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La Rapa di Ognissanti – Storia e origine della zucca di Halloween

di Placida Signora - 29 ottobre 2010


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Un’antica leggenda irlandese racconta che Stingy Jack, un buono a nulla violento e beone, una vigilia di Ognissanti anziché andare in Chiesa a pregare per le anime dei defunti, si  prese una sbronza colossale.

All’improvviso gli comparve il Diavolo, decisamente intenzionato a portarsi a casa l’animaccia di quel peccatore.

Ma poiché era un Diavolo abbastanza gentile, gli disse di esprimere un ultimo desiderio prima di finire tra le fiamme dell’Inferno.

Jack rispose che avrebbe voluto bere un ultimo bicchierino ma dato, che non aveva un soldo, chiese al Diavolo di tramutarsi in una monetina da 6 pence.

Il Diavolo acconsentì e una volta tramutato in soldino venne infilato da Jack nel suo portafoglio, che aveva una grande croce in filigrana d’argento ricamata sopra.

Ovviamente il Diavolo, grazie al sacro simbolo, rimase intrappolato.

Dopo una lunga, estenuante discussione, Satanasso accettò un patto: quello di rimandare di un anno esatto  la morte di Stingy Jack in cambio della libertà.

Esattamente la sera della Vigilia di Ognissanti dell’anno dopo, il Diavolo si presentò all’appuntamento.

Jack si trovava nel suo orto, sbronzo come al solito e seduto sotto un albero di mele.

Come sempre il Diavolo, che oltre essere gentile era anche fondamentalmente tanardo, gli chiese quale fosse il suo ultimo desiderio prima della dipartita.

E Jack rispose: “Vorrei mangiare una delle mie mele; ma sono troppo ubriaco per arrampicarmi sull’albero: ci vai tu per favore a prendermela?”.

Il Demonio salì sull’albero, ma appena fu in cima Jack – che era sbronzo ma non scemo-  velocissimo tirò fuori un coltello e incise una Croce sul legno del tronco: in tal modo il Diavolo non poteva più scendere.

Avvenne così un’altra interminabile contrattazione; il Diavolo propose a Jack di rimandare la sua morte di dieci anni, ma alla fine fu costretto ad accettare il fatto di non rompergli mai più l’anima.

Ma un anno esatto dopo, mentre se ne stava nel solito orto a cavar rape anziché pregare in chiesa, Jack morì d’infarto.

Ancora con una rapa in mano arrivò alle porte del Paradiso; bussò per entrare ma San Pietro gli disse arrabbiatissimo:

“Come osi presentarti qui? Tu sei stato in vita un immane peccatore: vattene all’Inferno!”.

Stingy Jack allora, sempre con la rapa in mano, scese all’Inferno; ma ilDiavolo quando lo vide ringhiò:

“Cosa fai qui? Mi hai fregato due volte, non sopporto proprio l’idea di averti tra i piedi per l’eternità. Sparisci!”.

E dato che in fondo era davvero un buon Diavolo, gli lanciò un pezzo di brace incandescente affinché potesse farsi luce nel buio del Nulla che si trova fuori dall’Inferno.

Così Jack fece un buco nella rapa, ci mise la brace, ne ricavò una lanterna e si mise a camminare nell’oscurità alla ricerca di un posto dove fermarsi per sempre.

Da allora, ogni vigilia di Ognissanti, è possibile vedere la fiammella della lanterna di Jack che vaga alla ricerca della sua ultima dimora.

E ora voi direte:

Ma quella era una rapa: la zucca che cavolo c’entra?”.

C’entra perché gli Irlandesi, per ricordare Jack, la notte di Ognissanti fabbricavano davvero piccole rape-lanternine.

Ma quando iniziarono ad emigrare in America, non avendo a disposizione rape ripiegarono sulle zucche, facilmente reperibili e decisamente più scenografiche.

©Mitì Vigliero

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Cosa si stanno dicendo?

di Placida Signora - 27 ottobre 2010

Del perché in questi giorni non ho tempo per il Blog

di Placida Signora - 26 ottobre 2010


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Il Ritorno delle Truppe Cammellate

 

 

Gli Orrilibri: cosa ne fate?

di Placida Signora - 23 ottobre 2010

Vagolando su aNobii, ho trovato un forum in cui si poneva la domanda “Cosa ne fate degli Orrilibri?

Purtroppo mi capita spesso di riceverne in regalo, o di acquistarli – illusa da un bel titolo o da una splendida quarta di copertina.

Però non riesco a eliminarli, regalandoli a mia volta (non potrei mai donare un libro che giudico brutto, se non dietro precisa richiesta) e sono troppo pigra per rivenderli.

