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Ricette di Casa Placida: Spiedini d’Involtini di Lonza

di Placida Signora - 30 settembre 2011

Una ricetta che mi piace molto, profumata e golosa. Si può fare anche con fettine di vitello, se non amate la carne di maiale.

Per 4:

600 gr di fettine sottili di lonza di maiale
100 gr di prosciutto crudo
 40 gr di uvetta
40 gr di capperi
30 gr di pinoli
1 spicchio d’aglio
rosmarino
origano
brodo vegetale
vino bianco
olio
sale
pepe
stecchini da spiedino

Battete bene le fettine e tagliatene leggermente i bordi per far loro assumere forma più o meno rettangolare.

Tritate nel mixer i ritaglini di carne, il prosciutto, capperi, l’uvetta (che avrete prima ammorbidito in acqua tiepida e poi ben strizzato), i pinoli, una bella presa d’origano.

Spalmate il composto sulle fettine, arrotolatele con cura e fatene degli involtini che infilzerete sugli stecchini da spiedino (3 o 4 per stecchino).

In un tegame bello largo e coi bordi un po’ alti scaldate 4 cucchiai d’olio con un paio di rametti di rosmarino, poneteci gli spiedini e rosolatele allegramente.

Quando saranno coloriti: salateli e pepateli, bagnateli con un bel bicchiere di vino bianco tiepido, togliete il rosmarino, coprite il tegame, abbassate il fuoco e cuocete dolcissimamente per almeno un’oretta, controllandoli spesso e bagnandoli con mestolatine di brodo appena vedrete il fondo di cottura asciugarsi troppo.

Dovranno risultare morbidi e immersi con una buona quantità di sughino che sarà meraviglioso, alla fine, da pucciare col pane (sì, in Casa Placida è concesso, anzi, obbligatorio pucciare i sughi col pane ;-)

© Mitì Vigliero

La Misteriosa Fanciulla della Via Appia: Storia di un Bellissimo Cadavere

di Placida Signora - 28 settembre 2011

Era il 18 aprile del 1485, lunedì, quando alcuni operai che cercavano del marmo nel terreno di un casale al sesto miglio circa della via Appia, vennero inghiottiti da una voragine apertasi all’improvviso sotto di loro, causata dal crollo di una volta in mattoni appartenente a una tomba d’epoca romana.

All’interno venne rinvenuto un sarcofago, uno dei tanti che venivano alla luce su quella strada che dagli antichi romani veniva usata come cimitero monumentale e, dai loro posteri, come self service di preziosi materiali da riciclare nelle loro costruzioni.

Ma questo sarcofago riservava un’incredibile sorpresa: un cadavere femminile perfettamente conservato e così descritto dall’umanista fiorentino Bartolomeo Fonte:

“Un corpo disposto bocconi, coperto d’una sostanza alta due dita, grassa e profumata. Rimossa la crosta odorosa, apparve un volto di così limpido pallore da far sembrare che la fanciulla fosse stata sepolta quel giorno. I lunghi capelli neri aderivano ancora al cranio, erano spartiti e annodati come si conviene a una giovane e raccolti in una reticella di seta e oro.
Orecchie minuscole, fronte bassa, sopraccigli neri, infine occhi di forma singolare sotto le cui palpebre si scorgeva ancora la cornea. Persino le narici erano ancora intatte e sì morbide da vibrare al semplice contatto di un dito.
Le labbra rosse, socchiuse, i denti piccoli e bianchi, la lingua scarlatta sin vicino al palato. Guance, mento, nuca e collo sembravan palpitare. Le braccia scendevano intatte dalle spalle sì che, volendo, avresti potuto muoverle. Le unghie aderivano ancora alle splendide lunghe dita delle mani distese.
Petto, ventre e grembo erano invece compressi da un lato e dopo l’asportazione della crosta aromatica si decomposero. Dorso, fianchi e il deretano invece, avevano conservato i loro contorni e le forme meravigliose, così come le cosce e le gambe che in vita avevano sicuramente presentato pregi anche maggiori del viso.”

