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Perché si Dice: “La Bellezza dell’Asino” e “A tutta birra”

di Placida Signora - 16 giugno 2011

Metto insieme questi due modi di dire innanzitutto perché entrambi sono frutto di corruzioni linguistiche dovute al passaggio da una lingua all’altra; in questo caso, dal francese all’italiano.
E poi perché ambedue, curiosamente, parlano di equini.

La bellezza dell’asino definisce in modo scherzoso una bellezza snella e luminosa,  dovuta però esclusivamente alla giovane età e destinata quindi a svanire presto.

Cosa c’entri l’asino con la giovinezza pare abbia questa spiegazione; la frase originaria è sempre francese, La beauté de l’âge: la bellezza dell’età.

Ma l’età francese (âge) è stata storpiata (quando, non si sa; come, probabilmente per un iniziale refuso scritto) in âne, che in italiano è l‘asino.

Invece A tutta birra, che significa “assai velocemente”, pare derivi dalla locuzione francese à toute bride, letteralmente “a briglia sciolta“, ossia al galoppo.

Solo che la parola bride (briglia) è stata compresa dai nostri avi come birra, e quindi birra è rimasta sino a noi.

© Mitì Vigliero

 

Stanotte una Luna doppiamente magica: Eclissi, Desideri, Credenze, Curiosità. E visione in diretta.

di Placida Signora - 15 giugno 2011

(©Focus)

Stanotte la Luna sarà doppiamente magica.

Sarà piena, quindi è una Luna dei Regalinileggete le istruzioni, e preparate i 3 desideri.

E poi sarà una Luna Rossa, resa così da un’eclissi totale.

Come tutti gli avvenimenti inspiegabili, strani o semplicemente rari, l’eclissi lunare (così come quella solare) ha sempre colpito molto la fantasia popolare, che dava loro connotazioni di negativi presagi o manifestazioni diaboliche.

Nel 1504 Cristoforo Colombo, il quale sapeva da testi scientifici che ci sarebbe stata un’eclissi, la sfruttò in modo bieco per ottenere l’aiuto degli indios della Giamaica: fece finta di pregare Dio dicendo più o meno “Fai vedere a questi oscuri selvaggi quanto sei potente: oscura la Luna!”.
Cosa che regolarmente avvenne e convinse i giamaicani.

Effettivamente vedere il disco luminoso e candido della Luna venire lentamente coperto da un altro disco estraneo, nero e buio come gli Inferi, sottolinea il presunto carattere magico del fenomeno: come se le tenebre volessero letteralmente “mangiare” la luce, come se la morte prendesse il sopravvento sulla vita.

Per questo gli antichi e pagani guerrieri degli eserciti, se vedevano la notte prima della battaglia un’eclissse, di comune accordo con l’avversario rinviavano la tenzone ad un altro momento; non solo, ma si mettevano tutti insieme a ululare in direzione della Luna, per spaventare il nero Essere mostruoso che la stava “divorando”.

Se il popolo Maya non aveva affatto paura dell’eclissi lunari, anzi sapeva predirle con estrema esattezza, i Persiani credevano che l’eclissi fosse una punizione divina nei confronti degli uomini.
Pensavano che tutte le volte che qualcuno stava per compiere o aveva compiuto gesta malvage (tradimenti, infanticidi ecc), gli dei chiudessero in una specie di tubo l’astro celeste (luna o sole che fosse), lasciando gli umani nel buio più completo, con la sola compagnia di Incubi e Rimorsi.

E nel Medioevo i contadini erano convinti che le eclissi fossero causate da certe parole magiche pronunciate da streghe cattive; queste parole avevano il potere di “ipnotizzare” la Luna, obbligandola ad avvicinarsi alla terra per deporre una sorta di rugiada schiumosa sulla erbe che poi sarebbero servite alle fattucchiere per compiere ogni sorta di nefandi sortilegi.

Quindi, per impedire che la Luna udisse le stregonesche parole, all’inizio dell’eclissi tutti gli abitanti dei villaggi si mettevano a correre sui campi facendo un fracasso infernale, agitando campanacci da mucca, martellando lastre di rame e di bronzo, percuotendo incudini e urlando come pazzi.

