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Perché si Dice: Legarsela al Dito

di Placida Signora - 12 novembre 2010

Nella Bibbia (DeuteronomioEsodo) e nel Vangelo di Matteo si accenna all’antichissima usanza di portare in mano una cosa qualunque per ricordarsi di qualcos’altro.

In Turchia i cavalieri, prima di partire per la battaglia, erano soliti legare all’anulare sinistro delle dame del cuore un filo d’oro, affinché queste, guardandolo, non li dimenticassero.

L’usanza si sviluppò in seguito con l’anello di fidanzamento, simbolo di una dolce promessa da non scordare.
In questo caso, il dito era (ed è) l’anulare (da anulus, anello) sinistro, che si pensava collegato da una vena direttamente al cuore.

Oggi, bandito ogni romanticismo,  “legarsela al dito” significa sempre “non dimenticare”, ma viene riferito al non scordare un torto, un’offesa, uno sgarbo, rimanendo nella paziente attesa che venga il momento di vendicarsi.

©Mitì Vigliero

E voi riuscite a dimenticare i torti subiti? Qual è il vostro rapporto col Rancore?

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Per la Serie “Tipi e Tipetti”: Ludovico lo Sportivo.

di Placida Signora - 10 novembre 2010

Il mio amico Ludovico è un patito degli sport.

Ogni anno, da anni, si dedica ad una disciplina diversa, dilapidando ogni volta un capitale in attrezzi, abbigliamento, corsi e iscrizioni ad associazioni sportive.

Ci fu il periodo del golf, durante il quale Ludovico non parlava d’altro che di teeing-ground, di putting-green, di formula-Medale (“Càppero c’entra un dentrificio?” si domandò la prima volta) e ogni mattina, mentre si faceva la barba, canticchiava come una filastrocca i nomi dei bastoni: “Driver bassie spoon baffy trallallèrò, driving-iron mid-iron mid-mashie trallallà“.

Si alzava all’alba, raggiungendo il campo più vicino e trascinandosi dietro quella martire di sua moglie, Teresa, perché gli facesse da caddy.
Attraversavano i sei chilometri di percorso sfidando tutte le condizioni atmosferiche, sguazzanti nel fango o martellati dal sole. Teresa, annoiatissima, ingannava il tempo contando i piccoli incavi sulla superficie delle palle: 245, circa.
Se gli altri giocatori, per regola, conservavano nella sacca 14 mazze, Ludovico il previdente ne voleva 28 e faceva impazzire Teresa richiedendole all’improvviso cose tipo “Il club-niblik!”, che la sventurata all’inizio credeva fosse una sessione distaccata delle Giovani Marmotte.

Dopo trecentosessantaquattro giorni trascorsi sul verde prato e dopo aver colpito Teresa con una palla scagliata a centottanta chilometri all’ora, mentre stavano per questo trascorrendo la notte di San Silvestro in una corsia di ospedale, Ludovico disse a sua moglie:

“Hai ragione. Il golf non è poi così divertente. Mi darò al tiro con l’arco

Comprò un set completo di archi, frecce e faretre; lottò come un disperato con archi lunghi metri 2,60, dai quali si scagliava al posto della freccia, quando non si trovava la corda di budello avvolta attorno al collo.
Teresa, paziente e memore della palla da golf, gli stava alle spalle come un angelo custode, sino a quando un giorno venne trafitta alla caviglia da una freccia che Ludovico era riuscito, non si sa come, a lanciare all’indietro.
Mentre l’accompagnava al Pronto Soccorso, il novello Robin Hood le annunciò:

“L’arco è noioso e poi tu sei negata, riesci sempre a farti male. Da domani ci dedicheremo allo sci di fondo

Dopo aver acquistato sci, racchette, scarpette, guanti e tute, Ludovico e Teresa iniziarono ad arrancare per chilometri di piste di 1200 metri di dislivello, a 45° sotto lo zero sino a quando un pomeriggio, a Limone Piemonte, Teresa si mise a dialogare con le renne di Babbo Natale, invitandole per il tè.

