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La palla di Garibaldi: una storia medica poco conosciuta

di Placida Signora - 17 marzo 2011

Che Garibaldi “fu ferito ad una gamba” sull’Aspromonte il 28 agosto 1862 è cosa nota a tutti; un po’ meno lo è quello che gli accadde dopo.

A colpirlo nel malleolo destro era stata una grossa palla conica da carabina di bersagliere; visitato sul campo dal suo medico Enrico Albanese, il Generale gli disse: “Secondo me la palla è rimasta dentro: tirala fuori”.

L’Albanese fece un’incisione tegumenale, esplorò la ferita ma venne bloccato dai regi ufficiali che spedirono immediatamente lui e Garibaldi in barella dall’Aspromonte sino a Scilla dove vennero imbarcati sulla pirofregata Duca di Genova e depositati infine come prigionieri – il 4 settembre – alVarignano, allora ospedale-fortezza della Regia Marina a La Spezia.

Qui, alle 2 di notte, attorno al letto del Corsaro si riunirono 9 luminari, convocati d’urgenza dal Ministero degli Interni per cercare di capire se la palla ci fosse o no; tra questi il prof. Luigi Porta di Pavia, e il prof.Francesco Rizzoli, futuro fondatore dell’Istituto Ortopedico bolognese.

Tutti e nove a turno gli scavarono nella ferita, negando la presenza della palla.

Intanto Garibaldi aveva una febbre da cavallo, la gamba gonfia e bollente, la lesione piena di pus.

Ci si rivolse allora a specialisti esteri; il 16 settembre arrivò da Londra il prof. Richard Partridge, dell’Ospedale Reale, che affermò che della palla non v’era traccia.

Il 9 ottobre Garibaldi delirava per la febbre e la gamba si era gonfiata sino all’inguine.

Il 17 giunse da Milano il prof. Agostino Bertani il quale disse: “Che la palla ci sia o meno, è troppo tardi: bisognerà amputare”.

Ministri e patrioti ebbero un mancamento: amputare?
Manco per sogno!

E così il 29 riunirono in consulto attorno alla gamba garibaldina 18 medici di varie nazionalità; fra questi il chimico francese Auguste Nélaton, inventore di un particolare strumento d’indagine clinica, sorta di uncino sottilissimo e flessibile che aveva in punta un bottone di porcellana bianca grezza il quale, infilato nell’osso e sfregato sull’eventuale palla, tingendosi di nero ne avrebbe rivelata la presenza.

Tornato a Parigi, spedì al Varignano una coppia di specilli, delegando agli esimi colleghi l’ispezione.

Questi ovviamente dovevano prenderci la mano e, saliti intanto i medici al numero di 23, provarono per giorni ad infilare gli specilli su e giù per il canale della ferita, alla vana ricerca della stramaledetta palla.

Il 20 novembre un Garibaldi stravolto e furibondo venne trasportato a Pisa dove il prof Paolo Tassinari, finalmente, riuscì a infilare in modo giusto lo specillo e trovare tracce di piombo.

Il 23 novembre, dopo 3 mesi, con gran sollievo di Ministri, Garibaldini, ma soprattutto dell’Eroe dei Due Mondi, la palla venne individuata nel malleolo dal giovane dottor Giuseppe Basile di Siculiana (Agrigento) e materialmente estratta durante una lunga operazione – ovviamente senza anestesia – dal professor Zannetti all’Ospedale di San Giovanni di Firenze.

(*)

Qui nel 1948, l’allora primario prof. Giovanni Cavina, trovò un’antica cartella di cuoio con su scritto: “Strumenti del Senatore Prof Ferdinando Zannetti, serviti per estrarre la palla al generale Garibaldi”.

Dentro, i due arrugginiti specilli.
Ma niente palla.

Essa si trova oggi al Museo del Risorgimento di Torino.

© Mitì Vigliero

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1861-2011

di Placida Signora - 17 marzo 2011

Storia dell’Impermeabile

di Placida Signora - 15 marzo 2011

Dall’epoca greco romana sino alla fine del Rinascimento, gli uomini tentarono di rendere impermeabili dall’acqua i loro indumentispalmandoli di varie sostanze quali oli vegetali, gelatine animali e cere; neldiciassettesimo secolo, in Lombardia, per ripararsi dalla pioggia e dalla spessa umidità delle nebbie era estremamente diffuso il “sanrocchino”, un mantello di tela cerata ispirato come forma a quello classico dell’iconografia di San Rocco.

