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Perché si Dice: Trattare coi Guanti Bianchi

di Placida Signora - 13 ottobre 2010

 

 

La frase originaria – pare nata in Francia – era “Trattare coi guanti gialli“, considerati alla fine dell’Ottocento il massimo dell’eleganza e della raffinatezza.

Si riferiva, ironicamente, ai rapporti tenuti con persone spocchiose e suscettibili, che dovevano essere calibrati sull’estrema e attenta gentilezza per non suscitarne le ire.

Ma passando in fretta la Moda, i guanti gialli del modo di dire divennero definitivamente bianchi, come quelli di maggiordomi e camerieri.

Nelle divise da lavoro, infatti, questi da sempre indossavano guanti di stoffa di quel colore; più sottili e fini per servire a tavola o per aiutare a vestirsi, più robusti ma sempre morbidi per certe pulizie casalinghe, come la lucidatura degli argenti o il lavaggio/spolvero di delicatissimi oggetti quali cristalli e porcellane, manovre durante le quali statuine, bicchieri e affini venivano maneggiati con estrema, delicata e gentile cautela.

©Mitì Vigliero

“Perché si prende in braccio la sposa” e altre Usanze e Tradizioni Nuziali

di Placida Signora - 12 ottobre 2010

Alcune nostre usanze nuziali hanno origine latina; l’abito bianco esisteva già nei matrimoni dell’antica Roma.

La sposa infatti indossava una tunica bianca. Bianca era la stola che le scendeva ai piedi, bianca la regilla stretta ai fianchi da una fusciacca di lana bianca; bianche le strisce di lana che s’intrecciavano nei suoi capelli e infine bianca la corona di fiori che le cingeva il capo.

Anche l’uso di prendere in braccio la sposa al momento di entrare in casa ha origini romane: veniva portata a braccia dal marito sin nell’ “atrium” per evitarle di farle fare un ingresso col piede sinistro, cosa che sarebbe stata di pessimo augurio.

Romana è pure la tradizione della fede, anello matrimoniale posto all’anulare sinistro (che si pensava direttamente collegato al cuore),  simbolo della fedeltà reciproca.

La credenza popolare vuole che  la sposa il giorno delle nozze debba indossare qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di imprestato e qualcosa di azzurro.

Quasi ovunque si crede che se una zitel single riuscirà ad acchiappare al volo il bouquet, si sposerà entro sei mesi; in Romania i bouquet sono composti sono composti da fiori esclusivamente rossi, e le spose li fanno seccare conservandoli gelosamente insieme all’abito.

In Istria considerano date infauste per le nozze il 1° aprile, il 1° agosto e il 1° dicembre; in Sicilia al lunedì si dovrebbero sposare solo i vedovi e in Piemonte si sconsiglia il mercoledì (“Sposa merculina, anche tra cento non ne indovina una”).

Per quanto riguarda i mesi, in Liguria si pensava che non bisognasse sposarsi in settembre, perché “Sposa settembrina, presto vedovina”; questo sia perché le uscite dei pescatori in autunno, periodo di burrasche, erano particolarmente rischiose, sia perché a settembre in certi periodi storici pieni di guerre, avvenivano gli arrolamenti coatti negli eserciti. 
A Napoli invece era lo sposarsi in maggio considerato un rischio, dato che – e qui il motivo lo ignoro - le “Nozze maggioline portano felicità breve”.

In Alto Adige, anticamente, i matrimoni venivano celebrati solo in inverno, quando i contadini non lavoravano i campi; ancora oggi molti scelgono di celebrare il “matrimonio contadino”, indossando i costumi tipici, tra musiche e danze, con un pranzo di nozze di quindici portate e con il corteo in slitta.

A Riscone e in tutta la Val Pusteria è solitamente  difficile trovare qualcuno che accetti di fare da testimone della sposa, soprattutto se avrà il sospetto che questa verrà “rapita”: la cosa ha origini medioevali, quando i feudatari rapivano le sposine durante il banchetto per usufruire dello “jus prime noctis”.

Il testimone, scelto proprio come responsabile della difesa della fanciulla, partiva all’inseguimento dei rapitori e, se riusciva a raggiungerli, si riprendeva la  sposa, ma doveva pagare di tasca sua un  lauto riscatto come indennizzo al signore della “mancata  consumazione”.

