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Vi Racconto la Storia della Gomma da Masticare

di Placida Signora - 19 gennaio 2012

I Greci avevano l’abitudine di masticare la resina dell’albero del mastice e oltre 1000 anni fa i Maya ruminavano la “chicle”, (da cui “chicles“, storpiato poi dagli italiani in cicca ): gomma derivata dal latte coagulato (lattice) dell’albero della sapodilla (Achras zapota), pianta tropicale da frutta che cresce nello Yucatan, in Guatemala ed altre regioni dell’America Centrale.
La chicle e’ in pezzi marroni rosati o rossastri e contiene guttaperca.

Nel New England, gli indiani masticavano linfa di abete rosso e i coloni bianchi impararono presto questa abitudine; ottenevano la loro gomma da masticare con resina d’abete indurita, sciogliendola con cera d’api.

Nel 1848John B. Curtis decise di immetterla nel mercato col nome “State of Maine Pure Spruce Gum”.
Lui e suo fratello la fabbricavano in modo casalingo, facendola sciogliere su una stufa Franlkin e poi tagliandola in piccole porzioni; sulle confezioni fu stampata la bandierina americana.

I Curtis comprarono poi grandi terreni tappezzati di abeti rossi, e  nel 1850 la “Curtis Chewing-gum Company” divenne una fabbrica con ben 200 lavoranti, anche se la distribuzione si limitava al New England.

Ma il brevetto ufficiale della gomma da masticare (n° 98.304, 28 dicembre 1869)  fu registrato da William Finley Semple, un dentista americano che la utilizzò come strumento di lavoro; la prescriveva ai pazienti affetti da problemi di masticazione, come una sorta di ginnastica mandibolare; oltretutto univa alla chicle delle materie ruvide (polveri o ossa frantumate), che secondo lui servivano a raschiare i denti e mantenerli puliti.

Semple però non mise mai in commercio il suo chewing-gum, cosa che invece fece Thomas Adams di new York, un fotografo – inventore che prima pensò di utilizzarlo come vulcanizzatore di gomme da strada, poi tentò di fabbricarne maschere giocattolo per i bambini e infine, visto che non serviva a tappar buchi e s’appiccicava indelebilmente sulla faccia dei pargoli, notando quanto volentieri gli operai della sua officina la masticassero, nel 1871 brevettò una macchina in grado di produrne grandi quantità, aggiungendo come ingredienti zucchero ed estratto di liquerizia; nacque così il primo chewing-gum ufficiale, chiamato Black Jack, che costava 1 penny la coppia.

Nel 1880, il chimico John Colgan inventò un metodo per mantenere più lungo il sapore dei chicles e vendette la formula ad Adams, che nel 1888 la utilizzò per lanciare nuove gomme chiamate Tutti Frutti (a base di sciroppi dai vari sapori), e immettendole nel mercato inventando quei contenitori automatici di vetro  così cari alla nostra memoria d’infanti, sotto forma di palline ricoperte di zucchero di vario colore.

Nel 1906 Frank Fleer di Philadelphia  ebbe per primo l’idea di inventare una gomma in grado di fare le bolle; provò col grasso di balena, ma i risultati del sapore furono disgustosi .

Ci riuscì solo nel 1928, grazie alla formula creata dal suo contabile Walter Diemer.

Nacque così il “Double Bubble Gum”.

In Italia la moda del chewing-gum esplose solo negli anni ’50, dando vita purtroppo anche alla sgradevole razza degli indefessi e rumorosi biascicatori.

© Mitì Vigliero 

Vi racconto la mia “Leggenda delle Acciughe”

di Placida Signora - 17 gennaio 2012

(Eredel Illustration)

Tanti e tanti anni fa, così tanti che non potete nemmeno immaginarne quanti, splendeva nel cielo una numerosa famiglia di stelle: stelle piccine piccine, ma luminosissime, forse le stelle più luminose di tutto l’universo celeste.

Si chiamavano Engrauline ed erano molto, molto vanitose.