“Va bene, ho capito” disse Ludovico “Basta con il fondo: faremo dello sci kioring.”

Lo sci kioring consiste nel farsi trainare sulla neve con gli sci da un cavallo montato da un cavaliere e lanciato al galoppo.
Teresa approvò l’idea, ma a una condizione:
“Però sul cavallo ci vado io”.
Difatti saltava sul destriero e lo lanciava a pazza velocità, incurante degli ululati belluiti emessi dal marito che sciava sulla pancia, sul sedere, sul naso, sulla schiena, sulla fronte, insomma ovunque tranne che in piedi sugli sci.

“Lo sci kioring non è un granché” sbottò Ludovico “Però ho imparato ad amare i cavalli. per questo ho deciso di darmi all’equitazione

Acquistò una giacca inglese, un cap, degli stivali, una sella da concorso, redini, martingala, pettorali, testiera, staffali, para glomi, fasce protettive e stinchiere. Tentò immediatamente di indossare queste ultime appena arrivato al circolo ippico, mettendo in grave imbarazzo Teresa che gli spiegò pazientemente che erano da mettere al cavallo e non al cavaliere.

Il cavallo lo comprò su un sito chiamato www.nomadinfuga.hu.

Era un destriero di anni 22 e si chiamava Sofà, nome particolarmente adatto ad un equino che preferiva trascorrere i suoi giorni stando seduto come un barboncino.
Tentò di insegnarli, e di imparare, il passo normale, il passo ambio, il trotto lungo e corto, i vari tipi di caloppo. Durante un’ora di lezione Ludovico cadeva in media sei volte; ma finiva a terra in maniera non traumatica perché Sofà, ogni dieci minuti esatti, si sentiva stanco e si sedeva, facendo scivolare dolcemente all’indietro il suo cavaliere.

Trascorsi sette mesi, il direttore della scuola di equitazione offrì a Ludovico un lauto stipendio affinché diventasse il G.O. ufficiale dei soci del circolo, che si divertivano come pazzi ad assistere alle sue lezioni.
Ma Ludovico rifiutò dicendo:

“L’ippica, in fondo, è uno sport troppo sedentario. Ultimamente ho passato notti insonni a seguire l’America’s Cup: ora so che la mia strada è la vela.”

Dopo aver saccheggiato un intero negozio della Marina Yachting, si iscrisse con Teresa ad una scuola velica.

Tra fiocchi, bompresso, trinchetto, stralli, rande, controrande e boma, trascorsero mesi allucinanti e litigiosi perché Teresa si scandalizzava molto quando le ordinavano gridando di cazzare la vela, e si ostinava a chiamare valzerone il tangone replicando seccata a chi la riprendeva: “Bé? Sempre grosso ballo è”.
La passione velica svanì alla prima bomata che, colpendo Ludovico in piena fronte, lo scaraventò in mare un 14 di gennaio.

Scampato alla broncopolmonite, Ludovico proclamò:
“Meglio il tennis“.

Si fornì di braghette e magliette rigorosamente firmate; e poi racchette, palle, fascette antisudore, polsiere…Ma questa volta non volle portarsi dietro Teresa, perché molti anni prima era stata campionessa juniores.
Preferiva quindi allenarsi con la macchina lanciapalle, che regolava alla velocità minima.
Ma un giorno un fulmine colpì la centrale elettrica del tennis club e la macchina impazzì. Impiegarono tre ore a ritrovare Ludovico seppellito da una montagna di Dunlop gialle fosforescenti.

Dopo il tennis vi fu la mania per lo squash, la pelota, il ping-pong. Un breve amore per il trekking, una cotta per il deltaplano, un colpo di fulmine per la savate. Qualche lieve sbandata per snorkeling, canyoinig e running. Un passeggero interesse per il tiro a segno, il baseball e l’aikido.