Così li esilio nel mio Librazzino , magazzino apposito con tanto di scaffali, di cui uno appositamente dedicato agli Orrilibri.
Magari un giorno mi serviranno per un articolo, forse un giorno troverò qualcuno che li vorrà leggere…chissà.

Tutto mi è invece molto più semplice con gli ebook.  
Li compro, li leggo, e se non mi piacciono li elimino senza nessuna remora dal mio kindle
In fondo è come andassi al cinema, pagassi il biglietto (difatti acquisto quasi sempre ebook di narrativa dal costo mai superiore agli 8, 9 euro)  e vedessi un film che mi delude.
Mica me lo porto a casa materialmente, il film: lo lascio lì e non ci penso più.
Per gli Orrilibri digitali è lo stesso.

E voi, cosa ne fate degli Orrilibri, cartacei e non?

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La Storia di Nicolosa Castellani, Femminista Femminile del XV° Secolo

di Placida Signora - 22 ottobre 2010

 

(Moda 1400)

A Bologna, in via D’Azeglio 31, si trova il bel palazzo Sanuti (ora Bevilacqua); lì nel XV secolo visse Nicolosa Castellani, bella e colta moglie del primo conte di Porretta Nicolò Sanuti, nonché da anni amante ufficiale del signore della città e della provincia tutta, Sante Bentivoglio.

La dama passò alla storia per aver contestato pubblicamente nel 1453 il bando “suntuario” del Cardinale di Bologna, Bessarione, che poneva un freno “alla soverchia ambizione delle donne” riguardo alla moda dell’abbigliamento.

Ad esempio gli strascichi dei vestiti non dovevano superare i “due terzi di braccio” per le mogli e le figlie dei militi, mezzo braccio per quelle dei nobili e dei dottori, un terzo per quelle di operai, artigiani e contadini.

Erano inoltre vietate le stoffe intessute d’oro e d’argento, limitato il numero pro capite di abiti di lusso in velluto cremisi o in broccato, le fodere d’ermellino e così via.

Nicolosa scrisse al cardinale una lettera in latino, nella quale con retorica e umanistica veemenza, lo accusava di non voler tener conto della grandezza delle donne che discendono tutte da Saffo, Artemisia, Cornelia ecc; di voler fomentare liti e discordie nelle famiglie; di obbligare le bolognesi ad esser inferiori alle consorelle d’altre italiche città e concludeva dicendo:
Poiché si vieta alle donne di entrare nelle magistrature, nella milizia, nel sacerdozio, queste non tollerano che loro siano tolti anche gli abbigliamenti simbolo della loro femminilità”.

A Nicolosa rispose Matteo Bosso, giovane canonico veronese, il quale innanzitutto disse che non credeva che l’orazione fosse stata partorita da una dama notoriamente “pudica, onesta e casta” quale la Nicolosa, bensì da qualche dotto maschio nemico dei padri di famiglia e della Chiesa.

Poi, dopo aver confutato una a una le virtù delle celebri antiche femmine citate, concluse dicendo che la moderazione nell’abbigliamento avrebbe salvaguardato l’economia domestica ed evitato invidiose ed ambiziose guerre di sfarzo fra le bolognesi.

In realtà Nicolosa temeva soprattutto che simili restrizioni l’avrebbero resa meno fascinosa agli occhi del Sante Bentivoglio il quale, non certo per questo motivo ma per diplomazia politica, nel 1454 sposò Ginevra Sforza e, alla faccia del bando cardinalesco, organizzò un lussuoso corteo di matrimonio composto da ben 634 coppie di nobili con le dame vestite sfarzosissimamente di broccati e velluti intessuti d’oro argento ed ermellini, nonché dai chilometrici strascichi.

Il corteo si diresse a San Petronio per il rito, ma trovò la porta sbarrata.
Deviò allora in via degli Orefici ove nella Chiesa di San Giacomo ebbe a disposizione dei frati disposti a celebrare le nozze.
Ma il Cardinale sospese a divinis quei frati, e scomunicò tutte le dame del corteo.

Tutte tranne Nicolosa, che furiosa e ferita nel suo orgoglio d’amante tradita, non solo non prese parte alla cerimonia nuziale ma scrisse un’altra pubblica lettera, stavolta in italiano, nella quale si dichiarava pentita e pure un po’ stupida – “Oymé che pur testè riconosco la mia gran soccheçça (sciocchezza, ndr), la mia bestialità…”- per aver dato tanta importanza ai vacui, ma soprattutto “vani” ornamenti femminili.

© Mitì Vigliero

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