Il 19 aprile, come scrisse lo storico Gaspare Pontani:

“Martedì fu portato lo detto corpo in casa delli conservatori (Palazzo dei Conservatori in Campidoglio), et andava tanta gente a vederlo che pareva ce fusse la perdonanza (indulgenza plenaria), et fu messo in una cassa de legname e stava scoperto; era corpo giovanile, mostrava da 15 anni, non li mancava membro alcuno, haveva li capelli negri come si fusse morto poco prima, haveva una mistura la quale si diceva l’haveva conservato con li denti bianchi, la lengua, le ciglia; non se sa certo se era maschio o femina, molti credono sia stato morto delli anni 700″

Furono più di 20.000 le persone che solo quel giorno si recarono a vedere quel corpo misterioso, rimanendo affascinate sia dalla bellezza della ragazza, sia dal mistero che l’avvolgeva.

Papa Sisto VIII però non gradì tanta ammirazione nei confronti di una donna pagana, oltretutto nuda; così la notte dopo fece trafugare il cadavere ordinando che venisse, a seconda di cosa riportano le fonti, o seppellito in una località segreta a Muro Torto dove venivano inumati i non cristiani, o scaraventato nel Tevere.

Chi fosse stata in vita quella fanciulla, nessuno riuscì a scoprirlo; il monumento funebre sopra la tomba era da tempo stato distrutto e il sarcofago non presentava iscrizioni.

Qualcuno suppose potesse trattarsi di Tulliola, l’adorata figlia di Cicerone; ma di sicuro e preciso, non si seppe mai nulla.

Di lei rimasero soltanto un disegno di anonimo autore che la ritrasse quel 19 aprile del 1495 prima del “trafugamento”, e un fascinoso ricordo leggendario.

© Mitì Vigliero

Storie Genovesi d’Antan: L’Antenna del Burlando

di Placida Signora - 26 settembre 2011

Via Fieschi è la strada a sinistra. Quella a destra oggi è così
(Cartolina della collezione Stefano Finauri
)

Il 23 gennaio del 1934 si svolse nella Pretura di Genova un processo civile che appassionò e coinvolse tutti gli abitanti del quartiere di Portoria, soprattutto quelli residenti in via Fieschi.

In questa strada infatti, al numero civico 23, abitava un noto farmacista, Luigi Burlando; personaggio colto, brillante ed estroso, continuava a modificare la sua alta palazzina - già considerata “audace” nella forma liberty – facendo aggiungere sulla facciata  poggioli, terrazzini, verandine, bowindini decorati con enormi statue di pietra: putti, damine, angioletti, ninfe, sirene, arabe fenici, uccelli, animali d’ogni sorta che brulicavano ovunque.

Ma vero capolavoro era il tetto, citato persino dalle guide turistiche dell’epoca come “Belvedere di via Fieschi”, poiché da lassù si godeva una vista davvero impagabile.

Pur non essendo enorme, aveva da un lato una torre simile a quella d’un castello di fate; ai piedi di questa un giardino pensile pieno di piante, con al centro una grande fontana illuminata.

Nel giardino un “Viale della Saggezza” fiancheggiato dai busti in pietra di Platone, Cristo, Leonardo, Mazzini, Dante, Omero eccetera e infine, un tempietto romano dedicato al “Risorto genio di Roma”.

Un bel giorno il Burlando decise di fare innalzare sulla torre un’antenna alta 33 metri; gli abitanti di via Fieschi, già da tempo preoccupati per le continue “bellurie” poste al palazzotto, denunciarono la cosa ai Lavori Pubblici, anche perché l’antenna di dimostrò essere in realtà una colonna di pietra.

Arrivò un Ispettore e chiese al Burlando a cosa diavolo gli servisse l’antenna.
-“E’ l’asta per la bandiera”, rispose serafico il farmacista.
-“Ma così alta?”
-“Certo: ho intenzione di far vedere il tricolore sino in Corsica”.

E come risposta all’Ispettore che per iscritto gli sottomise ufficialmente le preoccupazioni sue e dei genovesi sulla pericolosità dell’antenna troppo alta e instabile e che avrebbe potuto crollare e causar gravi danni, il Burlando aggiunse alla base di questa la statua di un bambino che la tratteneva con ambo le mani, mostrando nel contempo la lingua facendo boccacce.

Da qui la convocazione in Tribunale, dove il 30 gennaio  fu condannato a pagare 450 lire di ammenda e obbligato a rimuovere, entro sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza, sia l’antenna, sia le statue sfottenti, sia tutte quelle della facciata giudicate pericolose per dimensione e poca stabilità.

Burlando fece ricorso e contemporaneamente aggiunse sul tetto un’altra statua in pietra, quella di un “battùso” (monello) che con le mani faceva “marameo” rivolto ai passanti perplessi.

