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Annunciazio’

di Placida Signora - 24 agosto 2011

Voi fate i bravi.
Un bacio e a presto!

Mitì 

Noli: La Gloriosa e Libera Quinta MiniRepubblica Marinara

di Placida Signora - 23 agosto 2011

Quando Gesù e Pietro andavano in giro per il mondo, accadeva che là dove il Signore si addormentava sorgesse un paese.

Una notte arrivarono in una piccolissima baia della Liguria di Ponente e Gesù, pieno di sonno, decise di dormirvi.
Ma Pietro gli disse: “Noli facere! (non lo fare, ndr) . Non vedi che c’è troppo poco spazio per un paese?”.

Ma Gesù gli rispose “Bene, così ci sarà meno spazio anche per i peccati”.
E in memoria delle parole di Pietro il paese che nacque si chiamò Noli.

Così narra la leggenda ma comunque sia, a passeggiare ora per le sue belle stradine antiche di minuscolo paesino di mare, pare incredibile  pensare  che lì vi sia stata tanta storia concentrata tutta a cercare l’indipendenza da ogni padrone.

Nel 217 aC, completamente distrutta dai cartaginesi invidiosi, Noli non si perse d’animo e si ricostruì diventando un municipium piccolo, ma tanto potente da essere ufficialmente riconosciuto e rispettato da Roma.

Nel 641 d.C.  venne nuovamente distrutta e stavolta dai Longobardi; a ‘sto punto Noli s’incavolò e decise di munirsi di mura e torri “antiforesti” (“foresto” per un ligure è qualunque essere che viva oltre i confini della sua città); ora di torri ne restano solo 8, ma nell’XI sec. erano addiritttura 72.

Però totalmente libera non riusciva ancora ad esserlo, visto che divenne feudo dei savonesi Carretto; e avere quei marchesi sul cranio non le andava proprio giù. Così pensò di cercare aiuto altrove iniziando a guardare con simpatia verso Genova che allora voleva impadronirsi di Spotorno, proprietà del vescovado di Savona nonché acerrima nemica di Noli.

Per ingraziarsi i genovesi, i nolesi nel 1120 devastarono Spotorno consentendo alla Superba di accaparrarsela per un tozzo di pane; in cambio ottennero l’aiuto per sbarazzarsi definitivamente dei Carretto e quando nel 1169 Capo Noli venne dichiarato confine estremo della  Repubblica Genovese, Noli colse la palla al balzo per confederarsi ufficialmente con lei e dichiararsi prima Libero Comune e poi, nel 1192, Repubblica  Indipendente al pari di Genova, Amalfi, Pisa e Venezia, diventando in tal modo a tutti gli effetti la Quinta Repubblica Marinara.

Iniziò così un lungo periodo felice.
Abilissimi maestri d’ascia costruivano  navi agili e veloci perché la minuscola Repubblica era prolifica madre di grandi naviganti: un nome per tutti, Antoniotto Usodimare, vulgo Antonio da Noli, che nel 1460 scoprì le isole di Capoverde.

Sempre moralmente fedele alla Superba, con  la quale  aveva anche combattuto nelle spedizioni antislamiche in Spagna e nelle Crociate del Levante, ottenne sostanziosi privilegi commerciali e mercantili dal re di Gerusalemme e dalla stessa Genova.

Si viveva molto bene in quella microscopica Repubblica ricca, alacre e sicura, dominata dall’alto da un castello così inerpicato sul monte Ursino da impressionare persino l’Alighieri che, secondo la tradizione, lo prese come “progetto” della forma del suo Purgatorio.

Nel 1797, con la distruzione delle Repubbliche da parte di Napoleone,  forse non tutti sanno che  l’ultima ad arrendersi fu proprio Noli, la più ostinata e gloriosa mini Repubblica Marinara che sia mai esistita.

© Mitì Vigliero

(©Corma)

“Impipatene, e guarda in alto”: Storia di un Moderno Feudatario.

di Placida Signora - 22 agosto 2011

Giuseppe Visconti di Modrone (1879-1941) fu uomo dotato di inventiva geniale e interessi poliedrici.

