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Un Natale come si deve

di Placida Signora - 20 Dicembre 2008

 

Ebbene sì, lo confesso. Del Natale io amo moltissimo i colori e le luci. 

Quand’ero piccola mi piaceva da matti “fare” l’albero, e l’immenso presepe che occupava mezzo salone; mi piacevano le candele rosse  e oro posate su rami di pino sopra ogni mobile; e le ghirlande, le luci sul balcone…

Erano anni che non passavo un Natale a Genova; di solito il galòp mi portava altrove, con valigia fra i denti in peregrinazioni frenetiche lungo lo Stivale.
Quindi era inutile decorare questa casa che sarebbe rimasta deserta…In compenso, ovunque mi trovavo, in quel periodo compravo qualcosa di natalizio, che un giorno, forse, chissà, sarei riuscita a usare.
  
Quest’anno rimaniamo qui; e ne ho approfittato per seminare in giro tutte quelle bellurie luccicanti.

Sempre causa galòp non mi sono gettata in cose grandiose.
Ma ho tentato ugualmente di creare qualcosa di particolare e nello stesso tempo “caldo”.

L’albero. Piccolino ma luminoso, con attorno strane decorazioni a specchio e cristalli che arrivano da Bologna e Cuneo.

Al centro della tavola un grande vaso rosso, preso a Roma, pieno di fiori secchi e di velluto comprati in Alto Adige
 
    
Una cornucopia siciliana riempita con fiori e frutti brunicensi.

Poi un minipresepe - sta nel palmo della mano - in una grotta d’ametista (lui è di Torino); sul balcone, microled multicolori genovesi avvolti attorno al poggiolo e all’albero di limone; e un fiocco d’oro decorato d’agrifoglio piemontese all’esterno della porta di casa (mi si è scaricata la macchina, lavorate di fantasia ;-).

La Casa mi sembra contenta; sopravvissuta alle Truppe Cammellate, inaugurata con grande ritardo, spesso abbandonata, finalmente vive un Natale come si deve.
Ed io con lei.

Alla Ricerca della Piastra Scomparsa

di Placida Signora - 27 Ottobre 2008

Il ritorno del Sacro Fuoco Forbitore

Ieri mi son svegliata tardi, tranquilla e riposata (amo molto quest’ora legale), e mi son detta:
- “Oggi mi godo la domenica, non faccio nulla, mi riposo, al massimo un’occhiatina alla corrispondenza arretrata (45 mail e una pila alta un palmo di posta cartacea)…Sì, mi regalo un giorno di dolce far nulla“.

Poi mi son messa a cucinare; niente di complicato, tacchino alla piastra e insalatina, dolce far nulla anche ai fornelli.

Mentre posavo la vecchia piastra sul fuoco, mi è venuto in mente che ne avevo comprata un’altra, di piastra, un sacco di tempo fa. Un paio d’anni buoni. Chissà dov’era finita…
- “Boh, dopo pranzo guarderò negli sportelli delle pentole…”

Dicesi “sportelli delle pentole” una serie di 7 sportelloni che corrono sotto il ripiano della cucina, ripiano che a partire dal lavello   si snoda allegramente lungo due pareti.
Di quei 7 sportelli ne apro quotidianamente uno solo, dove tengo le pentole “di tutti i giorni”.

Insomma; finito di mangiare (ore 14,30), partendo decisa alla caccia della piastra scomparsa, ho iniziato ad aprire tutti gli altri sportelli, trovandomi di fronte ad un caos indescrivibile di padelle, teglie, pentole, pentolini, ciotole, contenitori di plastica, tutto accatastato e mescolato.

E così poco per volta ho tirato fuori tutto e rimesso dentro tutto, dividendo padelle da teglie, pentolini da ciotole, facendo andare tre volte la lavapiatti (incredibile quanto si sporchino le cose pur stando chiuse negli armadi), riempiendo uno scatolone di cose da gettar via senza pietà ed un altro di cose ”doppie” da portare in campagna.
Alle 17 avevo finito.

Mentre mi accendevo soddisfatta una sigaretta, alzando gli occhi ho visto volare una camola.
Dicesi camola quell’odiosa farfallina che si nutre di pasta, farina, biscotti, scambiando le nostre dispense per un comodissimo self service.
E le camole non vivono mai sole.

Quindi, spenta la sigaretta, ho aperto il primo dei 7 sportelli che stanno sopra il ripiano della cucina, e che contengono tutte quelle cosine buone che piacciono tanto alle camole, oltre che a noi.

Alle 18,30 avevo seppellito due metri di tavolo sotto un mare di pacchi di riso, maccheroni, fusilli, ditaloni, mezze maniche, quadrucci, spaghetti, farfalle, bucatini, conchiglie, farina, fecola, zucchero, fette biscottate, spezie, tisane, té, frollini, polenta e cuscus. 

Dopo aver dimezzato il numero delle confezioni di pasta (perché tenere accuratamente per mesi e mesi 5 enormi scatole contenenti ciascuna n° 12 ditaloni, 8 spaghetti, 7 farfalle, mezzo pugno di riso?)- aver scaraventato i rimasugli pastacei in un sacco pro pappa cagnoni di amici, scovato il responsabile dell’allevamento di camole (un sacchetto di polenta ai tartufi: buongustaie, eh?), lavato l’interno dei 7 sportelli con acqua e aceto, rimesso a posto tutto, alle 20 esatte mi sono accesa la seconda sigaretta pensando: - ”E ora faccio un risotto”

Aperta la vetrinetta dove tengo sottaceti, marmellate, salse, sughi pronti e dadi, l’occhio m’è caduto su un barattolo di maionese, seminascosto da una pila di vasetti di capperi, olive e cetriolini: sul tappo della maionese c’era scritto scadenza febbraio 2008
- “Ohibò. Effettivamente è un bel po’ che non controllo il barattolame…” 

Morale. Alle 21,50, dopo aver riempito singhiozzando due sacchi di conserve scadute, di cui non ricordavo manco più la provenienza (dove, quando e soprattutto perché mai posso aver comprato una marmellata di cachi e rabarbaro?), mi son messa al computer cercando nei miei archivi questa che ho stampato e appiccicato sul frigo.
Vi consiglio di fare altrettanto.

E ora vado a far la spesa, che non c’ho più un tubo in casa.

P.S. La piastra nuova? No, quella non l’ho trovata.

 






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