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Le Ricette di Casa Placida: Code di Gamberi all’Avocado

di Placida Signora - 23 giugno 2011

Quando inizia il caldo, in Casa Placida si prediligono cibarie fredde e soprattutto rapide da cucinare.

Ecco quindi una ricetta facile facile, ma appetitosissima.

Per 4 persone

20 code di gamberi
3 limoni
1 cipolla di Tropea
1 “gambo” di sedano
50 gr di capperini sotto sale
2 avocadi non troppo maturi
1 cucchiaio di senape
olio
sale
pepe nero

 

Sgusciare e pulire bene le code di gamberi, lavarle, asciugarle e metterle in una grossa ciotola.

Lavare bene i capperi togliendo il sale e tritarli fini con la cipolla e il sedano.

Unire il trito alle code e coprire tutto col succo dei limoni.

Mettere la terrina in frigo per 6 ore buone, e andare a far dell’altro.

Tornare, tirare fuori la ciotola dal frigo.

Pulire gli avocadi e tagliarli a fettine sottili disponendoli su un grande piatto di portata.

Preparare una salsina con olio, pepe, sale, il cucchiaio di senape e un cucchiaio della marinata del gamberi.

Scolare bene i gamberi, e adagiarli sulle fette di avocado.

Versare la salsina sulle code e sull’avocado.

Lasciar riposare dieci minuti.

Portare a tavola.

Pappare.

© Mitì Vigliero

 

 

 

 

 

 

 

Per la Serie “Casalinghitudine”: Il Sacro Fuoco Forbitore

di Placida Signora - 23 aprile 2011

Approfittando di un paio di giorni di galòp leggero, mi sono buttata anima e corpo in quel momento per me – pessima casalinga – tremendo nomato “Pulizie di Primavera“.

Ogni anno è la stessa storia.

Travolta dal Sacro Fuoco Forbitore, saccheggio il supermercato sotto casa di prodotti quali Vetribrill, Luccicamarm, LegnolustrNettatappet, scagliandomi poi come una furia nel salone (e vorrei sapere perché parto sempre da lì, che è il più faticoso…) dove sposto divani, poltrone, consolle, buffet, scaravento tappeti sui terrazzi insieme alla foresta di piante verdi, sradico quadri e tende, impilo ammennicoli, soprammobili, vasi, cornici, trumeau e sedie in corridoio, accatasto tavoli, tavolini e tavoletti in ingresso.

Infine mi siedo in mezzo alla stanza deserta d’arredi e piango, dato che mi accorgo di essermi imprigionata da sola con i mobili e oggetti vari incastrati accuratamente a bloccare ogni uscita.

Così risposto tutto, riattacco quadri e tende, ricolloco al loro posto sedie, soprammobili, divani, poltrone, buffet, consolle, tavoli eccetera e me ne vado dignitosamente senza neanche passare l’aspirapolvere a terra perché sono troppo stanca.

Stesso delirio frenetico riguarda il Cambio di stagione degli armadi.

Possedendone tre stagionali oltre una cabina di m. 4×3, ed essendo allergica al motto “chi va piano va sano e va lontano“, inizio a svuotarli completamente riversando il contenuto ovunque.

Dopo cinque ore di lavoro e dopo aver seppellito l’arredamento di quattordici vani (cucina e bagni compresi) sotto cumuli variopinti di cappotti, prendisole, giacconi, caftani, pantaloni, gonne, maglioni, costumi da bagno, tailleur, camicie, top, stivali, scarpe, sandali, borse, calze, magliette, reggiseni, mutande, piumoni, lenzuola, vestaglie e coperte, mi fumo con calma una sigaretta contemplando l’effetto artisticamente surrealista della cosa.

Poi esco e vado a prenotare una camera in albergo perché io, là dentro, non ci torno di sicuro.

© Mitì Vigliero

Come le Brave Massaie d’antan riciclavano gli avanzi in cucina

di Placida Signora - 21 gennaio 2011

Un tempo sprecare il cibo era considerato sacrilegio degno di punizione divina.

“Se butti via il pane fai piangere Gesù, e quando morirai andrai all’Inferno ove sarai costretto a raccogliere le briciole con le ciglia!” era la frase minacciosa che Mamme e Nonne di allora ripetevano a figli e nipoti.

Perciò le italiche donne divenivano sin dall’infanzia Maestre di riciclaggio culinario degli avanzi, seguendo il motto del “Nulla si spreca, nulla si distrugge, tutto si ricrea”. 