Ora le cose si sono “modernizzate”: a metà banchetto gli amici rapiscono la sposa (consenziente) sotto il naso del neomarito e, correndo come pazzi in macchina,  fanno il giro di tutti i bar, “stube”, locande e ristoranti limitrofi, ordinando tonnellate di champagne e vino, cantando e ballando e poi riscappando in cerca di un altro locale dove folleggiare. Il testimone li insegue e – se non li trova prima schiantati da quanche parte sulla strada- è obbligato a pagare tutte le “consumazioni” fatte dai rapitori: ovviamente, prima li acchiappa, meno il costo sarà elevato.

In certi luoghi dell’Umbria, Toscana e Abruzzo esiste invece la tradizione del serraglio (o fettuccia, laccio, parata, intravata, ecc.): mentre gli sposi raggiungono in corteo appiedato la chiesa, i giovani del paese sbarrano loro la strada per mezzo di una corda impedendo così al corteo di proseguire sino a quando la sposa non lancerà confetti e monete come pagamento del pedaggio.

In Ciociaria esiste l’usanza di bombardare con confetti, durante il pranzo di nozze, piatti e bicchieri sino a fracassarli: il vino versato porta allegria, mentre i piatti disintegrati alludono alla fu verginità della sposa.

Nei paesi di tradizione Albanese gli sposi mangiano, per tutta la durata del pranzo, nello stesso piatto, come simbolo di comunione spirituale e materiale.

E in certi posti del Piemonte, della Lombardia e della Riviera Ligure, alla fine del ricevimento si celebra “il taglio della cravatta”: girando per i tavoli i testimoni “vendono” agli invitati una sottilissima striscia di cravatta dello sposo.

L’offerta è libera e quei soldi serviranno alla coppia per il viaggio di nozze, non per comprare una nuova cravatta perché gli sposini previdenti e mica scemi, al momento del “rito” si tolgono quella nuova bella e indossano la più brutta e vecchia reperita nel guardaroba.

©Mitì Vigliero

E voi ne conoscete altre?

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Cosa ha visto? Cosa pensa?

di Placida Signora - 11 ottobre 2010


Allio, il Pastore Pettegolo (La Leggenda dell’Aglio)

di Placida Signora - 8 ottobre 2010


Molti e molti anni fa, all’epoca degli Dei, viveva alle falde del monte Olimpo un pastore chiamato Allio.

Era un giovane di gradevole aspetto, soprattutto molto simpatico e socievole; tutti gli Dei, ogni volta che scendevano fra gli umani, si fermavano a salutarlo e a scambiare quattro chiacchiere con lui perché Allio era un conversatore brillante, divertente, ma ahimè molto pettegolo e pure un po’ maligno, visto che – ambiziosissimo – per rendersi interessante e accattivarsi la simpatia dei Celesti, non esitava a riportar discorsi e seminar zizzania.

Ad esempio, se parlava con Venere le diceva:
“Sai, ieri è venuta qua Pallade Atena e ha detto che l’altra sera indossavi un vestito molto pacchiano…”

A Pallade invece confidava:
“Ma sai che cosa mi ha detto Venere? Che metti sempre l’elmo per nascondere i tuoi capelli, che sono bruttissimi.”

A Marte riferiva che Mercurio lo considerava un nevrastenico permaloso; a Cerere che Bacco contestava la qualità dei suoi frutti; a Diana che Giunone prendeva in giro la sua poca femminilità; a Giunone che Ebe ironizzava sulle sue forme abbondanti e a Ebe che Giunone era convinta che lei fosse un’alcolizzata…

Perciò gli Dei ogni volta litigavano ferocemente tra loro, e si sa che quando i potenti sono nervosi ad andarci di mezzo sono sempre i semplici Umani; difatti Vulcano collaudava direttamente su di loro i fulmini forgiati nella sua fucina, Apollo guidava come un pazzo incosciente il carro del Sole avvicinandolo troppo alla terra, Nettuno non faceva che provocare maremoti, Eolo soffiava bufere a più non posso, Cupido aveva una mira peggiore del solito e così via.

