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Innamorato come un gatto in febbraio: Proverbi, Aforismi e Modi di dire sull’Amore (con auguri finali)

di Placida Signora - 14 febbraio 2011


(©Valeria Motroni)

 

Genova, per definire una persona “innamorata cotta”, da secoli si dice “innamòu cumme ‘n gattu de frià”, innamorato come un gatto in febbraio. E perché proprio Febbraio sia il mese dedicato all’amore, ve l’avevo spiegato qui.

Una volta innamorati, è difficile nasconderlo perché  “L’Amore presto o tardi si svela dagli sguardi”.
Milano invece dicono “Amòr e tòss se fan conòss” e gli inglesi sottolineano che si diventa inappetenti e distratti: “l’Amore fa perder l’appetito e ne risveglia altri”…

Poiché l’ “Amore è cieco”, tutto di lui/lei ci pare bello; però col passare del tempo l’amore può diventare “presbite, mostra i difetti man mano che si allontana”.

E se ogni lontananza fa male all’amore, “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”,  “per l’innamorato le miglia son passi”: l’importante è che non vi sian autostrade bloccate o scioperi dei mezzi pubblici.

L’Amore è una malattia”, Jerome lo paragonava al “morbillo, prima o poi ce lo prendiamo tutti” perché, dicono i veneti, “Amor no porta rispetto a nissun”, non risparmia nessuno, ricchi, poveri, giovani, vecchi i quali, appena colpiti dai “dardi di Cupido”, avranno in comune -almeno nella fase più acuta- una caratteristica: la follia.


(©Mangosi)

L’Amore consiste nell’essere cretini insieme” (Paul Valery); “ l’Amore e’ come una clessidra: quando si riempie il cuore, si svuota il cervello” (Jules Renard), perché “l’Amore non ha niente a che fare con l’intelligenza(Jean Renoir).

E ciò infatti è perfettamente dimostrato dai vari nomignoli amorosi di cui avevamo parlato qui.

(©Pastaltonno)

Ma sentirsi un poco idioti in due è piacevolissimo: “più scalda Amor che mille fuochi”.

Scompare ogni paura perché “omnia vicit Amor” –l’amore vince ogni cosa – e se anche “Amor non è senza amaro” è anche vero che “chi soffre per Amor non sente pena” poiché quasi sempre (e per fortuna) “delle pene d’Amor si tribola e non si muore”.

In realtà che cosa sia in realtà l’amore non lo sa nessuno; se per Leo Longanesi e’ l’attesa di una gioia che quando arriva annoia”  e per quel cinicone di Ambrose Bierce è “una parola inventata dai poeti per far rima con cuore”, per La Rochefoucauldnon c’è che una specie d’Amore, ma in mille versioni diverse” e per Emily Dickinsonche l’Amore e’ tutto, e’ tutto cio’ che sappiamo dell’Amore”: fatto sta che “ciò che si fa per Amore è sempre al di là del bene e del male” (Nietzsche).

E anche il perché ci si innamori di una persona piuttosto che di un’altra non si sa; che sia soprattutto questione d’affinità, dato che “chi si somiglia si piglia”?

(*)

Ma è inutile farsi tante domande, visto che “al cuor non si comanda”.

francesi sono convinti che “on n’aime qu’une fois”; e che “il primo Amore non si scorda mai” resta una delle convinzioni più diffuse al mondo.

Ma temo avessero un po’ ragione i Gufi quando, in Porta Romana , cantavano: 

Ci son tre cose belle in fondo al cuore
la gioventù, la mamma e il primo amore
La gioventù ti lascia, la mamma muore,
te restet come un pirla col primo amore.


Però…però, dai.

Ironie a parte, ammettiamo che il 14 febbraio in fondo è una data bella: in generale è la festa dello stare bene insieme.

Per questo a tutti voi Tesorimiei che mi seguite da tanti anni con amicizia e affetto veri, che ricambio da tanti anni con tutto il cuore,  dedico i miei auguri più cari.

Li troverete cliccando QUI.

