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Teatro e Appetito: Ricette di Antichi Artisti Ghiottoni

di Placida Signora - 29 novembre 2011

Il rapporto Teatro-Appetito ha origini antiche: nel XVI secolo, quando i cosiddetti “guitti istrioni” insieme ad altri attori peripatetici della Commedia dell’Arte giravano sui Carri di Tespi facendo le piazze” di città e villaggi, era in voga il detto “Essere affamato come un commediante“.

La Fame era infatti la vera Prima Attrice di queste compagnie teatrali e non per nulla l’onnipresente personaggio dello Zanni (il servitore, come Arlecchino Pulcinella) ha come prima caratteristica quella di possedere un appetito formidabile e mai saziato.

Durante le recite, sulle tavole imbandite dei palcoscenici deambulanti facevano bella mostra i polli cartaginesi – bipedi di gesso o cartapesta verniciati di color noce scuro – insieme a biscotti e torte di legno, spaghetti letteralmente fatti di spago e frutta di cera.

Ma in realtà i poveretti mangiavano pochissimo causa pochissimo guadagno; e spesso, se si trovavano in una piazza di campagna, pittosto che in monete preferivano farsi pagare con uova, vino, frutta, formaggio e polli. Veri.

Una paura atavica, quindi, quella del digiuno, anche se Compagnie uscite dall’incubo della “gavetta”, affermate e quindi molto più tranquille dal punto di vista economico, iniziarono presto a far portare in scena vivande vere e appena cucinate in trattorie vicine.

Attrici quali Sarah BernhardtEleonora DuseEmma GramaticaLydia Borelli Dina Galli, giunte all’apogeo del successo, da vere Dive sulla scena si rifiutavano persino di fingere di sorseggiare la classica acqua colorata facente funzione di vino o champagne, ma ne esigevano per contratto bottiglie DOC.

E tanti furono gli artisti ghiottoni passati alla storia anche per aver inventato ricette strepitose.

Ad esempio il celebre attore dell’Ottocento Antonio Papadopoli (Zara 1815 – Verona 1899), che nel 1886 pubblicò un librino di ricette intitolato “Gastronomia sperimentale“, inventò i Gamberi farciti di Prosciutto.

La ricetta era semplicissima. Nutriva a sazietà dei gamberi con pezzetti di San Daniele e appena questi avevano finito di mangiare, li buttava in pentola facendoli bollire in un brodeto di pesce.

Altro ghiottone gourmet fu Gioacchino Rossini che un giorno, nella sua Villa Bazar a Passy, cucinò e servì il Timballo di Maccheroni à la Rossini ad Alexandre Dumas (pure lui gran mangione) il quale lo definì “Un sublime poema culinario“.

La ricetta è davvero una deliziosa sinfonia ipercalorica.

Bollire i maccheroni in brodo di cappone, quindi farcirli uno a uno con un ripieno composto da prosciutto di York, essenza di tartufo del Périgord, carne di cappone e besciamella.

Disporli a strati in una teglia, coprirli di formaggio grana e rigaglie di pollo tritate e rosolate.

Gratinare nel forno, servirli caldissimi e mangiarli, sentendosi tanto adepti dell’Arte della Gola.

© Mitì Vigliero

Quando Un’Immagine Vale Più di Mille Parole

di Placida Signora - 28 novembre 2011

 

 

Perché si Dice: Fare il Portoghese

di Placida Signora - 25 novembre 2011

Giovanni Paolo Pannini Teatro Argentina

Fare il portoghese” indica quel genere di “furbetto” che utilizza servizi vari (trasporti, impianti sportivi, spettacoli, partite di calcio, concerti ecc),  senza pagare il biglietto.

All’epoca del re Giovanni V di Braganza  detto il Magnifico, il Portogallo era una nazione fiorente, ricca e potentissima.

Aveva ambasciatori in ogni paese europeo e, ovviamente, il più importante si trovava a Roma - allora sotto il governo dei Papi –  presso la Santa Sede.

Uno di questi ambasciatori fu un tal Monsignor Castro, che nel XVIII secolo fu a Roma per lungo tempo, vivendo in Largo di Torre Argentina.