Sposato a Carla Erba, figlia dell’industriale farmaceutico, si dilettava ad inventar profumi che poi faceva battezzare a D’Annunzio (Acqua di Fiume, Subdola, Tabacco d’Harar, Dimmi di sì ecc); appassionato di sport fu presidente dell’Intermelomane accanito fu sovrintendente alla Scalaintenditore d’arte, era a sua volta pittore di certo pregio.

Alla fine dell’Ottocento la sua famiglia ricevette in eredità un castellocostruito nel 1395 dall’ava Beatrice.

Il maniero era imponente, ma estremamente malridotto; il terreno, popolato da vetuste casupole contadine, squallido e triste.

Ma Giuseppe ebbe un’idea per renderlo unico nell’aspetto e utile alla società.

Convocato il celebre architetto liberty Alfredo Campanili gli disse che occorreva rimettere a nuovo il castello , la chiesa, le strade, tirar su nuove case, edificare botteghe che servissero da scuola artigiana, ricostruire il verde attorno: insomma, creare un intero paese operante e abitato, ma esattamente identico a un villaggio del Medioevo.

I due si misero immediatamente al lavoro disegnando, progettando e molto probabilmente divertendosi come matti.

In soli tre anni (1905-1908) il lavoro era finito; un regio decreto del 1915 decretò che al nome antico di quel paese, Grazzanodovesse aggiungersi “Visconti”, come doveroso omaggio al suo creatore.

sette figli di Giuseppe passarono intere estati in quello che aveva, e ha, tutta l’apparenza di un immenso parco giochi ambientato nel 1300 i cui abitantidi ogni età – per volere di papà Visconti – giravano vestiti con abiti dell’epoca.

E pare logico che il figlio numero quattro, Luchino, già da bimbo trascorresse il tempo a disegnare quei costumiorganizzare recite e rievocazioni storiche, esercitandosi così al suo futuro mestiere di regista.

La famiglia Visconti , e la sua vita, lì è presente ovunque; ad esempio nel 1910 venne inaugurato l’asilo.
Tutte le pareti della costruzione sono decorate con fili di perle che ricordano la preziosissima collana che mamma Carla diede come ex voto per la guarigione del terzogenito; venduta la collana, venne fabbricato l’edificio.

E sotto il porticato del Palazzotto dell’Istituzione vi è un affresco –dipinto, come tutti quelli del villaggio, dallo stesso Visconti – raffigurante la Madonna in trono con in braccio il Bambino.
Di fronte a lei è inginocchiato il Giuseppe circondato dalla truppa di figli e nipoti, colto nel gesto di offrire Grazzano Visconti alla protezione della Vergine.

E poiché in molti avevano contestato l’idea della ricostruzione del paese, dando del megalomane al Visconti e criticando ferocemente l’alone lievemente “kitsch” di tutta l’ambientazione, su numerosi muri del borgo Giuseppe dipinse un garofano rosso con attorno un cartiglio riportante la misteriosa frase otla ni adraug e enetapipmi”.

Letta al contrario è la risposta del Visconti ai suoi detrattori: “Impipatene e guarda in alto”.

© Mitì Vigliero

 

 

Gattucci e Mazzapicchi: il Manuale dell’Artigiano Dilettante ovvero le Gioie del Bricolage

di Placida Signora - 20 agosto 2011

Un altro brano tratto da In campagna non fa freddo (cap. V), la storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.
I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Adriana, la madre di Leo. Giacomin, l’anziano giardiniere della Vecchia Casa.

…le vecchie case, se nessuno si prende cura di loro, soffrono come gli essere umani, perdono smalto, calore, allegria: si lasciano andare, insomma. Quindi bisogna curarle, con affetto ed entusiasmo.

