Pomme d’Amour: la Storia del Pomodoro

Circa sei decenni dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo, il gesuita Josè de Acosta, tornato da un lungo viaggio in Perù, annotò nelle sue “Historie naturali e morali” che gli indios coltivavano ed erano ghiotti di una strana sorta di grossa uva che presentava acini sugosissimi: li chiamavano tomate e oltre ad essere belli “alla vista”, erano anche molto rinfrescanti nonché indubbiamente più piacevoli da mangiare a morsi del peperoncino.

Perché quindi non provare a coltivarli anche in Europa?

La saggia proposta di padre Josè suscitò scalpore: mangiare quei cosi, che di certo erano velenosi vista la loro strana forma di abnorme bacca? Per non parlare del colore, rosso come il fuoco dell’Inferno.

Eppoi nel Vecchio Mondo era consuetudine antica quella del “mangiare bianco“, simbolo di purezza per l’organismo; al massimo si condivano i cibi con tonnellate di cannella, mandorle, miele e acqua di rose e di arancio…

Così, i primi esemplari di pomodori introdotti dalla Spagna nel Vicereame di Napoli, rimasero una mera curiosità botanica; data la loro forma piccolina (simili a quelli che ancora oggi chiamiamo ciliegini), vennero appunto classificati come licepersicum cerasiforme, praticamente considerati grosse ciliegie.

Dovettero trascorrere ancora quasi due secoli prima che qualcuno scoprisse le vere virtù del ciliegione, e non fu un napoletano a farlo bensì un cuoco francese rimasto sconosciuto il quale, entusiasta, lo chiamò “pomme d’amour”, esaltandone le doti afrodisiache.

Che fosse afrodisiaco ovviamente non era vero per niente; ma forse fu la molla che spinse gli italiani a convertirsi all’ottimo ortaggio, pur sempre con molta cautela visto che ancora il 29 maggio 1787 Wolfang Goethe, nel diario del suo viaggio in Italia, raccontava aver mangiato a Napoli zuppe di pesce, polpi e maccheroni, deliziosi sì ma tutti ancora rigorosamente cucinati in bianco, senza la minima traccia di pomodoro.

Fu ufficialmente nel 1839 che il napoletano Ippolito Cavalcanti, Duca di Buonvicino , autore della Cucina teorico-pratica, pubblicò un “saggio” sulla “Sauza di pommadore ammature” (salsa di pomodoro maturo); che l’avesse inventata lui o un suo cuoco, non è dato sapere.

Fatto sta che il nobiluomo suggeriva di metterla “ncopp’a la carne, ncoppa li pulle, ncoppa lo pesce, ncoppa l’ova”, ‘ncoppa ovunque tranne che, chissà perché, sulla pasta.

Ma fu proprio il popolo napoletano che, pratico e affamato, volle per primo farne la prova, mettendo la pummarola sul cibo che consumava di più perché nutriente e poco costoso: maccheroni e pizza.

Fu un trionfo che dilagò ovunque.

Dalla metà dell’Ottocento dall’America giunsero le qualità di pomodori più grandi che mantenevano nomi anglosassoni: Liwingston, Duke of York, Perfection, Champion, Mikade, e in Italia nacquero il Genovese, il Riccio di Parma, il Rosso costoluto, il Riccio romagnolo, il Sanmarzano, il Roma e via di seguito.

Fu così che, dopo aver avuto tante difficoltà nell’essere accettato il pomodoro divenne infine, volenti o nolenti, uno dei simboli d’Italia.
© Mitì Vigliero