Gli Umani, esasperati, un giorno si riunirono in conclave:
“È tutta colpa di quell’arrampicatore pettegolo di Allio se ‘ste cose accadono! Ora basta: andiamo subito a denunciarlo a Giove!”

Si riunì un tribunale solenne, composto da Divi ed Umani. E anche se i primi non risultarono totalmente innocenti, perché in fondo erano loro che incitavano il pastore a riportare le malignità veramente dette, fu Allio a subire il castigo peggiore.

Difatti Giove, con voce tonitruante emise la terribile sentenza:
“Tu che godevi a metterti in mostra, sarai costretto invece a vivere nascosto agli occhi di tutti. E chi vorrà avere a che fare con te, lo farà per sua precisa scelta: ma non potrà nasconderlo a nessuno.”

Così Allio fu tramutato in aglio, bulbo che vive nascosto sottoterra; e chi lo incontra non può davvero nasconderlo a nessuno, causa l’odore cattivo che emana in seguito dalla bocca, proprio come dalla bocca di Allio uscivan cattive parole.

©Mitì Vigliero, da Saporitissimo giglio

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Stranissimi libri: in amianto, pietre preziose, sughero, pelle umana.

di Placida Signora - 6 ottobre 2010

Le cronache storiche , come sempre sospese fra leggenda e realtà, raccontano di un’Iliade e di un’Odissea scritte in lettere d’oro sopra una pelle di serpente lunga cento piedi. Questa rarità apparteneva alla biblioteca dell’imperatore Costantino.

Particolarissimo era anche il libro contenente la “relazione” della città di Albany (stato di New York) spedita al Senato di Washington nel 1890. Era contenuta in un volume di seimila pagine, formato grande aquila: oltre al testo conteneva quarantacinquemila firme (tutte quelle degli abitanti di Albany), aveva uno spessore di m. 1,20, rilegatura compresa, e pesava 490 chilogrammi.

Un libro decisamente “ricco” fu quello donato nel 1907 Pio X dalla Repubblica brasiliana, come ringraziamento per aver innalzato alla porpora un prelato di quel paese.

fogli del libro erano d’oro, incrostati di pietre preziose; sulla copertina c’era un monogramma del Papa formato di brillanti e smeraldi e sulla prima pagina brillava il ritratto del pontefice, in finissima miniatura, contornato da 90 diamanti uno dei quali, grandissimo, posto in alto formava un sole i cui raggi erano disegnati da file di brillantini.
Non solo, ma quel libro conteneva pure una carta del Brasile disegnata con un mosaico di pietre preziose.
Chissà ora dove si trova.

Fino al 1885 Albert Rochas pubblicava a Blois un’opera in ottavo, intitolata  Le livre de demain, un vero e proprio “libro del colore“, seguace di quel “teatro del colore” proclamato da Sem Benelli e Marinetti. Nel libro del Rochas le scene d’amore erano stampate in caratteri rossi su carta rosa; quelle relative alla guerra in caratteri neri su carta sanguigna; lepastorali tutte in verde tenero e le pagine religiose in violetto.

Un libro a prova di fuoco fu invece quello del Bruckmann, medico tedesco del XVIII secolo: si trattava di una dissertazione sull’amianto, stampata su carta di amianto; invece un libro povero fu un’edizione spagnola del Don Chisciotte stampata, sempre nel XVIII secolo, su sottilissimi fogli di sughero.

Ma ci fu anche un libro macabro

Dovete sapere che il celebre astronomo Camillo Flammarion ebbe in lascito testamentario dalla contessa di Saint-Auge, celebre spiritista sua amica, “la pelle delle sue spalle per rilegare la prima opera ch’egli avesse pubblicata dopo la morte di lei“.

Così, in questo repellente modo fu appunto rilegata la prima copia de Le terre del cielo di Flammarion, e  la cosa viene riferita anche da La chronique médicale del primo marzo 1898: in alto, sulla copertina, era scritto “Ricordo di una morta“, e i tagli erano rosso sangue decorati con stelle d’oro.

E questo spero proprio di non trovarmelo mai tra le mani.

©Mitì Vigliero

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