Un giorno venni a sapere che si era dato alle corse automobilistiche e, questa volta seriamente preoccupata, decisi di parlargli. 
Lo trovai spaparanzato sul divano in salotto, mentre sfidava Teresa alla F1 2010.

©Mitì Vigliero

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La Salma Paziente di Caterina, “la Santa” di Bologna

di Placida Signora - 9 novembre 2010

Dedicata a Mr. Potts

Sono molti i casi di “conservazione prodigiosa” riguardanti i corpi dei Santi.

Ad esempio, nel 1263 venne riesumata la salma di Sant’Antonio da Padova (1191-1231): il suo apparato vocale (lingua e annessi) venne trovato perfettamente integro ed essendo stato in vita il Santo un instancabile predicatore della religione cristiana, la cosa venne giudicata miracolosa tanto che le sante parti vennero asportate e riposte in preziosi reliquiari conservati nel Tesoro della basilica.

Genova invece, nella chiesa della Santissima Annunziata di piazza della Zecca è conservato il corpo di Santa Caterina Fieschi Adorno (1447- 1510); quand’era viva la nobile signora era stigmatizzata, possedendo sul costato la stessa ferita provocata dalla lancia del soldato sul petto di Gesù, e da questa ferita “entrava e usciva sibilando l’aria”.

Quando nel 1737 venne proclamata Santa, il suo corpo venne esumato e trovato completamente integro (ferita compresa) e da allora asposto al pubblico come, dal 1850, quello perfetto di Santa Chiara ad Assisi.

Ma un caso decisamente particolare è quello di Santa Caterina de’ Vigri (1413 – 1463),  nota a Bologna semplicemente come “la Santa“.

Caterina, educata alla corte Estense di Ferrara, ebbe una formazione prettamente rinascimentale; sapeva leggere e scrivere benissimo, dipingeva, suonava vari strumenti.

A diciotto anni divenne suora di clausura e nel 1456, già in odor di santità, amatissima Madre Badessa del nuovo convento delle Clarisse in via Tagliapietre a Bologna dove morì il 9 marzo del 1463.

Le consorelle la seppellirono nell’orto del convento, avvolta in un semplice lenzuolo.

Però, come narrano i registri dell’epoca, non riuscivano a stare lontane dalla sua sepoltura, terribilmente  attirate da un dolce profumo e da avvenimenti miracolosi: guarigioni ottenute tramite semplici preghiere e una sorta di “misterioso splendore che si diffondeva dalla tomba” .

Ma le suorine erano anche pentite di averla sepolta senza una cassa che ne preservasse le “delicate membra” e così, dopo 18 giorni dalla sua morte, chiesero il permesso al loro confessore di poterla riesumare e riseppellire con tutti i crismi.

Il 21 marzo iniziarono i lavori di sterro, ma scoppiò un violentissimo temporale che durò sino all’una di notte, quando le monache si riprecipitarono nell’orto “incuranti del buio e del fango e delle molte pozze stagnanti” e freneticamente, con badili e mani nude, si rimisero a scavare per tirar fuori la Badessa prima che venisse inghiottita dal fango.

Con stupore si accorsero che il corpo era sempre profumatomorbido nelle giuntureincorrotto nella carne, a parte la faccia massacrata dagli zelanti badili.

La misero nella cassa pensando di riseppellirla il giorno dopo; ma la mattina il viso era miracolosamente tornato “bianco bello e pastoso come vivo”.

La notizia si diffuse in città e così le monachine decisero di esporre la salma nella loro chiesa del Corpus Domini (da allora detta Chiesa della Santa).
Vollero metterla a sedere su un seggio dorato, ma si irrigidì.
La nuova Badessa allora le ordinò di sedersi, e la salma obbedì.
Vi fu solo una suora che dubitava della sua morte, e così le morse selvaggiamente un dito: il dito sanguinò e la malfidata fu allontanata con ignominia.

