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Prega che ti passa

di Placida Signora - 8 Ottobre 2008

Credenze popolari : I Santi Guaritori

In tempi storici lontani, ma neanche troppo, in cui la fede nella religione superava quella nella medicina si sviluppò il culto dei Santi Taumaturghi, dotati ciascuno di precise specializzazioni, ai quali rivolgersi chiedendo aiuto in caso di malattia.

Di solito la loro competenza in una determinata patologia nasceva, secondo il ragionamento popolare, dal tipo di martirio al quale erano stati sottoposti.

Così San Bartolomeo, scorticato vivo, venne e viene invocato per ogni problema dermatologico; Sant’Agata, alla quale vennero strappate le mammelle, in caso di mastiti e tumori; Sant’Erasmo, al quale vennero asportati gli intestini, aiuta nei dolori addominali e San Sebastiano, ucciso a colpi di freccia, nelle ferite.

Problemi oculistici? Ci pensa Santa Lucia, che la leggenda vuole martirizzata con l’enucleazione dei bulbi oculari. San Lorenzo invece si occupa di ustioni e dolori lombari, visto che venne graticolato sdraiato sulla schiena.
San’Antonio Abate libera dall’Herpes Zoster (Fuoco di Sant’Antonio) perché in vita ne soffrì ed imparò a curarlo fondando dei veri ospedali, mentre San Rocco, morto nel 1327 assistendo gli appestati, guarisce non solo le pestilenze ma ogni malattia che produca piaghe.

Nella chiesa a lui dedicata che si trova a Villa Santo Stefano in Ciociaria, una sua reliquia è racchiusa in una piccola statuina che lo raffigura, detta “San Rucchittu”.
Quando un malato grave non può recarsi in chiesa a chieder direttamente la grazia, la statuina viene portata a casa sua, come ultimo disperato tentativo di guarigione. Da qui il detto popolare “Ci hau purtatu Sa’ Roccu”, usato per definire lugubremente un malato allo stadio terminale.

Vi sono poi quelli eletti specialisti di determinati morbi grazie alla prima grazia che concessero quand’eran già Santi, o a episodi miracolosi che valsero loro il titolo.
Sant’Angelo ad esempio cura il latte materno; a Morolo (Frosinone) esiste una grotta a lui dedicata, un tempo meta di puerpere con poco latte; per farlo aumentare grattavano dalle pareti un po’ di calcinacci e li inghiottivano dentro un’ostia.

San Pietro Eremita invece è specializzato in ortodonzia; sino alla metà del ‘900, quando un abitante di Trevi (di cui il Santo è patrono) aveva mal di denti, si recava sulla sua tomba, intingeva un dito nell’olio della lampada votiva lì sempre accesa e con quello si toccava il dente dolorante.

Per il mal di gola rivolgersi invece a San Biagio, mentre per la raucedine si raccomanda San Bernardino da Siena, gran predicatore in tempi in cui non esistevano i microfoni.
Per l’otite c’è San Calimero; per polmoniti e bronchiti San Mauro, mentre per le numerose malattie infantili gli specialisti son ben tre: San Romano Abate, San Filippo e Santa Felicita.

Contro la pazzia c’è San Francesco di Sales, contro gli avvelenamenti San Benedetto, contro gli annegamenti San Placido.
Sant’Acario di Noyon protegge dalla follia, dall’isteria, dai mariti violentemente gelosi e dai padri maneschi (in generale è il patrono dei “caratteri difficili”, sic) e infine San Pasquale Baylon viene mobilitato per risolvere la sterilità maschile; non per nulla a Napoli, su un muro della chiesa a lui dedicata a Chiaia, c’è una lapide che recita: “Edificata da Carlo Re III in rendimento di grazie per aver ottenuto prole maschile“.

@Mitì Vigliero

Li Cancelletti

di Placida Signora - 24 Settembre 2008

Antichi rimedi d’ordine pubblico

Nel 1800 le osterie fungevano da seconda casa per i romani; numerosissime dentro e fuori porta, erano luoghi d’incontri, affari, ozi,  festeggiamenti pubblici e privati.