Infatti ogni notte, dall’alto del cielo si specchiavano sull’acqua del mare e la volta infinita echeggiava incessantemente delle loro presuntuose vocine:

“Guardate la nostra luce” dicevano superbe alle Pleiadi “guardate com’è intensa, chiara, sembra argento puro…”

“Guardate i nostri riflessi” dicevano tronfie alla via Lattea “guardate come palpitano vivi sulla nera acqua del mare…”

“Guardate gli umani”, dicevano boriose ai Pianeti “guardate come ci ammirano con la testa volta all’insù…”

Le altre stelle ascoltavano, guardavano e rispondevano che davvero sì la loro luce sembrava argento; che davvero sì riflessa sull’acqua nera del mare sembrava viva; che davvero sì gli umani le ammiravano molto…

In realtà erano risposte meccaniche e rassegnate, dettate da mera educazione e soprattutto dalla segreta speranza che le Engrauline, dopo averle ottenute,  stessero un po’ zitte.

Ma le stelline vanitose anche durante il giorno continuavano a parlare e parlare e parlare, senza mai prender fiato una volta.

Solo che, in quel momento, le loro parole passavano dai continui autoincensamenti  alle continue lamentazioni:

“È ingiusto, nessuno di giorno può vedere la nostra splendida luce d’argento…”

“Accidenti, potremmo essere molto più ammirate dagli umani se questi ci potessero guardare anche col Sole…”

“Uffa, di giorno qui in cielo non sappiamo che fare e ci annoiamo, perché non possiamo vedere la nostra bellezza riflessa sul mare…”

Una notte in cielo c’era la Luna piena; pareva un disco di diamante purissimo, dal quale partiva una luce talmente splendente da rendere il mare bianco come platino fuso.

Le Engrauline chiacchieravano ininterrottamente come al solito, ma stavolta erano rose dall’invidia:

“Ma guardala, osa oscurare con il suo i nostri splendidi riflessi d’argento?”

“Solo perché è più grande di noi si crede tanto bella?”

“Bella lei, con quella facciona così larga e così tonta?”

E la Luna, dal carattere dolce, mite e sensibile, a sentire le continue frasi cattive e velenose pronunciate dalle stelline, soffriva e piangeva in silenzio.

E tutti gli altri corpi celesti, che amavano la Luna perché era dolce, mite e sensibile, piangevano con lei.

Ma il Buon Dio, vedendo la pace del suo Regno rischiare di naufragare in un mare di lacrime, perse – e fu una delle rarissime volte – la pazienza.

Si recò dalle Engrauline e, guardandole severamente, tuonò:

“Ho ascoltato per anni di notte le vostre superbie; ho ascoltato per anni di giorno le vostre lamentele: e sono sempre stato paziente.

Tutte le cose che ho creato sono perfette; voi no, perché siete troppo vanesie, credendovi le più belle creature del cielo.

Siete troppo lamentose e non capite invece che la vostra vita è sublime; meramente decorative, qui in cielo siete protette, al sicuro: non servite a nulla, non fate nulla; non vi stancate, non vi affannate, non soffrite la fame e la paura.

Infine parlate sempre e troppo e oggi, con le vostre vane e crudeli parole, siete riuscite persino a far piangere la Luna, ottima, dolce utile creatura che governa le maree, le nascite, il pane e il vino.

Ora basta, ho deciso: vi toglierò da qui e vi metterò in quello specchio naturale che tanto vi piace usare”.

Con un gesto imperioso della mano, il Padreterno strappò dalla volta celeste le Engrauline e le gettò in mare.

“Ecco” disse dall’alto ” finalmente gli umani potranno godere giorno e notte del vostro splendido color argenteo, che però non sarà più eterno, ma fuggevole come un sospiro.

E finalmente gli umani continueranno ad apprezzarvi molto sì, ma come utile cibo.

E da oggi sarete costrette a correre, a stancarvi, a patir la fame e la paura.

E soprattutto, come tutti i pesci, starete finalmente zitte per sempre“.

Fu così che, il giorno dopo, le reti dei pescatori si riempirono per la prima volta di innumerevoli esemplari di piccoli pesci lucenti come argento vivo, che vennero battezzati dai sapienti Engraulis Encrasicholus, ma che i semplici chiamarono, da allora e per sempre, semplicemente Acciughe.