Grande appassionato di musica, sembra sia stato lui a convincere la nobile famiglia Sforza Cesarini a costruire il Teatro omonimo  del Largo; teatro nel quale gli appartenenti alla Comunità Portoghese residenti a Roma potevano gratuitamente entrare per assistere agli spettacoli o partecipare ai ricevimenti.

Bastava solo che, al momento dell’ingresso, dichiarassero la loro nazionalità.

Fatto sta che, ogni volta, al botteghino si presentavano centinaia e centinaia di persone le quali, pur con accento da far invidia a Trilussa, Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, pretendevano di entrare “a gratis“ dichiarandosi tutti cittadini portoghesi.

Quindi i portoghesi, poveretti, non c’entrano niente: il “merito” del detto è tutto dei romani.

© Mitì Vigliero 

(Il quadro in alto è di Giovanni Paolo Pannini: Festa al Teatro Argentina per le nozze del Delfino di Francia)

 

Il Freddo: Proverbi e Modi di Dire

di Placida Signora - 23 novembre 2011

Potrà fare un freddo “cane, “boia”, persino un “ freddo ladro”, ma forse in qualche modo potremmo sempre difenderci più facilmente da lui piuttosto che da chi, con tono “freddo come il ghiaccio” ci spara “a freddo” una brutta notizia, un insulto, una minaccia,  sciogliendo magari “come neve al sole” la nostra felicità e le nostre speranze.
Sono momenti in cui “cala il gelo” tutt’attorno, e persino la nostra anima s’agghiaccia divenendo “fredda come il marmo”.

Dicono che “Dio manda il freddo secondo i panni”, cioè sottopone ogni uomo a prove e dolori adeguati alla sua capacità di sopportazione; ma talvolta il sospetto di venire un tantinello sopravvalutati può davvero far “sudare freddo”.

Meteorologicamente parlando invece, in questa stagione è ovvio che faccia freddo, che nevichi, che geli; sarà anche vero che, come dicono i pisani “’Ver che para ‘r freddo para anco ‘r cardo”, ciò che ripara dal freddo ripara anche dal caldo (chissà se girare ad agosto in città con berretto e  pelliccia funziona?), ma di sicuro hanno ragione i varesotti quando assicurano con un certo umorismo surrealista che “Ul frecc’ al séntan anca i sturni”, il freddo lo sentono anche i sordi.

Proverbi dell’Europa del Nord recitano lugubri “Contro il freddo poco giova tremare ma solo pregare”; “Nel freddo s’impara a tremare, e nella sventura a piangere”; “Il freddo fa la prova generale della morte”.

Ma è logico che il freddo ispiri sovente tristi pensieri, è una cosa collegata alla vita stessa: “Tutti nascon caldi e muoion freddi”.

L’odio è gelido e l’affetto è caldo, così, per definizione naturale; un “amore freddo” è orribile, così come un “caloroso nemico” inquietante, mentre dei “piedi freddi” danno di certo più noia che delle “mani calde”.

E a proposito di temperature di mani, Pitigrilli scriveva: “Mano fredda, cuore caldo. Anche in francese si dice così; anche in russo, anche in arabo. Ciò dimostra che l’imbecillità è universale”.

Infine poi non è mica detto che il freddo sia sempre sgradevole.

Nel campidanese infatti esiste il detto sorridente “Acqua e frius, annada de pipius”, pioggia e freddo annata di bambini, perché quando fa brutto tempo e fa freddo si sta tanto volentieri in due dentro un lettone caldo.

In Friuli invece consigliano un altro metodo per scaldarsi, leggermente meno romantico: “Quattro bicchieri fanno una bottiglia e tre litri fanno un tabarro” e magari fanno anche un fegato così, ma è difficile sottilizzare quando  il termometro segna meno venti gradi, e bisogna per forza affrontare quello che a Milano definiscono “On frecc de biss”, un freddo da biscia.

