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Le Ricette di Casa Placida: Pacchettini di Lattuga, Porri e Mozzarella al forno

di Placida Signora - 29 aprile 2011

Un piatto che amo molto, perché molto saporito, completo e d’effetto.

Questa è la ricetta per 4 persone:

1 lattuga dalle belle foglie larghe e sode
400 gr. di mozzarella (anche bufala)
2 porri
8 acciughe sott’olio
8 grandi foglie di salvia
olio
sale
pepe

Prendere 8 foglie di lattuga, lavarle bene, tuffarle in acqua bollente, scolarle e stenderle belle larghe ad asciugare.

Pulire i porri, prendere la parte bianca, tagliarla a fettine sottili sottili e passarle in un padellino con un poco d’olio facendole ammorbidire; salare e pepare e lasciarle lì.

Tagliare la mozzarella a dadini, schiacciarla un poco per far uscire l’acqua.

Tritare le foglie di salvia.

Accendere il forno a 200°.

Su ogni foglia di lattuga mettere un po’ di porri, un cucchiaio di dadini di mozzarella, una spruzzata di pepe, l’acciuga sott’olio, un po’ di salvia tritata.

Arrotolare ogni foglia ripiegando in sotto le estremità,  facendo così un pacchettino che chiuda bene gli ingredienti e chiuderlo con uno stuzzicadenti.

Prendere una teglia, coprirla con carta da forno, disporvi i pacchettini e spargere un filo d’olio.

Infornare per 10 minuti (il tempo che la mozzarella si sciolga).

Servire a tavola e buon appetito.

© Mitì Vigliero

La Paura: Proverbi e Modi di Dire

di Placida Signora - 28 aprile 2011

La paura fa novanta” se si gioca al lotto, ma in modo figurato vuol dire che quando siamo spaventati facciamo o diciamo cose che ci sembrerebbero impensabili in situazioni normali; esistono persone che hanno “paura della propria ombra”, cosa che, più che a noi bipedi raziocinanti, dovrebbe essere più adatta ai cavalli ombrosi come Bucefalo, che fu domato da Alessandro il Macedone solo perché fu l’unico a capirne la paura.

Spesso “la paura non vien da fuori ma da dentro di noi”, come dicono i danesi; a volte è innata, come nel Don Abbondio di manzoniana memoria: “il coraggio uno non se lo può dare”.

A volte invece invece  è un’esperienza passata a scatenare il timore: “gatto scottato con l’acqua calda teme pure quella fredda” e ciò può esser umano e comprensibile; però bisogna sempre ricordare che “la paura è un cattivo interprete” (Francia),  può condurre anche a visioni errate dei fatti -“chi è inciampato nelle serpi ha paura delle lucertole” (Germania)- o a travisare la realtà “chi ha paura piglia la gatta per un lupo” (Polonia).

E dato che “cane pauroso abbaia più degli altri” (Gran Bretagna) può accadere che l’eccessivo timore spinga a “saltar nel fuoco per paura del fumo” (Austria), a “gettar le coperte per paura delle pulci” (Russia):  si tramuti insomma in stupido allarmismo collettivo.


(©Stuant63)

Ma è anche fuor di ogni dubbio che oggi viviamo in un periodo decisamente “da far paura”; si ha un bel dire “male non fare, paura non avere”: accadono cose paurose ogni giorno, anche a chi proprio non fa male a nessuno.

Perciò si ha “paura persino dell’aria respirata”, perché si capta ovunque un’atmosfera di ansia, violenza e insicurezza.

Un eccesso di prudenza in certi casi male non fa, “meglio aver paura che il danno” (Spagna), poiché  “nulla è più da temere che il timore”, perché  a lungo andare la paura toglie il sonno e la pace” (Germania).

La paura “ode con mille occhi e vede con mille orecchie” (Sudan): le immagini e le parole terrorizzanti che quotidianamente i media ci porgono, spesso fanno venir voglia di barricarsi in casa.

Però è anche certo – e ne abbiamo purtroppo fior di esempi- che “nessun muro protegge dalla paura” (Portogallo); essa s’insinua sottile nei nostri gesti più normali,  crea ansia, perché “la paura è fatta di niente” (Arabia) ma c’è, è lì.

Infine è da millenni noto in ogni saggezza popolare che “la paura non ha legge, “ la paura non ha vergogna”, “non ha onore”, “non ha virtù alcuna”,  se non quella sciacallesca di chi approfitta delle paure altrui, magari fomentandole: ed è per questo che, da sempre, “la paura genera l’odio”.

