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Antichi Natali a Genova

di Placida Signora - 14 dicembre 2010

Erano belli i vecchi Natali a Genova, vissuti sino ai primi del XX secolo senza frenesia d’acquisto obbligato, senza isteriche code di auto o mezzi pubblici intasati e quel sottile senso di malessere che oggi ci attanaglia, facendoci pensare quasi con noia “Oddio, è già Natale”.

Allora, per tutto dicembre i vicoli del centro storico si riempivano di ambulanti che vendevano figurine del Presepe in terracotta: contadini, pastori, pescatori, pecorine, mucche, asinelli, sacre famiglie, la profumata erba cocca, il muschio, carta straccia accartocciata e verniciata del color dei monti.

E bancarelle di stampe, coltellerie, stoffe, bigiotteria e giocattoli semplici: soldatini di piombo o stagno, bambole dal volto di porcellana dipinto, minuscoli mobili per la casa delle pupe, carrettini di legno, biglie di vetro.

Una settimana prima del gran giorno, nei vicoli trionfava anche la gastronomia: macellai, rosticcieri, confettai, panettieri, formaggiai, trippai, pescivendoli esponevano la loro merce fuori dai negozi su banchi decorati con fronde d’alloro e nastri luccicanti; ma c’erano anche i banchetti ambulanti dei verdurai, detti besagnini (perché provenivano dai campi della valle del fiume Bisagno),che smerciavano noci, pinoli e verdure ancora bagnate di rugiada.

I bimbi erano terrificati e affascinati insieme dalle bancarelle dei polli e tacchini.

Le contadine dall’entroterra li portavano in città vivi, e li tenevano chiusi in stie a fianco al banco; le varie massaie passavano, puntando un dito dicevano «quello lì» e le brave donne afferravano il prescelto, gli tiravano il collo di fronte agli acquirenti e iniziavano a spennarlo, giusto il tempo per la signora di fare ancora un po’ di spese.

anche allora c’erano i «vu cumprà»; tremanti di freddo perché vestiti coi costumi leggeri dei loro paesi, un po’ in disparte stavano indiani, cinesi e turchi che vendevano noci di cocco, conchiglie strane, ventagli e lanternini di carta sottile e tappeti.

Tutta Genova si riversava in quelle strade; fianco a fianco camminavano a fatica tra la folla il camallo e lo spedizioniere, l’artigiano e l’avvocato, la sartina e la contessa, assordati tutti allo stesso modo dai suoni di cornamuse, trombette di latta, grida di richiamo dei negozianti, pianti o risate di bimbi, voci litiganti o sghignazzanti: un baillàmme infernale ma allegro.

Ma il 24 pomeriggio tutto spariva: le vie deserte, silenziose, immobili.

La vita brulicava esclusivamente all’interno delle case, soprattutto in cucina.

Una vecchia filastrocca canta:

«Tutto l’anno con gran stento  
se se mangia pe no mui,
quande a Zena ven Natale  
ciaschedun mangia pe dui
»

(Tutto l’anno a gran fatica, se si mangia per non morire, quando a Genova vien Natale, ciascuno mangia per due).

La preparazione della cena della Vigilia, tradizionalmente di magro, il cui protagonista principale era il cappon magro.

E poi per il pranzo natalizio il rito del brodo per i natalin, la lessatura del cappone, l’arrostimento della bibin-na (tacchina); il ripieno degli stecchi da friggere nell’ostia; la pulitura delle radici di Chiavari da bollire, le patate da fare al forno e in purè da gustare col beròdo, il sanguinaccio, nonché la fabbricazione del pandolce, tramutava le cucine in una sorta di antro stregonesco.

Per il pandolce era fondamentale una perfetta lievitazione, ottenuta solo con buio e calore costante; per questo, fino ai primi del secolo, si portava il prezioso dolce appena impastato a letto, infilandolo al calduccio in fondo alle coperte, accanto al «prete».

Mentre si cucinava, si radunavano per l’occasione intere famiglie con minimo tre generazioni di componenti; fratelli, sorelle, cognati, nonni, zii, cugini…Gli uomini sceglievano i vini e i ragazzini decoravano la casa: il Presepe era già pronto dal giorno dell’Immacolata, ma niente abeti.