© Mitì Vigliero, da L’Alice delle Meraviglie

L’ALICE DELLE MERAVIGLIE

Placide Segnalazio’: Elenco in progress di Cose Belle da Leggere e Guardare in Rete

di Placida Signora - 15 gennaio 2012

(The Noses di Joshua Held)

- Una litote, di lo Scorfano

- Raccontino della Domenica: La città capovolta, di Marta Traverso

- Cuore di cane, di plus1gmt

- 5cmx5cm, di Francesca Ferrari

- Sette primavere, di Selvaggia Lucarelli

- Via del Campo, dove s’incontra Fabrizio De André, di Miss Flechter

- Karma 2012, di Louie

- Cultura fisica e cinema muscolare tra via Pagano e via del Commercio, di Circospetto

- L’abbazia delle libertà, di Mr Potts

- Profumo d’inverno, di Giardinofiorito

- Non era mezzanotte, di Lo Scorfano

- Le più belle, di Dania Farnese

- Si rompono gli argini, di Nubetossica

- La verità, vi prego, sul non capisco più niente di niente, di Matteo Bordone

- Polveri sottili, di Mitia

- Al BarLume con il Malvaldi, di Pietro Cheli

- Aria, di Novecento

- Vulcano, di Alessandro Bonino 

- Non ho l’ansia per la scelta delle scuole elementari, di Francesca Sanzo

- Cuori di noci, di Foto e Fornelli

- Un e-book da scaricare (ci sono anch’io): Parlami di tER

Da guardare:

- La webcam del Lago delle Lame  (soprattutto di notte, è magia)

- Questi non sono pesci rossi

- Di solito non amo i graffitari, ma questi sono bravissimi

- Quel genio di Bansky

- Questa purtroppo non è una cosa bella, ma da vedere per riflettere: la webcam dell’Isola del Giglio e il relitto della nave Concordia

- Hyper-Realistic Paintings by Steve Mills

 

I Nasoni, di Joshua Held

 

I Testi Afrodigastrici nell’Arte: Quali Sono i Vostri?

di Placida Signora - 11 gennaio 2012

Il ragù della Signora Piscopo

di

Eduardo De Filippo

tratto da “Sabato, domenica e lunedì”, atto I

Ampia e linda cucina. L’arredamento è costituito da cose anche modernissime.
Sulla parete di fondo, accanto al finestrone, sono state disposte in ordine simmetrico una diecina di antiche forme in legno di cappellì e numerosi attrezzi del mestiere.
Sul medesimo punto ci sta un fornello di ferro a quattro zampe, malfermo e arrugginito, e un piccolo tavolo dal ripiano massiccio unto e bruciacchiato dall’uso.
Siamo alla conclusione di una magnifica giornata di marzo. L’ultimo sole che entra dall’ampia finestra indora le pareti e fa brillare la nutrita batteria di pentole in rame, fuori d’uso, che è lì, tutta intorno, al solo fine di testimoniare l’antica tradizione e la solidità finanziaria della famiglia Priore.
Presso il tavolo centrale c’è donna Rosa che sta preparando il rituale ragù.
Sta legando il girello, «il pezzo d’annecchia» (cinque chilogrammi) che dovrà allietare la mensa domenicale dell’indomani.
Virginia la cameriera gomito a gomito con la padrona affetta cipolle; ne ha già fatto un bel mucchio: ma ne deve affettare ancora.
La poverina ogni tanto si asciuga le lacrime o con il dorso della mano o con l’avambraccio: ma continua stoicamente il suo lavoro
.

Rosa: Hai fatto?

Virginia: (piagnucolando) Devo affettare queste altre due.

Rosa: E taglia, taglia… fai presto.

Virginia: Signo’, ma io credo che tutta questa cipolla abbasta.

Rosa: Adesso mi vuoi insegnare come si fa il ragù. Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo. Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera; via via che ci si versa sopra il quantitativo necessario di vino bianco, la crosta si scioglie e si ottiene così quella sostanza dorata e caramellosa che si amalgama con la conserva di pomodoro e si ottiene quella salsa densa e compatta che diventa di un colore palissandro scuro quando il vero ragù è riuscito alla perfezione.

Virginia: ma ci vuole troppo tempo. A casa mia facciamo soffriggere un poco di cipolla, poi ci mettiamo dentro pomodoro e carne e cuoce tutto assieme.

Rosa: E viene carne bollita col pomodoro e la cipolla. La buonanima di mia madre diceva che per fare il ragù ci voleva la Pazienza di Giobbe. Il sabato sera si metteva in cucina con la cucchiaia in mano, e non si muoveva da vicino alla casseruola nemmeno se I’uccidevano. Lei usava o il «tiano» di terracotta o la casseruola di rame. L’alluminio non esisteva proprio. Quando il sugo si era ristretto come diceva lei, toglieva dalla casseruola il pezzo di carne di «annecchia» e lo metteva in una sperlunga; come si mette un neonato nella «connola», poi situava la cucchiaia di legno sulla casseruola, in modo che il coperchio rimaneva un poco sollevato, e allora se ne andava a letto, quando il sugo aveva peppiato per quattro o cinque ore. Ma il ragù della signora Piscopo andava per nominata.