Ogni occasione era buona per brindare e far baldoria; non v’era nomina cardinalizia, nascita, matrimonio, morte di popolano o nobile, visita d’un capo straniero, ricorrenza religiosa o avvenimento meteorologico, politico o sociale che non venisse celebrata da uomini e donne con vari “buccali” di quello buono.

L’arrivo del vino dai Colli Albani a qualunque osteria della città veniva accompagnato da un cerimoniale estremamente chiassoso; i barili, allineati sul tradizionale carretto a vinotrainato da un cavallo adorno di piume e penne tintinnanti sonagliere e guidato un carrettiere nerboruto dalla testa avvolta nella “sciarpa romana” (per intenderci, quella in capo alla “Madonna della seggiola” di Raffaello) e dagli inizi dell’800 da un alto e oblungo cappellone, erano accolti da uno schiamazzante corteo di abitanti del rione.

Al rullo di tamburi un banditore assunto all’uopo, sventolando una bandiera che lanciava in alto e riprendeva al volo, annunciava al vulgo l’evento, decantando ad altra voce la qualità del nettare.

Tutti restavano davanti all’osteria sino a quando l’oste, con fare solenne, issava all’esterno grandi frasche di lauro, emblema significante l’etilico lieto arrivo nelle cantine.

Attorno a tavole di legno, circondati da scritte beffarde stile “Quando questo gallo canterà, allora credenza si farà”, all’osteria nascevano giochi, stornelli, pettegolezzi e amori, ma anche trame, cospirazioni e pure furibonde risse dove frequentemente balenava fulminea la lama d’un coltello.

Così nel 1824 Papa Leone XII, presago della borbonica frase “’’sto popolo si governa solo con le tre F: farina, forca e feste”, per “allontanare i cattivi esempi” diminuì i dazi sul vino ma ordinò la chiusura al pubblico di tutte le osterie del suo territorio perché “il vino bevuto in troppa grande abbondanza cagiona frequentemente scene funeste”.

Davanti agli usci, obbligatori dei “cancelletti attraverso i quali l’oste avrebbe venduto il vino agli avventori, che però dovevano andarselo a bere a casa loro.

Ovviamente i romani, oltre a fermarsi per ore a bere per strada davanti a li cancelletti,  s’adontarono pure profondamente.

Il Belli ringhiò un sonetto di cui l’unica strofa qui pubblicabile è questa:

La sera, armanco, doppo avé ssudato,
s’entrava in zanta pace in d’un buscetto
a bbeve co l’amichi quer goccetto,
e arifiatà lo stommico assetato
.
(per chi volessere leggerlo tutto: qui, n° 16)

E la statua di Pasquino sparì letteralmente sotto centinaia di foglietti riportanti pasquinate furibonde:

Questo papa sempre a letto
dentro Roma allarga il ghetto,
alle scienze l’interdetto,
anche al vino il cancelletto, 
questa legge é di Maometto. 
Oh, governo maledetto!

Gli animi si calmarono solo quando il nuovo papa Pio VIII, nato a Frascati, abrogò i famigerati “cancelletti”, permettendo ai romani di tornare ai bagordi di sempre.

Solo allora Pasquino diventò gentile, esponendo gli anonimi versi:

Allor che il sommo Pio
comparve innanzi a Dio
gli domandò: “Che hai fatto?”
Rispose: “Nient’affatto”  
(proprio niente di importante e buono, NdPS) 
Corresser gli angeletti:
“Levò li cancelletti”

©Mitì Vigliero

I Mestieri scomparsi: dai Conservatori del Mare ai Catrai

di Placida Signora - 22 Settembre 2008

Il Progresso cammina nel bene e nel male, dando più che mai ragione al detto “tout passe, tout lasse, tout casse“.
In nome del Progresso cambiano abitudini ed esigenze; ciò che rende poco viene scartato e ciò che va a rilento è spodestato.
Così è per tutto, anche per alcuni mestieri che oggi o si sono completamente estinti, o si sono evoluti in modo tale da tramutarsi in cosa totalmente diversa dall’originale.