“Basta poco” predicava il mio Filobucolico Personale, mentre vagonzolava per le stanze odorose di muffa “Una mano di bianco alle pareti, una controllatina ai tubi, un’occhiatina alle prese della luce, una sistematina alle tegole…”

Giacomin ci era di gran conforto soprattutto quando, con la sua consueta essenzialità di linguaggio, ci rendeva edotti sugli acciacchi che affliggevano la Casa: “Giacomin, in che condizioni è il tetto?”
“Poieùv”
“Le canne fumarie?”
“Borlan giò”
“Gli infissi?”
“Marsc”
“L’impianto elettrico?”
“Vej decrèpit”
“Quello idraulico?”
E qui Giacomin faceva uno strano sorriso e si allontanava scrollando la testa.
Ma Leo, che grazie all’entusiasmo per la Casa aveva ritrovato quell’ottimismo innato di cui io rimanevo completamente carente, continuava a ripetere trullo: “Uh, quante storie! Son tutti lavoretti che posso fare da solo durante i weekend. Ho solo bisogno degli attrezzi giusti”

Chi crede che gli attrezzi da lavoro siano quantitativamente pochi e qualitativamente primitivi, si sbaglia di grosso.
Per esempio: se uno pensa a una lima, che cosa gli viene in mente? Un utensile di metallo più o meno lungo, di solito usato dai carcerati delle barzellette per eliminare le sbarre della prigione. Una cosa semplice, insomma.

Invece, andando a comprare gli arnesi nel più fornito negozio di ferramenta della Città, quando mio marito esordì dichiarando “Vorrei una lima”, si sentì rispondere dal commesso: “Che tipo di lima? Triangolare, quadrangolare, tonda o mezza tonda? A taglio semplice o a taglio doppio? La vuole gentile oppure mezza bastarda, tutta bastarda, o magari la preferisce sorda?”
“Non sapevo esistessero lime così sfigate”, commentai.
“Se esistono tante lime, vuol dire che servono tutte” rispose Leo, imbarazzato dai miei commenti così poco professionali. Quindi, rivolto al commesso, tagliò corto dicendo: “Le prendo tutte. E vorrei anche un martello”.

Quel giorno scoprimmo che  pure la razza dei martelli era assai variegata e popolosa, nonché estremamente necessaria a chiunque voglia restaurare una Vecchia Casa. Perciò acquistammo non un semplice martello banale e solitario bensì, nell’ordine, un maleppeggio, martellino piccolo da muratore; una bocciarda, martello fornito di punte piramidali e atto a percuotere la pietra; un granchio, martello con la punta biforcuta specializzato nello schiodamento; un maglio, martellone grosso e pesante in cui è inserito un tronco di legno che serve da impugnatura e, infine, un mazzapicchio, martello usato per cerchiare le botti nonché – cosa per noi fondamentale – abbattere animali nei macelli.

Dopo aver fatto provvista anche di tenaglie arzinche, bulloni prigionieri, viti autofilettanti e a espansione, dadi d’ogni peso e misura, chiavi a pappagallo, livelle, pinze, scalpelli e punteruoli di varie etnie, ci recammo nel reparto libri ad acquistare, sempre su consiglio del gentile commesso, il Manuale dell’artigiano dilettante.

Ogni venerdì sera raggiungevamo il Paese e ogni sabato mattina, sin dalle ore sette e trenta, in Casa risuonavano martellate furibonde e trapanate assordanti.

Tutte le donne che, tramite il Fato, si siano trovate a condividere la vita con un uomo naturalmente portato al bricolage, sanno benissimo quanto l’hobby del loro compagno sia estremamente coinvolgente. Infatti, volenti o nolenti, occorre assisterlo in continuazione durante i suoi lavoretti, onde essere sempre pronte a esaudire qualche centinaia di piccole richieste tipo: “Vammi a prendere nella cassetta dei ferri un cacciavite a stella. Ho dimenticato le tenaglie in cortile, ci vai tu? Passami la punta del trapano numero otto, no, quella è la dieci, non ci vedi? Dovresti salire al piano di sopra, ché ho dimenticato le pinze. Reggimi la scala. Tieni fermo questo pezzetto di legno che lo devo piallare; ma sì lo so benissimo che la tua mano è proprio sulla traiettoria della pialla: cosa credi, che sia scemo?”