Avanzavano bistecche o arrosti? Li sminuzzavano con bianco d’uovo (anche quello non si buttava mai via), un po’ di formaggio e – a seconda della quantità – li tramutavano in polpettoni o polpettine da mangiare in brodo o da infilare nella pasta al forno.

Avanzava del bollito? Tagliato in quadratini era riproposto a tavola sotto forma d’insalata con fagioli e cipolle crude affettate; oppure in umido con funghi e scalogno, o ancora tritato in frittata con erbette.

Riciclavano persino gli scarti e le teste dei pesci, buttandoli in pentola con poca acqua, pomodori, aglio, sale e aromi: fatti bollire, venivano passati al setaccio e serviti come brodetto bollente versato su fette di pane raffermo.

 

Il pane  veniva grattato e chiuso in vasetti di vetro assieme a foglie d’alloro, affinché si aromatizzasse; oppure si tramutava in pancotto: acqua salata bollente, tre cucchiai d’olio, due spicchi d’aglio, pan secco ridotto a tocchetti, una presa d’origano e due cucchiai di formaggio grattugiato.

Coi rimasugli di formaggi duri le massaie del nord-ovest creavano il mitico “brus”: avanzi di grana, tomma (tùma), asiago, gruviera, caciotta ecc, croste comprese, tagliati a pezzetti e messi in un vaso a chiusura ermetica, coperti di cognac o grappa.
Settimanalmente il composto veniva mescolato con cura e dopo 30 giorni si otteneva, e si ottiene, una spussolentissima ma fantastica crema antifreddo e ammazzamicrobi, forte e appetitosa, da mangiare d’inverno spalmata su fette di pane abbrustolito sul runfò.
formaggi molli finivano invece mescolati a ripieni o a ricoprire sottili focacce.

Ma era con le verdure che facevano miracoli.

Gli avanzi cotti di ceci, lenticchie e legumi vari erano soffritti anche tutti insieme in olio e cipolla, coperti di brodo, insaporiti con sale, pepe e un cucchiaio di concentrato di pomodoro; il tutto passato e trasformato in vellutata da servire bollente con crostini di pane abbrustolito.

Dei carciofi non buttavano via nulla; le foglie esterne, troppo dure per essere consumate in pinzimonio o cucinate, divenivan decotti ricchi di cinarina, dalle proprietà diuretiche e stimolanti la bile.
E dopo aver spelato e affettato a rondelle sottilissime i gambi legnosi, li rosolavano in olio, burro, cipolle, pomodoro e vin bianco facendone sugo per la pastasciutta: nel frattempo passavano in padella con olio, pinoli, uvetta, aglio, pepe e sale gli spinaci lessi avanzati il giorno prima.

© Mitì Vigliero

E vi come li riutilizzate gli avanzi?

Chi l’aglio mangia, d’aglio sa: rimedi contro il puteolare.

di Placida Signora - 14 gennaio 2011

Se come me amate l’aglio, ma spesso evitate di mangiarne onde sfuggire gli “effetti collaterali” socialmente sgradevoli, provate a seguire questi consigli tratti dal mio Saporitissimo Giglio.

Innanzitutto sveliamo un arcano: perché l’aglio puzza?


Tutta la pianta, ma in particolare il bulbo, contiene allicina (alliisina , glucoside solforato), un enzima (alliinasi), vitamine A, B1, B2, C e niacina (vitamina del complesso B).

L’alliisina è inodore ma, per l’azione dell’alliinasi che si libera e agisce quando l’aglio viene schiacciato, si trasforma dapprima in allicina e successivamente in disolfuro di allile (la genina del glucoside), cioè i principi attivi più importanti che diffondono l’odore tipico dell’aglio.

L’alliisina e il disolfuro di allile sono sostanze molto volatili che si dissolvono facilmente nei liquidi e nei gas.
Una volta in circolo si propagano ovunque negli organi e nei tessuti e coinvolgono così l’intero organismo agendo, con maggior intensità, sugli organi attraverso i quali vengono eliminati: i polmoni, i bronchi, i reni e la pelle.

Per questo, dopo aver mangiato ad esempio una bagna cauda, emaniamo odore anche dai capelli e dai vestiti…

Ecco una serie di metodi depuzzanti che dovrebbero  mitigare gli effetti dell’allicina perlomeno sull’alito:

-Masticare foglie di salvia o prezzemolo (la clorofilla contenuta funziona da deodorante naturale, rinfresca l’alito e neutralizza il tipico odore).

-Masticare alcuni chicchi di caffé.

-Bere un decotto di menta e liquerizia

-Masticare un bastoncino di liquerizia (di quelli legnosi)

-Masticare qualche seme d’anice

-Mangiare lentamente un cucchiaino di miele.