L’albero di Natale genovese era l’alloro; frasche, fronde, foglie sparse ovunque; sopra le porte, intrecciate ai lampadari, posate sugli armadi, le credenze e al centro della tavola, in una lunga striscia verdebrillante abbellita da mandarini e arance posta sulla tovaglia.

E finalmente il 25 tutti a tavola, per un pranzo che finiva ufficiosamente intorno alle 17, quando sarebbe arrivatoil pandolce decorato da un rametto d’alloro, simbolo di gloria e fortuna; veniva passato fra tutti i commensali, che facevano l’atto di baciarlo.

Poi il più piccolo della famiglia doveva togliere il ramoscello, e il più vecchio tagliare le fette: una veniva messa da parte, fasciata in un tovagliolo, per essere distribuita alla famiglia il giorno di San Biagio, per preservare dai mal di gola.

Poi il papà guardava finalmente sotto il piatto, dove - mostrando una gran sorpresa – trovava la letterina scritta dai suoi bimbi e i bimbi,  sotto il loro piatto, scoprivano una moneta, il dinè da noxe (soldino della noce), regalino extra fatto solitamente dai nonni.

Poi recitavano le poesie (È nato alleluja alleluja, è nato il Sovrano Bambino…) e infine tutti mangiavano il dolce brindando col Moscatello di Taggia: dopo quello, tanto per gradire, arrivavano gli anexin (biscotti all’anice), la frutta secca, i canditi, i fondanti, il torrone e infine, a sorpresa, lo stracchino.

©Mitì Vigliero

Domani è il 13 dicembre, Santa Lucia: Storia, Credenze, Tradizioni.

di Placida Signora - 12 dicembre 2010

Diretta discendente di Demetra – Cerere, dea dei campi e della luce della bella stagione , alla quale in questo periodo gli antichi offrivano in voto frumento bollitofiaccole luminose, Santa Lucia viene festeggiata a Circello (BN), Atena Lucana (SA)Lenna (BG) con un grande falò che ricorda quello in cui venne gettata durante il martirio e dal quale uscì indenne.

Sì perché  i modi che la tradizione religiosa-popolare vuole usati per ucciderla son parecchi.

Poiché si era convertita e fatto voto di castità,  ruppe il fidanzamento con un giovane patrizio.
Questo prima fece il romanticone dicendole “Senza i tuoi occhi non posso vivere”, e lei se li strappò servendoglieli su un vassoio. Allora lui la denunciò come cristiana al proconsole Pascazio, che la condannò prima ad essere rinchiusa in un lupanare, dove però né uomini né buoi riuscirono a trascinarla.
Poi ad essere arsa viva, indarno.
Infine decapitata (o meglio, pugnalata alla gola), stavolta con successo.

Santa Lucia è patrona dei fidanzati (dell’Amore Vero, quello difficile, che deve superare un sacco di prove); la filastrocca “l’è rivàda Santa Lùssia/ i morosi i se dà al saco (si nascondono)/ per no pagarghe(alla morosa) el mandolàto”, si riferisce a  un’usanza veneta di questo giorno che imponeva ai fidanzati di acquistarne alle varie fiere dedicate alla Santa grande copia da donare alle fidanzate.

(Mandorlato di Santa Lucia, foto e ricetta © Manu-Profumi e Colori)

 

Forlì erano le castagne i doni amorosi, e dovevano essere così tante da rimpinzare anche la famiglia di lei e avanzare abbondantemente: se così non fosse stato, il futuro sposo sarebbe stato tacciato di tirchieriaaccusato di amarla poco, quella povera ragazza…

E poiché la notte di S.Lucia è la più lunga che ci sia, le fanciulle forlivesi- seguendo il proverbio “Per Santa Lòzia un cul d’gocia (una cruna d’ago, che avevate pensato? Ndr ;-)”- la passavano a cucire la camicia da notte che avrebbero indossato la prima notte di nozze.

In certe zone d’Italia (Sicilia, Emilia Romagna, parte della Lombardia, Veneto, CalabriaCampania), un tempo era solo lei che portava i doni ai bambini al posto di Babbo Natale o del Bambin Gesù .