Infine, per i napoletani, le eclissi di Luna devono essere guardate non da dietro i vetri della finestra, bensì all’aperto, a viso nudo: e il giorno dopo bisognerà correre alla prima ricevitoria del Lotto a giocare il numero 70.

Quindi stasera non dimenticate l’appuntamento con la Luna; qui trovate tutti gli orari delle fasi dell’eclissi che, se vorrete, potrete seguire in diretta dalle 21,30 su Focus collegato direttamente alle telecamere poste sul telescopio dell’Osservatorio di Ca’ del Monte oppure su youtube google o qui.

Come colonna sonora, ovviamente, questa.

© Mitì Vigliero

 

Galòp

di Placida Signora - 12 giugno 2011

 

Un paio di giorni di galòp per lo Stivale.

Ci sentiamo presto.

Baci.

La Sacra di San Michele e il Salto della Bell’Alda

di Placida Signora - 11 giugno 2011

(Foto di Pietro Izzo, su flickr)

Uscendo al casello di Avigliana della statale n°25 Torino-Frejus, dopo una dozzina di km della strada che s’inerpica sul monte Pirchiriano si raggiunge – a quota 962 m.- la splendida Sacra di San Michele .

Un complesso monastico millenario decisamente spettacolare (vi consiglio un giretto su flickr per ammirarla), affidato prima ai Benedettini e poi ai Rosminiani, che merita una visita fosse solo per ammirare– oltre la vista mozzafiato – la romanica Porta dello Zodiaco o il ripidissimo (e mozzafiato pure lui, ma in altro senso) Scalone dei Morti, così detto perché conservava in apposite nicchie alcuni scheletri di monaci.

Dalla terrazza vicina alla chiesa, si vedono i ruderi imponenti dell’originario monastero; fra questi, impressionanti come altezza, quelli della Torre della Bell’Alda.

Narra la leggenda che quando bene non si sa, forse ai tempi del Barbarossa o forse nel ‘300, quando tutta la Val di Susa pullulava di mercenari sanguinari, o forse ancora nel ‘600 coi Lanzichenecchi pestilenziali di manzoniana memoria, la Sacra – vista la sua posizione – era una sicura fortezza dove trovavano rifugio i villici durante le varie incursioni nemiche.

Durante una di queste, arrivò un gruppo di contadini; fra loro vi era una fanciulla che si chiamava Alda, nota in tutta la zona per la sua avvenenza.

Ed era bella, ma tanto bella, ma così bella che tutti la chiamavano – con slancio di fervida, poetica e originale fantasia – la Bell’Alda.

Quella volta però i nemici riuscirono ad invadere la Sacra; saccheggiarono la chiesa, massacrarono i monaci, uccisero i contadini e violentarono le donne.

La Bell’Alda riuscì a fuggire e, in preda alla disperazione e al terrore, s’arrampicò sulla cima della torre; la soldatesca la seguì sin lassù.

Non aveva più scampo.

Invocò l’aiuto della Madonna e si lanciò nel vuoto.

Ma dal cielo scesero lievi due angeli i quali, prendendola delicatamente per le braccia, la depositarono incolume a terra.

Passò un po’ di tempo e la Bell’Alda, inorgoglita, non faceva che vantarsi raccontando a tutti il miracolo di cui era stata protagonista; ma nessuno le credeva.

“Ma come?” diceva “Osereste mettere in dubbio la parola d’una Prescelta e Prediletta dalla Vergine, dagli Angeli e dai Celesti tutti?”.

E il popol tutto rispondea: “Sì!”.

Offesa e seccata, un bel giorno la Bell’Alda – pestando piccata il piedino a terra – sbottò: “Ok. Venite con me che vi faccio vedere io”.

Seguita dalla folla dei compaesani, corse alla Sacra, si ri-arrampicò sulla cima della torre e, sicura d’un nuovo aiuto divino, si ri-lanciò di sotto.

Ma il Cielo punì la sua superba boria: degli angeli quella volta non si vide manco la piuma di un’ala, e la Bell’Alda si spiaccicò violentemente al suolo.

Di lei, dice sempre la leggenda, “’L toc pi gross rimast a l’era l’ouria” (il pezzo più grosso rimasto era l’orecchio).