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  • 25 March 2011 at 10:19Mitì Vigliero
    (Ma nel vostro dialetto usate il termine derivato da pomme (pomodoro) o da tomato?)
  • 25 March 2011 at 10:31Librando
    Ho riso molto pensando al peperoncino mangiato a morsi ;) (La parte piemontese della famiglia mi pare dica "tomate". Mi pare.)
  • 25 March 2011 at 10:38Mitì Vigliero
    Librando, io invece mi diverto molto a pensare che sia la patata che il pomodoro fossero stati considerati pericolosi per anni e anni...;-D (a Genova tomate - pronuncia "tumate". In piemontese mi pare "tomatiche". Ma dovrei alzarmi a prendere il dizionario, e sono pigra ;-)
  • 25 March 2011 at 10:40Mar@
    ricordo mia nonna che li chiamava i "pumatis" dialetto milanese quello dei vecchi :-)
  • 25 March 2011 at 10:41Mitì Vigliero
    Mar@, pumatis è bellissimo :-D
  • 25 March 2011 at 10:50Piesse al ragù
    Io invece mi ricordo "tumatis" in milanese
  • 25 March 2011 at 10:52Piesse al ragù
    A qualche milanese risulta "artichoc" per i carciofi?
  • 25 March 2011 at 10:54Mitì Vigliero
    Paola, articioc in genovese sì. in milanese sapevo articiocch
  • 25 March 2011 at 10:56Massimo Ghetti
    cacocciuli i carciofi in siculo
  • 25 March 2011 at 10:56Mitì Vigliero
    Massimo, e i pomodori? (cacocciuli non conoscevo, grazie ;-)
  • 25 March 2011 at 10:56Piesse al ragù
    Ho un vago ricordo della pronuncia, figurati a scrivere in milanese ... comunque penso che hai ragione
  • 25 March 2011 at 10:58Massimo Ghetti
    pummaroru (mia nonna, dio l'abbia in gloria, dicava i pummari)
  • 25 March 2011 at 10:58Mitì Vigliero
    Però in milanese pomodori anche secondo me è tumatis (e sul vocabolario del Baijni manca addirittura il termine, pomodoro)
  • 25 March 2011 at 11:00Piesse al ragù
    Mi sfugge storicamente l'apporto linguistico da parte degli inglesi in lombardia: a parte "tumatis", burro è "buttér"
  • 25 March 2011 at 11:05Mitì Vigliero
    Paola, non sono inglesi. butter si dice anche in tedesco. e così tomate. il milanese ha moltissime parole austro-tedesche&affini (questo sì spiegabile storicamente)
  • 25 March 2011 at 11:07Massimo Ghetti
    Infatti, c'è una convergenza di diverse lingue. Penso a bucceria, macelleria in alcune zone della sicilia, deriva dall'inglese 'butcher' e dal francese 'boucherie'. Da cui poi Vucciria a Palermo.
  • 25 March 2011 at 11:10Mitì Vigliero
    Massimo, infatti è la cosa che mi affascina di più nelle lingue. (a proposito di Vucciria, conosci questo di Camilleri? http://www.ibs.it/code/9788861305151/camilleri-andrea/vucciria.html)
  • 25 March 2011 at 11:10Piesse al ragù
    Vedi, l'ignoranza? In effetti non so una parola in tedesco....
  • 25 March 2011 at 11:13Massimo Ghetti
    Mitì, quello non l'ho letto.
  • 25 March 2011 at 11:20Mitì Vigliero
    Paola, nemmeno io. Infatti vivo sommersa di dizionari ;-D
  • 25 March 2011 at 11:20Mitì Vigliero
    Massimo, non è male. Soprattutto ha molti aneddoti interessanti.
  • 25 March 2011 at 11:25Daniela | narayan
    mia nonna sarda mi faceva per merenda "pai e tammatica" (pane e pomodoro)
  • 25 March 2011 at 11:29Mitì Vigliero
    Daniela, "tammatica" ricorda il "tomatica" piemontese (e quella è una delle merende più buone del mondo)
  • 25 March 2011 at 11:39Massimo Ghetti
    Lo leggerò, grazie. ;-) Vi dico questa e non vi tedio più: melanzane: in siculo mulingiane e in arabo badengian
  • 25 March 2011 at 11:42Piesse al ragù
    C'è qualche dominazione che ci siamo fatti scappare?
  • 25 March 2011 at 12:10Mitì Vigliero
    Massimo, nessun tedio. sono cose che mi interessano moltissimo! :-*
  • 25 March 2011 at 12:10Mitì Vigliero
    Paola, eh. ;-D


27 thoughts on “Pomme d’Amour: la Storia del Pomodoro

  1. Paola, non sono inglesi. butter si dice anche in tedesco. e così tomate. il milanese ha moltissime parole austro-tedesche&affini (questo sì spiegabile storicamente)

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  2. Paola, non sono inglesi. butter si dice anche in tedesco. e così tomate. il milanese ha moltissime parole tedesche (questo sì spiegabile storicamente)

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  3. Infatti, c’è una convergenza di diverse lingue. Penso a bucceria, macelleria in alcune zone della sicilia, deriva dall’inglese ‘butcher’ e dal francese ‘boucherie’. Da cui poi Vucciria a Palermo.

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  4. veramente interessante la questione della ripulsa a causa del colore rosso; siccome a me interessa la storia dei colori, direi che terrò conto di questa vicenda gastronomica del colore rosso; direi che allora è stato il pomodoro a farci accettare il rosso come colore commestibile; grazie mitì

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