Insomma, la smania del “faccio tutto io” che colse Leo all’inizio della sua storia d’amore con la Vecchia Casa fu massacrante in ogni senso. Non so quanti metri di cerotti e litri di disinfettante vennero appiccicati e versati su ogni centimetro quadrato del suo corpo.     Riuscì a martellarsi dita, piantarsi schegge nelle mani, bombardarsi gli occhi con limatura di ferro, rovesciarsi barattoli di vernice in testa, rischiare di morire soffocato dalla polvere di pietra inghiottita a causa di trapanate troppo violente, di avvelenarsi respirando gli effluvi di miracolosi prodotti sciogliruggine.
Le sue laboriose manine scrostarono muri provocando voragini, impiantarono nuove prese elettriche creando pirotecnici cortocircuiti, sistemarono tutte le maniglie delle porte in modo tale che non se ne aprì più nessuna e infine si dedicarono entusiaste ad aggiustare sedie traballanti e pensili sbilenchi, ottenendo l’utile risultato di rifornire di legna tutti i camini di Casa.

Un giorno decise di cambiare un vetro incrinato della finestra in sala da pranzo; una semplice e vecchia finestra di legno, col telaio diviso a quattro luci.
Ovviamente si trattava di un lavoro per lui semplicissimo, ma che imponeva necessariamente la presenza fisica di moglie, figlia e madre la quale, appena tornata da Vienna e in procinto di partire per Helsinki, aveva avuto il lume di venirci a trovare.

“Allora, il vetro nuovo eccolo qua, me lo sono fatto tagliare dal vetraio del Paesone” spiegò il nostro Factotum. “Ora è sufficiente seguire alla lettera le istruzioni del Manuale, che Bianca mi leggerà punto per punto”
“E noi che facciamo?” chiesero in coro Camilla e Adriana.
“State ferme lì: può darsi che abbia bisogno di voi”
“Tutto suo padre…” sospirò commossa Adriana, mentre io obbediente iniziavo a leggere: “Ogni perfetto artigiano dilettante noterà subito che le lastre di vetro sono inserite in due scanalature laterali del telaio e vengono separate fra loro da listelli di legno pure scanalati…”
“L’ho notato: vai avanti.”
“…ma innanzitutto, per sostituire una lastra di vetro, occorre sfilare il telaio dai cardini della finestra”.

E qui il Perfetto Artigiano Dilettante incappò immediatamente nel primo, piccolo problema perché il telaio si rifiutò categoricamente di abbandonare i suoi amati cardini: ruggine, polvere e lerciume secolari li avevano incastrati indissolubilmente.
Leo ingaggiò così un feroce corpo a corpo con la finestra sino a quando ci piazzò una spalla sotto, spinse all’insù e il telaio schizzò sino al soffitto, ripiombando fragorosamente a terra.
“Ora tutti e quattro i vetri sono rotti” osservò perspicace Camilla.
“Vabbé, almeno saranno più sicuri se li metto tutti nuovi” ribatté suo padre, posando delicatamente il telaio orbato di vetri su un tavolo: “Solo che ora devo tornare dal vetraio a comprarli”

Salì in macchina e partì a tutta birra in direzione del Paesone. Dopo un’ora era di ritorno coi nuovi vetri.
“Eccomi qui. Dove eravamo rimasti?”
“Dovevi sostituire un vetro rotto e ne hai rotti altri tre” riassunse sua madre, mentre io ricominciavo la lettura del Manuale: “A questo punto dovrete sfilare una a una le lastre di vetro e i listelli”
“Le lastre non ci sono più: sfilo solo i listelli. Poi?”
“Ora inserite la lastra nuova, che avrà ovviamente dimensioni tali da potersi introdurre facilmente nelle scanalature del telaio.”

La collutazione di Leo col telaio e la prima lastra di vetro fu davvero eroica ma, nonostante gli epici sforzi, ne uscì sconfitto.