(Le frolle di Santa Lucia a Verona, foto ©Going Through Italy)

Verona arrivava aprendo un buco sul tetto e richiudendolo velocissima; per tutta la settimana precedente i bimbi venivano bersagliati da misteriosilanci” di dolci, (confetti di quelli chiamati “ghiaia dell’Adige”o le caratteristiche pastafrolle a forma di stella, cavallini o cuori) che piombavano improvvisamente dall’alto; e subito gli occhi correvano al soffitto per vedere il “buso”, ma niente, s’era già chiuso.

chiusi dovevano rimanere i loro occhi, la notte della sua venuta; perché lei è gentile e buona, ma su questo intransigente e avrebbe lanciato una manata di cenere sulle pupille del piccolo curioso.

Infine, i bambini di Bergamo da secoli portano la loro letterina di richiesta doni e cose buone a Santa Lucia in una delle grandi ceste poste ai piedi del suo altare nel Santuario della Madonna dello Spasimo.

Ma da un po’ anche lei s’è adeguata ai tempi.
Infatti ora è raggiungibile anche per posta elettronica: basta scrivere a santalucia@mmps.it.

©Mitì Vigliero

Una Tradizione Dimenticata: Il Ceppo di Natale e i suoi Riti.

di Placida Signora - 10 dicembre 2010

Un tempo – quando in ogni casa vi era un camino – a Natale si svolgeva il rituale del “ceppo”, tradizione d’origine nordica legata al dio Thor e alla sua pianta sacra, la quercia;. la luce emanata dal ciocco di legno bruciante per tutta la notte durante il solstizio d’inverno, serviva ad allontanare la negatività del buio e del freddosimboleggiando il calore vitale del sole.
Il Cristianesimo quindi vide nel ciocco – “albero della vita e del sole” – la figura  vitale del Cristo.

Il rito variava da regione a regione.

Milano, ad esempio, il capofamiglia prendeva fra le braccia il ciocco come fosse un bambino e lo poneva nel camino accendendolo con una fascina diginepro benedetto.

Poi versava del vino in un bicchiere, ne rovesciava un po’ sulle fiamme, beveva un sorso del rimanente e lo passava a tutti i membri della famiglia; a quel punto gettava una moneta sul ceppo ardente e ne donava un’altra a tutti i familiari.

Infine da tre grandi pani (antenati del panettone) tagliava una fettina che veniva messa accuratamente da parte per essere data come “medicina” a chi, durante l’anno, si ammalava.

In Romagna invece, prima di recarsi alla Messa di Mezzanotte, si ponevano di fronte al camino ove ardeva “el zòc ed Nadèl” tre sedie vuote e si lasciava la tavola apparecchiata con i resti del cenone: questo perché, in assenza degli abitanti, in casa sarebbe arrivata la Sacra Famiglia e avrebbe così potuto riscaldarsi e ristorarsi.

A Cervia il ceppo (che veniva rigorosamente scelto il 25 novembre, Santa Caterina) prima d’esser bruciato era spruzzato di acqua benedetta per togliergli ogni parvenza di paganesimo e lo si lasciava ardere per tutta la Notte Santa.

La mattina dopo il capofamiglia raccoglieva la cenere e la spargeva attorno alle piante per renderle più fertili, mentre nel Fabrianese la cenere era sparsa solo sulle viti per preservarle daibruchi (detti “rughe”); obbligatorio però recitare, durante l’operazione:
Vite, vite, n’t’arrugà/ ché la cennora te reco / dello ciocco de Natà”.

Se in Val di Chiana (Arezzo), ogni famiglia si radunava davanti al ceppo bruciante tenendosi per manocantando in vernacolo lo scongiuro: “Sia felice il ceppo/ domani è il giorno del pane/ ogni grazia entri in questa casa/ le donne, le capre, le pecore figlieranno/ abbonderanno grano e farina e vino”, a Teramo si bendavano i bimbi e, conducendoli davanti al “tecchio” ardente, gli si faceva picchiar su con le molle esprimendo desideri.

A mezzanotte sul ceppo venivano gettati – uno alla volta – 12 chicchi di grano, simboleggianti i mesi dell’anno; se il chicco bruciava volando all’insù, il prezzo del frumento sarebbe salito; se andava all’ingiù, sarebbe rimasto invariato.