Nel punto esatto dello schianto, la pietà umana pose una croce e la fervida e poetica fantasia popolare le dedicò una canzone la cui ultima strofa declama:

La Bell’Alda insuperbita
qui dal balzo si gettò,
sfracellata nella valle
la Bell’Alda se ne andò.


© Mitì Vigliero

 

Il Cimitero che piaceva ai Poeti: l’Acattolico di Roma

di Placida Signora - 10 giugno 2011

Nella Roma papalina per i non cattolici non era facile morire; ossia, defungere era facilissimo, ma i problemi venivano dopo.

Le leggi pontificie infatti proibivano tassativamente la sepoltura dei non adepti di santaromana chiesa nei terreni consacrati; così i funerali si svolgevano di notte, di nascosto e i corpi venivano tumulati fuoriporta, in prati qualunque, senza lapidi o fiori.

Nel ‘700 però Roma pullulava di stranieri, quasi tutti non cattolici; nobili, artisti, diplomatici innamorati dell’Italia, che avevano scelto l’Urbe come dimora fissa e che avrebbero voluto tanto poterne usufruire anche come dimora eterna, senza passare però per esseri diabolici.

Fu così che nel 1763 il rappresentante del Re di Prussia, il barone Humboldt, ottenne faticosamente da parte delle autorità ecclesiastiche la concessione di un’area dell’Agro Romano vicino a Porta San Paolo, dove si ergeva (e s’erge tutt’ora) la piramide di Caio Cestio.

Lì furono poste le prime tombe, ma poiché le autorità papali non concedevano per puntiglio il permesso di cintare il cimitero, le sepolture venivano continuamente profanate.

I parenti e altri stranieri in visita a Roma piantavano cipressi per addolcire il luogo, ma dato che questi crescendo impedivano la vista della piramide, la Segreteria di Stato con l’ordinanza dell’11 ottobre 1821 proibì la piantumazione, ordinando che le tombe venissero poste più in là della piramide,verso il Testaccio.

Infine nel 1894 l’Ambasciata di Germania acquistò in quella zona, a nome di tutte le Colonie Estere Acattoliche, 4300 mq in aggiunta a quelli già esistenti: così nacque definitivamente iCimitero Acattolico di Roma, conosciuto anche come Cimitero dei protestanti o “degli artisti”.

È strano definire sereno un cimitero, ma quello lo è.

Un grande giardino luminoso e profumato, conosciuto più agli stranieri che agli italiani; un’oasi un po’ “spettinata” di verde e di silenzio nel caos metropolitano, che incantò sempre i visitatori.

Shelley nel 1819 scriveva goduto: “Nel vedere il sole illuminare l’erba imperlata di rugiada, nell’udire il mormorio del vento fra le foglie, nel rimirare i sepolcri… ti punge il desiderio di dormire quel sonno che essi sembrano godere.”
Due mesi dopo lì seppellì il figlio William e nel 1822 vennero disperse su quell’erba rugiadosa le stesse ceneri di Shelley, mentre Byron piantava attorno alla lapide 7  piante di cipresso e alloro.

Anche Keats riposa lì dal 1821 e fra le 4000 tombe vi sono anche quelle di molti italiani “liberi pensatori” come Gramsci, Amelia Rosselli, Gadda, Labriola, Luce D’Eramo, Dario Bellezza

Infine, è affascinante navigare nella banca dati online del cimitero tra i nomi e le professioni dei sepolti.

Come mestieri troviamo Ambasciatori, Addetti Militari, Professori, Pastori, Archeologi, valanghe di Governanti, Maggiordomi, Cuoche, Ballerine, Attori, Scultori, Pittori, Benestanti, Nullatenenti; persino una “Casalinga Principessa” e un meraviglioso “Scrittore e Avventuriero”, Edward Trelawny: proprio colui che lì portò le ceneri dell’amico Shelley e volle, 59 anni dopo, riposare per sempre accanto a loro.

©Mitì Vigliero

(foto©Hovistoninavolare)

Qui i set fotografici su flickr

Qui un servizio Rai – Italia che vai

Qui altre foto molto belle e recentissime

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