Ma fu solo nel XVIII secolo che, attraverso l’impiego di stoffe solitamente bollitespruzzate con altri materiali quali caucciù, guttaperca, paraffina, polvere di sughero e persino vernici da barca, si tentò di inventare seriamente dei soprabiti che si potessero chiamare “impermeabili” (dal latino “in-permeabilis”, che non può essere attraversato) a tutti gli effetti.

Verso la metà del Settecento, il settimo principe di Sansevero, Raimondo di Sangro regalò al Re di Napoli Carlo di Borbone una mantella impermeabile di sua invenzione affinché potesse proteggersi dalla pioggia durante le battute di caccia.
Come avesse trattato la stoffa della mantella rimase però un segreto, anche se qualcuno sussurra che avesse preso ispirazione dalle rozze e pesantissime cappe di tela cerata usate dai pescatori dei mari del Nord.

Ma l’inventore vero e proprio dell’impermeabile come lo intendiamo noi fu il chimico scozzese Charles Mackintosh il quale, ai primi dell’Ottocento, brevettò ufficialmente un tessuto impermeabile di lana.
Nel 1824, a Glasgow, impiantò la prima fabbrica di soprabiti confezionati con quella stoffa: quegli indumenti divennero tanto celebri che vennero chiamati comunemente “mackintosh”.

Il suo esempio fu presto seguito da un altro imprenditore, Burberry, che si mise a produrre impermeabili (da uomo e da donna) che badavano, oltre alla praticità, anche all’eleganza; ben presto i suoi modelli vennero imitati in tutto il mondo.

Agli inizi del XX secolo scoppiò la moda del “trench-coat” (soprabito da trincea): doppio sprone alle spalle, spalline, cinturini ai polsi e al collo, grande bavero e cintura con fibbia rettangolare foderata in pelle.
Era indossato dagli ufficiali dell’esercito inglese durante la Grande Guerra, ma con gli anni si diffuse sempre più anche tra i civili d’ambo i sessi che iniziarono a portarlo anche nei giorni non di pioggia.

Il motivo di questo successo di moda si deve anche, se non soprattutto, al cinematografo; come dimenticare infatti gli impermeabili strizzati sensualmente in vita indossati da Marilyn MonroeAudrey Hepburn, quello impeccabile di Michael Caine in Ipcress e quello con  cintura allacciata in vita senza l’uso della fibbia che Humphrey Bogart sfoggiava in “Casablanca”?

In compenso nessuno, oggi come allora, si sognerebbe di girare con un impermeabile stile Tenente Colombo.

© Mitì Vigliero

Storia di Atalanta, Polena Seduttrice

di Placida Signora - 14 marzo 2011

Nel 1866 il Capitano di Marina della cannoniera Veloce, mentre navigava in pieno oceano Atlantico, vide galleggiare sulle onde una figura femminile; issatala a bordo scoprì che si trattava di una polena raffigurante una donna dai lunghi capellicoperta da una sorta di peplo, che mostrava un seno nudo: poiché un poco, nella forma del corpo e nel’espressione del viso, gli ricordava la Vergine Spartana Corritrice conservata nei Musei Vaticani, la battezzò col nome classicheggiante di Atalanta.

Appena sbarcato a Genova, la consegnò al Museo Navale di Pegli dove Atalanta rimase sino al 1870, quando fu collocata all’interno del Museo dell’Arsenale della Marina Militare a La Spezia.

Lì ebbe inizio la misteriosa malìa della polena, che consiste di far innamorare perdutamente di sé gli uomini che – per un motivo o per l’altro - le stanno vicini per un po’ di tempo: e quella seduzione è terribilmente distruttiva visto che ben tre sfortunati arrivarono ad uccidersi per “disperato amor”.

Il primo a subirne il fascino fu il custode del Museo spezzino il quale, appena la vide, se ne invaghì perdutamente; rimaneva ore e ore a guardarla, senza mangiare, bere, dormire sino a quando una notte si impiccò di fronte a lei.

La seconda vittima fu un giovane falegname al quale Atalanta fu affidata affinché la restaurasse.
Dopo 15 giorni di totale isolamento con lei, il poveretto venne trovato cadavere nel suo laboratorio, con un coltello nel cuore e bigliettino in cui raccontava la sua decisione d’ammazzarsi a causa della folle passione che la polena aveva scatenato in lui.

La terza vittima fu, nel secondo dopoguerra, un soldato tedesco di stanza a Spezia; la storia venne riportata da tutti i giornali dell’epoca.