Inizio qui una serie di post che vi racconteranno appunto alcuni di questi mestieri scomparsi, prendendo come scenario Genova che possedeva sin dall’antichità e fino a non molti anni fa un patrimonio artigiano e professionale che spaziava in ogni campo, a partire dal mare.

Del mare infatti, sin dal 1300, c’erano i Conservatori, un’antica “magistratura” che aveva gli scagni (uffici) nella zona del Molo; i Conservatori gestivano con severità la cura del porto, vigilavano sulle acque affinché non venissero contaminate, in caso di burrasche provvedevano ai bastimenti ormeggiati e, da quanto si legge in un documento del ‘600, fungevano da polizia “contro i fuggitivi ba bastimenti, chi ruba o leva gli ormeggi barcaroli, chi non si ormeggia come si deve, i denneggiatori delle merci, i ricettatori di marinai fuggitivi, marinai mancanti al servizio, padroni che caricano sopra coperta…”

Nella zona portuale, sin dai primi tempi della Repubblica genovese, lavoravano anche gli oggi scomparsi Minolli (che nulla hanno a che fare con questo ;-) ), ed erano tutti residenti nel quartiere di Sampierdarena chiamato Coscia.
I Minolli, il cui compito era quello di procurare e caricare la zavorra per i bastimenti in partenza da Genova, erano riuniti in Confraternita;  tra loro si chiamavano “fratelli” e si autogovernavano per mezzo di un Priore, un Console e un Viceconsole.
Possedevano una flotta di oltre cento barche tipo leudo, che portavano i nomi delle moglie o della madre del capobarca: La mia Caterina, La bella Luigia, Moae (Madre) Bedin, Antonia, Manin (diminutivo di Maddalena), oppure soprannomi vezzosi - che facevano capire perfettamente quali omini delicati e fragili fossero - quali Storto, Marasso (coltellaccio da macellaio), Futta (stizza, rabbia), Lerfun (schiaffone).

E scomparsi completamente sono da tempo anche i Catrai, proprietari di curiose trattorie galleggianti sistemate su gozzi o piccole chiatte.
Queste natanti ristoratori si avvicinavano ai bastimenti ormeggiati alle banchine del porto, vendendo alla ciurma fumanti gavette colme di minestrone profumato, che veniva assai apprezzato dai marinai che allora, durante le lunghissime navigazioni, non avevano possibilità di mangiare verdure fresche, con conseguenti problemi sanitari quali scabbia e gravi avitaminosi.

©Mitì Vigliero

Storia dei costumi da bagno

di Placida Signora - 5 Agosto 2008


(immagine tratta dallo splendido Good times Webshots)

L’uso di frequentare d’estate le spiagge “organizzate” nacque nel 1700, quando vennero scoperte le proprietà terapeutiche dei bagni in mare.
Gli uomini entravano in acqua nudi, le donne indossando sottovesti di flanella a maniche lunghe.

Nel secolo XIX andare al mare divenne invece una  moda oltre una sana abitudine, per questo i costumi da bagno si tramutarono in un vero e proprio capo d’abbigliamento.

Quello maschile era solitamente composto da un paio di mutandoni con sopra una lunga maglia a maniche lunghe; quelli femminili avevano larghi mutandoni altezza caviglie o gonnelloni con sottovesti, lunghe casacche con maniche a sbuffo sino al gomito (e sotto camiciole e camicine), cuffiette di stoffa sul cranio, calze nere e scarpette gommate. Le signore e signorine più vanitose, o le più burrose, sotto si strizzavano in strettissimi busti di gomma.

I colori predominanti erano il nero, il blu e il rosso; le fantasie erano rigorosamente a righe bianche e rosse o bianche e blu e i costumi erano tutti in lana spessa che in acqua si inzuppava e allungava diventando una pesantissima zavorra.

Dal 1890 i più audaci ( e il più pratici) d’ambo i sessi iniziarono a dare dei tagli alle lunghezze; i mutandoni arrivarono al ginocchio così come le gonne e le maniche, e poco per volta sparirono  calze e scarpette.