Virginia: (compiacente) Certo, quando uno ci tiene passione.

Rosa: E quello papà, se non trovava il ragù confessato e comunicato faceva rivoltare la casa.

Virginia: Povera mamma vosta!

Rosa: Ma era pure il tipo che ti dava soddisfazione. Venivano amici e dicevano: «Signo’ ma come lo fate questo ragù che fa uscire pazzo a vostro marito! L’altra sera ci ha fatto una testa tanta «E, il ragù di mia moglie; di sotto, e il ragù di mia moglie sopra…» e mamma’ tutta contenta l’invitava; e quando se ne andavano dicevano: «Aveva ragione vostro marito». E si facevano le croci.

Virginia: Vostro marito invece non ci va tanto appresso.

Rosa: (con ironica amarezza) Don Peppino non parla; don Peppino è superiore a queste cose. Però si combina un piatto accoputo di Ziti così… e qualche volta pure due.

Virginia: Pe’ mangia’, mangia.


Esistono dei brani letterari o sequenze cinematografiche in grado di stimolare immediatamente l’appetito.

Quello che ho riportato qui sopra, tratto da una delle commedie che più amo di De Filippo, su di me ha un vero effetto afrodigastrico (afrodisiaco per lo stomaco ;-); ogni volta che lo leggo vengo colta dal languore e addirittura mi pare di sentire il profumo, di quel ragù.

E mi viene immediatamente, oltre che fame, anche voglia di cucinarlo.

Avete mai provato una sensazione simile? E se la risposta è sì, con quale testo o scena?

I Dietofobi e le Diete 2.0

di Placida Signora - 8 gennaio 2012

Dedicato al mio amico Insopportabile

Le Diete sono una delle cose più strazianti che la società civilizzata abbia inventato; sorvolando su quelle a causa patologica, quelle che se non le fai muori, le diete peggiori sono quelle atte a perdere solo “un po’ di chili” per essere più belli, più scattanti, più trendy.

(Ingres, Bagno Turco)

In certi momenti vorrei vivere in un Emirato Arabo; lì sanno apprezzare veramente le donne un po’ floride: donne tettute e naticute, donne  pannose, burrose morbide.

E poi le donne così sono notoriamente dolci, materne, coccolone, sensuali, simpatiche, allegre e spiritose.
O no?

Esistono anche gli uomini floridi: ma chissà perché il più delle volte l’uomo florido viene generalmente definito ”un pezzo d’uomo un po’ in carne“, mentre la donna  è “una balena piena di cellulite”.

In ogni caso, per gli Adiposi d’ambo i sessi, oggi la vita non è facile; loro vivrebbero benissimo se non esistessero gli inventori delle diete, di quei periodi cioè che di solito constano di 30 giorni di fame nera che precede un aumento di 4 chili.

Dieta Zona, dieta Scarsdale, dieta Weight Watchers, dieta del fantino, dieta punti, dieta dissociata, dieta mediterranea, dieta no-carbs, dieta a base di minestrone, yogurt, limoni ecc, altro non sono che il risultato della Moderna Alchimia che non cerca più la Pietra Filosofale bensì il il modo più rapido e comodo per disintegrare ciccia.

Da sempre i personaggi dello spettacolo sono specialisti in diete e quindi dispensatori di saggi e intelligenti consigli.

Il regista George Miller, per esempio, una volta confessò:

- “Sono otto anni e mezzo che faccio la dieta Valium. Se prendi abbastanza Valium, ti aiuta a perdere peso. Non ti calma veramente l’appetito, ma la gran parte del cibo ti cade sul pavimento.”

Il  tenore Harry Secombe   suggeriva lapalissiano:

Questo è il mio consiglio, se insisti a voler dimagrire: mangia quanto ti pare, soltanto non inghiottire.”

Purtroppo anch’io sono tendente ad ingrassare, e quindi dovrei vivere perennemente a dieta.

Per fortuna i dolci non mi piacciono particolarmente, la visione di una brioche non mi fa venir l’acquolina né m’induce in tentazione.

Io ho “fame” soprattutto di pastasciutta, pizza, bruschetta, focaccia, pane e olio, pane e maionese, pane e salame, pane e burro, pane e formaggio.
Diciamo che il mio sogno sarebbe la dieta PP&B: Pane, Pasta e Basta.