 

In Val d’Aostacarboni lasciati dal ciocco venivano messi in un sacchetto di lino e usati per guarire malattie della pelle di umani e animali col semplice sfregamento in loco.

E infine in Liguria la cenere del “çéppu” (possibilmente d’alloro, pianta magica nemica delle tempeste) era sparsa il 6 gennaio negli angoli della casa e sui davanzali per allontanare “béghe, ratélle, mugugni e tròn”, ossia grane, litigi, proteste e tuoni.

Oggi il Ceppo di Natale si vede ancora; ma causa rarità di focolari familiari, non viene più bruciato, ma mangiato

©Mitì Vigliero

Perché a Natale ci scambiamo i Regali, circondati dai colori Rosso e Oro?

di Placida Signora - 9 dicembre 2010


L’usanza di scambiarsi doni e gentilezze il giorno di Natale, circondati da decorazioni e luci rosse e oro, ha origini romane.

Quando l’anno giungeva alla fine col culmine dell’inverno, iniziava un periodo di purificazione atto a preparare nei migliore dei modi la nascita del nuovo periodo; con la “morte” delle vecchie stagioni, sarebbe ritornata una nuova vita: il solstizio d’inverno avrebbe portato il ritorno alla luce e la rinascita del sole col ritorno alla primavera e al calore, ergo bisognava festeggiare.

Nella Roma antica, dal 17 al 24 dicembre si celebravano i Saturnali, così detti in onore di Saturno, dio della mitica e favolosa Età dell’Oro in cui ogniingiustizia sociale era abolita e regnavano soltanto amore e fratellanza.

Le cerimonie avevano inizio nel tempio posto al piedi del Campidoglio; a un solenne sacrificio sull’ara seguiva un “convivium publicum”, un grande pubblico banchetto al quale partecipava tutta la popolazione di qualunque ceto; questo si conlcudeva con un collettivo saluto augurale “io, Saturnalia!”, del tutto analogo ai nostri brindisi.

Da quel momento avevano inizio le feste private; nelle case i padroni servivano a tavola i loro schiavi e invitavano al desco chiunque si presentasse alla porta.
Al termine dei banchetti, iniziava la cerimonia delle strenea (strenne, regali propiziatori di buona sorte), il cui nome deriva da Strenia, divinità di origine sabina il cui culto venne introdotto a Roma da Tito Tazio, e alla quale era consacrato un bosco sulla via Sacra.

Infatti le strenne scambiate all’inizio, erano soprattutto rametti di alloro o altro “arbor felix (albero felice, nel senso di positivo portafortuna) lì raccolti, come vischio, quercia, pino, rimasti tutt’oggi nelle nostre decorazioni di porte o centrotavola.

Altri doni erano piccole figurine fatte di vari materiali, che raffiguravano la persona che li donava; frutti “esotici”, soprattutto dattericalici da brindisimonili luccicanti ma di poco valore.

fornitori, commercianti sottoposti, veniva elergita una moneta in più; da qui hanno origine le “mance” che in questo periodo si elargiscono a fattorini, portinai e postini.

Ma soprattutto venivano donate candele, simbolo del ritorno della vitale luce del sole che alla fine di dicembre giunge nel punto più basso dell’orizzonte, parendo immobile; i popoli, temendo che l’astro splendende come l’oro non riprendesse più il suo cammino negando così calore e vita, crearono sacralità che esortassero l’astro alla “rinascita” imitandone la luce.

Per il Sole, inteso come simbolo della vittoria della luce del Bene e della Vita sulle tenebre del Male e della Morte, c’era un vero culto introdotto a Roma dall’Oriente (culto di Mitra), e che l’imperatore Aureliano solennizzò con la festa del “Natalis solis invictis”.

Inoltre le candele erano fatte di cera d’api, animali sacri che gli egizi affermavano essere nati, insieme al miele, dalle lacrime del dio Ra (il dio Sole); e la luce del sole è rimasta anche nella religione cristiana simboleggiata dell’aureola di raggi che viene raffigurata dietro il capo di Gesù e dei santi.

Perciò ancor oggi il periodo natalizio in luogo abitato è caratterizzato da una marea di luci e decorazioni soprattutto rosse e oro, tipici colori del sole al massimo del suo caldo splendore.

