riempiendone due caraffe al dì. Quando viene tolto il pesantissimo coperchio fissato da grandi barre di ferro, si nota che l’interno è coperto da goccioline d’acqua, e una volta l’acqua superò addirittura la capacità cubica del sarcofago. La scienza moderna non è mai riuscita a trovare una spiegazione logica al fenomeno; nei pressi del sarcofago non vi sono né pompe né fonti; il luogo non è umido, tutt’altro, e la pietra è comune marmo. Oltretutto, l’acqua prodotta dal sarcofago ha la proprietà di non evaporare lasciata in un recipiente aperto: per questo, sin dal XVII secolo le “lacrime” del sarcofago, dotate pure di miracolose virtù terapeutiche, son divenute oggetto di culto.

La Buca della Contessa

A Vicenza narrano che, nel ‘600, una contessa stesse attraversando la città con la sua carrozza, quando la strada le fu ostruita da un lento, piccolo corteo: un parroco che, assieme ai chierichetti, stava portando il viatico a un morbondo. La contessa, imbufalita per l’impedimento, diede ordine al cocchiere di accellerare la corsa, e di investire coi cavalli prete e bambini. Ma i cavalli, sordi agli incitamenti e alle frustate, s’impuntarono e non si mossero d’un millimetro. Allora la donna, bestemmiando, ordinò al cocchiere di scendere e frustare i testardi equini; ma in quel momento il suolo si spalancò e un’immensa voragine inghiottì cavalli, carrozza e contessa. La terra si richiuse sopra loro, ma per anni e anni rimase un avvallamento nel selciato di quella che in città si chiama ancora oggi via Busa della Contessa.

 

Una Scossa Speciale

Giovanna Galimberti, moglie di un operaio torinese, cercando di aggiustare una presa della tv prese la scossa e svenne. Accorse un medico che le praticò la respirazione artificiale. Come racconta la stampa dell’epoca (25 febbraio 1963) Giovanna, una volta rinvenuta, si mise a parlare “in perfetto latino e con voce maschile di se stessa dandosi un nome esotico e raccontando le fasi d’un viaggio su un’imbarcazione con trentadue vogatori lungo un fiume che non esiste sugli atlanti attuali. La voce sembrava appartenere a un individuo vissuto nel tardo impero romano, impegnato ad acquistare spezie ed aromi per un alto personaggio della Nubia. La cosa durò una ventina di minuti, dopo di che la signora cadde in un sonno profondo, svegliandosi il mattino dopo senza ricordare più nulla”

Supervista

Peter Kolosimo racconta che nel 1940, un poliziotto di ronda nella Sesta Strada di New York, notò un uomo che ogni sera arrivava camminando lentamente, si piazzava davanti al muro di una casa, lo fissava per mezz’ora e poi se ne andava. Dopo quattro giorni il poliziotto chiese all’uomo cosa stesse facendo e questo rispose: “In quella casa abita una signorina di cui sono innamorato. Ma poiché sono timidissimo, mi accontento di guardarla attraverso il muro”. Il poliziotto pensò di trovarsi di fronte a un matto e così la sera dopo, appena l’uomo si piazzò davanti al muro, andò a suonare a casa della signorina per controllare. Dopo venti minuti uscì e l’uomo sorridendo gli disse: “Agente, non si disturbano le signore quando dormono e soprattutto non si rubano i cioccolatini”. Infatti il poliziotto, oltre ad aver svegliato la ragazza, non aveva resistito a pescare un cioccolatino dn una ciotola posta nell’ingresso della casa.

 

La Rabbia della Strega

Nel 1744, a Great Leighs nell’Essex, venne arsa viva una donna conosciuta come “la Strega di Scrapfaggot Green”; sulle sue ceneri venne posto un enorme macigno, affinchè non potesse più uscire dalla tomba. Nel 1944 a Great Leighs sorse una base americana; i bulldozer spianarono tutto, macigno compreso, e la strega furibonda tornò in circolazione. Non solo suonava le campane della chiesa di notte, ma soprattutto si divertiva a stradicare alberi e pali della luce, per poi scaraventarli a centinaia di metri di distanza. Sul posto arrivarono giornalisti del Sunday Pictorial i quali non poterono fa altro che constatare, fotografandola, la veridicità degli strani fatti. La cosa durò un anno buono e poi la strega sparì, pare, per sempre.

© Mitì Vigliero 

Perché si dice Halloween

di Placida Signora - 28 ottobre 2011

La festa anglosassone di Halloween deriva il suo nome dalla ricorrenza cristiana di All Hallows, Ognissanti, introdotta nel VII sec.

Ma la sera 31 ottobre era invece, per i pagani Celti, un’altra ricorrenza religiosa, quella della Morte dell’Estate; l’Inverno, freddo e buio, richiamava alla memoria il freddo e il buio della morte.

Proprio in quella notte si credeva che spettri, morti viventi e streghe si scatenassero contro gli umani; notte di vero terrore, in cui nessuno metteva piede fuori di casa.

Proprio nel ricordo di quella antichissima credenza, ancora nel 1600 quella notte per strada giravano solo “i Camuffati”, sorta di sacerdoti che, indossando mostruose maschere, vagavano per le vie danzando e gridando per spaventare spiriti e malocchio.

Solo dal 1800, dimenticata ogni origine storico religiosa e mantenuta solo la reminiscenza spettacolare e folkloristica - Halloween si tramutò in un’allegra festa in cui i bimbi, mascherati in modi spaventosi e buffi, vanno di casa in casa trascinandosi dietro un sacco e minacciando gli abitanti col motto “Trick or Treat”, scherzi o cibo; e per evitare brutti tiri, tutti donano dolci e pasticcini.

© Mitì Vigliero

QUI vi ho raccontato l’origine delle Zucche di Halloween e QUI tutte le usanze e i cibi italiani tipici del “periodo dei Morti”

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