Ripartirono le denunce, ma a por fine ai litigi pensò la famosa tramontana genovese la quale, nella notte del 3 marzo 1935, soffiando a 80 km all’ora divelse l’antenna di pietra che crollando dal tetto sulla strada – miracolosamente a quell’ora deserta – lungo il tragitto della rovinosa caduta decapitò, tranciò e mutilò anche la miriade di ninfe, putti, damine, sirene e animali della facciata.

Il Secolo XIX il giorno dopo scrisse:

E’ mera fortuna che qualche statua non sia andata a turbare le idee di qualche passante, cadendogli sulla testa.
Fra i curiosi che subito dopo la caduta dell’antenna avevano affollato via Fieschi, abbiamo notato il signor Burlando.
Sembrava un po’ arrabbiato
”.

© Mitì Vigliero

Cosa si stanno dicendo?

di Placida Signora - 24 settembre 2011

(Una delle magnifiche foto di André Villeneuve)

Via Abbi Pazienza: Storia di una Strada Pistoiese

di Placida Signora - 21 settembre 2011

(foto©Giovanni Novara)

Nel centro storico di Pistoia ci sono strade dai nomi decisamente curiosi; ad esempio esiste una Via del Can Bianco, dedicata al botolo che in una notte del ‘300, abbaiando come un dannato, svegliò la Contrada dei Cancellieri salvando gli abitanti da un agguato della fazione nemica.

Oppure Via delle Pappe, in cui il termine “pappe” indica gli intrugli medicamentosi che venivano ammanniti ai ricoverati dell’antico Ospedale del Ceppo che lì si trovava ; oppure ancora Via dell’Acqua, che indicava l’unica locanda della città che nel Trecento aveva già il modernissimo servizio dell’ “acqua in camera”, ossia l’acqua arrivava nelle stanze attraverso un secchio legato a una corda che tramite una carrucola posta fuori dalla finestra finiva direttamente in un pozzo.

Ma di certo la strada che possiede il nome più affascinante è Via Abbi Pazienza.

Tutto risale all’epoca delle lotte fratricide fra Guelfi bianchi e neri, all’epoca del dantesco Vanni Fucci (Dante, Inferno, XIV); periodo in cui omicidi, processi improvvisati e azioni terroristiche nate tutte da una diversa ideologia politica, erano all’ordine del giorno.

Una spiegazione del nome di quella via vuole che un gruppo di Neri, che si era salvato dal boia, trovandosi nel quartiere nomato Canto de’ Rossi (i de’ Rossi erano una potentissima casata guelfa nera) vicino all’unica  casa rimasta indenne dagli incendi appiccati dai Bianchi, incidesse su ciascuno dei quattro angoli dell’edificio questa frase autoconsolatoria:

L’omo si muta.
Perché?
Per lo meglio.
Abbi pacienza
”.

 Il motto, sbiadito ma visibile sino a poco tempo fa su una pietra murata su una fontanella pubblica, diede da allora il nome alla strada.

Però lo studioso Bruno Bruni, nel “Bullettino Storico Pistoiese”, raccontò un’altra storia estremamente più affascinante e scenografica.

Era una notte buia e tempestosa.

Uno dei maggiorenti della Nera famiglia de’ Rossi, aveva avuto una soffiata che gli preannunciava l’arrivo del suo peggior avversario Bianco: l’ignaro tapino sarebbe passato, da solo, “sulla deserta china tra San Filippo e il Carmine”.

Il de’ Rossi assetato di vendetta e pieno di rabbia s’acquattò, nascosto da un mantello col cappuccio e stringendo fra le mani un affilato pugnale, all’angolo della china, proprio dove si trova la fontanella di cui sopra.

L’attesa fu spasmodica.

Finalmente udì un rumore di rapidi passi e vide l’ombra d’un uomo intabarrato.
Allora gli si scagliò contro brandendo il pugnale ma il passeggero, velocissimo, con uno scatto del braccio deviò il colpo scaraventando lontano l’arma e scoprendosi il viso.

Il de’ Rossi, raggelato, s’accorse allora che quel volto non apparteneva al suo avversario, bensì al suo amico più caro; e guardandolo fisso negli occhi, contrito e tremante non trovò di meglio che dirgli: “Abbi pazienza…”.

L’amico, gentile e comprensivo, raccolse da terra il pugnale, lo riconsegnò al de’ Rossi e s’allontanarono insieme nella notte scura, chiacchierando amabilmente sul come far fuori una buona volta – e con più attenzione – gli odiati Bianchi.

© Mitì Vigliero


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