©Mitì Vigliero


Placide Segnalazio’: Cose belle da leggere e guardare in rete

di Placida Signora - 13 febbraio 2011

- Le mie mani, di Andrea Beggi

Come quelle donne, di Daniela Farnese

- Toccami, di Splendidi Quarantenni

- Le cose che si imparano in Australia in un solo giorno, di Barbara Sgarzi

- Senza rancore, di Mitia

- Donne, di Sba

- Nell’allegro casino dei social network, di Mafe de Baggis

- Da scaricare in pdf Quer pasticciaccio bello : “Dieci fotografi romani, dieci foto della periferia di Roma, dieci scribi di fuori Roma. Per parlare, raccontare o anche solo immaginare la parte più grande e, forse, più complessa di questa città. Perché se vi hanno detto che Roma è solo il Colosseo e i sampietrini, beh, vi hanno mentito.” (da Frattaglia)

- Il tumblr di Isola Virtuale

- Il tumblr Meine Katze (per felinofili)

- Gli Storpionimi

- National Geographic Photo of the Day

- I Singloids, di PersichettiBros (da cui è tratta questa)

Buona lettura!

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E la chiamano Voce degli Angeli: le gaffe dei bambini

di Placida Signora - 10 febbraio 2011

Ogni tanto penso che i bambini piccoli siano esseri strani: li osservo sempre con un po’ di sospetto, e confesso di temerli molto.

Forse perché non ci sono abituata, non ho figli. In compenso, oltre un nipotino legittimo, ho un plotone di figli di amiche che hanno deciso di eleggermi Zia ad honorem.

Non so perché, ma si tratta di pargoli i quali, appena nati, hanno subito provato nei miei confronti un’attrazione irresistibile, decidendo di fare il ruttino, con relativo rigurgito, solo sulla mia spalla, disdegnando quella dei legittimi genitori. Oppure, ignorando i rapporti di sangue che implicherebbero una particolare intimità, si rifiutavano di fare  popò per giorni, restando nell’attesa di vedermi e di essere da me presi in braccio.

Riflessi condizionati? Può darsi.

Certo che gioie me ne hanno date, i miei nipoti ad honorem; soprattutto il giorno in cui pronunciavano la prima parola possibilimente di fronte a tonnellate di nonne e zie vere.

I primi balbettii stile “am, ma, ba, pa..”, che venivano entusiasticamente tradotti  come “mamma” o “papà”, venivano immediatamente declassati nel momento in cui pronunciavano in modo chiarissimo “mitì”; certo qualcuno diceva pitì, ma non si può pretendere tutto dalla vita.

I familiari veri ci restavano ovviamente molto male ed io li consolavo dicendo:
-”Ma su, l’ha detto solo perché è un nome facile. Vedrete che fra poco parlerà in modo perfetto dandovi tante soddisfazioni…”.

Infatti i bambini cominciavano ben presto a parlare, con quella  che per tono e contenuti è da sempre defintita la Voce degli Angeli

Ricordo Violetta, una splendida bimba di due anni e mezzo; bionda, capelli a boccoli, occhi azzurri, boccuccia a cuore e pelle di porcellana.
Era talmente bella che le persone si fermavano per la strada a guardarla e tutte, chinandosi su di lei, le dicevano:
“Ma che amore di bambina! Ma che bambolina! Ma come ti chiami, carina?”
E la pargoletta, vestita di sangallo rosa confetto, rispondeva serissima: ”Filippo”.

Violetta crescendo, sviluppò un notevole senso logico, tanto da far supporre una sua futura carriera politica. 
A sei anni,  iniziata la scuola da una settimana, un giorno chiese a suo padre:
”Papino, pensi che la maestra mi possa sgridare anche se non ho fatto niente?”
”Ma no, ci mancherebbe altro!”
”Bene: allora non faccio i compiti”.

Ben altro accadde invece alla mamma di Fabrizio, 5 anni.
Aveva invitato gente a pranzo; le sedie attorno al tavolo erano molto sottili e strette, e dato che tra gli invitati c’era anche una signora grassissima, la sventurata madre - pensando ad alta voce di fronte a suo figlio (errore imperdonabile) – disse sarcastica: ”Per la signora Rossi dovrò mettere un’altra sedia dato che per lei, di queste, ce ne vorrebbero due!”.
E così, quando arrivarono gli ospiti, Fabrizio si precipitò immediatamente dalla signora Rossi domandandole pieno di curiosità:-”Ma sei tu la signora con due culi?”.