Vabbè che i friulani dicono anche “Cui ch’el à cjalt al è malàt, cui ch’el à frèt ‘l è inamoràt”, chi ha caldo è ammalato, chi ha freddo è innamorato; mentre barbelliamo alla fermata di un tram che non arriva mai, battendo i denti e col naso talmente congelato che pare proprio sul punto di staccarsi, potremmo sempre consolarci pensando che quei brividi probabilmente son tutta colpa di Cupido, e riscaldarci almeno il cuore.

© Mitì Vigliero

L’Italia dalle Strane Porte: Suonatrici, Barometriche, Diaboliche, Inquietanti, Oscene e Animaliste

di Placida Signora - 22 novembre 2011

(Foto © Luca Cerini)

Roma, nel Battistero di San Giovanni in Laterano, c’è una porta che suona; proviene, si dice, dalle Terme di Caracalla.
Aprendone lentamente i battenti, facendoli girare pian piano sui cardini, s’innalzano note diverse che persistono nell’aria come un soave accordo d’organo.

Il suono è prodotto dall’attrito sui perni del grande peso dei battenti, 750 kg l’uno, e dalla particolare composizione del metallo in cui sono forgiati: bronzo e argento.

Un tempo ascoltarla, mossa faticosamente dai custodi, era la gioia di tutte le scolaresche lì in gita; ora pare non sia più possibile per motivi di stabilità. Dicono.

In Lombardia invece, subito fuori Bergamo e sulla strada che porta a Seriate, c’è una diabolica porta che annuncia i temporali.

Si tratta in realtà di un arco di marmo con funzioni da portale, che un tempo faceva parte di una villa chiamata Celadina; la leggenda del Portone del Diavolo è ben raccontata qui ; e il terribile odore di zolfo  pare si senta fortissimo anche oggi, ogni volta che sta per arrivare un temporale.

Un barometro perfetto.

Un altro Portone del Diavolo è nel centro di Torino, nel Palazzo Trucchi di Levaldigi oggi sede della Banca Nazionale del Lavoro.

Tutto il palazzo in realtà ebbe anticamente una fama sinistra, tanto da meritarsi l’appellativo completo di Palazzo del Diavolo.

Il conte Giambattista Trucchi di Levaldigi lo costruì nel 1673 su un terreno consacrato appartenente agli Agostiniani e lì dentro accadero cose da babàu come il misterioso assassinio di una ballerina, tale Emma Cochet,  in una festa del Carnevale 1790 durata tre giorni ininterrotti o, nel 1817, la sparizione del Maggiore Melchiorre du Perril, entrato un attimo nel palazzo portando dei documenti segretissimi e mai più uscitone.

dettagli di tutte e due le storie sono raccontate da Alberto Fenoglio , qui.

Ma quello che più sconvolse la popolazione sabauda fu, nel 1675, la messa in opera in una sola notte del grandioso portone intagliato al centro del quale, come battente, spicca e luccica la spaventosa  faccia di Satana con corna e gran bocca spalancata contenente due serpenti.

Porte inquietanti sono pure quelle delle case di Borzonasca (Ge), in particolare nella zona vicino all’abbazia di Borzone.
Negli stipiti sono incastrate antichissime teste di pietra, messe lì come probabile retaggio del cordiale uso celtico di mozzare i crani ai nemici e appenderli come trofei, o un omaggio ai Lari familiari, o mera scaramanzia.

La porta dal nome più malizioso è invece la milanese Porta Tosa (oggi Porta Vittoria).

Su di essa vi era una scultura detta “La Tonsa” la quale raffigura una donna che, sollevando la veste davanti, si “tosava” le pudende con un paio di forbici.

Rimase al suo posto sino al ‘500, quando fu tolta per volere di San Carlo Borromeo e, dopo varie peregrinazioni, fatta approdare nel Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco.

Infine, assai curiosa e molto animalista è la storia della Madonna della Gattaiola, bella tavola dipinta del XV secolo e conservata nella chiesa di San Giorgio a Montemerano (Gr).

Prima o dopo esser stata dipinta, la cosa non è chiarissima, fu usata come semplice uscio di un’abitazione, come dimostra lo spazio per i cardini e  una porticina rotonda  in basso dalla quale l’amato gatto di casa poteva entrare e uscire a suo piacimento.

© Mitì Vigliero

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