Anche la mia figlioccia Anna è sempre a dieta.

L’estate scorsa, durante un pantagruelico pranzo in campagna, mentre io fissavo sconsolata il mio piatto contenente due fette di pomodoro e una foglia di lattuga dall’espressione molto arcigna, Anna mi disse:
-“Dovresti fare come me, che invece di mangiare l’antipasto, il primo e il secondo, ho preso solo i tortellini così mi han fatto da piatto unico.”

Io risposi in un tono che intendeva essere spiritoso, ma che risultò solo isterico:
-“Sì, ho visto: però di piatti di tortellini ne hai presi tre.”

E la fanciulla ribattè soave:
-“Appunto: l’antipasto, il primo e il secondo.”

Pure la mia amica Carlotta segue una dieta tutta sua; una sera a cena al ristorante ordinò contemporaneamente due dessert diversi.
Mentre li divorava con espressione goduta, così rispose agli sguardi di scandalizzato rimprovero di tutti i convitati: -“Però li sto mangiando senza pane!”

   È indubbio che le persone paffute vivrebbero molto meglio se non esistessero le persone magre: avere un magro nei dintorni, uomo o donna che sia, vuol dire sentirsi ripetere in continuazione: -“Quando cominci a fare una dieta seria?”

Ad un certo punto bisogna abbozzare e dire umilmente:
- “Va bene: da lunedì mi metto a dieta.”

E poi non farlo, servendosi però, da perfetti Dietofobi, di ottime giustificazioni.

Ad esempio, si può puntare sulla psicologia, tema sempre di grande effetto.

Per alcuni “dietopsicologi” di scuola americana, la la golosità non è altro che un rifugio emotivo: il segno che qualcosa ci sta divorando dall’interno.

Quindi:

- ”Mangio tanto perché sono nervoso”
– ”Mangio perché sono in tensione per gli esami (il lavoro, la carriera ecc.)”
– ”Mangio molto zucchero perché sono carente d’affetto”, frase questa da dirsi lanciando un’occhiata d’accusa a chi dovrebbe darci affetto al posto di calorie.
– ”Mangio perché sono allegro: a me il buon umore fa venir fame.”
– ”Mangio perché sono arrabbiata: a me il cattivo umore mette appetito.”

Se la psicoanalisi non funzionasse, tentare le scusanti patetico-aggressive:

- ”È inverno, fa freddo: come posso non mangiare qualcosa di caldo come una pastasciutta?”
– ”È estate, fa caldo: se non mangio un po’ di pasta mi viene il calo di zuccheri e svengo.”
– ”A causa del mio lavoro sono sempre invitato a pranzo e cena fuori: vuoi che faccia la figura del maleducato e digiuni?”
– ”Come puoi pretendere che IO stia a dieta quando devo cucinare ogni santo giorno manicaretti per TE?”
– ”Non sono grasso: sono i vestiti che ti ostini a comprarmi che sono stretti.”
– ”Il grasso è stato nella mia famiglia per generazioni: vuoi che proprio IO sia il primo a interrompere la tradizione?”

Consigliabile è anche lo sfoggio di giustificazioni acculturate:

- ”Mangiamo e beviamo, tanto domani verrà la morte” (San Paolo)
- ”Più uno ingrassa, più diventa saggio: pancia e saggezza crescono sempre insieme” ( Dickens)
- ”È difficile discutere col ventre, che non ha orecchie” (Catone il Censore)
- ”Lo stomaco è il suolo su cui germoglia il pensiero” (Rivarol)
- ”Le afflizioni si sopportano meglio a stomaco pieno” (Mateo Alemàn y de Enero)

Oppure, alla fine, si può  spiazzare tutti esclamando ad alta voce le trionfanti parole dell’attore Jack Klugman:

- “Mi piace essere grasso, mi piace il mio grasso! Mi tiene caldo, mi tiene compagnia, mi tiene su i pantaloni!

Ma se proprio non trovate scuse, provate a seguire quelle che ho battezzato Diete 2.0.

Usate l’A.O.A. (Astuto Ottico Autoinganno)

Non è detto che dimagrire significhi non ingerire cibi ipercalorici: l’importante è laquantità.
Quindi, come astutamente suggeriscono i dietopsicologi americani, se volete diminuire di peso fate uso di piatti piccoli: una porzione di lasagne al forno adagiata su un piattino da caffè o un risotto ai quattro formaggi servito in una tazzina da pinzimonio non vi faranno ingrassare.
Potrete perfino bere del vino e mangiare una torta, se scipperete a vostra figlia o alla vostra sorellina un bicchierino e una teglia della cucina di Barbie.
Ma il massimo appagamento ottico lo otterrete osservando da circa 20 cm. di distanza e attraverso un binocolo il desco così apparecchiato.

