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Per la Serie “AntiGalateo di Sopravvivenza”: Come liberarsi degli Ospiti.

di Placida Signora - 17 aprile 2011

Gli Ospiti si dividono in due categorie: quelli a stazionamento breve e quelli a stazionamento lungo.

I primi sono quelli invitati a pranzo, cena, aperitivo o feste; i secondi quelli che si fermano anche a dormire.

Ma la durata del tempo è sempre, come si sa, un qualcosa di estremamente relativo e soggettivo; può capitare che, per chi ospita, un periodo di tre ore abbia la lunghezza di tre giorni e quello di tre giorni duri tre settimane.
Letteralmente.

Ciò accade perché vi sono degli Ospiti che non riescono mai a capire quando sia il momento di andarsene; quelli che dopo la cena, dopo il caffè, dopo il liquore, dopo la mezzanotte passata da due ore, continuano imperterriti a conferenziare lucidissimi e pimpanti di fronte a padroni di casa accasciati sul divano e con gli occhi semichiusi dal sonno.

Tra questi ultimi c’è chi, alzandosi di scatto, dice cortesemente agli invitati:

“Dovete scusarci: noi domani, anzi, oggi ci svegliamo alle presto. Fate pure come foste a casa vostra: ricordatevi solo di spegnere la luce, e chiudere il gas e la porta prima di andar via.”

Anton Pavlovič Čechov invece racconta:

“Dalla gioia che i suoi ospiti se ne andassero, la padrona di casa esclamò: Ma restate ancora un po’!”

L’Ospite che può dare più problemi è senza dubbio quello a stazionamento lungo; spesso lo si invita per mero complimento (“Noi ad agosto siamo in campagna; se passi da quelle parti vieni a trovarci! Eventualmente abbiamo anche un letto in più…”), ma poi quello ci prende un po’ troppo sul serio arrivando con un paio di valigie e facendoci cadere in crisi perché, alla domanda posta quasi per caso: “Quanto ti fermi?” risponde “Non ho ancora deciso“.

La saggezza popolare insegna che l’ospite è come il pesce, dopo tre giorni puzza; ma alcuni giudicano la saggezza popolare come qualcosa di retrogrado e fallace.
E si fermano a casa nostra ad libitum.

Quali scuse trovare, quindi, per mandar via gli Ospiti da casa nostra, senza urtare la loro suscettibilità?

Si potrebbe dir loro:

“Domani la nostra cuginetta tornerà dal campeggio insieme ad altre 10 sue amichette e verranno direttamente qui perché non si sentono molto bene: hanno parlato di colera…”

“Da domani inizio a tenere in salotto un corso collettivo di musica da batteria riservato agli adolescenti: sono corsi serissimi, che durano dodici ore al giorno”

“Da domani avremmo intenzione di mettere la tappezzeria nuova in tutta la casa; visto che ci sei anche tu, lavoreremo più in fretta!”

“Abbiamo promesso a un amico di tenergli a pensione per un mesetto il suo cucciolo; vedrai che ti piacerà, arriva domani, si chiama Ugo ed è un leone di 11 mesi, affettuosissimo. Solo che ha paura a dormire da solo: perciò dividerà la camera con te”

© Mitì Vigliero

Traffico antico sulle strade di Genova: dai muli agli omnibus, costi, tasse e leggi

di Placida Signora - 15 aprile 2011

In epoca di prolificanti balzelli, restrizioni e caos perenne riguardanti il traffico dei nostri mezzi di locomozione, è interessante dare uno sguardo al passato per vedere cosa accadeva ai nostri avi coi mezzi di trasporto che allora avevano a disposizione.

Ad esempio a Genova nel 1198 un cavallo costava 25 lire e un mulo 16 : cifre altissime, a disposizione di pochi.

Ma nemmeno un secolo dopo i prezzi erano più che dimezzati : un mulo ultimo modello si poteva tranquillamente trovare a lire 4.

Ergo se ne acquistavano di più, muniti oltretutto del libretto di manutenzione scritto dall’annalista Jacopo Doria , il “De pratica equorum, trattato di veterinaria in 50 capitoli di cui il primo inizia così: “Dopo che hai un cavallo presso di te, fa dire una messa a Sant’Ippolito e nulla ti accadrà”.
Una sorta di bollo dell’Assicurazione profumato d’incenso, insomma…

Con l’aumentare degli equini circolanti in città, i tempi divennero maturi per inventare una tassa tutta per loro.