“Porca l’oca, queste maledette lastre sono più grandi di almeno tre centimetri, non ci passeranno mai nel telaio! Come posso aver sbagliato le misure? E’ che mi distraete! Ora devo tornare al Paesone per farle ritagliare, stavolta della misura esatta”

Tornò dopo un’ora e mezza, con altre quattro lastre di vetro nuove di zecca.
“Per essere sicuro, le ho fatte rifare di sana pianta. Su, leggi il seguito”
“Spuntate gli spigoli della lastra”
“E non potevi dirmelo prima, che lo facevo fare dal vetraio? Come accidenti si spunteranno gli spigoli di vetro?”

Vi fu un primo tentativo con la carta vetrata, un secondo con una lima, un terzo con un martello; quando Leo risalì in auto per tornare dal vetraio, Adriana e io, sgombrando per l’ennesima volta il pavimento da miriadi di taglientissime schegge e aiutate moralmente da Camilla messa al sicuro sopra un buffet, ci lasciammo andare a considerazioni molto poco gentili nei confronti della specie maschile in generale.

Dopo due ore Leo fu di ritorno: “Ho fatto una scorta di lastre di vetro che bastano per vent’anni. E adesso il Manuale cosa dice di fare?”
“Qui c’è scritto: prima di inserire la lastra, pulire delicatamente le scanalature del telaio con l’estremità di un gattuccio”
“Gattuccio? Cosa diavolo è un gattuccio? Camilla! Vai a cercare sul vocabolario”
La figlia saltò giù dal buffet e sparì in biblioteca. Dopo poco ne uscì reggendo fra le mani un pregevole esemplare di Rigutini-Fanfani rilegato in pelle. Dopo averci soffiato su per eliminare la polvere di secoli e dopo aver impiegato circa mezz’ora a trovare prima la G, poi il GAT, il GATTU eccetera, esclamò trionfante “Eccolo! Gattuccio! Esiste! Non era uno scherzo di mamma! ” e iniziò a leggere ad alta voce “Gat-tuc-cio: pesce car…caartilagi…caartilaginèo…”
“Cartilagìneo, tesoro” la corresse la nonna.
“Uf, cartilagìneo maarino, ap-par-tenente alla faaamiglia dei pee-sce-cani”
“Figurati se devo pulire le scanalature della finestra con un pescecane” bofonchiò Leo.
“Ma come, non lo sai che il torrente del paese brulica di squali?” ridacchiò sua madre.
“Spiritosa. Camilla, guarda se c’è un’altra definizione di gattuccio”
“Sì: diii-minuu-tivo di gatto”
“Sicuro! Prendi un piccolo gatto, gli infili la coda nelle scanalature e la muovi su e giù come uno spazzolino” suggerii.
“Maledizione! Datemi quel vocabolario!” ringhiò l’Uomo dalle Mani d’Oro “Dov’è. Eccolo qui, gattuccio…Torno subito” e ripartì in macchina diretto al Paesone perché, quando aveva comprato le centinaia di attrezzi da lavoro, si era dimenticato il gattuccio, che poi altro non era che un banalissimo seghetto da falegname.
Tornato brandendo minacciosamente il gattuccio, ne infilò l’estremità nella scanalatura, lo mosse con delicatezza avanti e indietro sino a quando la scanalatura, anziché limitarsi a diventar pulita si divise completamente a metà, segata alla perfezione.
“Ho capito” sospirò tentando di ignorare le sue tre donne che si rotolavano sul pavimento in preda a convulsi di riso. “E il legno che è marcio: dovremo sostituire tutte le finestre”

Mentre appendeva al posto del telaio un’enorme tela cerata, l’Artigiano del Mio Cuore sbottò: “Oh, insomma: basta! Un povero cristo che lavora come un pazzo dal lunedì al venerdì in un ufficio di cacca, tra ficus benjamin e open space, avrà pure il diritto di riposarsi il sabato e la domenica, no? Sono stanco, io, sono un semplice laureato in Economia e Commercio, cosa volete che ne sappia io di muratura e falegnameria, cosa pretendete da me, l’onniscienza, eh?”