Da allora, scampata alle amorevoli attenzioni delle consorelle e ai bombardamenti del ‘43, Caterina sta seduta sul trono dorato in una cappella della chiesa in via Tagliapietre 21; le suore la lavano e lecambiano abito a seconda delle stagioni e delle ricorrenze e lei “le aiuta“, muovendo dolcilmente braccia, busto, testa e gambe.

Dicono profumi ancora.

© Mitì Vigliero

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Un po’ di “Perché si dice”

di Placida Signora - 6 novembre 2010

Ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Lo darò all’uomo nero…

Si tratta di una ninna nanna di tono minaccioso cantata, sin dal ‘200, dalle mamme che  abitavano sulle coste italiane ai figli che non volevano dormire. In quel tempo infatti erano frequenti le incursioni dei Mori (uomini neri, non tanto di pelle quanto di abbigliamento), che durante le razzie spesso rapivano i bambini per farne schiavi.

Piove, governo ladro!

Nel 1861 apparve sul Pasquino, giornale romano, una vignetta con questa battuta. Si riferiva a una grande manifestazione organizzata dai mazziniani per protestare contro le tasse. Ma un grande acquazzone obbligò a rimandare  tutto e i dimostranti se la presero – ovviamente – col governo esoso, come se fosse stato lui a mandare la pioggia. (Altre supposte origini, qui).

Cambiare registro.

In alcuni strumenti musicali come l’organo, esistono dei tasti meccanici detti “registri” attraverso i quali si può cambiare la “voce” del suono. Cambiare registro quindi vuol dire cambiare atteggiamento, modo e tono.

Per filo e per segno.

Gli antichi falegnami, quando dovevano segare una tavola di legno, dovevano fare attenzione a non uscire dal segno lasciato dalla sinopia, tinta rossa con la quale si coloravano i fili utilizzati a segnare in modo preciso il punto da tagliare.

©Mitì Vigliero

Le Ricette di Casa Placida: Dolci Uova al Forno

di Placida Signora - 4 novembre 2010

Su questo vecchio libro di famiglia edito da Sonzogno, ho trovato alcune ricette per le uova, che devono essere decisamente buone. 
Ve le riporto pari pari.
Dico “che devono essere” perché, da un paio di mesi, sono a dieta ferrea e non posso mangiare praticamente un tubo: soprattutto le uova.
Fatelo voi per me, e poi raccontatemi.

UOVA CON LATTE E ARANCIA

Rompete in una terrina 4 uova, alle quali aggiungerete 150 gr. di zucchero, 6 decilitri di latte, un pizzico di sale e la raschiatura d’una corteccia (buccia)  d’arancia.
Sbattete il tutto con una forchetta come per la frittata.
Versate in un piatto di terra refrattaria (pirofila bassa o teglia), che abbia 15 cm su 5 di profondità (più o meno).
Mettetele al forno e lasciatele rapprendere per 20 minuti; se in capo a questo tempo non fossero abbastanza rapprese, lasciatele qualche minuto di più affinché siano ben sode.
Levatele dal fuoco e lasciatele raffreddare; allorché sono fredde, fate arroventare una piccola paletta.
Spolverizzate le uova di zucchero e incrostatele con la paletta arroventata aggirandola leggerissimamente sulla superficie in modo che lo zucchero sia fuso e caramellato (oppure usate una fiamma tipo questa, e farete prima ;-).

UOVA CON LATTE E LIMONE
Si preparano come le precedenti e vi si aggiunge, anziché una corteccia d’arancia, una di limone (firmato: Jacques de La Palice)

UOVA CON LATTE E CAFFE’

Rompete 4 uova in una terrina, aggiungete 180 gr di zucchero, 4 decilitri e mezzo di latte, 1 tazzina abbondante di caffè. Fate cuocere e caramellare come spiegato prima.

UOVA CON LATTE E CIOCCOLATA

Eguale processo che per le uova con latte e caffè.
Solamente surrogate al caffè 200 gr di cioccolata sciolta in 4 decilitri di latte.

 

©Mitì Vigliero

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