La prima della storia fu del 1402; i Padri del Comune ottennero da tutti quelli “che teneano muli e cavalli” la somma annua di lire 800.

Poco per volta si diffusero altri mezzi di locomozione come le carèghe (semplici seggiole o poltroncine) , le lettighe (sorta di cabine con tettuccio e pareti) e le bussole (lettighe con porte e vetri ai finestrini) tutte e tre sorrette e portate in giro, tramite lunghe stanghe poste davanti e dietro, da due muli o da due servitori.

Ufficialmente dovevano servire per raggiungere “con minor disagio le villeggiature” distanti qualche miglio dalla Superba.

Ma nel 1602 il medico veronese Bartolomeo Paschetti annotava scandalizzato che le donne genovesi erano invece “vaghissime di farsi portare in carèga per ogni breve cammino che facciano; le lettiche si adoperano etiandio per andare per la città, nelle chiese et in visita di parenti o amici; et l’usa hoggidì per certa vana grandezza ogni giovane donna, benché sana nella persona”.

Il nobile Andrea Spinola lamentava che tra tasse e manutenzione “il tenere una lettica costa 1000 lire l’anno” e “chi ha lettica ha da far conto di doverla prestare molto spesso, e nol facendo non mancano gronde (facce offese). Il bello poi è che non di rado vi è chi la domanda per andare fino a Serravalle”.
E inoltre, se i muli non si lamentavano, i lettighieri umani – pur essendo quasi tutti schiavi - erano particolarmente “insolenti” e si rifiutavano di “svolgere altri servitii in casa”.

Le autorità comunali tentavano, allora come ora, di arginare il traffico sia con pene severe per chi circolava nelle prime ore della notte, sia colpendo con tasse mascherate da “multe suntuarie” (che colpivano gli eccessi di lusso) i proprietari di lettighe troppo sfarzose e trainate da 4 portantini anziché 2.

Lo stesso valeva per le carrozze (a 2, 4, 6, 8 tiri), che in strade strette come quelle genovesi causavano oltreché problemi di viabilità anche morti e feriti.

Sino all’800 alle carrozze fu ufficialmente proibito transitare per il centro, salvo “particolarissimi permessi” che venivano però – allora come ora –  elargiti in gran numero dietro lauti pagamenti o per semplici favori ad amici e parenti.

E i mezzi pubblici?

Dalla metà dell’800 iniziarono a circolare gli  Omnibuscavalli, il cui severissimo e politicamente scorretto Regolamento Ufficiale, nel 1841 dichiarava:

Le persone indecentemente vestite, quelle riconosciute affette di alienazione mentale o di infermità visibili e tali da recare incomodo altrui, quelle che tramandassero cattivo odore e infine i fanciulli lattanti non sono ammessi negli Omnibus”.

© Mitì Vigliero

Toccaferro in Pillole: credenze e superstizioni sul Sale

di Placida Signora - 14 aprile 2011

Elemento considerato da sempre preziosissimo, tanto che veniva dato come stipendio (salario) ai magistrati e i soldati romani.

Per questo gli antichi romani l’offrivano agli ospiti in segno di amicizia: lasciarlo cadere significava infrangere quel sacro vincolo, e perciò era un gesto che menava gramo.

E quando una città era stata vinta e rasa al suolo, i vincitori facevano spargere sul suo terreno molto sale per renderlo sterile; quindi anche qui il sale versato portava disgrazia.

Anche oggi quando si rovescia la saliera non è considerato beneaugurante; per evitare la jattura, occorre prendere un pizzico del sale sparsogettarlo dietro la spalla sinistra.

Però il sale in se stesso ha un valore altamente positivo e benefico, perché è elemento incorruttibile.

Durante i battesimi si posa sulle labbra dei neonati un pizzichino di sale, per infonder loro la sapienza; infatti per definire una persona poco sveglia si dice che “ha poco sale in zucca”.

Il sale porta bene agli esaminandi; basta tenerne un paio di granelli nascosti in tasca il giorno dell’esame.

E da sempre si pensa che protegga dal malocchio: ad esempio (credenza siciliana) ponendo sotto il letto, all’altezza della testa, una tazza piena di sale.

E se una cuoca sala troppo una pietanza, significa che è innamorata.