Andrea, a 7 anni, stava attraversando un poco in ritardo la fase dei “perché”: faceva domande a raffica a tutti e su qualunque argomento, domande alle quali bisognava rispondere per forza, anche perché dimostravano un notevole interesse culturale.
Un giorno si recò con sua madre a Carrù, a trovare una signora di nome Teresa; mentre passeggiavano nei campi attorno alla casa della Teresa, Andrea, indicando degli alberi, chiese alla mamma:
”Cosa sono?”
”Pioppi”
”Di chi sono?”
”Di Teresa”
”A cosa servono?”
”A fare la carta”
”Chi ha inventato la carta?”
”Credo gli Egizi…Mah…”
“Avevano un capo gli Egizi?”
“Ma certo” 
”Come si chiamava?”
”Faraone”
E via di seguito.

Dopo due o tre giorni, la mamma di Andrea ricevette una telefonata dalla maestra di suo figlio:

-”Signora, lunedì ho fatto fare un temino in classe dal titolo Come ho trascorso la domenica. Lei ora mi dovrebbe spiegare ciò che ha scritto Andrea:
Ho trascorso la domenica passeggiando con la mia mamma in un campo di carta. La carta era di Teresa, il Faraone di Carrù”.

©Mitì Vigliero

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Bando al raziocinio e via libera al gioco: Chi o Cosa vorresti essere, per un giorno?

di Placida Signora - 9 febbraio 2011

Immaginiamo una festa virtuale di Carnevale.

La maschera che ci piacerebbe indossare, senza pensare affatto alla fattibilità del costume, al costo, al risultato reale.

Una maschera magica, che ci permetterà di vivere realmente – per 24 ore - l’esistenza che abbiamo scelto.

Potremmo essere:

un Personaggio Storicodi Fantasia, o AttualeReale.
Un Animale, un Oggetto, una Virtù o un Vizio.
Una Qualità o un Difetto o un Sentimento; un Vizio o una Virtù.
Il Protagonista di un Romanzo o di una Canzone oppure di una Poesia.


O ancora quello di un Quadro, di una Commedia o Tragedia, di un Film, un’Opera lirica,, un Cartone animato, una Fiaba.

Orsù, bando al raziocinio e via libera al gioco:

Chi o Cosa vorreste essere per un giorno intero? E perché?
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Antichi Carnevali a Genova

di Placida Signora - 8 febbraio 2011


(foto Ramondini)

Sembra incredibile oggi, ma vi furono tempi in cui il Carnevale di Genova superava di gran lunga in fasti, fracasso, follie e baccanali quello di Venezia.

La musica e la danza ne erano il filo conduttore; narrano già le cronache del XIII secolo che il Carnevale iniziava di notte al suono dei pifferi che ritmavano la “rionda”, una danza antichissima d’origine pagana che si svolgeva girando attorno a falò accesi per le strade della città.

E ogni sera vi erano i balli popolari delle “lanternette”, piroettati alla luce di piccole lanterne appese a rischiarare i vicoli.

Alle gighe e ai perigordin danzati all’aperto si univa immancabilemente il “ballo del bastone”, che nessuno si è mai sognato di descrivere dettagliatamente ma che doveva essere decisamente osceno se più volte le autorità tentarono di proibirlo poiché, come dice una nota degli Inquisitori, veniva ballato esclusivamente da “homini immorali e bagasce”.

In realtà nei giorni di Carnevale veniva bandita ogni differenza di ceto e ogni morale; nobili e borghesi erano addobbati nei “dòmini”, ampi mantelli lunghi sino ai piedi dotati di un grande cappuccio dal quale spuntavano visi totalmente coperti da maschere (e a Genova ne fabbricavano di meravigliose).