© Mitì Vigliero

Voi che paure avevate da bambini?

Perché si dice: Parlare o Comportarsi in Punta di Forchetta

di Placida Signora - 27 aprile 2011

Fino al XVIII secolo, usare le posate per mangiare e soprattutto possedere le forchette era un lusso proprio delle classi più nobili e abbienti.

Il popolo usava le mani per smembrare i cibi o portarseli alla bocca se solidi, un cucchiaio/mestolo per quelli liquidi e un coltello (di solito proprietà dei maschi di casa), che serviva a tagliar tutto, dalle corde ai rami alle pance dei nemici al pane sulla tavola.

Quando iniziarono a diffondersi le forchette anche nella piccola borghesia, il popolo, soprattutto quello contadino, considerò la cosa come una ridicola e stupida esibizione di finta nobiltà, oltreché un’inutile fatica.

Perciò “Parlare, comportarsi in punta di forchetta” ha assunto il significato di “esprimersi, muoversi con esagerata ricercatezza

© Mitì Vigliero

E la Contessa prese fuoco: un mistero nella Cesena del Settecento

di Placida Signora - 26 aprile 2011

Quella del 14 marzo 1731 sembrava una sera come altre.

La Contessa Cornelia Zangari vedova Bandi – nonna materna del futuro Papa Pio VI – si ritirò nei suoi appartamenti; era un donnone molto in carne e come ogni sera, la cameriera l’aiutò a mettersi a letto, recitando con lei le solite due ore di preghiere.
Poi le augurò la buonanotte e se ne andò.

Ma la mattina dopo, all’alba delle 11, la “signora Contessa riverita” non si era ancora alzata.

Così la cameriera prima bussò alla porta, infine entrò nella stanza buia.

Dopo averla chiamata a voce alta e non avendo ottenuto risposta, corse aspalancare gli scuri e i vetri della finestra; si volse infine verso il letto della padrona e lanciò un urlo spaventoso, che echeggiò a lungo nel palazzo e per le quiete strade di Cesena.

un metro circa dal letto, giaceva a terra quella che un tempo era stata Donna Cornelia: un informe mucchio di cenere nera, grassa e densa, “colante un grasso fetido e liquido” dalla quale spuntavano “due gambe intatte dai piedi sino alle ginocchia, ancora coperte dalle calze“.

Tra le gambe era rotolata la testaridotto in cenere tutto il cervello, la metà del cranio verso gli omeri e tutto il mento; rimanendo solo l’effigie del volto, detràttone solo il detto mento“: e accanto a questa “tre dita d’una mano non del tutto arse, ma semplicemente abbronzate e annerite“.

Gli investigatori giunti sul luogo trovarono la stanza perfettamente in ordine. La lampada ad olio era spenta, il letto con le coltri buttate da un lato, come se la donna ne fosse scesa di corsa; il fuoco non aveva toccato né cortine né lenzuola né mobili.

Ma ovunque nella stanza volava una “specie di fuliggine tetra” e “dal parapetto delle fenestre grondava un grasso e stomachevole umore, di colore non difforme dal giallo”.

Come diavolo aveva preso fuoco la Contessa?

Gli studiosi enciclopedisti dell’epoca si scatenarono in varie ipotesi; tra questi il canonico veronese Giuseppe Bianchini, che pubblicò lo stesso anno il Parere Sopra la cagione della morte della Contessa Zangari ne’ Bandi Cesenate, dove escludeva “la cagione diabolica” e per primo parlò di autocombustione: “credo addunque che la pia Dama venisse incenerita dal calore che nelle interiora se le insinuò… è dimostrato che le materie che il corpo nostro compongono sono in gran parte molto atte alla combustione e casi abbiamo di acute febbri che hanno l’ossa incenerite”.

Altri parlarono di fulmini, di “accensione di gas intestinali”, di scariche elettriche; ipotizzarono miniere di zolfo situate sotto il palazzo, “distillazioni accese” a causa della troppa acquavite bevuta, di “sudore alcolico”, persino di una “facella uscita da un vulcano” lì vicino.

E come sempre accade, vennero citati innumerevoli esempi simili avvenuti a in tutta Europa, dove pareva che un sacco di gente  andasse quotidianamente a fuoco.
Dickens ne fece un racconto (Bleak House), per anni le Accademie mediche e fisiche tennero approfonditi convegni sull’argomento, vennero pubblicati migliaia di articoli.

Ma cosa fosse successo veramente la notte del 14 marzo 1731 nella stanza della Contessa di Cesena, nessuno lo seppe mai.