-Mangiare lentamente una mela intera o grattugiata.

-Bere una grappa o una sambuca.

-Bere un canarino (implume: scorza di limone in acqua calda).

-Bere un sorso di latte o qualche cucchiaino di yogurt.

-Bere un sorso di vino rosso (tradizione popolare francese)

-Masticare lentamente due compresse di carbone vegetale

-Bere del bicarbonato

-Ciucciare uno spicchio di limone

-Ingerire un intero spicchio d’aglio prima di mangiare cibi a base di aglio (tradizione popolare greca, dicono che funzioni, ma sono lievemente scettica…)

-Risciacquare la bocca con un colluttorio preparato con soluzione di cloramina all’1%; il cloro che si libera, venendo a contatto coi tessuti, deodora completamente l’olio essenziale, perché reagisce chimicamente con esso.

-Non mangiare aglio. Ma che tristezza, però…;-)

©Mitì Vigliero


Per la Serie “Storia della Casalinghitudine”: il Ferro da Stiro

di Placida Signora - 14 ottobre 2010

Negli affreschi delle varie tombe sparse nelle Valle dei Re, possiamo notare che i Faraoni indossavano gonnellini fittamente plissettati, così come i nobili della civiltà minoica rappresentati in quelli di Santorini nelle Cicladi; pure le Cariatidi sfoggiano i “kitoni“, tuniche a pieghe.

Ergo, anche i tessuti di 4000 anni fa venivano stirati.

Gli Egiziani usavano un pesante “lisciatoio” piatto di pietra o legno che veniva passato a freddo sui tessuti immersi in una soluzione di acqua e gomma per formare la plissettatura.

I primi che usarono il calore furono i Cinesi che attaccarono lunghi manici in legno ai fornelli che fungevano da “bruciatori di profumo“; esiste un esemplare risalente alla dinastia Han, in bronzo inciso di simboli beneauguranti, così come il dragone in bronzo in cui è infilato il manico raffigurante una dea protettrice della casa: tutti questi portafortuna dovevano  tutelare dalle inevitabili ustioni.

Per le stoffe pesanti e resistenti, il ferro veniva riempito di braci; di sabbia calda invece per le sete sottili. 
E il lavoro non poteva essere compiuto da una sola persona, come minimo bisognava mettercisi in tre: due ai lati che tenevano steso il tessuto, e uno al centro che ci passava su il ferro.

A Roma 2000 anni fa esistevano già i funiculum,  botteghe-lavanderia dove la stiratura delle pieghe era fatta a freddo con lo stesso metodo degli egizi: ma al posto della gomma i nostri antenati usavano un appretto probabilmente efficace ma decisamente disgustoso: acqua, sapone e pipì.
Più tardi vennero usate piastre  in bronzo, anche loro munite di lunghi manici come i ferri cinesi, che però venivano riscaldate direttamente sul fuoco.

Nel 1200 dC in Olanda venne inventato il primo ferro dalla forma simile ai nostri; fatto a barchetta, il manico era posto sopra lo strumento solo che era in ferro pure esso e per afferrarlo bisognava indossare un guantone scomodissimo.
Si scaldava ponendolo direttamente nei forni di casa; strinava, più che stirare, e macchiava i tessuti di cenere.

Nel ‘400, grazie alla moda che imponeva vestimenta di tessuti pesanti quali damaschi, velluti, rasi, il ferro venne reso più pratico, con fornello interno riempito di braci o sabbia e il manico in legno per isolare dal calore.
Questo “modello”, variando leggermente nella forma, durò per secoli.

Nell 1800 negli USA apparve l’illuminazione a gas e si crearono dei ferri da collegare direttamente al tubo del gas; le esplosioni furono innumerevoli e le donne preferirono tornare ai vecchi ferri battuti a carbonella.

Nel 1891 tal Henry Seeley brevettò l’Electric Flat Iron, il primo ferro con piastra che si scaldava elettricamente: l’idea era geniale ma non ebbe immediato successo visto che quel coso pesava quasi 7 kg.

Perfezionata l’invenzione, i ferri elettrici divennero d’uso comune; nel 1926 a New York nacque Eldec il primo ferro elettrico a vapore; anche lui era talmente grosso e ingombrante, da venir utilizzato solo nelle lavanderie professionali.

Fu solo alla fine degli anni ’70 che i modelli vennero finalment rimpiccioliti e utilizzati in massa da milioni di casalinghe riconoscenti.

©Mitì Vigliero

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