Il soldato si recava ogni giorno al Museo, piazzandosi per ore di fronte ad Atalanta; e un giorno, o meglio, una notte, la “rapì” portandosela via.

Da quel momento scomparve.

Dopo una settimana di ricerche un suo commilitone sfondando la porta di un appartamento che il soldato aveva preso in affitto, lo trovò cadavere di fronte alla polena: di fianco a lui una breve lettera, conservata anche lei nel Museo, in cui spiegava di aver voluto offrire a lei la propria vita.

“Poiché nessuna donna all’infuori di te può darmi la vita che sogno,o Atalanta, io sacrifico a te la mia vita”

Da allora morti pare non ve ne siano più stati; ma ancora oggi, ogni anno e da ogni parte del mondo, arrivano infuocate lettere d’amore per Atalanta, novella Circe del Museo dell’Arsenale.

© Mitì Vigliero

L’indimenticabile Gilberto Govi

di Placida Signora - 12 marzo 2011

Nel 1966 moriva a Genova Gilberto Govi (vero nome Amerigo Armando), uno degli attori più amati dagli italiani e che Leonida Repaci definì “un demonio che saprebbe far ridere a crepapelle anche se recitasse per tre atti la tavola pitagorica”.

Era nato nel 1885: sorprendentemente portato per il disegno, da ragazzo aveva studiato all’Accademia di Belle Arti e subito era stato assunto come disegnatore dalle Officine Elettriche Genovesi.

Ma  la sua strada era decisamente un’altra: quella del palcoscenico.

Infatti faceva parte dell’Accademia Filodrammatica del teatro Nazionale dove si recitava obbligatoriamente in perfetto italiano: l’Accademia aborriva il dialetto, Govi lo adorava e così fondò una Compagnia tutta sua chiamata “La Dialettale“, con la quale recitava nei fine settimana e dove conobbe Caterina Franchi, in arte Rina Gaioni: si sposarono, e per 49 anni divisero sia la vita che la scena.

Govi se ne andò dall’Accademia il giorno in cui, convocato dai capi, questi gli dissero: ”Scegli: o noi o il dialetto“.
Fortunatamente per noi scelse quest’ultimo e, per la cronaca, trent’anni dopo l’Accademia lo nominò Socio Onorario.

Lina Volonghi era solita ripetere:
“Quando la gente e i critici lodano il mio senso di responsabilità e disciplina, lodano Gilberto Govi. Da lui ho imparato i tempi comici, il rispetto per il pubblico, il donarsi con estrema semplicità e grande sacrificio.”
Essendo entrata nella Compagnia da giovanissima, e provenendo da una famiglia semplice, senza studi e cultura teatrale, Govi fu per lei Maestro di vita: a Napoli, parliamo dei primi del ’900, la spedì a vedere i De Filippo definendoli “tre fratelli bravissimi che recitano al San Nazzaro: nessuno ancora li conosce fuori di Napoli, ma andrebbero proprio portati in trionfo perché sono bravi”.

E poi Carlo Campanini, che con Govi divideva l’amicizia di Macario; e poi ancora Walter Chiari, Paolo Stoppa, Dina Sassoli, Alberto Sordi,  che con lui girarono nel ‘47  Che tempi! (alias Pignasecca e Pignaverde).

Da queste e altre testimonianze risulta il vero carattere dell’uomo in modo più illuminante di un qualsiasi testo di critica teatrale, e indubbiamente del teatro Govi fu un mitico interprete.

Sì, fece anche cinema: oltre i film citati, anche  Colpi di timone con Sergio Tofano e  Il diavolo in convento girato nell’abazia di San Fruttuoso di Camogli assieme a Carlo Ninchi e Mario Pisu.
Film carini, ma niente a che vedere con il suo ambiente naturale, il palcoscenico.

Gilberto Govi fu accusato dalla critica ufficiale di essere un pigro che rappresentava sempre le stesse commedie: innanzitutto ciò non è vero, visto che in 50 anni di carriera “mise su” ben 81 commedie diverse.

E se la gente si diverte ancora oggi alla follia nel vedere in videocassetta o DVD Pignasecca e Pignaverde, Quello Buonanima, Colpi di timone, Sotto a chi tocca, Gildo Peragallo ingegnere e soprattutto il celeberrimo I manezzi pe majâ ‘na figgia, ciò significa che si tratta di testi validissimi e intramontabili.