©Mitì Vigliero

Lunedì dell’Angelo: antiche Ribòtte genovesi

di Placida Signora - 25 aprile 2011

In Liguria si chiama “Pasquetta” l’Epifania; quello dopo Pasqua è invece è ilLunedì dell’Angelo, e sino alla prima metà del Novecento per i Genovesi di ogni età e ceto sociale, era  rigorosamente dedicato al divertimento all’aria aperta.

Infatti, se non diluviava, si andava tutti a far ribotta fuori città.
Far Ribotta” significa in generale gozzovigliare,  far baldoria, mangiando e soprattutto bevendo in buona compagnia.

Così centinaia di comitive di amici e parenti carichi di canestri, fagotti e sacchetti colmi di avanzi del pranzo Pasquale, vestiti gli uomini con lebraghe bianche d’ordinanza primaverile, partivano da casa dirette verso i prati più vicini.

E in molti casi erano vicini davvero, visto che quasi tutte le alture attorno a Genova, e che ora fan parte integrante della città, a quei tempi “eran tutta campagna“. (1)

I Sampierdarenesi si recavano al Santuario del Belvedere o verso il Cucco.
I Sestresi preferivano l’Acquasanta, le GiutteSan Carlo di Pegli.

I genovesi del centro città andavano a ribottare sui prati che allora circondavano la chiesa di San Bartolomeo degli Armeni o su quelli dello Zerbino dietro Piazza Manin.
Altri su quelli di GranaroloQuezzi; altri ancora sui prati  dell’Erta di Coronata (vicino ai Pacciughi), Sant’Eusebio, e col treninoCasella Sant’Olcese.

Oppure si andava all’Osteria del Sciancabrasse che si trovava nel primo tronco di Via Cabella; da Richetto e alle Baracche sul Righi; da Mattelin a Coronata o nelle tante piccole trattorie sparse fra un verde ormai dimenticato.
Qui, sui tavoli di legno, era possibile consumare il pranzo che si portava da casa, ordinando all’oste solo il vino e le immancabili fave e salame.

Ma i più prediligevano la Madonna del Monte, detta sbrigativamente Il Monte, e a Pianderlino, il celeberrimo Cianderlin cantato da Nicolò Bacigalupo:

L’ea de rito, l’ea de regola,
De tià a mezo e braghe gianche,
D’andà a-o Monte, a fà baldoria,
Co-a frità in to cavagnin,
D’andà in bettòua pe petrolio
E pe scigoue in Cianderlin.

Era di rito, era la regola,
indossare le brache bianche,
andare al Monte a fare baldoria,
con la frittata nel cestino,
andare all’osteria per il petrolio (vino),
e per zufoli in Pianderlino

Le scigoue (pron scigue) erano sorte di pifferi fabbricati con le canne che si trovavano in quei luoghi: una versione semplificata della siringa di Pan, dio dei boschi e di quei prati che si riempivano di sciami di persone allegre e vocianti, che stendevano sull’erba vecchie coperte e tiravano fuori dai cavagnin fette di Torta Pasqualina, uova sode, costine d’agnello da mangiare con due dita, carciofi fritti, cima, canestrelli…

E poi chitarre e fisarmoniche, per accompagnare cori e balli mentre i bambini correvano e saltavano infaticabili in giochi continui, e le nonne camminavano chinate sull’erba a raccogliere pimpinella, ortica, tarassaco, borragine, tutti i componenti  del prebuggiun, che sarebbe finito in fantastici ripieni o insalate e minestre.

Al tramonto si tornava in città con le sporte vuote di cibo, ma colme di fiori e dierbe selvatiche e qualche bottiglia di quello buono comprato dall’oste.

Genovesi spiegazzati, spettinati, stanchissimi; qualcuno, grazie alle varieribotte, forse trovava qualche difficoltà nell’imbroccare con la chiave la serratura del portone di casa… (Provateci un po’ voi! ;-)

Però  avevan tutti le facce rilassate e allegre di chi – senza aver speso patrimoni o affrontato stressanti code in autostrada - era riuscito a trascorrere “in campagna” la prima vera giornata di primavera.

©Mitì Vigliero

(1) Tanto per darvi un’idea dei luoghi, ecco alcune vecchie immagini trovate in questo splendido sito.

Granarolo era così
granarolo
e ora è così:
granarolo2

Quezzi era così

quezzi31
e ora è così
quezzi
E se Corso Firenze alle falde del Righi era così (io abito alla destra di quella chiesa sulla destra)
corso-firenze

ora è così (la chiesa è quella sull’estrema destra)
corso-firenze-ora

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