© Mitì Vigliero

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Roma, 8 Dicembre 1857: storia di una Colonna, di una Madonna e dei Pompieri

di Placida Signora - 8 dicembre 2010

Nel 1777 a Roma, durante i lavori di restauro al convento delle Benedettine in Campo Marzio, venne alla luce una splendida colonna d’epoca romanain marmo cipollino alta 12 metri e con 1 metro e mezzo di diametro.

Ma, visto che in quell’epoca i reperti archeologici spuntavan come funghi, la colonna fu trasportata in via Missione (Montecitorio) e mollata lì.

L’8 dicembre del 1854 Pio IX proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione e, per celebrarlo, ordinò agli esperti di pensare a un monumento in grado di rappresentarlo.

A Pietro Ercole Visconti, Commissario alle Antichità Romane, venne in mente quella colonna abbandonata e ingombrante che tra il resto stava sempre fra i piedi ad intralciare il traffico, tanto che qualcuno aveva proposto di risotterrarla.

In fretta a furia, scelta la sede – l’odierna Piazza Mignanelli vicino a Piazza di Spagna – e bandito un concorso vinto dall’architetto modenese Luigi Poletti, il 6 maggio del 1855 venne benedetta e posta la prima pietra al monumento che passerà alla storia come Colonna Mariana o dell’Immacolata.

I lavori furono frenetici.

Gli scavi delle fondamenta rallentati dal continuo saltar fuori di reperti: una scultura greca, un’altra colonna, un busto acefalo, un enorme testone raffigurante Vulcano…

Il trasporto della colonna da Montecitorio a piazza di Spagna fu fatto a braccia da un centinaio di galeotti e prima di erigerla (1856) dovette essere fasciata per un terzo da cerchioni di ferro celati da decorazioni in bronzo, perché il marmo era sfaldato e danneggiato.

Nel frattempo 5 grandi scultori lavoravano alacremente alle statue: le quattro della base furono forgiate da Adamo Tadolini (il David), Salvatore Rovelli (l’Isaia), Carlo Chelli (l’Ezechiele) e Ignazio Jacometti(il Mosè).

Quest’ultima statua, dalla bocca troppo piccola, quasi a cul di gallina, scatenò il solito Pasquino:
“Parla!” gl’intimò michelangiolescamente. Mosè rispose “Non posso”. “Allora fischia” disse Pasquino. “Sì” ribatté Mosè: “Fischio lo scultore”.

Giuseppe Obici di Spilamberto (Modena) forgiò invece la Madonna in bronzo posta alla sommità della colonna; 4 metri d’altezza e 20.000 libbre di peso, che piacque a tutti.

Solo le donne romane ridacchiarono pettegole e maliziose, ben sapendo che la modella utilizzata per la Vergine era la suocera dell’Obici, donna splendida ma notoriamente un po’ troppo…espansiva col genero e i suoi colleghi.

L’8 dicembre del 1857, davanti – e “davanti” proprio nel senso di “appiccicata” - alla facciata al palazzo dell’Ambasciata di Spagna fu costruita una tribuna in legno e cartapesta con timpano e 10 colonne ioniche: sopra, di fronte al balcone centrale, un’altra tribuna4 colonne.

Checché ne dica una maligna leggenda metropolitana d’allora, la quale affermava che l’inaugurazione fu un trionfo privo d’incidenti (cosa che l’Ambasciatore di Spagna temeva grandemente, vedendo nei suoi incubi notturni la colonna e la Madonna che gli si abbattevano sulla casa) grazie all’assenza di Papa Mastai considerato menagramo, il Papa circondato dalla Corte e dai Cardinali s’affacciò  davvero a quel balcone, mentre quasi 200 pompieri (il numero citato dalle cronache dell’epoca varia dai 120 ai 220…) agli ordini del Poletti, issavano la statua dell’Immacolata coperta da un grande telo in cima alla colonna, la scoprivano e ponevan fiori.

Per questo da allora ogni 8 dicembre sono i Vigili del Fuoco a portare i fiori sulla Colonna dell’Immacolata, e il primo mazzo deposto è sempre quello dell’Ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede.

@Mitì Vigliero

Qui le foto della cerimonia di oggi, a cura di Rossdibi

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