Una piccola rivoluzione avvenne ai primissimi del Novecento in Francia grazie al sarto Paul Poiret detto Le Magnifique, che impose per uomini e donne costumi sempre di maglia, ma più aderenti.

Nel 1906 una nuotatrice australiana, Annette Kellerman, si presentò a una gara negli USA indossando un costume intero fatto a tutina che lasciava scoperte le cosce: fu arrestata, multata e immediatamente rimpatriata con foglio di via.

Ma ormai la corsa alle forbici era tratta.

Nel 1915 nacquero in Francia le prime fabbriche/case di moda specializzate in costumi come la Erté; nel 1920 Coco Chanel, lanciando la moda della donna bella solo se tutta abbronzata, lanciò sul mercato pantaloncini corti sopra al ginocchio e parti superiori decisamente scollate; nello stesso anno in America veniva inventato il primo costume in maglina “elasticizzata” (detto “modello sirenetta”) che permetteva ampie scollature anche sulla schiena.

Negli anni ’30 nacquero gli antenati del due pezzi; pantaloni corti legati a corpetti tramite sottili strisce di stoffa (per curiosità la prima italiana ad indossarli al mare, con grande scalpore dell’opinione pubblica e gran divertimento di Pirandello, fu l’attrice Marta Abba); fu allora che nacquero anche i lunghi accappatoi in spugna che permettevano alle bagnanti di uscire dall’acqua e coprirsi immediatamente senza dare scandalo.

Nel 1939 la casa di moda Jantzen lanciò il primo due pezzi “ufficiale”; il reggiseno era in realtà un bustino che copriva l’ombelico (e che solo nel ‘49 divenne un reggiseno vero e proprio)mentre i pantaloncini arrivavano sotto l’anca; ma l’idea di quel costume era stata presa da quello in maglina nera e considerato audacissimo che Greta Garbo indossava nel film “La donna dai due volti” (1934)

Poi venne il bikini,  e fu tutta un’altra storia

©Mitì Vigliero

Mangiadischi virtuale

di Placida Signora - 7 Maggio 2008

mangiadischi.jpg

 

L’altra novità è il mangiadischi; è la prima risposta alla domanda di musica tascabile. Una rivoluzione copernicana: non si ascolta più seduti accanto al monumentale giradischi nel mobile del soggiorno ma si va a spasso a piedi, in macchina, in bicicletta con appresso quello strano juke box, un po’ borsello, un po’ tostapane, che ingoia i 45 giri.
 
Arrivava come regalo di compleanno o della prima comunione insieme a un paio di microsolchi e a un treno di pile.
 
Si portava ai giardini pubblici insieme al plaid familiare e si portava soprattutto al mare: siccome non esistevano ancora le discoteche per gli under 14, i pargoli si arrangiavano organizzando feste sulla spiaggia. O meglio tra le docce e le cabine di un bagno “Oreste” o “Mafalda”.
 
L’atmosfera - il cielo stellato, il rumore della risacca - era perfetta e soprattutto gratis. I drink - due o tre famigliari di Coca-Coca - frutto della colletta.
 
Siccome il volume si metteva al massimo, l’autonomia di un mangiadischi non superava l’ora e mezza.
I primi lenti procedevano bene. Gli ultimi agonizzavano insieme alla musica per l’esaurirsi delle pile.
 
Fino a quando non calava il silenzio. E c’era sempre qualche ragazza che protestava per quel rock interruptus.
Luca Goldoni, Storia d’Italia, ed. Mondadori  ***

…Il mio era rosso lacca…Oh insomma: oggi c’è un sole meraviglioso e noi - da bravi adulti responsabili - ce ne stiamo bloccati ad una scrivania a lavorare.Che dite,

bigiamo?Dai, giochiamo che oggi abbiamo di nuovo 15 anni e saltiamo scuola (io non l’ho mai fatto in vita mia: me ne pento e lo faccio oggi così).Compriamo un po’ di cocacola e fanta, pane, focaccia, salame e patatine. Prendiamo il nostro mangiadischi e andiamo su una spiaggia (su un prato, una terrazza, dove volete voi) a chiacchierare, ridere (li ricordate i meravigliosi attacchi di ridarella a quell’età?) e ballare, ascoltando le nostre musiche di allora: di quando avevamo dai 13 ai 18 anni.
Ovviamente i più giovincelli di noi metteranno nel mangiadischi virtuale le musiche della loro epoca: nei giochi si è democratici, eh. ;-)
***