Invano nel 1442 le Autorità emanarono grida contro “l’usanza dei mimi, che vagano qua e là colla faccia velata, commettendo molti delitti”, omicidi e stupri compresi.

Carnevale senza maschere non era Carnevale e dal ‘500, con l’introduzione dei “Carrossèzzi” (cortei carnevaleschi sontuosissimi, l’ultimo degno di nota si svolse nel 1872), ne nacquero di nuove e popolari.

Il “Marcheize” (marchese) e il “Paisan” (contadino), impegnatissimi sui loro carri a cantare improvvisati “strapùntin”, strofette in cui si sfottevano ferocemente a vicenda; il “Mégu” (medico), vestito di nero, con un siringone lavativo sotto il braccio e un delirante linguaggio mescolante latino, francese, italiano e genovese.

Poi la “Balia”, prestante giovanotto tettuto e naticuto a suon di stracci sotto i vestiti, che stringeva al seno un furibondo gatto stretto nelle fasce e con tanto di cuffietta; e c’era anche la “Nena”, pastorella impegnata in maliziosissimi duetti cantati col Paisan.

 A lui che  domandava “dime un po’ comme son faete/ quelle cose ch’ei in sen” (dimmi come son fatte quelle cose che hai nel seno) lei rispondeva trillante “Quelle cose ch’emmo in sen/e son faete a pugnattin;/ dime un po’, voi bello zueno,/comme l’ei o..berettin” (Quelle cose che abbiamo in seno sono fatte a pentolino; ditemi un po’ voi, bel giovane, come avete il…berrettino).

Il tutto tra i lazzi del pubblico e lanci interscambiati di castagne secche, dolcini, coriandoli non solo cartacei ma anche di durissimo gesso e uova, alcune riempite d’essenze profumate -tirate verso il pubblico dai carri allegorici del nobili mascherati solitamente da pastorelli arcadici o sultani e odalische-  altre semplicemente marce, lanciate dai ragazzini del pubblico verso i Nobil Signori.

Agli inizi del 1800 divenne abitudine per i genovesi trascorrere tutte le sere di Carnevale al “Festone dei Giustiniani”, nell’omonimo palazzo.

I “mascheri” nascondevano chiunque rendendolo uguale: dame, sartine, politici, impiegatini, professionisti, commercianti, intellettuali, studenti, professori.
Si entrava o con l’abbonamento (L.8) o col biglietto di una serata (cent. 80).

E si ballavano “delizosa walse, polke, rapide alessandrine” fino a notte fonda, si amoreggiava, si gustavan sorbetti, si partecipava a lotterie e l’ultimo giorno si mangiavan quintali di ravioli.

I Festoni  terminarono nel 1850, quando Palazzo Giustiani fu venduto e tramutato in un nugolo d’appartamenti, ma continuarono altrove, come nei mega Veglioni organizzati nel ridotto del teatro Carlo Felice.  

Infine, dal 1924 al 1970 il Carnevale genovese conobbe altri carri, gli indimenticabili “carrettini”  dei Goliardi che davano vita, a conclusione delle “feriae matricularum”, al Gran Premio Indianapolis.

Gli studenti trascorrevano mesi a fabbricare a casa i traballanti bolidi, sopra i quali si lanciavano a velocità folle giù dal Righi, imboccavan via Cabella, Manin, via Assarotti  e infine – se eran fortunati e ancora interi – arrivavano al traguardo in Piazza Corvetto, davanti al palco delle autorità (Sindaco, Rettore, Princeps Genuensis Goliardiae e suoi Dignitari vari).

I veicoli avrebbero dovuto ricordare le future professioni (es: a forma di barelle per gli studenti di medicina vestiti da squinternati chirurghi), ma spesso la fantasia aveva il sopravvento così si potevan vedere sottospecie di navi vichinghe a rotelle pilotate da baldi giovani dall’elmo cornuto, o carri da pionieri guidati da improbabili indiani e cowboy.

Una curiosità; il Gran Premio Goliardo non ebbe mai una prima edizione, né una seconda, né una ventesima: furon tutte, ma proprio tutte, la Sessantanovesima.

©Mitì Vigliero  

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