Nel 1957 la televisione sperimentò la ripresa diretta delle sue commedie a teatro: fu un trionfo incredibile in tutta Italia, con record d’ascolti mai più raggiunti da altre rappresentazioni simili.

Ben sedici testi teatrali che riscossero un enorme successo di pubblico, e c’è da scommettere che se la Rai ne riproponesse oggi qualcuna lo share sarebbe ugualmente sorprendente perché, come disse il regista Vittorio Brignole:
“Govi davanti alle telecamere era diverso dal Govi davanti al suo pubblico? E’ una domanda che potrebbe essere rivolta a quelli che I Manezzi li hanno visti a dieci anni con la madre, a venti con la fidanzata, a trenta con la moglie, a quaranta con la figlia, a cinquanta con l’esperienza di una vita passata ad amare un attore, e non hanno trovato alcuna differenza”.

Il suo modo di gestire la  Compagnia era un capolavoro di piccola imprenditoria forma cooperativistica, in cui i guadagni venivano suddivisi fra gli attori e i tecnici; non godendo affatto di appoggi politici e sovvenzioni, bisognava amministrarla come una ditta.

Difatti Govi, con i suoi attori si comportava come un Presidente d’azienda: paziente, gentile ma senza dare la minima confidenza.

Tutti lo chiamavano Commendatore e il suo “voi” rivolto a loro era imperativo non per ordini di regime, ma perchè in genovese si usa così.
Ogni giorno si recava puntualissimo a teatro come si recasse in ufficio: finite le prove o le recite salutava e con la Rina se ne tornava a casa dai  cani, tutti amatissimi randagi da loro adottati.

Si comportava come un distinto professionista borghese che non parlava mai male dei colleghi , anzi si arrabbiava molto se qualcuno metteva in dubbio la bravura altrui; ma soprattutto detestava i pettegolezzi e le malignità, possedendo un sacro nonché raro (per l’ambiente) culto per il riserbo altrui.

Dicevano anche che fosse mostruosamente tirchio, leggendaria nomea affibbiata a tutti i genovesi.

Innanzi tutto si dice parsimonioso; magari era quello che se doveva comprarsi un paio di scarpe nuove cadeva in crisi e non amava sprecare miliardi in costumi od orpelli inutili di scena.
Era quello che con l’amico Amedeo Garbarino (mio bisnonno) al Circolo del Tunnel aveva inventato l’indimenticabile “gag” (presente poi in Pignasecca e Pignaverde) del sigàro fumato in verticale per farlo durare di più.

Però, di nascosto e senza andare a strombazzarlo in giro, quasi tutte le mattine chiamava il suo fido portinaio Lino e lo mandava a spedire “un assegno qua, un vaglia là“: tutta beneficenza destinata a colleghi in disarmo, ospedale Gaslini e associazioni per la protezione animali.

Il suo modo di recitare era unico.

Gli autori delle commedie come Bacigalupo (I manezzi), La Rosa (Colpi di timone), Acquarone (Bocce,  l’unica commedia recensita dalla “Gazzetta dello Sport“), Bassano (Il porto di casa mia) e altri, non avevano vita facile.
Govi ne rielaborava i testi, li traduceva in genovese e soprattutto aggiungeva battute: se vedeva che avevano successo, tra un atto e l’altro correva dal suggeritore e gli intimava “Questa, a copione!”.

Ovviamente non tutti ne erano felici: uno di questi, Carlo Bocca, dopo la prima di una sua commedia s’imbufalì talmente per le variazioni fatte che lo aspettò fuori da teatro e gli mollò un ceffone tremendo.
Morale, Govi incassò lo schiaffone, però  non mise mai più in scena una commedia di Bocca.

Durante la prima e la seconda guerra mondiale organizzò molti spettacoli per le forze armate, soprattutto in Emilia, terra d’origine dei suoi genitori; un carro di Tespi con sede a Bologna che portava la Compagnia a fare spettacoli nelle varie caserme dislocate nella regione.

Il palcoscenico veniva costruito di volta in volta con tavole, senza sipario, la platea regolare con migliaia di posti a sedere e i camerini, costruiti in legno come cabine balneari, con gli attaccapanni e il tavolino per il trucco.

Quest’ultimo per Govi era fondamentale: sfruttando la sua abilità pittorica, riusciva da solo e in mezz’oracambiarsi completamente i connotati.