Su dai, comincio io: - Pop Corn degli Hot Butter e Wuthering Height di Kate Bush Chamfort: Buonanotte fiorellino di De GregoriSciuraPina: a me viene in mente “Mi ritorni in mente” di lucio Battisti. e il mio mangiadischi era color fucsia 

Luca: My sharona dei Knack, and Sheila And black devotion con un remake di Singin in the rain . Mimosafiorita: Una rotonda sul mare, Fred Bongusto. Il mio era di colore verde pistacchio, me lo hanno regalato il 4 Agosto, giorno del mio compleanno, e c’era Un disco per L’estate.xlthlx: vale Rio dei Duran Duran? :D credo pero’ che fossero i miei 13 anni, eh. 

Adamo: io 15 anni li avevo nel 1987 e all’epoca ascoltavo, pop che non ero altro, Nick Kamen (cariiino) con Each Time You Break My Heart, qualsiasi Madonna e qualsiasi DJ Television: come mi piaceva! (e poi Adamo ci ha fatto un post :-)

Enrica-Boh: Avevo un bellissimo mangianastri, uno dei primi, regalo del mio amatissimo fidanzato di quando era piccolo. Ci mettevo una canzone registrata da non so chi più grande di noi, Balla Linda di Battisti, e sognavo notte e giorno di averlo vicino e di ballarci insieme…Peccato che l’aggeggio i nastri li mangiasse davvero!

Krishel: Ai miei 15 anni già conoscevo Peter Gabriel e ascoltavo le sue canzoni. Poi c’erano i Depeche Mode con Little 15. Mi ricordo che l’infinita mesta eleganza di quel brano mi aveva colpito particolarmente in un’epoca tutta colori, luccicchii e ostentazione.

Larvotto: Mamma mia, che salto nel tempo :) vediamo, le canzoni sono tante… mmm… ok, direi che a tredici anni ho frantumato gli zebedei a tutti con Lamette di Donatella Rettore :D

PietroIzzo: il mio mangiadischi era blu, e io ci ascoltavo a ripetizione “In the summertime” di Mungo Jerry… però avevo sei anni. :-P

MaxG: Carlo Martello di De Andrè (e lo cantavamo tutti in coro, ininterrottamente :)

Insilenzioviaggiando: Il mio era arancione. Però avevo 10 anni e ascoltavo le Fiabe Sonore. Le ricordate ? io le ho conservate quasi tutte in originale e siccome sono geloso e previdente a mia figlia ho comprato la riedizione con il CD (che ora giace da qualche parte, come è giusto a quel’età, a pezzi, con pagine scarabocchiate etc, etc…)

Irene: S’era un po’ cupi all’epoca mia intorno ai 13-15 anni, ma andava benissimo così. Nel mangiacassette metto i miei classiconi 1994-1996 (scelta difficilissima!): Come as you are dei Nirvana, Grace di Jeff Buckley, Send his love to me di PJ Harvey, Do you love me? di Nick Cave, e Drive dei REM. (ah, gente, quant’era bella la metà degli anni Novanta, voi non sapete…)
Però però, a parte le canzoni dei miei 16 anni grunge, c’è da dire che il primissimo giradischi che vidi era una valigetta risalente agli anni ‘60, che trovai penso in dispensa, insieme a qualche 45 giri (il giradischi aveva la velocità regolabile! quando mio papà me ne spiegò la logica, mi sembrò una roba veramente hi-tech). Tra quei dischi ce n’erano alcuni di Celentano, ma in particolare una mi colpì:
Storia d’Amore (la copertina dell’LP era proprio quella del video di youtube). Era una storia così infelice! Il mondo dei grandi era assolutamente illogico e tragico… (e poi uno si stupisce che 10 anni dopo una si sente i Nirvana)

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