© Mitì Vigliero

Altri brani qui, qui , qui

La Bucolica Quiete: sfatiamo un mito

di Placida Signora - 15 agosto 2011

Un brano tratto dal mio romanzo In campagna non fa freddo.

Per facilitare la lettura dirò, in poche parole, che si tratta della storia di una famiglia fermamente decisa ad abbandonare l’inquinata, fracassona e caotica città, per trasferirsi nell’avita Casa di campagna.

I personaggi qui citati sono Bianca, la narratrice. Suo marito Leo, il vero maniaco della campagna. Camilla, la loro figlia settenne. Zia Rachele, che li aiuta nell’impresa. Ginotta, l’anziana custode della Vecchia Casa.

*

“Come fa quella poesia sulle campane? Mi dicono dormi, sussurrano dormi, bisbigliano dormi, maledizione suonano ogni quarto d’ora e non mi lasciano dormire…” ringhiavo di notte girandomi nel letto come una trottola.
Quello era un paese di ottocento abitanti in cui esistevano, fra chiese, chiesette, cappelle, cappellette e cappelline circa quindici campanili, ciascuno dotato di una spiccata personalità.

C’erano quelli Equilibrati, che battevano regolarmente i quarti d’ora, le mezz’ore e le ore. Poi c’erano i Follattoni, che a ogni ora battuta facevano seguire uno scampanio inconsultamente brioso, seguiti dai Depressi, che precedevano ogni ora con un lugubre battito a morto. Infine venivano i Confusionari, che alle dieci battevano cinque colpi, alle cinque due colpi e un tocchetto, a mezzogiorno ne sparavano trentasei.

Di notte, per fortuna, restava in funzione solo il campanile della Chiesa Grande il quale, però, pur essendo di solito un Equilibrato, possedeva un’irritante caratteristica: quand’ero a letto insonne nel cuore della notte e per puro masochismo avrei voluto sapere che cavolo di ore fossero, lui – che sino a poco prima m’aveva assordato – improvvisamente taceva.
“Si comporta così perché è gentile e vuole che ti addormenti col silenzio” diceva Leo.
Infatti, appena riuscivo ad assopirmi, quello festeggiava l’avvenimento ricominciando a scampanare veemente e entusiasta.

Ma se al suono dei sacri bronzi, col tempo, ci si può far l’abitudine, esistevano altri notturni baccanali ai quali fu per noi assolutamente impossibile assuefarci.

Ricordo la prima estate trascorsa in Casa; un luglio torrido e canicolare in cui era vitale dormire con le finestre spalancate. E ogni notte che Dio mandava in terra, venivamo svegliati dal passaggio di enormi, smisurati ma velocissimi autoarticolati con tanto di scritta “trasporto eccezionale” i quali avevano scoperto che, tagliando per il paese, riuscivano a risparmiare un po’ di chilometri.

Nessuno può immaginare il rumore tremendo che emettono quei bestioni quando transitano fuori dalle autostrade: sembrava un terremoto ogni volta e dato che erano immensi, passavano a pelo tra le case. Inoltre, se i più lunghi s’incastravano con regolarità nella stretta curva che conduce alla provinciale, i più alti sradicavano ogni volta il balcone della casa di fronte alla nostra.
Una notte uno di quei giganti che trasportava un carico di maiali vivi, sbagliò la curva della piazza e andò a schiantarsi contro la facciata del Comune; i poveri suini si seminarono impazziti dal terrore per tutto il paese, tranne due che rimasero defunti in mezzo alla strada. I setolosi cadaveri scomparvero subito e, qualche tempo dopo, nel negozio della Franca vi fu una vendita straordinaria di salsicce, costolette, lardo e cicciolata a ottimi prezzi.

Un’altra volta, era settembre, alle due del mattino ci svegliammo di soprassalto a causa di un terrifico nonché misterioso rumore.