Vari colori di cerone, matite grasse; manovrava con i pollici, spalmava, tirava, sfumava ed ecco venir fuori gli zigomi, spuntare il mento, sparire la gola.
Aveva di natura un viso grande un po’ quadrato:  col trucco lo faceva diventar piccolo e rotondo come una prugna secca.

Interpretando alcuni personaggi riusciva addirittura ad accorciare materialmente il suo corpo: al momento degli applausi finali si tirava su e si allungava di quindici centimetri.
Ma soprattutto erano gli occhi la sua grande forza espressiva: quelli non li truccava mai, li lasciava liberi di muoversi, ammiccare, luccicare come se avessero avuto una lampadina dentro.

Valeria Moriconi disse: ”Ho di Govi un ricordo nettissimo: in particolare dei suoi occhi e dei suoi incredibili sopraccigli; Govi parlava con tutto il suo modo di essere, parlava con le mani e parlava pure con i sopraccigli. Parlava pure quando stava in silenzio“.

Infatti bastava una sua occhiata per far esplodere dalle risate il pubblico e, più di una volta, anche gli altri attori in scena che andavano a “bagnomaria“, rischiando cioè l’amnesia totale e il soffocamento a causa di furiosi attacchi di ridarella trattenuta, poiché aveva la capacità di rendere teatralmente preziosi persino gli incidenti scenici e le famigerate “papere“.

Una volta rimase per un’ora in scena con una mosca che ronzava impazzita perché gli era rimasta imprigionata tra la “coccia” (parrucca dura e tonda come un elmetto) e la testa; non potendo darsi una manata sul cranio per schiacciarla né strapparsi pubblicamente la coccia, recitò in modo più agile, veloce e arzillo del solito costringendo tutti gli altri a seguirlo frenetici.

Un’altra volta, invece di dire “Facciamo un patto” disse “Facciamo un tappo“: per rimediare la topica si mise a parlare ininterrottamente di tappi e patti, inventando battute, improvvisando tanti di quei discorsi e gesti che alla fine il suggeritore stremato lanciò per aria il copione e se ne andò, mentre il pubblico esplodeva in un mega applauso a scena aperta.

A proposito di papere è rimasta memorabile quella di Sergio Fosco, marito di Anna Caroli (indimenticabile Cùmba, la donna di servizio nei Manezzi) e padre di  Gian Fabio (il futuro Gian della coppia comica con Ric); tutti e tre attori della Compagnia di Govi.

Stavano recitando Bocce al teatro Carignano; Govi lanciava la boccia sul pallino e Fosco doveva gridare entusiasta:
”Sciu padrun, bravìscimu: a vegne drita drita in sciu ballìn!” (“Signor padrone, bravissimo: viene dritta dritta sul pallino!”)

Ma quella sera cambiò in “e” la “a” del “ballìn“.

Tutti gli  attori fuggirono dal palcoscenico in preda a convulsi di riso e Govi, rimasto solo in scena,  urlò ridendo come un matto:
“Aleé! U savèivu che ‘na vota o l’atra ti l’avièsci dita!”, “Lo sapevo che una volta o l’altra l’avresti detta!”.

Fortunatamente erano a Torino, pochi compresero: e se anche ora qualcuno di voi non capisce, usi la fantasia. ;-)

La critica laureata accusò infine Govi di avere il “limite” del dialetto: oggi possiamo dire che in realtà il suo fu grande teatro, quello che si fa amare e comprendere dappertutto nonostante il linguaggio, come il veneziano di Baseggio, il milanese di Ferravilla o il napoletano dei De Filippo.
Govi rese allora comprensibile e famoso anche il genovese perché, con estrema naturalezza, aveva il dono di farsi capire non solo in tutta Italia, ma anche a Parigi Buenos Ayres.

E se lo spettatore non afferrava proprio tutto alla lettera, poco importava.

Pietro Palmieri
, altro attore della Compagnia, raccontava che dopo la rappresentazione di una commedia all’Odeon di Milano era andato a prendere un cappuccino al , un bar in Galleria:
“Lì vedo due signori che s’incontrano e l’uno dice all’altro: “Sei andato a vedere Govi? E cosa hai visto?”.
L’illuminante risposta fu:
So ‘na got, ma ho ridù tant, ridù tant, che rid anch’a mò“.

© Mitì Vigliero

Nota:

QUI i commenti su FriendFeed
Le immagini di Govi sono state tutte trovate in rete.
Qui invece ho trovato  tutta la commedia “I manezzi pe majâ ‘na figgia”: buon divertimento!

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