© Mitì Vigliero

Perché si dice: Passare la Notte in Bianco

di Placida Signora - 13 aprile 2011


(Cavaliere Bianco ©Marco Furri)

Oggi definiamo notte in bianco quella trascorsa senza chiudere occhio, spesso senza andare neppure a letto.

L’origine è medioevale, e si riferisce all’epoca del Feudalesimo quando l’aspirante Cavaliere, la notte prima dell’investitura, doveva sottoporsi – in una cappella o in un altro luogo sacro – alla cosiddetta Veglia d’armi : una notte passata completamente insonne vicino alle sue armi e alla cavalcatura che, l’indomani, insieme a lui  sarebbero state benedette e “investite” del gravoso incarico.

E quella notte il futuro Cavaliere la passava in preghiera e meditazione, tutto vestito rigorosamente di bianco come un novizio, in segno di purezza d’intenti e d’animo.

© Mitì Vigliero

La strana storia di Ginevra degli Armieri la quale, essendo stata giudicata morta, poté sposare chi voleva.

di Placida Signora - 12 aprile 2011

Firenze, in un palazzo di via de’ Calzaiuoli d’angolo con via delle Oche, verso la fine del 1300 abitavano Francesco Agolanti e sua moglie, Ginevra degli Armieri (o Amieri).

Aveva 18 anni la bellissima Ginevra, e da sempre era innamorata – ricambiata – di Antonio Rondinelli; ma suo padre Bernardo, come s’usava allora, l’aveva destinata sin da bambina al più potente e ricco Agolanti.

Pochi mesi dopo il matrimonio scoppiò una terribile epidemia di peste.
Anche Ginevra si ammalò, ma non di peste bensì di qualche strana febbre violentissima che la fece cadere in una sorta di coma profondo.

I parenti, pensando fosse morta a causa dell’orribile nonché contagiosissimo morbo, la seppellirono in fretta e furia nella cappella di famiglia nel cimitero del Duomo.

Dopo qualche ora Ginevra si svegliò; immaginate il suo terrore nello scoprirsi sepolta viva
Ma fu proprio il terrore a darle la forza disperata di sollevare la pietra del sepolcro e di fuggire nelle strade immerse nella notte fiorentina.

Era ottobre, gelida la notte rischiarata soltanto dalla Luna piena.

Ginevra, vestita soltanto di un candido e sottile sudario, percorse nel buio una stradina stretta stretta, che dall’Arciconfraternita arriva in via delle Oche – e proprio per quel fatto la stradina si chiamò a lungo via della Morta o della Morte, mentre oggi si chiama Via Campanile .

Arrivò alla casa del marito bussando fortemente al portone ma Francesco, affacciandosi e vedendola, pensando a un fantasma si spaventò cacciandola via dicendo : “Vattene anima inquieta! Ti prometto delle messe in suffragio, ma scompari per sempre!”

Allora Ginevra andò alla casa del padre ma pure lì venne cacciata dai genitori terrorizzati; si quindi trascinò alla casa dei parenti della madre, ma questi addirittura fecero gli scongiuri barricando porte e finestre.

Stravolta, in preda alla febbre, esausta, Ginevra riuscì infine ad arrivare alla casa di Antonio Rondinelli e il giovane – senza porsi il minimo problema – corse immediatamente per strada, la prese tra le braccia accorgendosi che non era per nulla uno spettro e la condusse all’interno del suo palazzo.

Dopo aver spedito immediatamente un fidato servo a richiudere la pietra tombale in Duomo si dedicò, con l’aiuto della madre e di un medico amico, alla cura della sua amata, che ben presto guarì.

Dopo sei mesi Ginevra ricomparve in pubblico, bellissima, sana e felice, nonché sposata col suo Antonio.

Subito il marito Agolanti reclamò i propri diritti, e così tutta la famiglia Armieri; il caso, che i parenti della donna denunciarono come abbandono del tetto coniugale e bigamia, finì di fronte al Tribunale Ecclesiastico.

Ma la sentenza della Corte, straordinariamente intelligente e illuminata per l’epoca, decretò che Ginevra, essendo stata considerata morta da tutti e da tutti poi cacciata via, era divenuta padrona assoluta di se stessa e quindi liberissima di vivere come le pareva e, soprattutto, di amare chi voleva.

©Mitì Vigliero

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