Giocate coi cibi

L’idea di nutrirsi solo di verdure crude e scondite può essere deprimente; quindi utilizzate la vostra fantasia ludica tramutando per mezzo di un coltellino affilatissimo (i bisturi sono creati all’uopo) banali carote in obelischi accuratamente istoriati da bassorilievi riproducenti scene mitologiche; ravanelli in fiorellini; pomodori in cestini filigranati; cetrioli in divertenti, lunghe spirali.
Oppure prendete dei chicchi di mais bollito e dei piselli e fatene dei mosaici variopinti di dimensione cm. 5 x 5; poi bendatevi gli occhi e, con uno stuzzicadenti, cercate in tre minuti esatti di infilzare un chicco o un pisello alla volta (alternati, sennò non vale!) Più riuscirete a infilzarne, più ne mangerete.

Autosuggestionatevi

Quando vi sedete a tavola di fronte al vostro pasto dietetico, imparate a ripetere ad alta, altissima voce:
“Questo non è uno stupido vasetto di yogurt magro, ma un cremosissimo gelato crema e cioccolato!”.
“Questa non è una triste foglia di lattuga, ma un mega piatto di trenette al pesto!”.
“Questo non è un misero gambo di sedano, ma un cosciotto d’agnello gocciolante olio!”.
“Io sono una capretta, bèèèèè, e adoro brucare l’erbetta scondita, bèèèèè!”.
Smettete solo quando vedrete i vostri congiunti digitare furtivamente il numero del più vicino Centro di Salute Mentale.

Mangiate almeno 6 volte al giorno

Chi dice che perdere peso sia obbligatoriamente legato al saltare i pasti?
Spesse volte invece, più spesso si mangia, più in fretta si dimagrisce, come assicura l’inglese dott. Philip Gorden. Innanzitutto, afferma, bisogna far precedere alla dieta 48 ore di digiuno quasi assoluto, concedendosi solo acqua non gasata. Poi iniziare:
H.8: tè o caffè senza zucchero. H.11: mezzo grissino. H.13: mezzo pugno di riso bollito e un’arancia. H.17: tè o tisana senza zucchero. H.20: insalata verde completamente scondita. H.23: una tazzina di consommé.
“Ad un certo punto – dice Gorden – non avrete più coscienza di essere a dieta”.
Infatti – dico io-  la coscienza l’avrete persa del tutto e vi risveglierete tranquilli in un lettuccio d’ospedale con una flebo di glucosio attaccata al braccio.

La dieta di patate

Inventata una quarantina d’anni fa dal prof. Rosenfeld, tedesco (nel caso ci fossero dubbi…).
H.8: caffè amaro. H.10: piccola patata lessa. H.13: 100 gr. di purè fatta con metà acqua e metà latte magro. H.17: grande patata lessa. H.20: 100 gr. d’insalata di patate.
Vi consiglio di interrompere la dieta appena la pelle del viso diventerà grigia e spessa, cominceranno ad apparire i primi germogli sulle gote e sul naso e verrete assaliti da un grande desiderio di essere sepolti vivi in piena terra.

(Ginou Choueiri)

Ginnastica per chi non ha tempo

Se non avete tempo per la palestra e causa lavoro trascorrete mezze giornate seduti in macchina, ecco cosa mi ha consigliato un istruttore di strekking: aspettate il verde del semaforo, tirate lentamente e completamente (vabbé…) in dentro l’addome spingendo in alto il diaframma, poi rilasciatelo poco a poco: dopo una centocinquantina di semafori il vostro ventre, assicurano, diventerà piatto e duro come il marmo.
E sapete perché che i cavallerizzi hanno sempre sederi magri e sodi? Perché rimbalzano in continuazione sulle selle.
Potrete ottenere gli stessi risultati anche se non avete sottomano un equino, ma siete costretti a stare per ore ad una scrivania in ufficio; seduti, rimbalzate una ventina di volte all’ora sulla sedia usando una certa violenza.
Poi scrivetemi e raccontatemi dettagliatamente le espressioni dei vostri colleghi mentre compivate la manovra.

© Mitì Vigliero

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