Quella sera zia Rachele, causa il maltempo, era si era fermata e dormire da noi; perciò ci trovammo simultaneamente tutti e quattro in preda al batticuore, affacciati alle finestre delle nostre rispettive camere.

Il frastuono proveniva dalla curva che portava al torrente e avanzava tumultuante, minaccioso, amplificandosi con rapidità.

”E’ straripato il torrente” urlai tentando di superare il fragore lacerante
“Le acque d’un torrente potranno forse muggire, ma di certo non suonano tamburi e campanacci” strillo Leo in risposta.

A un tratto, da dietro la curva, nell’oscurità apparvero tre uomini con stivali e cappellaccio in testa, che battevano ritmicamente dei tamburi. Dietro di loro due, quattro, dieci, trentasette, novanta, centocinquanta mucche con al collo enormi campanacci; tra loro altri uomini stivaluti e cappelluti, che percuotevano latte e coperchi.

“E’ la transumanza!” gridò entusiasta Rachele “Tornano dagli alpeggi al piano, settembre andiamo è tempo di migrar…”
“Perché diavolo picchiano sui tamburi?” sbraitò Camilla di pessimo umore, come sempre quando veniva svegliata di botto, guardando con occhio truce la frastornante marea che sfilava lentamente sotto Casa.
“Credo per mantenere il ritmo, per rimanere svegli…” rispose Leo.
“Svegli loro, svegli tutti, eh?”  mugugnai ferocemente convinta che, se l’Imaginifico fosse stato qui, di certo avrebbe spaccato il bastone d’avellano sul cranio di quei mandriani casinisti.

Però, talvolta, in campagna esiste davvero il silenzio. Silenzio che in una Casa come questa è rumorosissimo.
Il legno dei vecchi mobili e delle travi d’improvviso emette scricchiolii tanto violenti da sembrare spari. Per Leo si tratta di tarli, per Ginotta “a sun le anime del Purgatori ch’a ciamàn preghiere”.

E spesso, nelle stanze semibuie, accade di captare con gli angoli degli occhi ombre sfuggenti: topi o fantasmi?

Le antiche terre come questa sono impregnate di vita altrui. E’ impossibile che i vivi passati, così tanto legati al loro suolo, non abbiamo lasciato qualcosa: non può esistere impermeabilità, quando ci sono muri così umidi.

Per questo di notte in Casa si sentono ovunque sussurri, tonfi, scricchiolii, scalpiccii, schiocchi. Per questo di notte dal cortile e dal giardino giungono arcani borbogli, rugghi, strosci, mormorii, tonfi, ciottolii, ronzii, scricchi, stropicciamenti, zirlii. E’ un continuo pissi pissi, cric cric, taf tunf, tuppete tappete, tic tac, tri tri. Altro che solingo fru fru tra le fratte: qui rumoreggia un intero universo.

Al di là del muro che circonda il giardino, ci sono i campi; nel centro dei campi una chiesina minuscola con un minuscolo campanile dedicata a Maria del Formenton, la Madonna del Granturco.

E d’estate, di notte, dai campi giungono raccapriccianti sospiri ansimanti.

La gente dice che lì, anni e anni fa, vi fu una cruenta battaglia che lasciò sul terreno decine e decine di morti, i quali vennero seppelliti in quegli stessi campi sotto la protezione della Madonna.

La gente dice anche che, sino a sessant’anni fa, si vedevano i fuochi fatui uscire dal terreno nelle notti d’estate e che i sospiri ansimanti -  gli “sbanfà de mort”- si son sempre sentiti.

Mio padre, ascoltandoli una sera, risolse il mistero.
“Macché morti! Li abbiamo anche noi al mare, quei sospiri. Li emette un piccolo rapace notturno, una specie di civetta che fa il nido sull’alto delle torri o dei campanili e nel periodo dell’accoppiamento lancia quello strano richiamo.”

Ma per noi rimasero sempre i sospiri dei morti, le cui anime tristi imploravano una carezza della Signora del Formenton.”

©Mitì Vigliero

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